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settembre 23, 2009

Verità su Borsellino: in piazza il popolo dell’agenda rossa

Nella vita si incontrano - in momenti spesso duri e difficili - persone straordinarie. Una di queste è Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo che ha pagato con la vita la difesa della toga e la ricerca della verità anche sui contesti che condussero alla morte di Giovanni Falcone.


Salvatore è stata una delle persone che mi ha dato la maggiore carica in questi anni terribili. Lui non può immaginare quanto mi sono commosso quando lessi la sua lettera immensa il giorno in cui mistrapparono le indagini.


Essere amico di Salvatore - il fratello di un magistrato che per me è stato un mito negli anni in cui preparavo il concorso in magistratura - vale anche una toga strappata. Dissi un giorno ad un dibattito che non c’è sanzione disciplinare che tenga di fronte alla solidarietà che ho ricevuto da lui.

L’incontro con Salvatore non credo sia casuale, sono quegli episodi della vita carichi di un significato profondo. Non so quanti italiani hanno ascoltato Salvatore in un dibattito, in un convegno, in una piazza: la sua semplicità, la carica umana, la sua passione, la capacità di trasmettere emozioni che gonfiano il cuore sino a farti quasi esplodere la pelle, la sua rabbia nell’infiammare i cuori, la sua forza nello scuotere le coscienze. È un privilegio stargli accanto.


Salvatore sta conducendo insieme a tanti ragazzi - a quelli che non vogliono apparire ma solo essere protagonisti di un cambiamento epocale - a tante donne e tanti uomini, una battaglia di verità. Certo per ottenere la verità devi lottare. Siamo oscurati dalla propaganda di regime che non racconta queste storie, non fa sapere del movimento di resistenza costituzionale all’interno del quale Salvatore è il principale protagonista. Mandare le immagini di Salvatore che parla in una piazza è troppo pericoloso, smuoverebbe le coscienze addormentate dal regime, farebbe riflettere e reagire, non potrebbe che smuovere gli animi ed accendere i cuori degli italiani buoni. Al regime le persone pulite, trasparenti e coraggiose fanno paura, perché posseggono una carica rivoluzionaria.


Salvatore quando lo vedi ti sembra gracile,non è più giovane nell’età, ma ha una forza enorme, perché vuole giustizia e verità ed in questa lotta è un trascinatore, un simbolo. Le persone vere sono quelle che hanno l’amore nel cuore e sete di giustizia. Salvatore vuole una cosa semplice: la verità sulle stragi e sapere perché hanno trucidato suo fratello. Insieme a lui lo vuole la parte sana dell’Italia, senza colori e bandiere politiche. Salvatore vuole sapere perché gli hanno ridotto il fratello a brandelli insieme ai poliziotti che lo difendevano sapendo che l’ora del tritolo era giunta. Salvatore va in direzione ostinata e contraria alla verità precostituita del regime. Mi auguro che la magistratura riesca a raggiungere tutta la verità, non solo spezzoni.

Sabato prossimo Salvatore ha organizzato una manifestazione a Roma dove il suo popolo sarà protagonista, ove ogni persona dovrà avere con sé un’agenda rossa da portare nella mano, rossa come quella che aveva il fratello Paolo e che istituzioni deviate gli hanno sottratto in via D’Amelio mentre il suo corpo andava in fumo. In quell’agenda insieme alla verità, c’è l’anima di ognuno di noi, del popolo di Salvatore, una massa che cresce sempre di più e che mai nessuno potrà fermare.


Forse non lo sanno ancora i mafiosi di Stato, ma nessuno potrà interrompere questo cammino nella ricerca della verità, libereremo il Paese e Salvatore sarà per sempre il nostro simbolo, dell’Italia che ha reagito quando tutto sembrava perso e che ha lottato per un Paese migliore. Che bello sarebbe poter vedere sabato le vie di Roma piene di agende rosse. Lo dobbiamo a tutte le vittime delle mafie!

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settembre 15, 2009

Brunetta bluff: il ministro ha penalizzato soprattutto le donne.

brunetta I benefici effetti prodigiosi della 'cura Brunetta' per i fannulloni della nostra pubblica amministrazione sono il fiore all'occhiello di questo governo.

Della sua terapia miracolosa, il ministro figlio di un venditore ambulante veneziano è riuscito a convincere tutti, dagli statistici agli stessi politici d'opposizione. Per la gente comune, grazie a lui l'impiegato lavativo è stato rimesso in riga. D'altronde come interpretare altrimenti il mirabolante meno 40 per cento di assenze per malattia propagandato a più riprese dal suo ministero? La realtà, però, è diversa dai fuochi d'artificio alla festa del Redentore. E poche coraggiose voci fuori dal coro fra gli statistici del nostro Paese sgonfiano quei numeri, ridimensionando l'ormai celebre effetto-Brunetta. Che si fonda su tre pilastri di cartapesta.

Il primo: l'analisi si limita agli enti che ci tengono a farsi belli della propria virtuosità (mentre gli asini se la battono). Il secondo: nei suoi conti mancano all'appello grossi pezzi dell'apparato statale - come l'istruzione e le forze di polizia - nonché ministeri o comuni importanti. Il terzo: le sue statistiche tagliate con l'accetta spesso finiscono col premiare chi non se lo merita e punire chi non ha colpa. Senza dimenticare che gli stessi dati del ministero iniziano a riconoscere che 'l'onda' si sta ritirando.

Riflusso napoletano
Che il travet non abbia più così paura degli strali di Brunetta, infatti, è proprio il suo ministero a raccontarcelo. La riduzione delle assenze per malattia registrata a settembre dello scorso anno, quando si era raggiunto il meno 44,6 per cento, è stato il picco dal quale poi non si è fatto altro che scendere. In modo graduale, ma inesorabile: meno 41 a novembre, meno 33 ad aprile, meno 27 a giugno, per finire con il meno 17 di luglio.

Mai come in quest'ultimo mese ci sono state tante amministrazioni che hanno invertito la tendenza, col meno che si è andato trasformando in più. Al Comune di Napoli le assenze si sono impennate del 30 per cento, nonostante il fatto che a palazzo San Giacomo i dipendenti siano diminuiti. Anche l'altra grande città del Regno delle due Sicilie, Palermo, si distingue per la propria indifferenza al ministro-castigatore. Con una particolarità: fra gli uffici che hanno lavorato meno, negli ultimi quattro mesi dell'anno scorso, ci sono quelli addetti a raccogliere soldi per il Comune (servizio Tributi e Tarsu). Alla faccia della lotta all'evasione. Sempre stando ai numeri ministeriali, non è che a Nord se la passino meglio. A Parma, per esempio, chi lavora in Comune a luglio se l'è squagliata: più 32 per cento, rispetto allo zero di giugno e al meno 21 per cento di maggio. E il malcostume non cambia se ci spingiamo ancora in su, per fare tappa in un paesino brianzolo piuttosto noto: ad Arcore, dove il premier ha casa, le assenze sono salite del 27 per cento rispetto all'anno scorso. In barba al suo illustre e industrioso cittadino.

Brunetta Bluff

Ha vantato risultati clamorosi contro gli assenteisti. Ma ora si scopre che purtroppo non sono diminuiti. E che le statistiche riportavano soltanto i dati ottimistici. Mentre il ministro ha penalizzato soprattutto le donne.

L'afflosciarsi dell'effetto Brunetta è però solo una parte di quello che il ministro non dice. Se oggi il fannullone italiano inizia a essere una specie protetta, non è solo merito suo (anche se lui se lo arroga tutto). Come dimostrano i dati della Ragioneria generale dello Stato, è già da fine 2004 che si verifica nella popolazione dei dipendenti pubblici una concreta diminuzione di chi si dà malato. Ovverosia già molto prima dell'era post Brunetta del pubblico impiego . Alla Provincia a Pisa lo sanno bene: dall'inizio del 2005 l'ente toscano è riuscito nell'impresa di abbassare del 20-30 per cento il tasso d'assenteismo. "Tutto quello che potevamo recuperare l'abbiamo recuperato, motivo per cui ora le assenze oscillano di mese in mese, seguendo cause fisiologiche come il tempo o i cicli influenzali", dice il direttore generale Giuliano Palagi, non curandosi del più 17,5 per cento fatto segnare a luglio.

Al di là di questa 'appropriazione indebita', cosa più grave nel bluff mediatico del ministro-economista è la mancanza di attendibilità dei dati che diffonde ogni mese. "Le sue cifre aprono una finestra solo su una parte del panorama della nostra pubblica amministrazione: quella migliore", fa notare Giulio Zanella, ricercatore all'Università di Siena e firma del sito di economisti noisefromamerika.org. Appellandosi alla collaborazione delle singole amministrazioni, il ministero infatti non pubblica tutti i numeri degli enti - né potrebbe - ma solo quelli inviati di loro spontanea volontà.

Per capirci, è come se a scuola venissero interrogati solo i ragazzi che si offrono volontari: ai somari per cavarsela basta stare zitti. "Però in questo modo il campione non è rappresentativo, e i risultati tanto strombazzati non hanno alcun valore scientifico, perché inevitabilmente sovrastimano la realtà", aggiunge Zanella. E non ha aiutato nemmeno "l'operazione di 'pulitura' dei dati fatta dall'Istat", perché si è trattato, per l'appunto, solo di una pulitura. "Mi aspetto che i prossimi dati ufficiali della Ragioneria generale dello Stato, che rappresenteranno la prova del nove, ridimensionino quel 40 per cento di Brunetta", conclude il ricercatore senese. Facendo piazza pulita della retorica politica.

Il paradosso di Sondrio
Che i numeri del ministero siano tutt'altro che uno specchio fedele della realtà lo si capisce anche da altre falle, più o meno grandi. Prima di tutto c'è quella postilla con cui si avvertono i lettori che nell'analisi mensile non rientrano scuola, università, regioni e pubblica sicurezza. Cioè un bel pezzo d'apparato statale. Inoltre, gli stessi enti i cui dati trovi un mese, magari latitano il mese prima. Tanto che spiccano frequenti assenze di lusso: a luglio mancavano i dati del ministero degli Interni e di quello dei Trasporti, della Provincia e del Comune di Milano, dei Comuni di Torino, Bari e Venezia. Quasi tutti, ad eccezione del Viminale e del capoluogo pugliese, erano invece presenti nella rilevazione del mese precedente. Infine, a scapito delle verità di Brunetta va la scarsa collaborazione delle amministrazioni nel loro insieme: meno della metà delle 10 mila burocrazie italiane compila i moduli on line. Certo oggi va meglio che agli inizi, quando già nei primi cinque mesi dall'approvazione della legge 133 Brunetta aveva sbandierato il suo famoso 40 per cento: all'epoca solo il 15 per cento di quella che è l'intera burocrazia italiana aveva risposto alle sollecitazioni ministeriali.

C'è poi un ultimo errore da prendere in considerazione, del quale già avvertono a scuola quando ti insegnano a fare la media fra due numeri: se io mangio due polli e tu non mangi niente, se non stai attento finisci col sostenere che abbiamo mangiato un pollo a testa. È il malinteso in cui si incappa prendendo alla lettera i dati di Brunetta. Se scorri i numeri più aggiornati fra quelli forniti dal ministero, al secondo posto nella top ten trovi il Comune di Sondrio, con un aumento delle ore di assenza per malattia di oltre il 90 per cento rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Che sia Sondrio, proprio la terra natìa di Giulio Tremonti, la capitale dei fannulloni d'Italia? Non esattamente. A un'analisi appena meno superficiale, infatti, ti accorgi di come stiano le cose in realtà. "Quella del ministero è una statistica piuttosto rozza", contesta Alcide Molteni, sindaco del comune lombardo: "Ora, io ho circa 150 dipendenti. Tre di questi hanno malattie croniche che li obbligano a casa tutto l'anno, chi per l'infarto, chi per seri problemi polmonari, e loro da soli coprono gran parte delle assenze. Ad agosto, per esempio, su 87 giorni di malattia, in tre ne hanno fatti 62, e tutti gli altri ne hanno fatti 25". Per converso è facile capire che, come a Sondrio si punisce chi non ha colpe, la media 'del pollo' può tranquillamente finire col premiare chi invece non lo meriterebbe.

Le donne nel mirino
Sotto la scure di Brunetta, però, non ci finiscono solo i malati gravi. I primi risultati di uno studio ancora in corso all'Istat - sul numero di persone che fanno orario ridotto a causa di malattia in una settimana tipo - smorzano gli entusiasmi dei brunettiani convinti, concentrandosi sui primi sei mesi dall'entrata in vigore della legge. Ebbene, il primissimo (e forse l'unico) colpo inferto dalla sua crociata antifannulloni si è abbattuto nell'estate 2008 su una ben precisa fetta dei dipendenti pubblici: le donne del Centro Italia. E basta. Che cosa avranno mai fatto le donne di Roma per meritarsi questo? Una possibile spiegazione ce la suggerisce Riccardo Gatto, ricercatore Istat, e autore dello studio insieme ad Andrea Spizzichino: "D'estate, una volta chiuse le scuole, si hanno più problemi a trovare qualcuno a cui affidare un bimbo, e quindi è possibile che ci si assenti solo per gestirli meglio. Infatti, la differenza significativa rispetto agli uomini sul lavoro è che sono ancora le donne a farsi tipicamente carico delle mansioni familiari".

E sempre le donne, secondo un calcolo fatto da Zanella, fanno mediamente due giorni di assenza l'anno in più degli uomini, per evidenti ragioni familiari e biologiche. Fra l'autunno e l'inverno, invece, ci si ammala per davvero. E proprio negli ultimi tre mesi del 2008, sempre secondo lo studio di Gatto, l'effetto Brunetta semplicemente "non emerge più dall'analisi dei dati". "Già nei tre mesi estivi il fenomeno non è particolarmente rilevante", osserva, "perché passa dall'1,8 dell'anno prima all'1,3 per cento. Ma nel quarto trimestre la legge sembra aver esaurito il suo effetto". Conclusioni pesanti e fuori dal coro, quelle di Gatto, pronunciate durante un seminario a 'casa' del ministro. E passate sotto silenzio.

L’espresso, 10/09/2009

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settembre 11, 2009

La destra all'assedio finale del fortino rosso di Raitre
Un editto soft, una goccia cinese che scava la roccia fino all'obiettivo finale: addomesticare la Gabanelli, Fazio, la Littizzetto, Bertolino, "Parla con me", ridimensionare, cancellare forse. Silvio Berlusconi l'ha anche detto: quei programmi di Raitre non mi piacciono.
Senza i toni concitati di Sofia, ma l'ha detto.

E da tempo il direttore generale Mauro Masi lavora per trovare un sostituto di chi Raitre la dirige con quei volti, con quegli artisti. Gioca di sponda, propone nomi su nomi, cerca professionisti dal curriculum impeccabile. Non spiega esattamente per quale motivo, ma va sostituito Paolo Ruffini, che gestisce la baracca da sette anni.





Il resto, la normalizzazione dei programmi sgraditi, verrà da sé. "Dove lo vede Silvio tutto questo comunismo a Raitre, cosa c'è di anormale? Se il problema è che Fazio è un uomo e io una donna, ci operiamo. Così rientriamo nei loro canoni di normalità", scherza Luciana Littizzetto, appuntamento fisso del week-end di Che tempo che fa, pubblico trasversale, risate a sinistra e a destra. Magari questo dà fastidio.

La Rai della nuova era Berlusconi non vuole mandare nessuno a Casablanca, ma qualcuno a casa sì. Il pressing sul Partito democratico per avvicendare i vertici di Tg3 e Raitre e incrinare un'identità non è solo un'indiscrezione.

Comunque ci sono anche gli indizi, i dati di fatto: l'intenzione resa esplicita da Masi di togliere la tutela legale a un programma di inchiesta che giocoforza si porta dietro grane su grane come "Report". E un giallo finora rimasto sottotraccia su "Che tempo che fa". Il contratto tra Rai e Endemol, la produzione del programma, non è ancora stato firmato. Un ritardo che appare poco tecnico e molto politico a sole tre settimane dalla messa in onda (3 ottobre).

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settembre 04, 2009

Umanità perduta

umanita Novemila profughi che avevano diritto all'asilo sono spariti nei campi libici. Così la linea dura porta l'Italia fuori dal diritto. E il reato di clandestinità moltiplica il lavoro della polizia
Non c'è solo la linea dura sull'immigrazione. Con la storia dei gommoni e delle stragi, adesso l'Italia vuole dimostrare l'incapacità del governo di Malta nel pattugliare le acque di propria competenza.

E impossessarsi così di gran parte della sua Sar, la zona di soccorso e ricerca in mare stabilita da una convenzione internazionale del 1979. Lo ha ammesso qualche giorno fa il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ai microfoni Rai di "Radio anch'io": "La Sar di Malta è estesa come l'Italia, mentre Malta è grande come Roma ".

Parole un po' più eleganti di quelle pronunciate dal ministro per le Riforme, Umberto Bossi, quando nelle stesse ore ha attaccato il governo dell'isola: "Malta è grande come uno sputo, non ci stanno neanche i maltesi". L'ennesima dimostrazione di diplomazia da osteria che, secondo lo staff del ministro dell'Interno della Valletta, Carmelo Mifsud Bonnici, nasconde il vero obiettivo dell'Italia: espropriare Malta e, attraverso il controllo della zona di soccorso, esercitare diritti sui giacimenti di gas e petrolio ancora da sfruttare a sud del canale di Sicilia.

Un confronto giocato sulla pelle di migliaia di profughi e di decine di morti in pochi giorni. Mentre la polizia, attraverso il segretario generale del sindacato Siap, Giuseppe Tiani, denuncia già il fallimento della legge sul reato di clandestinità: in vigore da un mese, intaserà le questure e gli uffici giudiziari senza dare risultati. Il patto ancora segreto con la Libia è, poi, diventato oggetto di uno scontro con l'Unione europea: alla richiesta di chiarimenti, il premier Silvio Berlusconi ha risposto minacciando di bloccare "il funzionamento della Ue".

Quello che si nasconde dietro il patto con Gheddafi si può ricostruire con pochi numeri. È vero che gli sbarchi a Lampedusa, in Sicilia e in Sardegna si sono ridotti dai 18.901 immigrati del periodo gennaio-agosto 2008 ai 7.016 di quest'anno. Ma se si considera che il 75 per cento di queste persone ha chiesto asilo perché fuggite da guerre e dittature, significa che nel 2009 almeno 9 mila uomini, donne, ragazzi, bambini non hanno potuto trovare nessun riparo grazie alla linea dura voluta dalla Lega e da Berlusconi.

Un popolo di desaparecidos verso i quali l'Italia aveva l'obbligo dell'accoglienza in base alla Convenzione di Ginevra e alla nostra Costituzione. È invece dimostrato che i richiedenti asilo e gli emigranti economici riconsegnati dall'Italia alla Libia in questi mesi siano stati rinchiusi in carcere o nei 15 campi di detenzione allestiti tra la costa e il deserto. Sono stati cioè impediti "dell'effettivo esercizio delle libertà democratiche" protette dall'articolo 10 della Costituzione, a cominciare dalla libertà personale. Ma l'Italia di Berlusconi non è più il Paese dei principi che hanno ispirato la Repubblica. Lo prova quanto è accaduto ai cinque eritrei, tra cui una ragazza e due minori, sopravvissuti su un gommone alla deriva nel Mediterraneo e soccorsi soltanto a 12 miglia da Lampedusa.

Il limite delle acque territoriali italiane, non un miglio oltre: nonostante il gommone fosse stato avvistato e ignorato da una decina di pescherecci, fotografato da un ricognitore impegnato nell'operazione di pattugliamento europeo Frontex e rifornito nell'ultima fase della traversata dalla Marina maltese. Titti Tazrar, 27 anni, e gli altri quattro eritrei con lei, pur essendo sopravvissuti alla morte per sete di 75 compagni di viaggio e avendo diritto di richiedere asilo in Italia, sono stati denunciati per immigrazione clandestina. "Un atto dovuto ", hanno dichiarato gli investigatori della Procura di Agrigento.

Nella corta memoria italiana ci si è già dimenticati che prima dell'approvazione del pacchetto sicurezza, un mese fa, mandare a processo cinque profughi sarebbe stato un gesto di inciviltà. Oltre che uno spreco di denaro pubblico. Perché alla fine il giudice deve comunque decidere il "non luogo a procedere". Con i respingimenti di massa di questi giorni l'Italia è così uscita dal club di Paesi che garantiscono il diritto internazionale. Secondo le convenzioni delle Nazioni Unite, quelli ordinati da Silvio Berlusconi, e avallati dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e della Difesa, Ignazio La Russa, sono atti di pirateria.

Se si dovesse applicare a loro lo stesso rigore che la Lega ha preteso per gli immigrati, l'Italia dovrebbe essere condannata davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, come è già accaduto nel 2005. Con l'aggravante, questa volta, della premeditazione: "Per contrastare l'immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati ", aveva detto il ministro dell'Interno in febbraio in un convegno ad Avellino. Fino al 2008, invece, le vedette della Marina e della Finanza collaboravano con Malta e si spingevano in Africa se c'erano persone da salvare. Lunedì scorso, in prefettura a Milano, Maroni ha anche sostenuto che i profughi respinti vengono assistiti in Libia dall'Acnur, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Una bugia. Contattati da "L'espresso", funzionari dell'Acnur a Ginevra smentiscono di poter assistere i rifugiati respinti dall'Italia: "La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 e tanto meno ha una legislazione che regola la materia", spiegano, "per questo l'Alto commissariato non ha nessun riconoscimento formale da parte delle autorità libiche. In Libia abbiamo accesso soltanto ad alcuni centri di detenzione e soltanto su autorizzazione. Abbiamo così scoperto che le persone spariscono.

Vengono spostate continuamente. E la nostra paura è che gli oppositori eritrei siano rimpatriati in Eritrea". Qualcuno forse un giorno si chiederà come potevano gli italiani e il loro governo non sapere. La Convenzione Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) firmata ad Amburgo è stata ratificata a Roma nel 1984. L'accordo obbliga gli Stati che si affacciano sul mare a mantenere un servizio di salvataggio in collaborazione con i Paesi confinanti.

L'area di competenza maltese è un trapezio rettangolo di circa 250 mila chilometri quadrati. Si estende dalle acque al largo della Tunisia fino a una fetta di mare a sud di Creta e si sovrappone alla Sar italiana per decine di miglia proprio intorno a Lampedusa. Un'area che coincide con la regione di controllo del traffico aereo e anche di pagamento dei diritti di sorvolo che Malta ha ereditato dalla dominazione britannica. Ma che, secondo studi geologici, potrebbe racchiudere alcuni dei campi di idrocarburi ad alta profondità più ricchi del Mediterraneo. Eredità di quando, fino a cinque milioni di anni fa, il Mare Nostrum era un basso lago salato. Proprio in questi giorni il governo della Valletta ha deciso di uscire allo scoperto: la loro Marina soccorre con viveri e carburante i gommoni prima che si avvicinino alle proprie coste e li accompagna fino al confine delle acque italiane. In questo modo, secondo Malta, sono garantite sia la Convenzione di Ginevra sia le regole Sar. Uno scaricabarile al quale l'Unione Europea assiste lontana.

La comprensibile paura dei 400 mila abitanti di Malta, tanti quanti una città come Bologna, è che il mercanteggiare continuo tra Berlusconi e Gheddafi sposti gli sbarchi da Lampedusa al loro arcipelago. Da queste parti hanno sempre mantenuto buoni rapporti con la Libia. E sanno che il regime di Tripoli non può fermare gli emigranti che salgono dall'Africa.

Il rischio di un nuovo fallimento della diplomazia show italiana è alle porte. Mentre sul pacchetto sicurezza aumentano le perplessità di agenti e funzionari. "La condanna al pagamento dell'ammenda da 5 mila a 10 mila euro rappresenta una sentenza inutile, che non sarà mai eseguita", osserva Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap, "per giungere alla quale lo Stato dovrà, per contro, impiegare ingenti risorse umane, logistiche, economiche e giudiziarie". Un esempio? Eccolo: "Uno straniero clandestino viene fermato a Pavia", racconta Tiani, "e subito dopo, previa denuncia all'autorità giudiziaria, è trattenuto nel centro di espulsione di Bari, individuato dal ministero quale centro più vicino con disponibilità di posti.

Ebbene, la questura di Bari dovrà successivamente curare la traduzione dello straniero davanti al giudice di Pavia per presenziare all'udienza. Si moltiplichi questo sforzo tante volte quanti saranno gli stranieri che saranno trasferiti da una città all'altra per presenziare alle rispettive udienze. Un costo enorme, per sentirli condannare a una ammenda che non potranno mai pagare. Subito dopo lo straniero sarà riaccompagnato al centro di espulsione di provenienza da dove, se mai identificato, sarà rimpatriato. Esattamente come già avveniva prima".

fonte: L’Espresso

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Il tatuaggio globale.
Quando ero bambino mi capitava spesso di imitare gli adulti: ero attratto da loro, volevo somigliargli in tutto. È così che mi è venuta la febbre del tatuaggio.

La maggior parte degli anziani, i 'nonni adottivi' con cui passavo il tempo a parlare e imparare le regole della vita, erano tatuati e quindi, essendo loro 'fan' come direbbero i giovani di oggi, anche io volevo al più presto possibile immergermi in questa antica cultura, che sapeva di qualcosa di segreto, di profondamente misterioso.

Il tatuaggio mi sembrava una forma di iniziazione, attraverso cui ogni giovane poteva far vedere agli altri di essere pronto ad affrontare pericolo e dolore, ma soprattutto mostrare che ha la capacità di prendere una decisione definitiva. Insomma, era un simbolo di maturità.

È proprio questo il legame alla parte più importante della tradizione del tatuaggio criminale siberiano, il fatto di mostrare agli altri la fedeltà e la determinazione verso la propria cultura. Una volta, quando la comunità siberiana aveva un peso e gli anziani che mi hanno fatto crescere erano giovani e facevano parte di un sistema sociale complesso e difficile, i messaggi che portavano addosso erano chiari e forti.

Il mondo filosofico interno e la base educativa di ogni membro della comunità degli Urca, la mia etnia d'origine, veniva rappresentato attraverso il simbolismo delle immagini tatuate: il tatuaggio era la vita, e la vita era tatuaggio. Era fondamentale mostrare a tutta la società e soprattutto a loro stessi, la volontà di trasformare il proprio corpo in una icona vivente.

Quando ero adolescente, mi circondavano due mondi, due culture completamente opposte e contrarie. Uno era quello degli anziani, nel quale loro si identificavano e nel quale spesso riuscivo a calarmi anche io, grazie ai loro racconti; ricordi che spesso condividevano con me con semplicità e umiltà tali da far crescere una profonda ammirazione. Il loro mondo era scomparso, era quella parte di passato che lascia la sua impronta solo nelle anime di chi l'ha vissuta.

Nel mondo dei vecchi mi sentivo a mio agio, condividevo le loro regole, ne capivo le ragioni e accettavo la filosofia educativa. L'altro mondo era quello vero, reale, attuale. Era il mio paese sfasciato - la Transnistria - distrutto e ridotto a pezzi da speculatori e politici corrotti. Una società decadente, dove i giovani perdevano tutti i valori sviluppati e tramandati dalle generazioni precedenti.

Era il trionfo del dio denaro che ha posseduto le menti e le anime di tutti. Io ero molto giovane e avevo poche possibilità analitiche riguardo la sociologia e la geopolitica, ma per qualche via naturale comprendevo tutto il degrado della società post sovietica e lo vivevo male: cercavo di scappare, nascondendomi nel mondo ideale che mi offrivano i miei vecchi. Un mondo dove i valori ancora avevano un potere, dove l'equilibrio nella società era stabile. E dove criminali che io definisco 'onesti' portavano le loro storie di vita addosso, nella forma dei tatuaggi, e combattevano le ingiustizie con il loro spirito libero.
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Io crescevo nella società 'moderna', dove ogni cosa mi dava un enorme fastidio, perché andava contro i principi che mi insegnavano i vecchi. I miei amici che cercavano di seguire gli idoli contemporanei, copiavano personaggi dei blockbuster americani, parlavano una lingua che io non comprendevo e mi prendevano in giro, perché io mi comportavo come uno che era rimasto indietro nel tempo.

Quello era il momento in cui nell'ex Unione Sovietica stava crollando tutto. Il tempo nel quale per essere un ragazzo 'normale', accettabile dagli altri, era necessario vestirsi alla moda e esibire nuovi acquisti passeggiando come dei galli per la via principale del paese, proprio come fanno le modelle sulle passerelle; consumare droga e alcool; bestemmiare e agganciare a ogni parola una parolaccia sofisticata; non rispettare i genitori e gli anziani; rubare soldi nella propria famiglia e vantarsi di questo. Io ero uno dei pochi a non farlo, ed ero considerato fuori moda. Forse è anche grazie al mio comportamento di allora che oggi sono sano e salvo, mentre la maggior parte dei miei coetanei sono morti da un pezzo, uccisi dalla droga, dagli affari disonesti, dal carcere e dal comportamento troppo spregiudicato nella società violenta, una società che non perdona gli sbagli.

Ho compreso che quelli erano i segni di un nuovo mondo, dove cultura e arte sono dominate solo dal fattore economico. Non c'è scampo: niente filosofia o tradizione, tutto spazzato via dal potere del denaro, dall'individualismo e dalla voglia di esibire. La nuova società ha distrutto tutto quello che una volta era essenziale per assicurare l'integrità etica e morale di ogni essere umano. A partire dai tatuaggi: nel villaggio globale regnava il tatuaggio globale.

Nell'Italia di oggi, come in tutto mondo moderno, la tradizione del tatuaggio ha subìto le stesse violenze. Ad esempio, quello che una volta era complessa cultura dei tatuaggi dei camorristi, oggi è diventata una specie di logo con il quale tanti giovani si marchiano la pelle. Senza dare alle immagini nessun significato, all'interno di una trasformazione quasi teatrale, solo per somigliare visualmente a quelli che una volta portava questi tatuaggi all'interno della cultura antica, indicando attraverso quei simboli una posizione sociale particolare se non un unica.

Così tutte le immagini, con le quali i camorristi si identificavano nel passato, oggi non hanno più nessun significato, perché sono state 'globalizzate'. È una metamorfosi negativa, una propaganda pericolosa. In questo modo le persone pubblicizzano con il loro corpo il sostegno al crimine e all'illegalità, danneggiando nei giovani il senso civico, il rispetto per lo Stato e le istituzioni. No, il tatuaggio non era questo.
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C'è poi nelle nuove generazioni chi cresce cercando valori asociali e lo manifesta come forma di ribellione. Una ribellione seria - e noi in Transnistria abbiamo dovuto viverla con le armi in mano - deve avere motivazioni serie, deve essere lotta e quindi istinto di sopravvivenza. In questi ribelli che vedo oggi ci sono solo immagini superficiali, solo look: anche la ribellione è diventata una merce da vendere e comprare, un vestito da indossare a seconda delle mode. Credo che Che Guevara si giri nella tomba, infastidito e arrabbiato per la quantità di t-shirt e gadget con il suo volto, indossate o addirittura tatuate sul tricipite di ragazzi che hanno idee politiche confuse e contribuiscono così a quel consumismo contro cui lui credeva di combattere.

Lo stesso vale per i disegni maori e polinesiani, dai significati ormai privi di senso. Gli stessi maori ammettono che la loro cultura del tatuaggio è stata ormai persa: colpa della repressione dei colonizzatori britannici, che vietavano ai maori di parlare la loro lingua, di scrivere e persino disegnare nella tradizione dei loro antenati. Anche il tatuaggio era stato proibito, riconoscendone con questo bando il suo potente valore simbolico.

E allora perché gli italiani e tutti gli occidentali si riempiono il corpo di questi arabeschi oscuri? Non c'è da stupirsi nella reazione allibita del cliente che scopre il significato della simpatica tartaruga polinesiana che porta sul braccio: in quegli arcipelaghi identificava le spose, era il segno della femminilità matura. Cosa fate a quel punto, se siete un maschio che non ha nessuna pulsione femminile? Cambiate sesso per essere in tema con il tatuaggio? Lo cancellate? Oppure scegliete di andare avanti nella beata ignoranza, godendovi il look aggraziato, soffocando il pensiero che vi attraversa la mente quando vi guardate nello specchio. Un pensiero che sussurra: "Sei talmente stupido che ti sei fatto tatuare un'immagine che ti identifica come donna.".

Le spiagge di agosto sono affollate di persone che sfoggiano la loro ignoranza, portando sulla pelle i segni dei propri limiti, mostrando l'assenza di rispetto verso la cultura e la tradizione. Ma soprattutto testimoniano a tutti la mancanza di rispetto verso se stessi. Per me, educato alla sacralità del tatuaggio, camminare in mezzo a loro è una specie di tortura. Il trionfo di una cultura globalizzata che non è più cultura. Di più, è un modo di costruire il futuro rifiutando il rapporto con il passato, con i nostri valori, con quella storia che può aiutarci a capire il mondo. Invece tutti rubano immagini superficiali, strappandole da un catalogo di luoghi comuni.

Su una spiaggia sarda ho notato un ragazzone palestrato, con numerosi anelli nelle orecchie, nelle sopracciglia e anche nei capezzoli. Era molto fiero di sé, dei suoi tatuaggi. Mi hanno colpito alcune lettere greche e sul braccio gonfiato il volto di Leonida interpretato dall'attore Gerard Butler in '300'. Quel giovane voleva identificarsi negli spartani delle Termopoli, eroi che hanno dato la vita per la patria: posso anche capirlo, a me il film è piaciuto e dopo averlo visto mi è venuta la voglia di sentirmi un po' spartano. Ma quel muscoloso bagnante prima di farsi un tatuaggio così impegnativo non poteva cercare di conoscere qualcosa sui veri spartani? Avrebbe scoperto che quei guerrieri avevano un culto del corpo che non prevedeva tatuaggi e tantomeno piercing: nulla doveva togliere naturalezza alla sacralità del corpo.
Invece di tributare un omaggio all'eroismo di Sparta, quel giovane ha mostrato di essere nemico della loro cultura. Lo ha fatto per un'ingenuità da consumatore, inseguendo i canoni di un fumetto reso film. Ma come diceva un vecchio saggio del mio paese: "Quando alcune persone si comportano da stupidi, la colpa e di tutti.".

Nella mia visione del tatuaggio c'è una categoria ancora più terrificante: quelli che io chiamo 'gli spensierati'. Si disegnano addosso di tutto, senza curarsi del significato. Immagini tribali, elementi botanici, corpi celesti, fate, lucertole, scrivono il proprio nome forse per non dimenticare come si chiamano, infilano date di nascita, stelle di ogni forma e grandezza. Non gli importa: vogliono solo farsi vedere e simigliare a modelli visti alla tv. Essere uguali, non peggio e non meglio degli altri, sapere bene integrarsi nella massa, non uscire fuori dal gregge per nessun motivo, essere come tutti. Così finiscono insieme, sulla stessa spiaggia, con gli stessi loghi addosso.

Non riesco a capire perché non vengano presi dalla tristezza. Forse per loro è troppo difficile comprendere l'importanza della loro identità. Oggi le persone 'normali' sono più rare da incontrare che quelle 'speciali'. E mi viene in mente la frase di una canzone di Moby: ".nessuno più ci fermerà, perché siamo fatti di stelle.". Sulla loro pelle c'è la tristezza dei nostri giorni. La tristezza per la totale potenza della globalizzazione, fattore anche benefico perché avvicina individui e culture, ma lo fa a un prezzo troppo caro, banalizzando le tradizioni, mutilando le basi delle culture antiche.
Se per essere uniti dobbiamo sacrificare le nostri radici, preferisco rimanere fuori dalla società consumista e continuare a vivere nel mondo dei ricordi dei miei vecchi e portare addosso tatuaggi di una tradizione che non esiste più. E non mi importa, se vengo paragonato a un seguace dei cavalieri medioevali che ancora oggi indossa una corazza. Se questa corazza mi aiuta a mantenere la mia integrità e non perdere i valori e le idee la tradizione dei miei antenati, la prendo come un dono del Signore e la porto a testa alta. Anche se intorno a me sono sempre di meno le persone capaci di conservare e tramandare quella che una volta si chiamava 'educazione'. Ma io, si sa, vengo da un altro mondo e da un paese che non esiste.

 

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settembre 02, 2009

Le novità del Codice della Strada

Alcol e droga: sanzioni più pesanti

birra Per chi guida un veicolo non di sua proprietà con un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l la durata della sospensione della patente viene raddoppiata (passando da 1-2 anni a 2-4 anni) visto che il mezzo non può essere confiscato. La stessa sanzione si applica anche in caso di guida sotto effetto di sostanze stupefacenti. È una misura che interessa in particolare i giovani che guidano l'auto del padre o della madre.

Di notte le multe aumentano

multe
Le sanzioni amministrative per chi supera i limiti di velocità, per chi non rispetta l'obbligo di precedenza, per chi passa col rosso, per chi compie manovre pericolose, per chi non mantiene la distanza di sicurezza e per i conducenti professionali che non rispettano i tempi di guida e di riposo, sono aumentate di un terzo quando sono commesse tra le 22 e le 7. Analogo aumento è previsto per chi guida in stato di ebbrezza da alcol o droga.

Sospensione della patente

patente
Come già accade per la patente di guida anche il certificato di idoneità per ciclomotori potrà essere ritirato, sospeso o revocato in base alle infrazioni. Anche al patentino si applicherà il meccanismo della patente a punti per le violazioni al Codice della strada che prevedano la decurtazione di punti. Non solo: se si guida un ciclomotore in stato d'ebbrezza può essere sospesa la patente, se il conducente ne è titolare. E lo stesso vale per i punti.

Certificati assicurativi

assicurazioni
Per chi circola con documenti assicurativi falsi o contraffatti è previsto il sequestro e la confisca del veicolo. Quest'ultima si applica solamente quando il veicolo con assicurazione falsa è condotto dal suo intestatario. Inoltre coloro che finora hanno guidato un ciclomotore col solo patentino dal primo ottobre prossimo dovranno sottoporsi all'esame che attesta i requisiti fisici e psichici necessari per la patente A, quella delle moto.

Occhio ai mozziconi volanti

mozziconi
Tempi duri per chi ha la pessima abitudine di liberarsi dei rifiuti gettandoli dal finestrino dell'auto in corsa, un'abitudine purtroppo piuttosto diffusa, persino in autostrada. È prevista in questo caso una sanzione da cinquecento euro che può giungere fino a mille euro, per chi sporca la strada gettando rifiuti dai veicoli, a partire dai banali mozziconi di sigaretta. Che tanto banali non sono, se finiscono nell'occhio di un motociclista.

Ciclisti (patentati) nel mirino

bici
Si estendono ai conducenti di ciclomotori e biciclette le pene accessorie in caso d'infrazioni gravi, fino al ritiro della patente. La nuova disposizione richiama genericamente «il conducente titolare di patente» che commette violazioni per le quali siano previste sanzioni accessorie: fa ritenere quindi che tali sanzioni siano applicabili anche nei confronti dei ciclisti. Ma su questo punto le perplessità restano e si profilano ricorsi alla Consulta.

fonte: La Stampa

Così un sms ci salverà dal clima sempre più pazzo

Negli anni Sessanta le previsioni del tempo del colonnello Bernacca avevano un sapore rassicurante: si trattava di decidere se prendere l'ombrello o mettere una maglietta con le maniche corte, sbagliando al massimo si rischiava un raffreddore.


Oggi l'aumento dell'effetto serra ha moltiplicato per sette i danni prodotti dagli eventi estremi e centinaia di milioni di persone rischiano di rimanere senz'acqua o di essere sommerse da un'alluvione improvvisa.


Con il clima non si può più scherzare e l'Organizzazione meteorologica mondiale, riunita a Ginevra per il terzo congresso, per la prima volta ha messo il caos climatico al centro della sua attenzione proponendo soluzioni concrete per ridurre il rischio.

"Come meteorologi abbiamo accesso a tutte le informazioni disponibili e agli strumenti che ci consentono di raggiungere il largo pubblico per spiegare che il cambiamento climatico pone una sfida da affrontare insieme perché la responsabilità è comune", ha detto Tomas Molina, presidente del Climate Broadcasters Network-Europe.


"Quello di cui abbiamo bisogno - ha aggiunto Michel Jarraud, segretario dell'Organizzazione meteorologica mondiale - è una struttura affidabile a cui tutti possano accedere facilmente per ottenere le informazioni necessarie a salvare molte vite umane e a proteggere la nostra economia".


La stagione del boom delle stazioni meteo da consultare solo per organizzare meglio la gita al mare è alle nostre spalle. I 1.500 esperti di 150 Paesi che si sono dati appuntamento in Svizzera per la conferenza che si concluderà venerdì prossimo con l'arrivo di 80 ministri, si pongono un altro problema. Con l'aumento della concentrazione di anidride carbonica il numero e la portata degli eventi estremi cresceranno: negli ultimi 50 anni più di 7.500 disastri naturali hanno ucciso oltre 2 milioni di persone e il 72,5 per cento di questi disastri è stato causato da eventi estremi, proprio quelli destinati a moltiplicarsi nei prossimi anni.


La meteorologia può diventare lo strumento per diffondere l'informazione sul riscaldamento globale limitando i danni futuri (tutto dipende da quanti gas serra faremo arrivare in atmosfera bruciando combustibili fossili e foreste) e diminuendo subito il numero delle vittime. L'obiettivo per il 2019 è ridurre del 50 per cento i morti da disastri naturali rispetto al decennio 1994-2003.


E per raggiungerlo sono state suggerite varie possibilità: un sms sul cellulare di chi si è organizzato la vacanza vicino a un fiume che sta per straripare può salvare una famiglia, una comunicazione capillare che arriva agli abitanti di una città minacciata da un'ondata di calore può eliminare un picco di mortalità, l'allarme per l'arrivo di un ciclone può evitare migliaia di vittime.

Non sono vantaggi teorici. Il miglioramento del sistema di allerta ha già prodotto una drastica diminuzione delle vittime e la differenza tra due eventi recenti, il ciclone in Birmania dove nessuno si è preoccupato di avvertire la popolazione e l'uragano a Cuba con l'evacuazione sistematica delle persone a rischio, mostra l'importanza di un serio sistema di prevenzione.


L'Italia, divisa tra un Nord a rischio alluvioni e un Sud divorato dalla siccità, rischierebbe molto ignorando il problema. "Nel bacino del Mediterraneo ci attende, entro la fine del secolo, un aumento del 20-30 per cento delle ondate di calore e nell'Italia meridionale si registrerà una diminuzione delle precipitazioni del 30-40 per cento", spiega Antonello Pasini, dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr. "Il rischio, sia per attività come l'agricoltura e il turismo che per le singole persone, è destinato ad aumentare e dobbiamo imparare a fronteggiarlo anche con un'informazione mirata. Ad esempio l'allerta per sms è stato già sperimentato con successo in varie città europee soprattutto come risposta alla minaccia estiva dell'ozono: è uno strumento che può facilmente essere utilizzato in modo più sistematico salvando molte vite".

fonte: La Repubblica

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