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ottobre 28, 2009

La maledizione del Vasari: scomparsi in pochi giorni venditore dell’archivio e cliente: un affare da 150 milioni

Vasari  Hall of 500 Palazzo Vecchio AR I russi: non compriamo più. Il mistero dell’acquirente, un oligarca forse morto in un incidente

Vasilij Stepanov si innervosisce quando sente che un giornalista italiano vuole parla­re con lui dell’archivio Vasari che sta per pas­sare di mano — ma a questo punto forse sa­rebbe meglio dire stava — per l’astronomi­ca cifra di 150 milioni di euro.

È lui il presi­dente del consiglio di amministrazione della holding industriale Ross Group che doveva tirare fuori i quattrini. O meglio, ha precisa­to dopo essersi calmato, che aveva messo in piedi l’affare per conto di un suo carissimo amico, «un oligarca per il quale 150 milioni sono nulla». Parliamo al pas­sato perché subito dopo le prime mezze ammissioni al telefono, Ste­panov ci ha comunicato una notizia sorprendente. «Il mio amico — ha detto — quello che doveva acquista­re l’archivio Vasari, è morto in un in­cidente stradale il 9 settembre e quindi l’intera operazione è ferma.

È saltata; non si fa più. L’archivio non lo acquistiamo».

I russi, quindi, si tirano indietro.

Per cause di forza maggiore o per al­tro. E sembra che gli eredi di Giovan­ni Festari, morto anche lui da pochi giorni, dovranno trovare un altro acquirente. Sem­pre che esista qualcuno disposto a sborsare una cifra simile per carte certamente prezio­sissime, ma che non possono essere portate all’estero e nemmeno in un qualsiasi altro edificio d’Italia o di Arezzo. In base a un vin­colo pertinenziale posto dalla Sovrintenden­za alle Belle arti, i documenti non debbono uscire dalla casa-museo dove aveva abitato Giorgio Vasari, nato nel 1511, allievo di Miche­langelo, pittore, autore del primo manuale di storia dell’arte, Vite de’ più eccellenti ar­chitetti, pittori et scultori italiani, da Cima­bue insino a’ tempi nostri.

Ma chi sono (chi erano) i russi? La Ross Group , della quale farebbe parte anche la Ross Engineering (della quale ha scritto il «Corriere» domenica scorsa) e altre società operative, si occupa di realizzare e gestire centri commerciali e infrastrutture civili. Ha una sede alla periferia di Mosca, al secondo piano di un palazzetto in Yaroslavskoye Choussée. Uffici puliti, dove attualmente squadre di operai stanno cambiando tutti i mobili. Il presidente non è in sede, ma uno dei direttori lo raggiunge al telefono. Stepa­nov, per quanto contrariato, alla fine accetta di parlare.

«Si era rivolto a me un vecchio amico, co­nosciuto all’università. Un oligarca cresciuto con la famiglia in Armenia ma poi tornato a vivere in Siberia. Era pieno di soldi, fatti con la lavorazione del legname. Case a Francofor­te, in Olanda e Spagna. E naturalmente in Ita­lia, dove forse pensava di trasferirsi. Mi dis­se di aiutarlo a cercare qualche cosa di gros­so da comprare in Italia e io ho messo in mo­to le mie conoscenze. Tramite vari interme­diari, otto per la precisione, sono arrivato al­l’archivio del Vasari».

Quindi, sembra di capire, l’affare era or­mai concluso. «Effettivamente — conferma Stepanov — tutto era a posto, tanto che io avevo già preso il compenso per il lavoro ef­fettuato ». E poi? «Poi c’è stato un incidente stradale il 9 settembre, il mio amico è morto. Così tutto è andato per aria, tutto si è ferma­to ». Questa la testimonianza di Stepanov che nelle carte relative alla vendita sembra essere indicato come acquirente. La testimonianza chiarisce alcune cose, ma apre anche tanti al­tri interrogativi. Intanto il misterioso oligar­ca. In Russia esistono siti internet specializza­ti (come Avto.ru o gai.ru) che danno conto di tutti gli incidenti stradali e riportano i nomi delle persone, minimamente conosciute, coinvolte. Il 9 settembre in Siberia è avvenu­to un solo incidente di rilievo: un camion ca­rico di legname è finito su sei auto a Tomsk, non lontano da Krasnoyarsk, città dalla quale vengono diversi dei dirigenti della Ross Group (in buona parte ex militari).

Ma nes­sun oligarca noto è morto quel giorno. E allo­ra? La storia potrebbe essere una copertura? Non lo sappiamo. Certamente si può dire che ai venditori dell’archivio Vasari aver trovato un acquirente disposto a sborsare 150 milio­ni faceva comodo comunque. Se lo Stato in­fatti avesse accettato di esercitare il diritto di prelazione riconosciuto dalla legge, i quattri­ni sarebbero entrati in cassa comunque. Quattrini dello stesso Stato che ha messo in moto l’intera vicenda con un verbale del tri­bunale di Arezzo del 2004, che pignorava l’ar­chivio per un debito che Giovanni Festari ave­va con la Cassa di Risparmio di Volterra.

Qui inizia l’ultimo capitolo della storia del­l’archivio, una storia che si perde nei secoli. Morto Vasari il 27 giugno 1574, tutti i suoi beni dovevano passare alla Fraternità dei lai­ci di Arezzo (ente pubblico dell’epoca) una volta che si fosse estinta la sua famiglia. Que­sto accadde nel 1687, solo che uno degli ese­cutori testamentari, il senatore Bonsignore Rasponi Spinelli, prelevò le carte dell’archi­vio, che rimasero così per secoli nella sua fa­miglia. Disegni e un sonetto di Michelange­lo; lettere di vari papi, documenti di Ameri­go Vespucci e molto altro. Nel 1921 l’archivio venne concesso in deposito perpetuo al Co­mune di Arezzo dalla famiglia Rasponi Spi­nelli. Ma l’ultimo discendente della casata, in punto di morte sposò la propria domesti­ca, Flora Romano, zia di Giovanni Festari. Al­la morte di Flora, nel 1985, Festari subentrò nella successione, divenendo quindi l’erede dei conti Rasponi Spinelli. Negli ultimi anni il conte Festari ha fatto di tutto per ottenere la proprietà dell’archivio che, nel frattempo, ha visto aumentare la sua valutazione econo­mica. Nel 2006 il tribunale fissò la base d’asta a 1,1 milioni di euro. Pochi mesi dopo una nuova perizia fece salire il valore a 1,8 milioni e il giudice ordinò la vendita (20 di­cembre 2007) con una base d’asta di 2,5 mi­lioni. Ma Festari intervenne: pagò il debito di 400 mila euro con la banca e mise fine alla vendita.

Nel frattempo, però, è scattato il vincolo pertinenziale, visto che gli organismi pubbli­ci interessati non erano riusciti a ottenere la proprietà dell’archivio. Le carte sono dei Fe­stari, ma non possono essere mosse dalla ca­sa- museo del Vasari.

I tentativi di trovare un acquirente sono proseguiti e negli ultimi anni si è parlato di varie ipotesi. Una stima fatta da un certo stu­dio Contin ha portato il valore delle carte a cinquanta milioni. Secondo voci che circola­no ad Arezzo, l’università di Yale, dove sono custoditi altri documenti del Vasari, avrebbe offerto proprio cinquanta milioni. Un altro possibile acquirente avrebbe fatto la cifra di settanta milioni.

Ma Festari ha continuato la sua ricerca, fi­no a trovare i russi della Ross Group.

L’ultima notifica di trasferimento del be­ne (cioè della sua possibile vendita) è stata recapitata alla Sovrintendenza il 23 settem­bre. Porta la data del 9 settembre. Proprio il giorno in cui il misterioso oligarca russo sa­rebbe morto nell’incidente stradale. Poco più di un mese dopo è morto anche Giovan­ni Festari.

Corriere della Sera, 28/10/2009

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Shanghai rischia di affondare una superdiga la salverà

shangai La città asiatica minacciata. L'acqua dei fiumi respinta dal mare lambisce i palazzi della città

Le case lungo lo Huangpu sono già sotto il livello del fiume. Il Bund è il quartiere commerciale più elegante di Shanghai. L'acqua, respinta dal mare, minaccia sempre più spesso di allagare alcuni dei palazzi più famosi della Cina. Anche sull'altra sponda i grattacieli di Pudong, secondo i capricci delle maree, finiscono in ammollo.

La metropoli-simbolo della modernizzazione cinese, a sei mesi dall'Expo che presenterà le conquiste del millennio, teme di sprofondare nel delta più esteso del pianeta. L'allarme degli scienziati non delinea uno scenario da The Day After Tomorrow. I dati scuotono però ormai anche il governo di Pechino. Se il riscaldamento globale non sarà fermato, rallentando lo scioglimento di ghiacciai e calotte polari, l'intera costa del Mar Giallo sarà sommersa da un metro d'acqua entro questo secolo. Altri duecento anni e il livello degli oceani aumenterà di cinque metri. Shanghai è tre metri sopra il livello del mare. Le proiezioni della facoltà di Ingegneria di Nanchino disegnano una città incassata tra dighe gigantesche.

Vasti quartieri, a causa del pompaggio sotterraneo delle acque e della costruzione di centinaia di grattacieli, sono però già sprofondati.
Non è un caso isolato. Altre capitali del mondo corrono lo stesso pericolo: Londra, Amsterdam, New York, Il Cairo, Mumbai e Tokyo sono solo alcune di esse. Shanghai e la costa orientale della Cina sono però il luogo più a rischio. In pochi anni, nella regione dello Yangtze, si sono trasferiti quasi cento milioni di ex contadini delle campagne interne. Le paludi bonificate, sommerse dal cemento, cedono. Porti, ponti, aeroporti, zone industriali, città: il mare avanza. I fiumi più grandi dell'Asia non riescono più a scaricare l'acqua nell'oceano. "Non affogheremo domani", dice Zheng Hongbo, direttore dell'Istituto di scienza della terra di Shanghai, "ma che ci piaccia o no questo è un problema da affrontare subito".

La crescita dei fiumi, ogni giorno, spinge montagne di melma contro le chiuse e gli argini che proteggono il centro. All'alba e al tramonto una diga alta cento metri, dove il fiume Suzhou si getta nello Huangpu, viene aperta e chiusa per regolare un labirinto di canali. Piene e cicloni, in un clima sconvolto, negli ultimi mesi hanno però spaventato gli scienziati. "Shanghai", dice Shikang Ma, custode della diga principale, "è protetta fino ad un massimo di 5,9 metri. Pensavamo di essere al sicuro per mille anni. L'ultimo tifone ha creato invece un'onda da 5,7 metri. Un uragano come Katrina ci sommergerebbe con 8,5 metri d'acqua".

Il governo cinese sta studiando la costruzione di barriere più alte. I tecnici, da mesi, sono al lavoro a Londra, in Olanda e a Venezia. L'idea è di costruire un sistema di dighe mobili, proprio sull'esempio del contestato Mose nella laguna veneta. "Il problema", dice Sang Baoliang, direttore del Shanghai Flood Control Headquarters, "è che ogni anno le ricerche prevedono innalzamenti maggiori. Oggi pensiamo a dighe trenta chilometri a valle rispetto alle città. Ma nessuno al mondo sa dire quanto alte dovranno essere". Lo spettro è l'esodo di milioni di persone che vivono sulla costa. "Ma la verità", dice Edward Leman, consulente del più importante centro di ricerca di Ottawa, ingaggiato dalla Cina, "è che non siamo pronti. Nessuna amministrazione dispone di progetti esecutivi: parliamo di opere che richiedono poi anni per essere realizzate".

La Repubblica, 22/10/2009

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ottobre 19, 2009

Lettera di un prete a Berlusconi

berlusca_santo Paolo Farinella
Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo.

  • Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materia di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:

  • Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari. Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati.

  • Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:

  • Legittimità elettorale e dignità etica
    Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della
    maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.

    Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.


  • Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado
    inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di
    leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».

    Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di
    Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.

    Essere «alto» ed essere »grande»
    Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di
    sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto.

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Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.

Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).

La maledizione italiana
A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come
stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere
ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione si legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.

Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei«comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.

Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino di sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.

Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in TV a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra.

Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.

Spergiuro
Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciono al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovic Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?

Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini»(De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il G8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.

Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo Presidente del Consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.

Affari privati o deriva di Stato?
Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in TV attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere TV o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?

Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore.
Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse Presidente del
Consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (TV) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo?
Perché Mara Carfagna posava nuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria?

Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi
guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può
ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veronica Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.

Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato
nel momento stesso in cui è andato nella TV di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.

Strategie convergenti
Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte, a servizio del bene comune, a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.

Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno itrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangente è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.

Ripudio
Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità.

Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di
cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come Presidente del Consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza

Io, Paolo Farinella, prete, ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.

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Ru486, c'è il via libera dall'agenzia del farmaco
pillola Modalità di utilizzo "E' rimesso alle autorità competenti di assicurare che le modalità di utilizzo della specialità medicinale Mifegyne ottemperino alla normativa vigente in materia di interruzione volontaria di gravidanza". Il cda dell’Aifa ha dato formale mandato al direttore Guido Rasi di stilare la determina tecnica per l’utilizzo della pillola abortiva, ultimo passo, prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale, per la concreta disponibilità della pillola abortiva negli ospedali del nostro paese. 


Fazio sulla compatibilità con la 194 Il viceministro alla Salute, Ferruccio Fazio, definisce "un atto dovuto" il via libera atteso oggi dal cda dell’Aifa alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale della delibera per la vendita della pillola abortiva Ru486. In ogni caso, a suo parere, eventuali approfondimenti sulla compatibilità con la legge 194 sull’interruzione di gravidanza spettano al parlamento. "La vedo come un atto dovuto - ha detto il viceministro riferendosi alla pubblicazione prevista comunque non prima del 19 novembre - visto anche che la pausa di riflessione, auspicata alla luce dell’indagine conoscitiva aperta dalla commissione Sanità del Senato, mi sembra che sia stata presa. Poi l’ultima parola verrà data dal parlamento" per le modalità di impiego in armonia con la legge 194. "Il parere dell’Aifa - ha continuato - attiene alla sicurezza e alle modalità tecniche d’impiego. A seguito di richieste del parlamento queste modalità possono essere integrate".

I vincoli La delibera stabilisce alcuni vincoli nell’utilizzo della pillola: "L’impiego del farmaco deve trovare applicazione nel rigoroso rispetto dei precetti normativi previsti dalla Legge 22 maggio 1978, n.194 a garanzia e a tutela della salute della donna; in particolare il farmaco deve essere assunto in una delle strutture sanitarie individuate dalla citata Legge 194/78 ed alle medesime condizioni ivi previste, sotto la stretta sorveglianza di un medico del servizio ostetrico ginecologico cui è demandata la corretta informazione sull’utilizzo del medicinale, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative e sui possibili rischi connessi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse segnalate, quali emorragie, infezioni ed eventi fatali".
La tempistica L’agenzia del farmaco precisa: "L’assunzione del farmaco deve avvenire entro la settima settimana di amenorrea e deve essere garantito l’accertamento dell’espulsione dell’embrione e la verifica di assenza di complicanze con idonei strumenti di imaging".
La pillola abortiva potrà essere usata anche in Italia: la delibera che autorizza il suo impiego negli ospedali sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e diventerà esecutiva entro un mese. Lo ha deciso il cda dell’Aifa (Agenzia italiana farmaco), approvando la delibera già presentata il 30 luglio scorso, che prevede il "rigoroso rispetto" della legge 194, l’obbligo di assumere il farmaco nelle strutture sanitarie individuate dalla legge ed entro la settima settimana di amenorrea, col vincolo del ricovero fino all’espulsione del feto, e l’attento monitoraggio di tutto l’iter abortivo.
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Stefania e la sua eroina medioevale "Combatteva il potere con le parole"

Sceglie un'ambientazione inizio quattrocentesca, per il suo esordio dietro alla macchina da presa. Ma i costumi e le scenografie tardo-mediovali non devono ingannare: perché con "Christine Cristina" - storia di una poetessa che riuscì ad affermarsi nel mondo letterario, lottando contro maschilismo e conformismo - Stefania Sandrelli vuole parlare anche del nostro presente. Di concetti eternamente attuali: come la fatica dell'emancipazione femminile. O come il potere eversivo della parola, almeno quando non è al servizio del potere.


E la neoregista sotttolinea subito l'aspetto "politico", in senso lato, dell'operazione: "Ho voluto parlare proprio di questo - conferma - del potere eversivo del linguaggio. Non a caso ho partecipato alla manifestazione di piazza del Popolo, ed ero felicissima di esserci: spero che da questo punto di vista non si molli. Roberto Saviano, da quel palco, ha detto proprio ciò che uno dei miei personaggi dice sullo schermo: e cioè che verità e potere non possono andare d'accordo".


Il tutto attraverso una pellicola - di scena oggi, fuori concorso - che è un ritratto di donna forte, indomita, madre affettuosa ma anche decisa a non subire e a lasciare il segno, coi suoi scritti, nel mondo in cui visse. Siamo in Francia: Cristina da Pizzano (Amanda Sandrelli), di origine italiana, è la vedova di un cavaliere caduto in disgrazia. Così, alla morte di Carlo V, rimane senza nulla, e finisce per essere ospitata in una barca cadente ancorata in un fiume dalla ex tata Thérèse (Paola Tiziana Cruciani), moglie del poeta e menestrello Charleton (Alessandro Haber). Ma la spontaneità dei versi dell'uomo, e soprattutto di quelli modernissimi e caustici di Cristina, danno fastidio ai Borgognoni, in quel momento al potere, e soprattutto al "vate" di corte Gontier (Stefano Molinari). E malgrado l'amicizia e la protezione del bel monsignore Gerson (Alessio Boni), per la nostra eroina la strada sarà tutta in salita...


"Per il mio esordio - spiega Stefania - ho rubato dai miei maestri, come si fa nella musica: io mi sono nutrita alla fonte del sapere, ho lavorato coi grandi. Germi, Bertolucci, Scola: sono stata sempre molto curiosa, li spiavo, cercavo di capirli. Molti di loro mi hanno detto che io, come ape, prendo il meglio delle persone. In fondo, ogni attore sogna di andare dall'altra parte delle barricate. Ci ho provato vent'anni fa, con un progetto dal titolo 'Buongiorno amore', ma ho trovato tutte le porte chiuse. Il discorso si è chiuso. Fino a qualche anno fa, quando guardando una vetrina di una libreria ho visto su una copertina un volto di donna: era Christine, che poi è diventata la protagonista del mio film. Anche in questo caso, più che scegliere, sono stata scelta".

Per il resto, si tratta di "un film che celebra la grazia e la forza femminile - commenta la Sandrelli - che dice da dove veniamo noi donne". Quanto alla scelta di sua figlia per il ruolo della protagonista, la spiega così: "Ho trovato in lei una disponibilità, una bravura, un affetto che forse solo lei poteva darmi. Poi lei è un po' come Christine, il suo lato tenerello-buffetto. Anche lei non ha fatto qualsiasi cosa nella sua carriera, pur di apparire.".

 

E Amanda, seduta accanto a lei, conferma: "Mi sono fidata della sua scelta, credo che abbia la saggezza e l'istinto sufficienti per scegliere ciò che le serviva. La gestazione del film è stata lunga, ho avuto il tempo di conoscere bene, a fondo, il mio personaggio. Dopo di che, mi sono lasciata andare come mai avevo fatto, nella vita". Dunque tutto bene? "A parte il fatto che anche sul set mia madre mi inseguiva con la spremuta d'arancia...".

La Repubblica, 16/10/2009

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ottobre 08, 2009

Finiscono all'estero i soldi per la ricerca
Bravi e ben formati, i ricercatori italiani, ma se ne vanno o se ne sono già andati: scelgono i laboratori e i centri di ricerca all'estero per portare avanti i loro studi. L'Italia non solo non argina la fuga dei cervelli, non riesce nemmeno ad attrarre scienziati da altre parti del mondo.


È la fotografia che ci consegna l'Erc, l'European Research Council, la cassaforte che finanzia idee e progetti scientifici provenienti da ogni parte del mondo che verranno realizzati in Europa: nello Starting Grant 2009 saranno distribuiti 325 milioni di euro.

Per i ricercatori italiani medaglie e spine. Siamo i più numerosi ad allungare la mano per cercare soldi, quasi una corsa all'oro: su 2.503 domande, quelle degli italiani sono 434 (nel 2007 erano state persino1600). "Segno che abbiamo fame" dice Claudio Bordignon, direttore del San Raffaele di Milano che con il direttore della Scuola Normale di Pisa, Salvatore Settis è nel consiglio scientifico dell'Ecr. Siamo anche primi nella classifica di chi li ottiene: 32, meglio di noi nessuno, al pari la Germania, a seguire la Francia. Un primato pure per le ricercatrici: le italiane sono quelle con più progetti approvati, 10 (la media delle quote rose in generale si assesta al 23%).


Le spine: dei 32 progetti italiani vincitori, ben 18 verranno realizzati oltre frontiera, soprattutto nel Regno Unito (8) e in Francia (4). Così precipitiamo al settimo posto nei Paesi che ospitano le ricerche più innovative. Sul podio sale il Regno Unito (43), la Francia (31) e la Germania (28). Perché? Carenza di laboratori, macchinari, centri di eccellenza? "In parte, ma il problema generale è la mancanza di prospettiva di carriera" spiega Settis. Il finanziamento dell'Ecr dura cinque anni: "è chiaro che un ricercatore si chiede: e dopo? Cosa potrò fare in quel posto, in quel Paese?".

Altro indizio preoccupante: nei Grant 2009 sono soltanto due i ricercatori stranieri (un fisico olandese a Padova e una oncologa romena a Milano) che hanno scelto l'Italia per realizzare i loro studi. "Che i nostri ricercatori vadano all'estero è un bene, semmai riflettiamo sul perché non rientrano e su perché da fuori nessuno venga da noi a fare ricerca" dice Bordignon. Oggi alla Normale ci sarà una giornata proprio dedicata all'analisi dei risultati dei bandi 2009: l'European Research Council distribuirà dal 2007 al 2013 qualcosa come 7,5 miliardi di euro attraverso una iper-selezione realizzata attraverso i giudizi di scienziati revisori che sono al top delle singole discipline: dalle scienze umane e sociali, a quelle della vita, dalla fisica e all'ingegneria. Un grande investimento, una sfida per cercare di spostare più in là la conoscenza, l'innovazione e lo sviluppo.


Nella lista dei vincitori c'è chi come, Licia Verde, a Barcellona indagherà sulle origini dell'universo, Leonardo Guidoni che dall'ateneo dell'Aquila e della Sapienza studierà i modelli per capire il funzionamento molecolare degli enzimi e promette di assumere due ricercatori italiani migrati oltre confine; c'è chi come Paolo Benigno della Luiss esplorerà cosa succede nelle economie quando ci sono delle rigidità salariali. I 237 progetti approvati, riceveranno fra i 500 e i 2 milioni di euro, somme elevate rispetto alla media dei normali finanziamenti nazionali.


"In Europa nessuno ha i concorsi accademici bloccati da quattro anni - spiega Settis -. L'hanno detto Obama, la Merkel, Sarkozy: in tempi di crisi bisogna investire sulla ricerca, non fermarla. Serve che al governo qualcuno lo capisca. E invece ci sono i fondi per il ponte sullo Stretto, i fondi per la Tav italiana anche se costa 4 volte rispetto a quella francese, ma non ci sono fondi per la ricerca. Deve scattare una scintilla nella mente di chi ci governa. Possiamo sperarci?".


La Repubblica, 08/10/2009


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ottobre 02, 2009

"Un uso scellerato del territorio" L'accusa dei geologi siciliani

geologi_siciliani Era annunciato anche questo. Come molti altri disastri che hanno a che fare con nubifragi (in fondo solo nubifragi) che si abbattono in zone del Paese dove la pianificazione del territorio è stata, è,
e purtroppo sembra che sarà, solo un'opzione trascurabile.

E' dunque la solita storia di licenze e di costruzioni abusive, senza regole, il risultato dell'applicazione del celebre metodo: "Se hai un amico nel posto giusto puoi fare quello che vuoi". Il presidente dell'Ordine dei geologi della Sicilia, Gian Vito Graziano, commenta così gli effetti del nubifragio che si è abbattuto nella notte sul Messinese, provocando morti e distruzione.

Nella vita si incontrano - in momenti spesso duri e difficili - persone straordinarie. Una di queste è Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo che ha pagato con la vita la difesa della toga e la ricerca della verità anche sui contesti che condussero alla morte di Giovanni Falcone. Salvatore è stata una delle persone che mi ha dato la maggiore carica in questi anni terribili. Lui non può immaginare quanto mi sono commosso quando lessi la sua lettera immensa il giorno in cui mistrapparono le indagini. Essere amico di Salvatore - il fratello di un magistrato che per me è stato un mito negli anni in cui preparavo il concorso in magistratura - vale anche una toga strappata. Dissi un giorno ad un dibattito che non c’è sanzione disciplinare che tenga di fronte alla solidarietà che ho ricevuto da lui.


"Nelle zone a sud di Messina, ma anche in altre province come Palermo, ogni anno si ripropongono sempre gli stessi problemi avvicinandosi ai mesi più piovosi. Oggi - prosegue il professore - esistono strumenti di pianificazione regionale avanzati, che ci fotografano la situazione quasi in diretta, ma non si interviene. La colpa è di un'assenza cronica di fondi, ma anche la manutenzione ordinaria, come la pulizia di canali, fiumi e tombini, non viene fatta".


"Quella del Messinese è una zona con una situazione idrologica molto diffusa, con grandi e piccoli torrenti: che già di per sè rappresentano un reticolo idrografico diffuso in grado di produrre una certa instabilità. Se poi a questo si aggiungono la non manutenzione e un uso scellerato del territorio, con costruzioni che non dovrebbero esserci, il quadro è completo", dice ancora Graziano.


Il quale dà colpa anche alla confusione che c'è nelle competenze "molto divise" tra Regione Sicilia e protezione civile."Per noi sarebbe importante mettere in atto tutti gli interventi previsti dai piani della protezione civile, regionali e locali, con persone sul posto come sentinelle per prevenire gli eventi. Ma non si sa se si farà mai. In italia purtroppo - conclude Graziano - si vive sull'onda dell'emozione, poi appena smette di piovere finisce anche l'allarme".

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