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marzo 31, 2012

Processo Mills, la cronistoria di un processo infinito dove, su tutto, infatti incombe il rischio prescrizione.
L’utlima puntata del Processo Mills è andata in onda  con la richiesta di condanna a 5 anni di carcere per Sivlio Berlusconi, formulata dal pm Fabio De Pasquale. L’ennesimo episodio di un dibattimento controverso, combattuto, complicato.

Su tutto infatti incombe il rischio prescrizione. Per i legali di Berlusconi la data era quella dell’8 gennaio, o, al massimo, il 3 Febbraio.

Per il Tribunale di Milano il 14 Febbraio (quindi il reato di fatto è già prescritto). Per il pm De Pasquale invece il termine sarebbe compreso tra il 3 maggio ed il 17 Luglio. Un finale quindi ancora misterioso per una vicenda giudiziaria cominciata 7 anni fa.

- Nel 2005 Silvio Berlusconi è indagato a Milano per corruzione in atti giudiziari. Per il pm Fabio De Pasquale nel febbraio 1998 avrebbe versato circa 600mila dollari a David Mills, avvocato inglese, per avere testimoniato il falso in due processi in cui è stato imputato: quello sulle tangenti alla GdF e quello sul finanziamento illecito da parte della società All Iberian.

Berlusconi nega: “Mai dati quei soldi a Mills”.

- Niccolò Ghedini e Piero Longo, legali di Berlusconi, criticano l’assunto di base: perché è vero che in quei due processi Mills era stato sentito, ma come teste a favore dell’accusa. E la difesa di Berlusconi si era sempre opposta alla sua audizione, chiedendo, anzi, che Mills fosse incriminato.

- il 5 Marzo 2006 Mills, indagato dal fisco inglese, rivela che in realtà il denaro gli è arrivato dall’armatore napoletano Diego Attanasio: la tesi del versamento da parte di Berlusconi è stata solo un escamotage per non pagare le tasse sulla parcella.

- Il Fisco inglese stabilisce che i 600mila dollari non sono, come dichiarato da Mills, una donazione (atto esentasse in Gran Bretagna) proveniente da Berlusconi, ma il corrispettivo di una prestazione professionale. Mills viene condannato a Londra a pagare 230mila sterline tra imposte, sanzioni per l’evasione fiscale ed interessi.

- Il 30 ottobre 2006, a Milano, Mills e Berlusconi vengono rinviati a giudizio dal Gip Fabio Paparella ed il processo inizia il 13 marzo 2007 davanti alla decima sezione oenale presieduta da Nicoletta Gandus.

- Secondo la Procura, all’inizio del processo, il presunto reato si sarebbe verificato il 2 febbraio 1998, data in cui Berlusconi avrebbe versato la somma. Ma il 14 dicembre 2007 il pm sposta la data al 29 febbraio 2000, quando Mills si sarebbe intestato le quote di un fondo usando i 600 mila dollari.

- Il 19 giugno 2008 Berlusconi ricusa la corte perchè Gandus avrebbe manifestato “avversione politica” (con appelli firmati, partecipazioni a manifestazioni…) e criticato pubblicamente l’attività legislativa del suo governo. Il 18 luglio la recusazione viene respinta dalla Corte d’appello.

- Il 4 ottobre 2008 la posizione di Berlusconi, divenuto Presidente del Consiglio, viene stralciata perchè il lodo Alfano sospende i procedimenti contro le cinque più alte cariche dello Stato.Il processo da questo momento va avanti contro il solo Mills.

- Il 17 febbraio 2009 Mills viene condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi. Il 27 ottobre 2009 la Corte d’Appello conferma la sentenza. Ma il 25 febbraio 2010 la Corte di Cassazione, a sezioni unite, annulla la condanna perchè il presunto reato è già estinto dal 23 dicembre 2009 per intervenuta prescrizione. Secondo i supremi giudici, infatti, il reato si sarebbe consumato prima del momento indicato dal Tribunale di Milano: e cioè l’11 novembre 1999, quando Mills dà un ordine per l’investimento dei 600mila dollari.

- Il 27 novembre 2009 riprende il processo contro Berlusconi perchè il 7 ottobre il lodo Alfano è stato dichiarato incostituzionale. Cambia la corte: a giudicare è sempre la Decima sezione penale, ma ora è presieduta da Francesca Vitale.

- il 18 giugno 2011 Attanasio viene interrogato e nega di aver versato i 600 mila dollari a Mills. Aggiunge, però, di avere “firmato diversi documenti in bianco, perchè Mills mi dise che gli servivano per gestire i miei soldi.
- Il 19 settembre 2011 la corte cancella dieci testimoni “superstiti” della difesa (che all’inizio del processo ne aveva presentati 82, ma se n’era visti ammettere soltanto 15), molti dei quali da interrogare attraverso una rogatoria in Gran Bretagna.

- Il 22 dicembre 2011 David Mills, ascoltato come teste in teleconferenza da Londra, conferma che i 600 mila dollari gli sono arrivati dall’armatore Attanasio: è stato solo per sottrarli al fisco inglese, spiega, che ha dichiarato di averli ricevuti dal gruppo Berlusconi.

- Nel gennaio 2012 le udienze accelerano allo scopo evidente di evitare l’imminente prescrizione. Giovedì 26 gennaio la corte si contraddice e cancella, dopo averli ammessi, altri tre testi della difesa: sono “superflui”.

- Venerdì 27 gennaio la difesa di Berlusconi ha ricusato la corte per “il suo manifesto orientamento alla condanna”. In attesa della Corte d’Appello, che dovrebbe pronunciarsi dal 18 al 23 febbraio, però, il processo va avanti. E in base alla recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sezioni unite penali, sent. 23122 del 2011) potrebbe anche arrivare a sentenza.

- Mercoledì 15 febbraio il pm De Pasquale ha chiesto per l’imputato una condanna a cinque anni di reclusione.

- Il 18 febbraio inizia la camera di consiglio della Corte d’appello di Milano sulla richiesta di ricusazione e può durare al massimo cinque giorni.

- La sentenza arriverà presumibilmente il 25 febbraio. La prescrizione sarà intervenuta, quindi verrà sicuramente considerata nulla in seguito, ma l’effetto politico sarà inevitabile.
fonte: Panorama
 

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marzo 26, 2012

Eternit, la rabbia delle 700 famiglie che non hanno ottenuto l'indennizzo immediato.
Erano in aula, hanno atteso per tre ore la lettura della sentenza, ma alla fine dal tribunale sono usciti "a mani vuote" e senza un perché.

A tre giorni dagli applausi per la storica condanna dei manager dell'Eternit a 16 anni di carcere, quasi la metà dei familiari delle vittime dell'amianto ora prova rabbia e amarezza, interpella gli avvocati, si riunisce per capire cosa fare: sono i "fantasmi" della sentenza, centinaia di persone il cui nome e cognome non compare nell'elenco di chi ha diritto al risarcimento, e che ora sospetta una disparità di trattamento.

Gente che ha perso il fratello, un figlio o un marito per colpa dell'amianto esattamente come nella famiglia del vicino di casa, ma che è stata "inspiegabilmente" esclusa o dimenticata. Non si tratta delle vittime di Bagnoli o Rubiera, per le quali la prescrizione è stata indicata. Sono scomparsi familiari ed ex operai di Casale Monferrato e Cavagnolo. Il numero eccezionale delle parti civili del resto porta la conseguenza, secondo gli avvocati, di qualche svista ed errore.

"Finora abbiamo contato almeno 700 persone sparite senza ragione - ha spiegato Nicola Pondrano della Camera del Lavoro di Casale - ci sono parti mancanti di famiglie, vedove con un figlio risarcito e l'altro no: la gente è imbufalita, è un bombardamento di telefonate". È il caso ad esempio dell'insegnante Antonietta B.: a differenza di suo figlio minorenne (uno dei probabili dimenticati), solo lei avrà diritto a una provvisionale per il
marito morto nel 2001.

Una situazione paradossale, visto che il polverino utilizzato dal suocero per lastricare il cortile di casa alla fine degli anni '60 aveva poi sterminato l'intera famiglia, causando il mesotelioma anche alle due sorelle. Eppure la nipote, minorenne come suo figlio, potrà avere il risarcimento. "È un'ingiustizia - commenta - lui ha diritto ad avere dei soldi come sua cugina che ha perso la madre nello stesso modo e per la stessa malattia".

"Che ci siano errori è certo e chiederemo la correzione - dice l'avvocato di parte civile Sergio Bonetto - Assisto 500 famiglie di Casale e Cavagnolo: ci sono nomi storpiati e disparità. Il 20 per cento di loro è "sparito" dall'elenco, e solo il 18 per cento circa riceverà la provvisionale. Tutti gli altri non hanno l'indennizzo immediatamente esecutivo.

Capire le ragioni al momento è un mistero, bisogna attendere le motivazioni". Tra gli errori palesi, del resto, c'è persino il nome di uno dei due condannati: il barone belga si chiama infatti Louis De Cartier e non Jean Louis, che è invece suo figlio. "Ci sono stranezze come il fatto di citare a volte sì altre no come responsabili civili oltre all'imputato anche le aziende - ha invece spiegato l'avvocato Laura D'Amico - Ma, oltre all'errore, può essere che non sia stata raggiunta una prova certa o che siano state respinte domande con esposizioni molto risalenti nel tempo, o che siano state raggiunte transazioni".

Le parti civili ammesse al processo erano oltre 6000. Di queste, secondo la sentenza, 1897 potranno ottenere il risarcimento con un processo civile, circa 850 hanno ottenuto provvisionali tra i 30 e i 35mila euro. Per gli altri, secondo il giudice, la domanda è al momento respinta.

Intanto ieri il pm Raffaele Guariniello e il procuratore capo Giancarlo Caselli sono comparsi davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sugli infortuni per discutere della necessità di creare una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro e di un intervento per modificare la norma che prevede la rotazione dei pm e lo smantellamento del pool che ha lavorato sui casi Thyssen ed Eternit.
fonte: Repubblica
 
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marzo 16, 2012

Tangentopoli confronto, vent'anni dopo, tra uno dei pm di Mani Pulite e l'imputato ora consulente della Cgil.
Confronto, vent'anni dopo, tra uno dei pm di Mani Pulite e l'imputato (allora manager Montedison), uno dei pochi che si è fatto la galera e adesso è consulente (a un euro all'anno) della Cgil.

Per guardare al futuro e capire che, allora, la politica doveva mantenere partiti portatori di interessi veri e che le tangenti erano il punto di mediazione con le imprese. "Oggi siamo alla pura criminalità economica. E il cittadino si sente indifeso".

"Ah, ho capito, volete giocare a guardia e ladri", dice Sergio Cusani, indimenticabile imputato unico del "padre di tutti i processi" di Tangentopoli. Parlò poco, ma la diretta tv dedicata al suo processo, con la carrellata di leader di partito a libro paga (Lega Nord compresa) e con le testimonianze di mazzette, polverizzò ogni record d'ascolto, e dette una spallata definitiva alla Prima Repubblica. "Accetto l'incontro solo se guardiamo un bel po' al futuro, altrimenti so che perdiamo tempo, e perde tempo anche il lettore", premette il procuratore aggiunto Francesco Greco. E' l'unico dell'"antico" pool Mani Pulite ancora in servizio permanente effettivo, l'"Highlander" superstite al quarto piano della procura.

 L'appuntamento è all'ora di colazione in un ristorante dietro il palazzo di giustizia. Di vista ci si conosce in tanti, a un tavolo poco lontano siede il giudice Tarantola, proprio quello che condannò Cusani. Poi spuntano avvocati, carabinieri, magistrati, giornalisti. Una signora riconosce Cusani e spiega alle amiche: "Eh, già, sono vent'anni da Mani pulite, era il 17 febbraio del '92 quando arrestarono Mario Chiesa. Da allora non è cambiato niente, "come prima, più di prima, ruberò"". Un collega saluta: "Vent'anni dopo, cavolo, ci pensi?, è cambiato tutto. Allora c'erano i politici, ora ci sono professori e banchieri".

I giornali non si fermarono e fu il panico. Insomma, è cambiato tutto o non è cambiato niente? Che cosa si può dire di vero vent'anni dopo Tangentopoli? "Se vogliamo capire, dovremmo fare una specie di "punto nave"", riassume Cusani, e Greco approva. I due hanno un rapporto curioso, in parte sono reduci, in parte sono proiettati al futuro: una sorta di esigenza di "fare qualche cosa" li accomuna. E Cusani - va detto - non si è riciclato: dopo il carcere (su più di 1.400 condannati, uno dei pochi a scontarlo) s'è esfiltrato da tutto, fa il consulente della Fiom e della Cgil, per un euro all'anno, sempre affaccendato tra Milano e dintorni.

Dunque, signori, dove siamo? Un primo sguardo al passato rivela un aspetto inedito anche per chi scrive: "No, l'arresto di Mario Chiesa dentro la Baggina, che molti ritengono il punto di rottura, non fece scattare un particolare allarme rosso nella politica e nelle imprese, figuriamoci. In quegli anni i politici si sentivano così potenti che ognuno pensava che ci fosse un burattinaio dell'inchiesta, un psi, un dc, all'inizio non si creò panico. E la magistratura era considerata consonante con il potere politico", diciamo pure controllabile.

E allora, Cusani, quando capiste che poteva cadervi sulla testa la valanga di arresti e indagini che poi ci furono? "Quando i giornali non si fermarono. Nessuno ne fu capace". Vent'anni fa, in effetti, noi di Repubblica - le raccolte dei giornali sono là, a testimoniarlo - demmo per primi moltissimo spazio al pool Mani pulite e agli interrogatori, chiamammo quello che accadeva Tangentopoli e il nome dilagò. Il primo arrestato era socialista, e cioè del partito di Bettino Craxi, che Eugenio Scalfari, il direttore, aveva ribattezzato Ghino di Tacco, come il bandito che chiede il pizzo a ogni passaggio, metafora del funzionamento italiano del sistema delle tangenti, comune a tutti i partiti governativi. Dopo un po', l'ondata giornalistica divenne uno tsunami, "anche perché irruppe sulla scena della comunicazione la televisione, con le sue dirette a ritmo incessante", ricorda Cusani. E Bettino Craxi non ebbe allora il trattamento di favore del "giornalismo salvaguai" (copyright Clemente Mimun) di cui disporrà poi Silvio Berlusconi.

Segretari politici e amministrativi. Cusani aggiunge anche un'altra sfumatura inedita dell'epoca: "Mentre i segretari politici si facevano la guerra, senza esclusione di colpi, i segretari amministrativi si sentivano in continuazione, dovendo trovare tutti la soluzione al medesimo problema, mantenere gli enormi apparati territoriali dei partiti", e fare i conti delle mazzette. "Perciò si erano passati un'idea: "Prendiamo dall'elenco degli iscritti, che non sanno nulla, 500 nomi ogni mese, e fingiamo che ciascuno faccia una donazione sotto i 5 milioni di lire, non dichiarabili. In questo modo trasformiamo le somme in nero in finanziamenti ufficiali", e così andò, praticamente una lavanderia legale", e sicuramente bancaria.

Man mano che emergeva la verità, man mano che crescevano gli spazi alle cronache degli arresti per mazzette, l'opinione pubblica si schierò subito contro i politici. "A volte - spiega Greco - esistono delle alchimie impreviste. Se Antonio Di Pietro riusciva a fare interrogatori impensabili, e mi ricordo la sua domanda, "Ma in punta di diritto, i soldi li hai presi o non li hai presi?", tutto il nostro gruppo, il pool, interagiva.

Colombo, con il suo passato nelle indagini sui fondi neri e la P2, Davigo, che aveva affondato il crimine organizzato, io che mi ero sempre occupato di criminalità politico-finanziaria, con Icomec, Lombardfin, metropolitana milanese. Eravamo liberi e ci misero insieme e, come coordinatore, avevamo D'Ambrosio, anziano, esperto, e rimasto uno "di battaglia". E Borrelli, procuratore capo, grandissimo magistrato, raffinata testa pensante, a farci da chioccia. A volte, ci dicevamo, è incredibile, non resiste nessuno. E se subivamo un attacco politico, l'opinione pubblica, finalmente informata dei fatti, ci dava sostegno...".
Alcuni odiatori di Mani pulite hanno la paranoia dei complotti, ma Tangentopoli è una storia ben più complessa delle loro ossessioni, persino l'"Avanti!", il quotidiano socialista dava le notizie, l'Italia ne aveva fame, e quando scoprì il "sistema delle tangenti", ne fece indigestione.

"Oggi si ruba per sé". Gli occhi chiari del magistrato Greco, al paragone con quello che accade oggi, si rannuvolano: "Oggi, quando arrestiamo qualcuno, per esempio un dirigente dell'Enel che s'era preso 20 milioni, scopriamo che si tiene i soldi tutti per sé. Allora, quando scoprivamo un episodio di corruzione in un'azienda pubblica, emergevano flussi di denaro in direzione di tutti i partiti". "Perché - ripete Cusani - allora bisognava sostenere sezioni, correnti, dibattiti, congressi, campagne elettorali, oggi è diverso". Il procuratore aggiunto è d'accordo: "Sì, se pure qualche somma di denaro oggi finisce al politico, resta al politico, fine. Questo è un grande cambiamento criminale che racconta però il grande cambiamento della nostra politica. La tangente, ai tempi di Mani pulite e anche prima, era il punto d'incontro. Era la sintesi, sbagliata finché si vuole, e infatti perseguita penalmente, tra la politica e l'imprenditoria. Cioè tra due soggetti diversi... I partiti avevano allora un ruolo di mediazione tra tutti gli interessi del Paese, quello dei cittadini, dei lavoratori, delle imprese, delle chiese e via dicendo".

"La storia di Tangentopoli infatti non può essere letta come un unico filo, ma è un grande ordito. Mi spiego meglio. Oggi - dice Cusani - si parla molto di "Alta velocità" nelle ferrovie, bene, il programma degli appalti comincia prima del '92, ma in che modo? Se c'erano cento imprese a spartirsi i lavori, in quell'occasione non si volle avere a che fare con troppi interlocutori. Venne deciso dall'alto che le società capofila degli appalti dovessero essere solo tre. C'erano Fiat, l'Eni, Iri, ma tagliano fuori la Ferruzzi Montedison di Raul Gardini, il secondo gruppo privato italiano. E così intervengo con i partiti, per farci rientrare in quello che sarebbe stato il grande "appalto-Paese"".

Le intermediazioni lasciano tracce, così come i pagamenti estero su estero, "e infatti - puntualizza il procuratore aggiunto - quasi nessuno parla di quanto siamo grati alla Svizzera, con Carla Del Ponte. Attraverso le rogatorie, ci davano velocemente gli estratti-conto, sapevamo chi aveva dato e preso denari e bonifici". Lasciano tracce anche i gigantismi dei congressi dei partiti di governo ("Lei ha l'onore di contribuire alla campagna del nostro partito", si sentivano dire gli imprenditori che pagavano in nero), così come i disinvolti comportamenti personali: i puff con i lingotti d'oro, il politico che mantiene un voto mandando un imprenditore a dare a un santuario una "elemosina che non si può rifiutare". Migliaia furono gli interrogatori, fatti e reati sono stranoti, ma il "punto nave" della lettura del Paese attraverso Tangentopoli che cosa dice oggi?

Le cricche e i tecnocrati. "I partiti, screditati, perdono immagine e funzione, e gli imprenditori, con Berlusconi, entrano direttamente nella politica. Non portano più diritti e doveri dei cittadini, ma portano interessi. Interessi privati e collettivi. E comincia anche la politica dell'annuncio", dice Cusani. "E io dalla mia scrivania - continua Greco - non vedo più correre le mazzette tra imprenditori e politici, ma mi accorgo che alla crisi della politica corrisponde l'aumento vertiginoso della criminalità economica, con frodi, aggiotaggi, il "finto magazzino", il riciclaggio. C'è un nuovo gangsterismo economico che prospera anche senza partiti. Vedo le grandi imprese che attraverso quella che chiamano ottimizzazione fiscale sottraggono soldi al fisco, alle casse dello Stato, e ridistribuiscono gli utili ai loro top manager, pagando un'aliquota prima del 12,5per cento e ora del 23 per cento, quando sugli stipendi normali il prelievo è del 43 per cento.

E magari questi bonus glieli pagano in parte anche alle isole Cayman o in qualche paradiso fiscale. Una volta, diciamo quando c'era Tangentopoli, il grande capo di una banca guadagnava cinquanta volte di più dell'usciere, ora, in questo nuovo sistema degli imprenditori entrati in politica, guadagna 250 volte, se non di più, tra superstipendio e superliquidazione".

Il cittadino comune ci rimette sempre, le cricche spadroneggiano, i favori reciproci (notti e massaggi con escort compresi), sono il sistema "gelatinoso" vigente. Ma chissà, domandiamo, è attraverso il fisco, attraverso la trasparenza delle dichiarazioni dei redditi, che potrà essere finalmente debellato il sistema basato sulle tangenti, che emergerà il paese "in nero"? Sia Greco, sia Cusani, sono meno ottimisti: "La società italiana è ormai americanizzata, i partiti coincidono con i loro portavoce, Di Pietro, Casini, sino a ieri Berlusconi, o Fini, e si sono svuotati, mentre le lobby prendono il potere. Mai - puntualizza Cusani - si era mai visto, prima di oggi, un grande banchiere tradizionale come ministro economico, o no?". "Se le corporazioni si sono fatte Stato, se tassisti, notai, farmacisti e altri si ribellano, chi è rimasto a proteggere diritti e doveri?", domanda retorico Greco. "Si parla tanto dell'articolo 18, ma non mi pare che sia quello della licenziabilità il primo problema.

Noi magistrati da anni chiediamo che, per il bene del Paese e del cittadino, la vicenda di Tangentopoli servisse a inquadrare meglio lo spessore dei reati, per punire il falso in bilancio, per comprendere la pericolosità delle frodi finanziarie, per tutelare il risparmiatore che ha avuto fiducia di imprenditori e banche. Nel frattempo, la corruzione è stata superata dal traffico di influenze, dal pubblico ufficiale che approfitta della propria funzione e del proprio ruolo. In America danno anche trent'anni di carcere, qui da noi nessun governo osa affrontare la questione. Solo che queste disuguaglianze sociali, in così forte aumento, mi ricordano un po' il clima che c'era negli anni Novanta. C'è gente che rivuole la legalità, difende il diritto di vivere dignitosamente, onestamente".

Si fischia, si manifesta, la disoccupazione fa paura, lo stipendio sicuro che dà il posto fisso pure è un fantasma, "E in Grecia - dice Cusani - la gente campa usando come moneta di scambio l'assegno post-datato, anche dal fruttivendolo. Ci dev'essere una massa monetaria fantasmatica da far spavento". Il "punto nave" dei due sembra dirci che vent'anni dopo Tangentopoli, e dopo le bugie di Berlusconi sullo "state tranquilli, la crisi non esiste", siamo ancora in mare aperto: questo, in fondo, un po' lo sapevamo. Però Greco e Cusani, testimoni del crollo della prima Repubblica, nell'orizzonte confuso cercano a sorpresa una stella. Quella della Politica, e chissà se spunterà.
 
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marzo 14, 2012

L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa.
nigeria_etnica_mapScioperi e proteste, con morti e feriti, si susseguono in un Paese dove le ingiustizie sociali sono sempre più macroscopiche: due terzi dei nigeriani vivono con meno di due dollari al giorno, mentre l’80% delle enormi risorse è in mano all’1% più ricco.

E nel nord del Paese un gruppo terroristico islamico compie attentati che fanno strage di cristiani ed animisti.

L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa. Il primo produttore di petrolio del continente (e l’ottavo al mondo) è sempre più stretto nella tenaglia di durissime proteste sociali e furore religioso. Mentre il governo (guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan) resta distrattamente a guardare applicando inutili e populistiche toppe ad una situazione incandescente, come la proposta di ridurre del 25% lo stipendio dei parlamentari.

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Il 65% dei 160 milioni di nigeriani vive con meno di due dollari al giorno, perché quasi l’80% delle enormi risorse del Paese è saldamente concentrato nelle mani di meno dell’1% della popolazione. Una iniqua distribuzione della ricchezza è alla base dello storico malcontento che produce violenza endemica i cui rivoli si diversificano a seconda delle convenienze del regime al potere.

Cinque giorni consecutivi di sciopero generale hanno paralizzato il Paese ad inizio gennaio (lasciando sull’asfalto almeno una quindicina di manifestanti uccisi da esercito e polizia) e convinto il presidente a ripristinare il 30% del sussidio statale per calmierare il prezzo della benzina.

 Il costo del carburante era infatti raddoppiato dal primo gennaio per decisione unilaterale del governo che ha giustificato la soppressione della sovvenzione statale per ridurre la spesa pubblica ed incoraggiare gli investimenti locali nel settore della raffinazione. Infatti il paradosso della Nigeria è che sebbene l’esportazione di greggio e gas copra il 95% dell’export complessivo, deve poi importare l’85% dei prodotti raffinati per le scarse capacità produttive interne. Un sistema che è andato in cortocircuito e non bastano le promesse dei soliti ricchi di investimenti nella raffinazione in grado di creare anche occupazione e sviluppo.

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Ma a gettare benzina sul fuoco dell’instabilità politica si aggiungono le stragi di cristiani ed animisti nel nord-est del Paese (a maggioranza musulmana) ad opera di un gruppo terroristico islamico chiamato Boko Haram, collegato ad Al Qaeda. La situazione è andata peggiorando quando nella notte dello scorso Natale sono esplose contemporaneamente in alcune chiese cattoliche una serie di bombe che hanno provocato 49 vittime tra i fedeli riuniti per le celebrazioni. La violenza si è allargata a macchia d’olio registrando (al 20 gennaio) complessivamente un centinaio di morti.

I leader della comunità cristiana (che costituisce il 40% della popolazione nigeriana) hanno bollato gli eccidi come «una sistematica pulizia etnica e religiosa». Qualcuno di loro ha anche ipotizzato il ricorso all’uso delle armi per proteggere famiglie e proprietà dal piano dei terroristi che mira a cacciare i cristiani dagli stati federali nord-orientali, impadronirsi dei loro beni e instaurare la legge coranica. Ma nonostante le apparenze non ci troviamo al cospetto di una guerra di religione. La chiesa locale ha sempre rintuzzato facili semplificazioni ad uso e consumo dell’occidente abituato a leggere gli avvenimenti africani con occhiali che ne distorcono la reale comprensione per la mancanza di strumenti adeguati di conoscenza reale.
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La setta di Boko Haram (che in lingua hausa significa «l’istruzione occidentale è peccato») fu fondata da Mohammed Yusuf, un imam dotato di grande carisma, un oratore leggendario con enormi capacità di convinzione. Le sue predicazioni mettevano alla gogna il sistema scolastico, ovvero l’istruzione occidentale con cui sono stati educati i politici nigeriani. Insomma non le solite intemerate contro il consumo di alcolici, l’ascolto della musica e gli abiti discinti. Ma un modo molto più sottile ed incisivo per criticare preparazione e selezione di una classe politica complessivamente avida, corrotta e inadeguata (o apertamente schiava delle multinazionali del petrolio) incapace di governare il Paese più popolato d’Africa.

Boko Haram crebbe nel consenso popolare in pochissimi anni fino alla svolta del 2009 quando l’esercito di Abuja (che aveva fatto finta fino allora di non vedere quanto stava avvenendo) decise un intervento armato che costò la vita a tremila militanti del gruppo fondamentalista asserragliati in una moschea. Fu il salto di qualità per i reduci per far nascere il braccio armato e guadagnare ulteriori consensi anche tra i musulmani moderati. La nuova fase coincise con la grande abilità dei nuovi leader di Boko Haram nel trasformare le rivalità etniche (che storicamente dividono le popolazioni del nord-est sfociando anche in carneficine) in violentissimi scontri di carattere inter-religioso.
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Bisogna tener presente che la Nigeria (composta da 36 stati federali, in 12 dei quali sulla carta vige la sharia, ovvero la legge coranica) è una nazione che proprio per la sua particolare struttura è caratterizzata da profonde diversità etniche, religiose, culturali, linguistiche, in cui i fortissimi squilibri economici e sociali acutizzano le differenze. Nel nord (a maggioranza musulmana) sono stati solo i cristiani a godere dei frutti della modernità, mentre i musulmani hanno sempre rifiutato il progresso.

Nel 1992 ci furono analoghe stragi di cristiani organizzate dai fondamentalisti islamici che si opponevano al progresso occidentale: il governo aspettò che la situazione degenerasse per intervenire con inusitata violenza. Del resto l’autorità centrale non si è mai preoccupata della modernizzazione del nord (a fronte di un sud a maggioranza cristiana, più ricco e sviluppato), concedendo anzi ampio potere agli sceicchi locali. Questo atteggiamento ha così favorito la nascita di oligarchie locali in forte competizione tra loro che hanno caratterizzato la gestione clientelare delle risorse petrolifere, la corruzione, ed hanno alimentato a dismisura la povertà nella stragrande maggioranza della popolazione.
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Non contribuiscono a rasserenare il clima politico le accuse al presidente cristiano Goodluck Jonathan di aver violato la regola (non scritta ma sempre rispettata) dell’alternanza tra un capo di Stato cristiano ed uno musulmano. Jonathan è salito al potere dopo la morte del presidente Yar’ Aduo (di fede islamica) di cui era vicepresidente, senza quindi svolgere l’intero mandato. Per questo ha potuto far valere il suo diritto alla candidatura. Ma oggi è sempre più un uomo solo al comando: abbandonato dal suo stesso esecutivo e dagli alti vertici del potente esercito. Ed a poco è servita anche la sua denuncia che la setta di Boko Haram gode di complicità e connivenze tra le più alte cariche dello Stato.

Il gigante con i piedi di argilla rischia di disintegrarsi.

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Ci sono abbastanza risorse per fare una buona riforma degli ammortizzatori sociali.
ammortizzatori_sociali1Mentre riprendono gli incontri al ministero del Lavoro, continuano a trapelare i particolari della riforma messa a punto da Elsa Fornero.
Una delle novità sarebbe l'istituzione di un fondo per i lavoratori anziani che perdono l'impiego.

Ma oggi sul tavolo c'è il nodo più spinoso: l'articolo 18. Da questa mattina è già in corso un incontro fra il ministro e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.

Tra gli argomenti che saranno toccati anche quello degli ammortizzatori sociali.

Ci sono "abbastanza" risorse "per fare una buona riforma degli ammortizzatori sociali". Lo ha detto il ministro del Lavoro Elsa Fornero in un'intervista registrata a 'Radio Anch'io'. "Queste risorse non verranno attraverso una riduzione della spesa di assistenza", ha spiegato. "Facciamo la riforma sicuramente sapendo che dobbiamo gestire anni di crisi ma la facciamo pensando anche al dopo crisi e pensando a mettere i prerequisiti affinche' l'Italia si avvii alla crescita", ha spiegato il ministro Fornero.

europa-lavoro
Le risorse, ha aggiunto, "verranno da altri capitoli che sono capitoli di spesa che possono essere ridotti e capitoli di entrata che possono essere aumentati". Sulla futura indennita' di disoccupazione, Fornero ha evidenziato che "oggi abbiamo un mercato che ha un discreto sistema di protezione per un ristretto numero di persone. Noi vogliamo dare un qualcosa che abbiamo chiamato assicurazione sociale per l'impiego per le persone che avevano un lavoro e l'hanno perso e perche' possano traghettarsi verso un nuovo lavoro.
Questo nuovo indennizzo per l'impeigo non e' mai inferiore a quello che e' oggi l'assegno per mobilita'". Sui 1.100 euro previsti, il ministro ha precisato che si tratta di "un tetto che sale con l'inflazione e non si riduce quando i prezzi salgono. Ma cio' che e' importante capire, e che dovra' cambiare i comportamenti, e' che le persone in questa situazione siano aiutate non solo dal punto di vista monetario ma anche a cercarsi un nuovo posto".

Al vetriolo il commento della numero uno di Confindustria, Emma Marcegaglia.  ''E' una riforma complessa ma anche una occasione per cambiare a 360 gradi, puo' aumentare la flessibilita', non solo in uscita, puo' ridurre i dualismi. Il negoziato va avanti, ma nei prossimi mesi e anni abbiamo un problema concreto, ci sono da gestire ristrutturazioni e riconversioni, non siamo per lo status quo ma non innamoriamoci di un disegno teorico sulla pelle dalla gente'', ha detto. Poi la Marcegaglia è intervenuta con un battuta sulla ''paccata di soldi'' di cui aveva parlato il ministro del lavoro Elsa Fornero come aspettativa delle parti sociali, ''credo che di daranno una paccata e basta''.

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FONDO ESODI - La proposta Fornero, secondo quanto anticipa il Corriere della Sera, prevede la «facoltà» delle aziende di stipulare accordi con i sindacati per favorire i prepensionamenti, sul modello del fondo del settore bancario. Vi potranno accedere i lavoratori "che raggiungano i requisiti di pensionamento nei successivi 4 anni". Le aziende dovranno "versare mensilmente all'Inps la provvista per la prestazione e per la contribuzione figurativa" e disporre di una fideiussione bancaria.

Le domande per mandare in pensione anticipata i lavoratori dovranno essere presentate allo stesso Inps che verificherà la sussistenza dei requisiti. La prestazione sarà "di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti". Nella fase di transizione, cioè per gli esodi fino al 2015, "il primo periodo può essere coperto" per i lavoratori messi in mobilità dalla stessa indennità di mobilità.

FONDO SOLIDARIETA' - Un'altra novità del documento è la previsione di istituire obbligatoriamente un "fondo di solidarietà" per tutti i settori e tutte le imprese sopra i 15 dipendenti non coperte dalla cassa integrazione. Anche questi fondi saranno creati con accordi tra sindacati e imprese o, in mancanza, da un decreto interministeriale.

Sussidi disoccupazione Italia Europa

INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE: al momento tutte le aziende pagano l'1,31% della retribuzione ad eccetto di quelle artigiane che pagano per i loro dipendenti solo lo 0,40% e quelle di alcuni settori dei pubblici esercizi (bar, ristoranti, ecc) che pagano lo 0,18% del monte retributivo. Per finanziare il nuovo sussidio il contributo dovrebbe passare all'1,3% per tutti (anche per le retribuzioni degli apprendisti che adesso sono esenti) con un contributo aggiuntivo per i contratti a termine (1,4%). Il nuovo sussidio (Ispi) dovrebbe valere il 70% della retribuzione (a fronte del 60% attuale) per gli stipendi lordi fino a 1.250 euro (ma il calcolo non sarà fatto sull'ultimo stipendio ma su quelli degli ultimi due anni).

Per la parte superiore ai 1.250 euro si prenderà solo il 30% (quindi ad esempio su una retribuzione lorda di 2.000 euro si prendono per i primi sei mesi 1.100 euro lordi). È previsto comunque un tetto di 1.119 euro lordi (1.053 netti) che è attualmente il tetto massimo previsto per la cassa integrazione e la mobilità. La durata del sussidio sarebbe più lunga dell'attuale (al massimo 12 mesi per gli over 50) con la possibilità di arrivare a 18 mesi per gli ultra 55enni ma con un taglio del 15% dopo i primi sei mesi e di un altro 15% dopo i sei mesi successivi (il decalage è previsto anche per il sussidio di disoccupazione attuale).

economia
MOBILITÀ: l'indennità di mobilità dovrebbe sparire con il passaggio al nuovo sussidio di disoccupazione. Al momento la mobilità può essere utilizzata dalle aziende industriali e cooperative con più di 15 dipendenti o da quelle commerciali con più di 200 dipendenti. L'indennità erogabile in caso di licenziamenti collettivi può durare fino a 48 mesi (nel caso di ultracinquantenni di aziende nel Sud) e per questi lavoratori quindi ci sarebbe una drastica riduzione della protezione dalla disoccupazione. Per questo strumento le aziende pagano al momento lo 0,30% della retribuzione e questo contributo potrebbe saltare. Per la mobilità il saldo negativo tra entrate e uscite è stato nel 2010 di 1,590 miliardi di euro.

CASSA INTEGRAZIONE: sarà ancora possibile utilizzare la cassa integrazione (mantenendo naturalmente la contribuzione attuale) ma solo nei casi in cui è previsto un rientro in azienda. La cassa straordinaria potrà essere utilizzata solo in caso di ristrutturazione e riconversione aziendale ma non in quelli di chiusura dell'attività.

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marzo 09, 2012

Il tesoro di Hoxne è il più grande tesoro di oro e argento rinvenuto a Hoxne, Suffolk, Inghilterra, nel 1992.
Hoxne_Hoard_TigressIl tesoro di Hoxne (pronunziato ‘Hoxon’) consiste di oltre 15.000 monete in oro e argento, gioielli in oro e numerosi piccoli oggetti per la tavola in argento, fra cui pepaiole, mestoli e cucchiai.

Sono stati rinvenuti inoltre tracce di una grande cassa di legno e cofanetti più piccoli con minuscoli lucchetti d’argento, in cui il tesoro era stato attentamente celato. È stato scoperto in novembre 1992 da Eric Lawes, che segnalò immediatamente il ritrovamento e non rimosse tutti gli oggetti dalla terra. Grazie a tale condotta responsabile l’Unità archeologica del Suffolk poté condurre uno scavo controllato del deposito, il che ha reso ancora più importante il tesoro di Hoxne per la ricerca futura.

Gli oggetti in argento sono tutti piuttosto piccoli: il grosso di questo gruppo consiste di circa 100 cucchiai e mestoli. Quest’ampia collezione di argenteria avrebbe quasi sicuramente incluso recipienti più grandi in argento, come quelli del tesoro di Mildenhall, ma non si sa dove siano finiti. Un manico d’argento nella forma di una tigre femmina, apparentemente staccato volutamente da un alto vaso, indica l’esistenza di almeno uno di tali recipienti da tavola più grandi. L’insolito insieme di gioielli comprende una catenella per il corpo, un esiguo gruppo di collane, tre anelli da dita e 19 braccialetti.

Dall’ultima data di emissione delle monete trovate si è potuto stabilire che il tesoro fu sotterrato dopo il 407/408 d.C. Questo era il periodo in cui il dominio romano in Britannia si andava sgretolando e il tesoro di Hoxne potrebbe essere legato a tale situazione. L’attento sotterramento del tesoro indica in tutta probabilità che il proprietario intendeva tornare per recuperarlo, ma che non vi riuscì per ragioni che non conosciamo.
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Composizione del tesoro.
Il tesoro è composto per lo più di monete d'oro e d'argento e da gioielleria, per un totale di 3,5 kg d'oro e 23,75 kg d'argento. Fu collocato in una cassa di legno, realizzata in tutto o in gran parte in rovere, e misurante 60×45×30 cm circa. All'interno della cassa, alcuni oggetti furono disposti in scatole più piccole, realizzate in legno di tasso e ciliegio, mentre altri oggetti furono avvolti in panni di lana o deposti nella paglia. La cassa e le scatole interne si dissolsero quasi completamente dopo la deposizione nel terreno, ma frammenti della cassa e i suoi elementi in metallo furono recuperati durante lo scavo.

I principali oggetti ritrovati sono:

    569 solidi (monete d'oro)
    14.272 monete in argento, tra cui 60 miliarenses e 14.212 siliquae
    24 nummi (monete in bronzo)
    29 pezzi di gioielleria in oro
    98 cucchiai e mestoli in argento
    una tigre in argento, manico di un contenitore perduto
    4 coppe in argento e un piccolo piatto
    1 bricco in argento
    1 vasetto in argento
    4 pepaiole, tra cui la pepaiola "Imperatrice"
    oggetti da toletta come stuzzicadenti
    2 lucchetti in argento, provenienti da contenitori in legno o cuoio scomparsi
    tracce di materiali organici, come una piccola pyxis in avorio.

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Origene delle monete.
Le monete sono gli unici artefatti del tesoro di Hoxne per i quali è possibile determinare la data e il luogo di produzione. Tutte le monete auree e molte di quelle in argento recano i nomi e i ritratti degli imperatori romani sotto i quali furono coniate; molte recano ancora i segni di zecca originali, con i quali è possibile determinare il luogo di produzione e verificare il sistema di coniazione romano, in cui zecce provinciali coniavano monete secondo un modello comune. In totale, 14 zecche romane coniarono le monete del tesoro di Hoxne: Treviri, Arelate e Lione (in Gallia), Ravenna, Milano, Aquileia e Roma (in Italia), Siscia (moderna Croazia), Sirmio (moderna Serbia), Tessalonica (in Grecia), Costantinopoli, Cizico, Nicomedia, Antiochia (moderna Turchia).
Le monete furono coniate sotto tre dinastie romane: le prime sotto gli ultimi rappresentanti della dinastia costantiniana, seguite da quelle coniate sotto gli imperatori valentiniani, per finire con le monete coniate sotto la dinastia teodosiana.

 Il sistema di gestione collegiale del potere, noto come Consortium imperii, faceva sì che ciascun imperatore coniasse monete anche a nome dei propri colleghi nelle zecche sotto la propria giurisdizione; il fatto che gli imperatori d'Oriente e quelli d'Occidente avessero regni che si sovrappongono tra loro permette di datare le introduzioni dei nuovi tipi di monete anche all'interno del regno di ciascun imperatore. Così le monete più recenti del tesoretto, quello dell'imperatore d'Occidente Onorio (393–423) e del suo avversario Costantino III (407–411) possono essere datate ai primi anni dei loro regni, in quanto corrispondono alle monete coniate sotto l'imperatore d'Oriente Arcadio, che morì nel 408. In questo modo le monete forniscono un terminus post quem per la deposizione del tesoretto, che non fu nascosto prima del 408.

Le siliquae presenti nel tesoro furono coniate per lo più nelle zecche occidentali della Gallia e dell'Italia. Non è noto se ciò sia dovuto al fatto che monete provenienti più da oriente raggiungessero raramente la Gran Bretagna attraverso le vie commerciali, o perché le zecche orientali coniavano raramente le siliquae. La produzione di monete sembra inoltre seguire la residenza della corte imperiale; ad esempio, la frequenza di monete di Treviri è molto accentuata dopo il 367, forse come conseguenza dello spostamento della corte dell'imperatore Graziano in quella città.
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marzo 08, 2012

Arte di natura: sono quadri o ragnatele? L'iniziativa di Nat Geo dedicata ai patterns in natura che diventano forme artistiche.
Spesso la natura si diverte a fare l'artista. In queste immagini le geometrie e i motivi si trasformano in ricami.

L'iniziativa di Nat Geo dedicata ai patterns in natura che diventano forme artistiche.

Certi ragni, come questo argiope argentato a La Selva, in Costa Rica, costruiscono tele molto fortificate chiamate stabilimentum.

Alcuni scienziati pensano che tele così appariscenti servano ad evitare che gli uccelli ci volino contro.

 
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Quali sono le vere ragioni che spingono la Cina a rafforzare la sua presenza in Africa? (prima parte).
china-africaPrima di tutto e’ innegabile che la Repubblica Popolare cerca di diversificare e rendere sicuri i suoi approvigionamenti energetici  per perenizzare la sua crescita economica.

Gli esperti economici stimano che da qui al 2020 Pechino sara’ costretta ad importare 80% della sua consumazione interna di petrolio. Di conseguenza, di fronte a questi immensi bisogni, Pechino punta sulla moltiplicazione delle offensive diplomatiche ed economiche sul terreno petrolifero dirette ai principali paesi produttori.

Il Medio Oriente e’ il principale fornitore di petrolio grezzo della Cina. Tuttavia Pechino prende seriamente in considerazione il rischio di una diminuzione o di una temporanea interruzione dell’approvigionamento di energia proveniente dai paesi arabi, con drammatiche conseguenze per la crescita ecomomica che potrebbero addirittura portare ad una stagnazione dell’apparato produttivo.

Tre sono principalemente le cause di questo rischio.

Le tensioni geopolitiche (guerra in Irak, in Afghanistan, Palestina, instabilita’ nel Libano ed indebolimento del regime iraniano) che portano ad una instabilita’ politica che si riflette su un incerto futuro nell’approvigionamento di energia.

Il raggiungimento del picco petrolifero di molti pozzi nel Medio Oriente.

La potica di “energy containment” che Washington pratica nella regione ai danni della Cina.

Per questa ragione l’Africa appare come una zona strategica “first priority” visto che nel continente si stanno scoprendo immensi giacimenti di petrolio di ottima qualita’.

Anche il cotone e’ considerato una risorsa strategica per la Cina, visto le immense quantita’ di materia prima che necessitano le sue industrie tessili. Pechino e’ divenuto in pochi anni, il primo partner commerciale dei paesi africani esportatori di cotone. Il cotone africano serve a diminuire la dipendenza cinese verso il cotone americano (la Cina importa tra il 40 e il 60% del suo fabbisogno anuale di cotone dagli Stati Uniti).
La colonizzazione di immensi territori fertili destinati alla produzione di biocarburi e di derrate alimentari per il mercato interno cinese e’ una oppotunita’ inattesa e gentilmente offerta da avidi capi di stato africani, noncuranti del deficit di produzione alimentare dei loro paesi.

Infine l’Africa rappresenta una delle piu’ grandi opportunita’ per la Cina di diminuire la concorrenza economica e la sfera d’infulenza dell’Occidente.

Dietro la propaganda di sviluppo e modernizzazione del continente africano, si nasconde una realta’ fatta di complicati giochi geoeconomici. Anticipando l’indebolimento occidentale in Africa, la Cina a messo in moto una strategia per diminuire l’accesso dell’Occidente al petrolio e alle materie prime. Pechino cerca di spezzare l’attuale monopolio commerciale che vede gli Stati Uniti e l’Europa come i primi destinatari delle esportazioni del petrolio africano.

Proprio come gli USA nel Medio Oriente, applica la strategia di contenimento, tentando di diminuire l’influenza dei paesi occidentali e delle loro multinazionali per indebolire l’economia degli Stati Uniti e dell’Europa a favore di quella cinese. Una diminuzione dell’approvigionamento di materie prime a buon mercato si tradurrebbe in un’aggravarsi per l’Occidente della attuale crisi economica, aumentando le possibilita’ per la Cina di imporsi come prima potenza economica mondiale.  Questa potica di contenimento versione cinese iniza dai paesi africani considerati zone a rischio o in aperta divergenza politica con l’occidente, vedi Sudan e Zimbabwe.

L’analisi di alcuni indicatori rivelano il vero volto del Dragone.
Se in teoria la Cina contribuisce alla crescita di molti paesi africani il modello di partenariato proposto da Pechino ha delle conseguenze distrastrose, ecomomiche, sociali, politiche ed ambientali per i paesi africani sul medio termine. Alcuni indicatori proposti di seguito sono un chiaro indice di un futuro non certo radioso per l’Africa.

Import-export.
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Apparentemente l’aumento dell’import – export e’ a favore dell’Africa che registra un 81% di aumento nelle esportazioni verso la Cina e un’importazione di manufatti cinesi aumentata solo del 36%.
In realta’ la Cina importa dall’Africa esclusivamente materie prime, innondando i mercati africani di prodotti di scarsa qualita’ (a volte addirittura tossici) che hanno un’effetto devastante sulle deboli industrie del continente che non riescono a competere sul mercato interno a causa del basso costo dei prodotti cinesi. Molte industrie locali chiudono aumentando la disoccupazione che sempre piu’ difficilmente viene assorbita dal famoso mercato informale.

Agricoltura.
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Sul settore agricolo la Cina sta installando in vari paesi africani delle gigantesche fattorie industriali per produrre delle derrate alimentari destinate all’esportazione in Cina e alla produzione di biocarburi.[5] L’accapparamento delle terre portera’ inevitabilmente ad alterare gli equilibri sociali e naturali di vari paesi africani.

I piccoli produttori agricoli che si concentrano esclusivamente su una agricoltura di sussistenza e che contribuiscono alla perservazione della biodiversita’ saranno spazzati via per imporre un’agricoltura speculativa che contribuira’ all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e delle carestie.
Occupazione.
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Nonostante che si registri la presenza di oltre 800 piccole e medie aziende produttive e commerciali cinesi nel continente, l’impatto sull’occupazione e’ negativo.

Qualche migliaia d’impiegati presso le aziende cinesi non compensano le decina di migliaia di licenziamenti che le industrie autoctone sono costrette a fare per mancanza di competivita’, soprattutto nel settore tessile, calzaturiero ed artigianale.

L’aziende cinesi in Africa controllano l’intera catena economica dalla fabbricazione del prodotto in Cina alla sua distribuzione al dettaglio in Africa, utilizzando spesso mano d’opera esclusivamente cinese.
Questo impedisce lo sviluppo autoctono del settore terziario (grande diffusione, transporti, marketing, publicitá, etc.).

L’esclusione della mano d’opera africana e’ evidente nella realizzazione delle grandi infrastrutture dei progetti di cooperazione internazionale.

Pechino ricorre alla mano d’opera cinese facendola emigrare verso il paese beneficiario del progetto solo per il tempo necessario per la realizzazione dell’opera, per poi rispedirla in patria. Solo una percentuale quasi insignificante di mano d’opera africana viene assunta. Ad essa sono riservati lavori non qualificati e stipendi da fame.

I lavoratori cinesi temporaneamente immigrati in Africa non creano un reale impatto sull’economia locale poiche’ il loro valore aggiuntivo e’ ridottissimo. Non affittano case, preferendo dormire in containers costruiti sul cantiere. Non comprano quasi mai cibo locale essendo approvvigionati dal cibo inviatogli dalla Cina. Raramente spendono i loro guadagni nell’industria del divertimento e del turismo, preferendo riportarli in patria.

Inoltre vi e’ il sospetto che le multinazionali cinesi in vari casi utilizzano prigionieri cinesi che il governo fornisce come mano d’opera gratuita per la realizzazione dei lavori.

Consumatori.
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I prodotti cinesi sembrano favorire i consumatori africani grazie al loro basso costo e alla varietà delle merci disponibili sul mercato, diminuendo il carico economico delle spese quotidiane soprattutto per le famiglie urbane.

In realtà l’acquisto di questi prodotti si trasforma in una perdita finanziaria a causa della loro bassissima qualità. I prodotti made in China destinati al mercato africano hanno un periodo di utilizzazione brevissimo e in poco tempo diventono inutilizzabili, vanificando cosi’ il risparmio originale.

Infrastrutture.
Se da una parte Pechino e’ pronta ad creare colossali infrastrutture in Africa dall’altra non é disposta a rispettare i standard edili internazionali. Questa politica pregiudica la qualita’ delle opere realizzate.
Per esempio le strade costruite da ditte cinesi hanno un terzo di durabilità rispetto a quelle costruite da ditte occidentali. In un giro di alcuni anni l’asfalto cede obbligando i governi africani ad alti costi di manutenzione che, per scarsità di fondi, non vengono affrontati.

Impatto ambientale.
Le multinazionali cinesi stanno creando un vero e proprio disastro ecologico in molti paesi africani. Per esempio non rispettano alcuna regolamentazione nello sfruttamento del legname e stanno distruggendo varie foreste nel Cameroon, nel Gabon e nel Congo Kinshasa. L’estrazione delle materie prime viene attuata senza nessun studio di impatto ecologico sulla regione poiché Pechino é interessata solo all’estrazione e all’importazione delle risorse naturali non certo al degrado ambientale causato in paesi lontanissimi.

Sviluppo democratico e dei diritti umani.
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Nei rapporti diplomatici con i vari stati africani, la Cina adotta la tattica Europea ed Americana del “Strong Men”: l’appoggio incondizionato ad un dittatore per curare gli interessi delle multinazionali nel paese e prevenire la nascita di una forte societa’ civile.

Il lavoro dell’Uomo Forte e’ quello di creare delle societa’deboli, povere ed etnicamente divisi, che non abbiano alcuna possibilita’ di ostacolare le fortune del Strong Man, del suo cerchio di amicizie personali e i capitali stranieri. Lo Stato diventa un’apparato privato dove non ci sono cittadini ma sudditi. Il concetto stesso della nazione scompare per far posto a quello del reame.

La sola differeza tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Europa e’ nella scelta del Strong Man. Mentre Washinton e Bruxelles preferiscono appoggiare Uomini Forti che accettano un simulacro di democrazia (Museveni in Uganda, Kagame in Rwanda, etc) i Cinesi scelgono di appoggiare i Uomini Forti caduti in disgrazia con l’Occidente contribuendo cosi’ all’inasprimento dei loro regimi dittatoriali e alla piu’ completa negazione dei diritti umani.

Cooperazione allo sviluppo.
La Cina e’ riuscita a trasformarsi in benificiario occulto di numerosi protetti di sviluppo sostenuti dalla Comunita’ Europea, l’Aiuto Francese allo Sviluppo, della Cooperazione tedesca et di USAID. Al momento dell’attribuzione dei mercati per la realizzazione di opere pubbliche le ditte cinesi riescono a vincere le are d’applato grazie alle loro offerte competitive e ad una forte azione di lobbing del governo cinese.
In altri casi le ditte cinesi riescono ad impradronirsi delle attivita’ produttive create dai progetti di sviluppo occidentali. Il Fondo Sino – Africano per lo Sviluppo interviene a proggetto finito offrendo ai beneficiari africani consulenze per rafforzare il markenting et la distribuzione. In realta’ queste consulenze non sono mirate ad un passaggio di competenze ma a creare una dipendenza nelle strategie manageriali degli esperti cinesi, che, durante il corso del progetto, diventano la vera leadership manageriale dell’impresa o della cooperativa creata tramite gli sforzi economici della cooperazione occidentale.
 
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