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giugno 25, 2012

Origini e sviluppi della rivolta Tuareg in Mali.
tuareg-300x199Dall’inizio di quest’anno i Tuareg, tribú nomade storicamente stanziata nei territori Sahariani tra il Mali, Niger e Algeria, dedita al commercio e alla guerra, sono i protagonisti delle cronache mondiali per via della ribellione inizata nel Gennaio scorso nel nord del Mali.

Il MNLA, Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad é erroneamente dipinto come il leader della rivolta alleato a non ben definiti gruppi islamici che a loro volta avrebbero legami con la cellula terroristica di Al-Qaeda Magreb.
Tuareg_areaDall’inizio di quest’anno i Tuareg, tribú nomade storicamente stanziata nei territori Sahariani tra il Mali, Niger e Algeria, dedita al commercio e alla guerra, sono i protagonisti delle cronache mondiali per via della ribellione inizata nel Gennaio scorso nel nord del Mali.

Il MNLA, Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad é erroneamente dipinto come il leader della rivolta alleato a non ben definiti gruppi islamici che a loro volta avrebbero legami con la cellula terroristica di Al-Qaeda Magreb.
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I tentativi dell’amministrazione coloniale di imporre delle tasse sul commercio gestito dalla tribú nomade fallirono e aumentarono l’avversione dei Tuareg contro questi stranieri “arroganti e non credenti”. Parigi dovette accontentarsi di gestire un difficile territorio tentando di attuare una tattica di dividi ed impera giocando sulle rivalitá e sulle dispute territoriali tra i diversi clan che componevano e tutt’ora compongono la Federazione Tuareg.

La prima rivolta armata, facilmente domata, avvenne nel 1911 a Mènaka, seguita da una vera e propria insurrezione nel 1916 denominata “la Rivolata di Kaocen”, nome del leader Kaocen Ag Mohamed fortemente influenzato dai leader religiosi Sufisti che da sempre nutrivano sentimenti anti coloniali. Koacen approfittó della scarsa presenza militare francese a causa dell’immenso massacro che si stava consumando in Europa durante la Prima Guerra Mondiale dove un gran numero delle forze coloniali comprese quelle indigene era stato chiamato in Patria per controbilanciare l’esercito del Kaiser.
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Per un anno  i Tuareg occuparono il nord del Mali e una gran parte del nord del Niger, altra colonia Francese fisicamente eliminando ogni traccia di dominiazione coloniale. La rivolta fu duramente repressa nel 1917 dall’esercito francese. Si era ormai vicino alla fine della Guerra Mondiale. Nonostante che la Rivoluzione Bolscevica avesse risparmiato al Kaiser l’impegno sul fronte orientale, le truppe tedesche erano ormai allo stremo e l’entrata in guerra dell’esercito Americano permise alla Francia di rilasciare dal fronte Europeo la gran parte dell’esercito coloniale e delle truppe indigene per riordinare le colonie Africane.
 
Una volta debellata la ribellione Parigi cambió tattica. Negli anni 20 la Francia instauró relazioni piú tranquille con il leader Tuareg a cui furono offerti poteri semi autonomi di gestione amminstrativa (non in contrasto cone quella colonale) e una discreta libertá di commercio, evitando di imporre una tassasione, esigendo solo dei vaghi contributi coloniali. La nuova politica dell’Eliseo tolleró la reintroduzione del potere semifeudale esercitato dai Tuareg sulle popolazioni Africane del nord delle colonie shariane francese, sopratutto Mali e Niger e parte del sud dell’Algeria.
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Fú creato un organismo predisposto alle relazioni con i Tuareg: l’Organisation Commune des Règions Sahariennes a cui fu affidato il controllo delle aree desertiche del Mali, Niger e Algeria. Risolto il conflitto regionale con la tribú nomade, la Francia scoprí quanto poteva risultare preziosa la politica di collaborazione con i Tuareg. Ottenuto la semi autonomia e liberi di esercitare commercio e dominio locale i leader Tuareg continuarono a considerare i Francesi come stranieri ma anche come utili alleati. L’equilibrio tra la potenza coloniale e i Tuareg arrivó anche a giustificare l’aperta tolleranza della Repubblica verso le evidenti pratiche di schiavismo e di tratta degli schiavi attuate dai Tuareg.

Negli anni cinquanta furono scoperti importanti giacimenti di oro e uranio nel nord del Mali. Visto la buona convivenza con i Tuareg all’Eliseo prese piede l’idea di creare uno Stato Shariano occupato dai Tuareg ma controllato da Parigi. Questa idea trovó un appoggio entusiasta da parte dei leader Tuareg ma fu abbandonata a seguito delle trattative per l’indipendenza dove l’embrione del Governo Maliano pretese che i confini dello Stato Indipendente rispecchiassero i confini coloniali, nord compreso, al fine di poter sfruttare i giacimenti minerari e rafforzare l’economia del Paese.

Alla notizia che Parigi aveva accettato le proposte degli indipendentisti Maliani i leader Tuareg espressero chiari segnali del loro malcontento rispetto alla prospettiva di essere integrati nel nuovo Stato dominato dalle popolazioni Africane.
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Il periodo post coloniale: 1960 – 1980.
L’amministrazione post indipendenza del Mali fu caratterizzata da un forte nazionalismo. Il Primo Presidente Maliano Modibo Keita (1960 -1968) con forte influenze marxiste, mise fine allo statuto semi autonomo che i Tuareg avevano goduto sotto il colonialismo Francese ora considerati a tutti gli effetti cittadini del Mali. Come controaltrare alla cittadinanza, a cui i Tuareg non erano minimamente interessati, Keita  impose un rigido rispetto delle frontiere, nuove regole amministrative, l’abolizione della schiavitú, l’obbligo di adempiere ai doveri fiscali e le tasse doganali visto che i legami commerciali dei Tuareg erano maggiori con l’Algeria rispetto al sud del Mali.

Nonostante il senso di cittadinanza e di appartenenza comune che Keita cercó di diffondere tra tutte le etnie del Mali, i Tuareg considerarono il Governo di Bamako come dei nuovi colonizzatori e peggio ancora negri. L’idea di essere amministrati da popolazioni che storicamente avevano fornito il prezioso serbatoio per il commercio degli schiavi era considerato un’insulto alle tradizioni e alla cultura Tuareg.
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Dall’altro canto molte etnie sudiste consideravano il nord, desertico, come un  paese a parte, nutrendo sospetti ed ostilitá nei confronti dei ex commercianti di schiavi. I funzionari pubblici inviati a gestire l’amministrazione nel nord del Paese, nonostante che ricevessero benefits maggiori di quelli normalmente previsti, consideravano l’incarico come una punizione equiparandolo all’ergastolo. I loro atteggiamento non contribuí a migliorare le relazioni tra le popolazioni Africane e i Tuareg.

Inevitabilmente la prima ribellione Tuareg dopo l’indipendenza scoppió nel 1962, guidata da un leader: Alfellaga ed inziata nella cittá di Kidal. La ribellione si caratterizzó come una guerriglia con tattiche di attacchi a sorpresa e rapide ritirate nel deserto o in territorio Algerino e da una brutale repressione attuata dalle truppe governative. Migliaia di persone si rifugiarono in Algeria o nel sud del Mali, secondo l’appartenenza etnica. Il Presidente Keita frustrato dalla guerriglia Tuareg ordinó all’esercito di utilizzare ogni mezzo per vincere militarmente e riprendere il controllo del nord.

I mezzi usati furono efficaci militarmente ma violarono ogni diritto umano e possono essere considerati crimini contro l’umanitá: massacri di civili, avvelenamento dei pozzi, distruzione del bestiame, esecuzioni extra giudiziarie, fucilazioni ed impiggagioni pubbliche, civili bruciati vivi, stupri collettivi. Questa politica generalizzata di terrore riusci a  piegare la resistenza Tuareg, ma ebbe come effetto collaterale l’aumento della  divisione e l’odio tra i Tuareg e le popolazioni Africane ponendo le basi per le future ribellioni Tuareg fino a quella dei giorni nostri.
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L’immigrazione di massa.
Sia il Presidente Keita che il suo successore, Moussa Traoré (1968 – 1991) militarizzarono il nord del Paese, rifiutando di attuare il necessario sviluppo economico, depredando le risorse minerarie e soffoncando l’indenditá culturale Tamasheq dei Tuareq. Il nord subí anche due siccitá (1972 -73 e 1984 – 85) dove il bestiame dei Tuareg fú irremediabilmente decimato. Molti Tuareg intrappresero l’esodo verso le  maggiori cittá del nord, costretti a diventare mano d’opera per lavori pesanti e mal pagati. Dinnanzi a queste condizioni di vita i Tuareg preferirono immigrare in Algeria, in Libia e nel Medio Oriente. L’immigrazione offrí l’occasione al Governo di Bamakó di promuovere una migrazione interna di popolazioni africane con l’intento di rendere piú omogenea e meno ostile la popolazione del nord.
fonte: Dillinger
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giugno 23, 2012

100 anni fa nasceva Alan Turing, il padre dell'intelligenza artificiale.
alan turing100 anni fa, il 23 giugno del 1912, nasceva in Inghilterra Alan Turing, colui che è considerato il padre dell'intelligenza artificiale.
Per commemorare l'anniversario il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano esporrà un esemplare di "Enigma", l'apparecchio tedesco di crittografia che Turing riuscì a sconfiggere durante la seconda guerra mondiale realizzando dall'altra parte della Manica macchine capaci di decifrarne il codice.

Turing comprese per primo le potenzialità del calcolo automatico, al punto tale da ritenere che i computer sarebbero stati un giorno in grado di emulare il funzionamento della mente umana. La vita di Turing non fu però quella di un "semplice" professore di matematica o di informatica, ma si legò strettamente con gli avvenimenti storici e tragici della sua epoca.

Turing giocò infatti un ruolo essenziale, proprio grazie alle sue competenze matematiche, nello sforzo bellico inglese.
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Durante la guerra partecipò e diresse un programma alla Government Code and Cypher School (GCCS) di Bletchley Park, l'istituzione alleata impegnata a decifrare i codici segreti nemici. Grazie anche al suo lavoro furono svelate molte tecniche di crittografia utilizzate dalle potenze dell'Asse, compresa quella usata dalla Marina italiana, che si basava su un apparecchio chiamato C-38. La crittografia utilizzava in quegli anni macchine che, attraverso una serie di rotori e ingranaggi, creavano le opportune combinazioni di segni. Turing riuscì a rendere ancora più efficiente questo approccio applicando tecniche statistiche sulla frequenza dei simboli utilizzati.
 
Al termine del conflitto Turing continuò ad approfondire le sue ricerche sul concetto di procedura di calcolo, o di algoritmo. Fu lui ad ideare il primo computer le cui istruzioni potevano risiedere unicamente nella memoria e non più su schede perforate: l'Ace, acronimo di Automatic Computing Engine. Il progetto originario fu ritenuto troppo ambizioso, ma nel 1950 si riuscì a realizzare un modello di Ace composto da 1450 valvole che operava alla velocità di 1MHz, allora la più elevata al mondo. E' proprio nel 1950 che Turing concepisce il suo test, un esperimento per capire se una macchina può essere o meno considerata intelligente.

Persona incredibilente eclettica, Turing si interessò in quegli anni anche di altri settori scientifici, occupandosi di biologia matematica. La sua vita, purtroppo, si concluse in modo tragico. Nel 1952 fu infatti processato per il reato, allora vigente nel Regno Unito, di omosessualità. Lo scienziato, dovendo scegliere fra la prigione e la castrazione chimica, optò per quest'ultima soluzione.
GERMANY MUSEUMS
Due anni dopo, il 7 giugno 1954, all'età di 41 anni, morì avvelenato dal cianuro, con una modalità che le autorità descrissero come suicidio, mentre i familiari definirono "accidentale". Solamente nel 2009 il premier inglese Gordon Brown, a seguito di una campagna internet, offrì scuse ufficiali per il trattamento subito dallo scienziato inglese. Un trattamento che ne abbreviò la vita, privando l'intera umanità di una persona che aveva saputo tradurre la matematica e la logica in scoperte tecnologie e scientifiche.

Sicuramente, se Turing non fosse morto a 41 anni, il numero delle sue scoperte sarebbe ancora aumentato e, magari, davvero sarebbe stata realizzata la macchina capace di battere il suo test, simulando perfettamente il modo di pensare umano.
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giugno 20, 2012

L’appello di Wikipedia contro il disegno di legge in materia di intercettazioni telefoniche.
wikipedia-censuraNon so quanti lo abbiano notato, ma recentemente è apparso sulle pagine di Wikipedia un appello con il quale l’enciclopedia libera più grande e famosa del Mondo mira a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo gli effetti che l’eventuale approvazione del disegno provocherebbe per la diffusione delle informazioni e di come esso minerebbe l’esistenza stessa di Wikipedia.

Il progetto di legge (art. 71 della Costituzione) oppure disegno di legge abbreviato DDL (art. 87 della Costituzione) oppure proposta di legge (art. 121 della Costituzione) è un testo suddiviso in articoli che viene presentato alle Camere o ai Consigli Regionali dai soggetti cui spetta l'iniziativa legislativa. Solitamente viene accompagnato da una relazione, che è tuttavia formalmente necessaria solo per le proposte popolari.

Le definizioni disegno di legge e proposta di legge contenute nella Costituzione Italiana sono sinonimi che si riferiscono allo stesso genere di atto.
wikipedia
Gentile lettrice, gentile lettore,
il comma 29 del disegno di legge in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali (rif.) - se approvato dal Parlamento italiano - imporrebbe ad ogni sito web, a pena di pesanti sanzioni, di rettificare i propri contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine.
Wikipedia riconosce il diritto alla tutela della reputazione di ognuno - già sancito dall'articolo 595 del Codice Penale italiano - ma con l'approvazione di questa norma sarebbe obbligata ad alterare i contenuti delle proprie voci indipendentemente dalla loro veridicità, anche a dispetto delle fonti presenti e senza possibilità di ulteriori modifiche. Un simile obbligo costituirebbe una limitazione inaccettabile all'autonomia di Wikipedia, snaturandone i principi fondamentali.
Wikipedia è la più grande opera collettiva della storia del genere umano, in continua crescita da undici anni grazie al contributo quotidiano di oltre 15 milioni di volontari sparsi in tutto il mondo. Le oltre 930 000 voci dell'edizione in lingua italiana ricevono 16 milioni di visite ogni giorno, ma questa norma potrebbe oscurarle per sempre.
L'Enciclopedia è patrimonio di tutti. Non permettere che scompaia.
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giugno 19, 2012

Birmania, lavoro forzato e democrazia.
myanmar-mapNegli anni ‘50 la Birmania, paese composto da più stati, era tra i più ricchi della regione. Alla fine del periodo coloniale la mano d’opera arrivava anche da Tahilandia, India, Cina, Pakistan, Bangladesh.

Il regime militare in atto dal 1962 l’ha fatta scivolare tra i paesi meno sviluppati. Scuole ed università sono state chiuse, i servizi sanitari di base proibiti. L’esercito è passato da 175.000 a 400.000 unità. Con le elezioni del 27 maggio 1990 e la vittoria della democrazia, la Lega Nazionale per la Democrazia (LND) aveva ottenuto 392 dei 485 seggi al parlamento. Ma questa vittoria è durata lo spazio di un mattino: oltre 100 dei deputati eletti furono arrestati dall’esercito, 20 morirono in carcere, mentre gli altri sono riusciti a fuggire in esilio.

Uccisioni extragiudiziali, arresti, reclutamento forzato nell’esercito e lavoro forzato sono la linea di comportamento della giunta militare. A ciò si aggiunge la durissima repressione nei confronti dei gruppi etnici. Prima delle elezioni dell’89 si era riusciti a concordare una sorta di federalismo, che riconosceva la autonomia dei gruppi etnici nei confronti del governo centrale. Questa ipotesi è completamente saltata dopo la repressione delle elezioni.

I Kareni e gli altri gruppi etnici, considerati i ribelli, subiscono da anni la deportazione forzata dalla giungla, verso i luoghi più “controllabili”. Poiché la maggioranza dei Kareni sono contadini, i militari bruciano i loro villaggi e distruggono i mezzi di lavoro, costringendo la popolazione a muoversi verso le città; più di 100 mila sono coloro che scappano e si nascondono nella giungla. Per evitare che possano ritornare nei villaggi di provenienza, i militari, dopo aver bruciato le case, minano le strade dei villaggi e i campi di riso.
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La popolazione è costretta quindi a sopravvivere negli stenti, pur sapendo che chiunque viene trovato nella giungla viene ucciso. L’esercito professionale è il centro del potere. Incontrollato ed è anche il detentore di enormi attività produttive, attraverso le quali ricicla il denaro ricavato dal traffico di droga e di armi. I soldati sono reclutati con quote assegnate alle province e attraverso il reclutamento forzato e improvviso. Chiunque in un qualsiasi giorno può ritrovarsi in un cinema, o in una stazione ferroviaria e può venire catturato da raid dell’esercito e costretto o all’arruolamento o a fare il portatore per conto dell’esercito.

Anche le donne possono essere prese e costrette al lavoro forzato per costruire strade, ponti ferrovie o a fare qualsiasi altro lavoro nelle imprese gestite dai militari, ma soprattutto in quelle legate al turismo. Molte sono violentate o costrette a offrirsi ai militari. Migliaia di persone da 19 villaggi sono state costrette a costruire la strada da Mandalay a Lashio.

Dal maggio scorso molti villaggi nella zona di Mawleik nella Divisione di Sagaing, sono stati obbligati a fornire lavoro per riparare la superstrada di Thet-Ke_Kyin-Homalin . Dal 1988 il governo si è impegnato a raddoppiare l’area coltivata. Ciò ha comportato la costituzione di “villaggi di lavoro” per aiutare gli imprenditori privati, comp reso investitori stranieri a sviluppare le piantagioni.

Ogni villaggio doveva fornire almeno due persone. Chi non resiste e si ammala è spesso eliminato fisicamente. Esecuzioni estragiudiziali di civili, stupri e omicidi di donne vengono denunciate costantemente. Molte persone continuano a sparire per ore o settimane, alcune non sono mai ritornate.
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La Federazione dei sindacati birmani (FTUB) è stata proibita ed il sindacato da allora opera in clandestinità o dall’estero. Sin dagli anni sessanta il problema del lavoro forzato in Birmania è oggetto di interesse da parte delle istituzioni internazionali e dei sindacati. Molto è stato fatto ma i tempi e i risultati sono troppo lenti, se si pensa che centinaia di migliaia di persone ogni giorno pagano il prezzo di questa repressione, anche con la vita.
Negli ultimi anni l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha attivato due procedure speciali contro il Paese. Una di queste su iniziativa della CISL Internazionale nel 1993 e solo a novembre 2000 si è avuta una forte sanzione contro la Birmania.

Nei giorni scorsi la sessione di marzo /aprile della Commissione ONU sui diritti umani ha approvato una risoluzione che conferma le preoccupazioni internazionali sulle persecuzioni degli oppositori politici, inclusa la premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, ancora agli arresti domiciliari.
La Commissione ha chiesto ancora una volta alla giunta militare di interrompere l’uso delle mine, che causa continuamente vittime e mutilazioni tra la popolazione civile come pure la deportazione forzata delle persone. Dure sono state ancora le critiche per il reiterato utilizzo sistematico del lavoro forzato.
Nel 1995 la Cisl Internazionale, in collaborazione con la Confederazione Europea dei Sindacati, chiese ed ottenne che l’Unione Europea sospendesse totalmente i rapporti economici e commerciali con la Birmania a causa del lavoro forzato. La costruzione di strade, autostrade, aeroporti e centrali elettriche è stato senza dubbio il settore più coinvolto nel lavoro forzato.

Nel rapporto sindacale si fa spesso riferimento ad un singolo caso, ma molto rappresentativo: il progetto e la costruzione dell’autostrada Ye -Tavoy, famosa con il macabro soprannome di “autostrada della morte”. Le fonti parlano di circa 160.000 persone di etnia Karen e Mon spostate nella regione interessata e di circa 30.000 soldati utilizzati per reprimere eventuali rivolte. Il caso è simbolico perché tra le prove risultano anche i volantini che le autorità facevano distribuire nei villaggi e che sottolineavano chiaramente quale sarebbe stata la sorte di chi si fosse rifiutato di abbandonare famiglia e lavoro e propria casa. Una giornalista della BBC, tra i pochi che riuscirono a constatare di persona le condizioni di lavoro, descrisse la situazione peggiore di quella dei prigionieri di guerra durante l’occupazione giapponese della II guerra mondiale. Ma anche imprese straniere hanno contribuito a alimentare questa disumana forma di lavoro.
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L’Unocal, insieme alla TOTAL e la PTT alcuni anni fa hanno sottoscritto un contratto per la costruzione del metanodotto di Yadana, che collega i giacimenti nel golfo di Martaban in Birmania, con al centrale di Racthaburi in Tailandia. Al progetto ha partecipato anche la Saipem che ha costruito la sezione sottomarina del gasdotto. Circa 200.00 persone sono state costrette a lavorare per la costruzione di una ferrovia connessa al gasdotto, gli abitanti di oltre 50° villaggi nei distretti di Ye Byu, Thayet Chaung e Tavoy sono stati spostati forzatamente.

Secondo l’Osservatorio geopolitico delle droghe di Parigi, la Myanmar Oil Enterprise è anche “ il principale canale di riciclaggio dei proventi dell’eroina prodotta ed esportata sotto la supervisione dell’esercito birmano” e “utilizza potenti partner stranieri come scudi per le operazioni di riciclaggio. E’ a causa del lavoro forzato e della deportazione forzata di interi villaggi, grandi masse di popolazione, che non vogliono abbandonare il paese si nascondono nelle campagne e nella foresta. Per questo motivo i capitali entrati nel Paese non hanno avuto alcun effetto benefico per le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza della popolazione, affluendo solo nelle tasche dei militari. La sospensione degli investimenti e degli aiuti da parte della UE rappresenterebbe un duro colpo per la giunta militare ed un forte segnale anche per la comunità internazionale.

La Birmania finalmente condannata Nel 1996 l’OIL ha lanciato una nuova offensiva contro l’uso del lavoro forzato da parte della giunta militare. Un’iniziativa del genere costituisce di per sé una significativa condanna politica e morale nei confronti di un membro dell’Organizzazione. Dal 1919 sono state costituite solo 16 commissioni. Alla fine di tutto questo enorme lavoro nel giugno 2000 i 174 paesi membri dell’OIL hanno approvato una storica risoluzione che raccomanda i governi, gli imprenditori e i sindacati a rivedere i loro rapporti con al Birmania e a prendere le misure appropriate per assicurare che questa non possa utilizzare tali rapporti per perpetuare o estendere il sistema del lavoro forzato o obbligatorio.
Birmania
La stessa richiesta è rivolta alle organizzazioni internazionali affinché rivedano i loro rapporti sino ad annullarli, dando mandato al Direttore generale dell’OIL di chiedere che l’ONU discuta nella sessione del prossimo luglio della situazione birmana. Tempi lunghi, piccoli passi, grandi sofferenze. La condizione dei rifugiati I rifugiati birmani nella regione sono milioni. Moltissimi costretti a vivere nei campi profughi o clandestinamente tra l’India, il Bangladesh, la Tailandia. Le loro condizioni di vita sono dure come quelle di tutti i rifugiati. Uno spaccato di questa situazione la può dare benissimo Mae Sot, città al confine con la Birmania.

Qui il 70% della popolazione è birmana. 30.000 sono i rifugiati ufficiali nel campo rifugiati di Mae la, uno dei sette campi lungo il confine tra Tailandia e Birmania. Circa 100.000 sono gli immigrati illegali, che vivono e lavorano clandestinamente nei cantieri edili, in agricoltura o nelle 72 fabbriche d’abbigliamento, la maggior parte delle quali – anch’esse illegalmente- producono per l’esportazione. Le fabbriche tessili sono decine e decine e occupano circa 5- 0.000 donne, costrette a lavorare per sopravvivere per un minimo di 10/15 ore al giorno, con un salario pari a circa 3.000 lire al giorno.
Il campo rifugiati si arrampica lungo le colline coperte da una fitta vegetazione. Case di bambù con tetti di foglie di teck. La vita è molto dura: non c’è corrente elettrica, solo alcuni generatori e molte candele; non c’è acqua corrente perciò tutti, anche i bambini piccoli fanno le loro scorte con bottiglie o taniche. Una lunga fila di gente di ogni età si snoda durante la mattina per prendere l’acqua, cercare verdure nel bosco, tagliare canne di bambù per riparare le case. Grande è il senso di dignità presente in ciascuno. Ma non si legge sul volto di nessuno la rassegnazione. C’è un forte senso di identità e di voglia di prepararsi al futuro. A rientrare per vivere in pace nel proprio villaggio.

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giugno 18, 2012

Vietnam, crescita economica e repressione dei diritti umani.
vietnamVietnam, crescita economica e repressione dei diritti umani. La situazione dei Montagnard.

Il Vietnam si sta lasciando dietro le spalle un passato di guerra e regole collettivistiche. A partire dal 1986 il partito Comunista (Cpv) e unico al potere ha voluto aprire (a piccoli passi) il Paese al libero mercato.

Sono così aumentate le imprese private e – dopo il 2000- gli investimenti stranieri. Anche le entrate del turismo sono diventate importanti negli ultimi anni e Saigon, la città più importante del sud, ha assunto sempre più l’aspetto di una metropoli.

vietnam-mapNel primo semestre del 2004 la crescita economica è stata del 7 per cento, grazie all’incremento della produzione industriale e manifatturiera.
Si è anche deciso di investire soprattutto al nord, invertendo una tendenza che privilegiava l’area di Saigon. Il primo ministro Nong Duc Manh, eletto nell’aprile 2001 e primo segretario generale del partito Comunista a non aver combattuto per l’indipendenza, ha annunciato una grande industrializzazione entro il 2020.

Le premesse ci sono e ci si domanda quale sarà il volto del Vietnam entro quella data. Resta, infatti, un Paese di grandi contrasti, prevalentemente agricolo dove due terzi della popolazione sono impiegati nei campi. Gli ostacoli alla crescita non mancano: molte industrie locali (carbone, cemento, acciaio e carta) soffrono la concorrenza di altri produttori stranieri più efficienti.

Ma soprattutto, come sottolineato dalle organizzazioni umanitarie, l’apertura al libero mercato non è stata accompagnata da progressi nel campo dei diritti umani.

Le condizioni dei Montagnard. “I media sono tutti rigidamente controllati dal governo e continuano le violazioni contro le minoranze”, dichiara Daniel Alberman di Amnesty International. “Sulle colline centrali i Montagnard subiscono gravi restrizioni delle libertà fondamentali e sono poveri.
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C’è un grande divario economico tra diverse zone del Paese. Gli indicatori dell’alfabetismo e della mortalità infantile sono migliorati, ma per alcuni gruppi restano gravi problemi”. Soprattutto per le popolazioni delle highlands (alture centrali, ndr.), ovvero i cosiddetti Montagnard che comprendono diversi sottogruppi di religione cristiana.

Il governo vieta loro di possedere e coltivare terreni, di muoversi liberamente, di associarsi e di comunicare con l’esterno. Dopo il 1975 i coloni Kinh, vietnamiti delle pianure, hanno iniziato ad insediarsi nelle province centrali e a confiscare le terre ai Montagnard. Nel periodo compreso tra il 1940 e il 1989, la presenza di Kinh nelle highlands è salita dal 5 al 66 per cento.

Frontiere chiuse. Il primo di gennaio il governo cambogiano ha deciso di chiudere il confine nordorientale per impedire ai Montagnard di fuggire nel suo territorio.

Le forze di sicurezza si sono schierate lungo la frontiera e hanno iniziato a dare la caccia ai profughi nella giungla. ”Siamo molto preoccupati per questa situazione”, continua Alberman. “Le autorità cambogiane vietano all’Unhcr di monitorare le condizioni dei rifugiati Montagnard e di accoglierli nei campi profughi. Inoltre è molto difficile sapere come vivono quelli rimasti nelle highlands vietnamite, perché nessun osservatore indipendente ha accesso a queste zone.
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Gli unici giornalisti, diplomatici e operatori umanitari che sono riusciti a entrare sono stati accompagnati da funzionari statali”.

Human rights watch (Hrw) ha denunciato in un recente rapporto “continui arresti di massa e torture a danno di religiosi, attivisti e profughi che sono stati deportati con la forza o rientrati volontariamente dalla Cambogia”. Nelle due settimane prima di Natale (12-24 dicembre), solo nella provincia di Gia Lai, la polizia vietnamita ha arrestato 129 persone. Anche molti parenti dei rifugiati hanno subito minacce.
Alcuni Montagnard che cercavano di diffondere con i cellulari notizie sulle retate delle forze dell’ordine sono stati incarcerati. L’ultima grave repressione era avvenuta, in occasione di un’altra festività cristiana, la Pasqua, nell’aprile 2004. Allora la polizia aveva attaccato migliaia di Montagnard che stavano manifestando per il diritto alla terra e alla professione del loro credo.

Pressioni internazionali e amnistia. Intanto la comunità internazionale ha criticato aspramente il regime vietnamita. “E’ forse anche grazie a queste pressioni che il governo ha deciso di liberare quattro dissidenti tra gli 8mila prigionieri a cui è destinata l’amnistia annunciata nei giorni scorsi”, spiega Alberman. “Speriamo che mantenga questa promessa”. L’amnistia a criminali comuni è una sorta di tradizione, viene concessa ogni anno in occasione del capodanno lunare

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giugno 16, 2012

Cresce il numero di coloro che utilizzano Internet in Cina, giunto ormai a più di mezzo miliardo di utenti.
China mousepad 2 ILLUS.jpgCresce il numero di coloro che utilizzano Internet in Cina, giunto ormai a più di mezzo miliardo di utenti, con quasi la metà di essi che utilizzano servizi di microblogging.

È quanto emerge in base a un rapporto redatto dal China Internet Network Information Center (CNNIC), il quale fornisce i dati relativi alla crescita dell’utenza online in quel territorio.

Per l’esattezza sono 513 milioni i cinesi online, un numero cresciuto del 4% rispetto a quanto rilevato nel 2010 e con una percentuale di penetrazione del 38,3%.

Sebbene ancora il 60% della popolazione cinese non si connetta a Internet, i dati rappresentano comunque qualcosa di estremamente rilevante, con un territorio in crescita nonostante i forti controlli governativi e la censura imposta in diversi siti locali.
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Coloro che utilizzano piattaforme per i blog sono in netto aumento: si segnala infatti una crescita del 296% rispetto a quanto rilevato nell’anno precedente, mentre i cinesi che si collegano a Internet per usufruire della posta elettronica sono in calo dal 54,6% al 47,9%. Un popolo dunque che non solo dimostra di apprezzare le peculiarità della Rete ma che soprattutto si dirige verso l’utilizzo del microblogging.

È soprattutto Weibo, piattaforma simil-Twitter, a veder aumentato il numero di utenti che ne fanno uso, nonostante la censura online che non demorde: a dicembre infatti le autorità locali hanno annunciato nuovi regolamenti per tali piattaforme e gli utenti sono obbligati a registrarsi con i nomi reali. Si ricorda che Twitter e gli altri principali siti di comunicazione sociale come Facebook e YouTube in Cina sono bloccati dalla censura, dunque i blog sono diventati ormai lo strumento preferito di espressione da parte dell’utenza locale.
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Infine, boom anche per gli accessi a Internet tramite dispositivi mobile quali smartphone e tablet e dalle aree rurali, che hanno registrato rispettivamente una crescita del 17,5% e dell’8,9%.
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Phil Hansen: l’artista che tatua le opere di Michelangelo, Degas e Botticelli sulle banane.
phil_hansenPhil Hansen è un artista che definire eclettico è un eufemismo.
Utilizza materiali diversi, ha idee originalissime e geniali.
Se volete farvi un’idea delle sue opere passate potete visitare il suo sito.

L’ultima trovata sono i tatuaggi sulle banane.
Phil effettua centinaia di piccolissime punture di spillo sulla buccia della banana per creare riproduzioni di famose opere d’arte.

La particolarità che rende tutto più difficile è che l’effetto finale si vede dopo qualche giorno quando la buccia diventa nera nelle parti ‘bucherellate’ facendo apparire il disegno come per magia.
Hansen ha scritto addirittura un libro per insegnare la sua buffa arte –> àTattoo a Banana: And Other Ways to Turn Anything and Everything Into Art.
LA TECNICA USATA DA HANSEN
LA CREAZIONE  di Michelangelo

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LE BALLERINE di Edgar Degas
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NASCITA DI VENERE di Botticelli
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giugno 10, 2012

Bosnia dopo la guerra, il vero disastro sarebbe arrivato dopo la fine del conflitto.
bosnia-mappa-militare«Dopo il bagno, fate la doccia». È questo l’unico consiglio che il governatore locale si è limitato a dare ai suoi abitanti. Siamo a Livno, una città bosniaca di 30mila anime situata a circa cento chilometri da Mostar. A pochi chilometri dal centro cittadino c’è il lago di Busko, meta privilegiata nel periodo estivo dei bagnanti della zona.

Ma quello specchio d’acqua potrebbe nascondere un segreto agghiacciante. È una delle pagine più buie della storia della federazione di Bosnia-Erzegovina, la nazione creata a tavolino dopo la firma nel 1995 degli accordi di Dayton. Finiva così il conflitto europeo più sanguinoso dalla fine della Seconda guerra mondiale: quella della ex-Jugoslavia. Centinaia di migliaia di morti, quasi un milione e mezzo di profughi, la pulizia etnica, l’assedio più lungo della storia moderna. Quello di Sarajevo, l’attuale capitale, durato quattro lunghi anni (dall’aprile del 1992 al febbraio 1996).

Ma per la Bosnia stando a quanto raccontato da un agente dei servizi segreti bosniaci, prima di sparire nel nulla, il vero disastro sarebbe arrivato dopo la fine del conflitto. Pare infatti che qualcuno avrebbe approfittato del caos seguito alla guerra, del controllo straniero del territorio e della missione di peacekeeping per smaltire alla meno peggio scorie nucleari. E da quelle parti i segreti, soprattutto quelli più scomodi, rischiano di rimanere nascosti per sempre. Ora però iniziano ad arrivare conferme, testimonianze, tumori, morti e nomi dei siti dove sarebbero nascosti i rifiuti radioattivi. Dopo l’uranio impoverito che ha invaso il Paese in seguito ai bombardamenti della Nato, ora saltano fuori anche i fusti a raggi X.
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L’agente dei servizi segreti bosniaci ex membro del SIS (Security Information Service), ora diventato FOSS (Federal Security Intelligence Service), scoperchia il vaso di pandora. Racconta nel dettaglio «un’operazione segreta», di cui nessuno doveva venire a conoscenza. E consegna dei documenti compromettenti al Vecernji list (il Foglio della sera), il quotidiano più letto della Croazia, venduto anche in Bosnia. Alla fine della guerra per applicare e mantenere la pace nel Paese arriva la Nato con il contingente internazionale Ifor. La nuova nazione nata dalle ceneri della Jugoslavia, viene divisa in tre aree: la zona ovest (con Banja Luka e Bihac) a comando inglese, quella nord (Tuzla e Brcko) degli Stati Uniti e infine la parte est (Sarajevo, Mostar e Stolac) controllata dai francesi.

L’agente segreto, prima di rivolgersi alla stampa, aveva provato ad indagare sulla faccenda. I Servizi di Sarajevo, stando al racconto dello 007, avrebbero messo insieme un fascicolo smaltimento di rifiuti radioattivi. Ma il governo avrebbe bloccato il dossier top secret, accusando i propri agenti di «controllo illegale delle forze internazionali». In pratica avrebbero messo tutto a tacere, per necessità: il Paese ha ancora bisogno della Nato. Soprattutto in questo particolare momento politico, in cui la Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba della Federazione bosniaca, preme per ottenere l’indipendenza e congiungersi a Belgrado. E forse si farà addirittura un referendum, in cui è molto probabile vincano i separatisti.

L’agente racconta che nel 1996 Parigi invia nella zona sotto il suo comando una speciale unità che si occupa del trattamento e dello smaltimento di rifiuti radioattivi. Un battaglione utile anche in patria, pronto e attrezzato per intervenire in caso di incidente nucleare, ed evitare la brutta fine dei “ripulitori” di Chernobyl. Gli uomini dell’esercito sovietico che dopo il disastro alla centrale ucraina, effettuarono le prime operazioni di messa in sicurezza senza le attrezzature adeguate. Tanto che in seguito morirono quasi tutti.
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Lo speciale battaglione francese – secondo il racconto dell’ex agente segreto – attendeva le navi, cariche a suo dire di rifiuti radioattivi, nel porto montenegrino di Bar. In questa città, distante poche decine di chilometri dall’area bosniaca sotto il comando di Parigi, arrivavano molti rifornimenti destinati alla Nato. Ma questi carichi speciali venivano trasportati via terra con una scorta di ingenti proporzioni. I fusti radioattivi – sempre secondo lo 007 – una volta arrivati in territorio bosniaco, alla base francese di Stolac, venivano poi ricoperti da tonnellate di calcestruzzo, fino a formare dei pesanti blocchi quadrati.
 
A quel punto i cubi di cemento carichi di scorie venivano trasportati in elicottero, appesi a speciali cavi d’acciaio, verso la loro destinazione finale. L’obiettivo – secondo le informazioni raccolte dall’agente – erano tre laghi situati sempre nell’area sotto il comando francese: Busko (vicino Livno), Ramsko e Jablanicko (nei pressi di Jablanica). Questi tre bacini idrici bosniaci sarebbero diventati, stando alla testimonianza dello 007, vere e proprie discariche radioattive. Gli abitanti della zona confermano che durante quel periodo sui laghi arrivavano spesso elicotteri in piena notte.
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«Anche volendo, non abbiamo gli strumenti per verificare – spiega Lamija Tanovic docente della facoltà di Fisica di Sarajevo -. L’Agenzia per la protezione radioattiva in Bosnia è stata costituita da poco. Ma siamo a corto di mezzi, fondi e attrezzature». Problemi politici e sociali, carenza di mezzi, organismi di controllo inadeguati, corruzione, indifferenza e paura degli enti locali per le conseguenze internazionali, aiuto e supporto tuttora necessario dei Paesi europei, mettono in secondo piano i timori e la rabbia della popolazione che vive nelle zone in questione.

Negli anni sono stati numerosi i casi di ritrovamento di scorie radioattive, poi caduti nel dimenticatoio. Due anni fa era stata la volta di Goranci a venti chilometri di Mostar. I cittadini hanno raccontato di camion militari francesi che scaricavano materiali in una cava. La Francia spiegò che non si trattava di rifiuti pericolosi, quindi nessuno analizzò il terreno. Anche alle miniere di Jajce, a ovest di Sarajevo, aleggiava il sospetto di smaltimento di scorie da parte di militari Sfor. E si parla di vagoni ferroviari radioattivi arrivati a Zenica oltre che di varie fonti trovate intorno Sarajevo. Tra queste, il monte Igman, da cui proviene l’acqua potabile della capitale.

Quella che sempre più persone chiamano la Chernobyl balcana è stata confermata dalle uniche analisi indipendenti. Riguardano proprio l’area che era sotto il controllo francese. Lo studio, presentato ad agosto dalla facoltà di Scienze dell’università di Sarajevo, ha misurato la contaminazione nucleare di nove siti del cantone della capitale. I dati sono poi stati confrontati con quelli raccolti in seguito all’incidente nucleare di Chernobyl, quando le particelle radioattive si depositarono sui terreni di mezza Europa. Il risultato conferma i timori: in quasi tutti i campioni analizzati la radioattività specifica supera quella registrata dal 1986 all’’88. La situazione, al posto di migliorare è peggiorata. Ma questo dell’università di Sarajevo, primo studio di questo tipo, riguarda solo l’area della capitale. Per escludere o confermare lo smaltimento illegale di scorie radioattive servirebbero analisi indipendenti nei luoghi indicati.
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«È fondamentale creare le condizioni per prevenire il trasferimento illegale di sostanze radioattive in Bosnia», dichiarava nel 2008 a Sarajevo il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohammed el-Baradei. Fino a ora l’unica conferma della presenza di rifiuti radioattivi è arrivata nel 2006. Nel comune di Gradiska le truppe ungheresi sono state accusate di traffico illecito di scorie. L’allora ministro della Sanità Ivo Komljenovic aveva disposto delle indagini in seguito alla morte di 45 persone. Vicino al fiume Sava, i soldati magiari avevano costruito un deposito. Gli abitanti hanno raccontato che il cantiere era sorvegliato da un numero di soldati insolitamente alto, impedendo a chiunque di avvicinarsi. A trenta metri dalla base di atterraggio degli elicotteri ungheresi le radiazioni misurate andavano da 80 a 130 nanosievert. Scavando 50 centimetri è salita a 170, fino ad arrivare a 220 nanosievert a un metro di profondità.

Livelli tali da costituire una minaccia per la salute umana, tanto che tra i residenti della zona i tumori si sono moltiplicati. Ora in uno dei tre laghi dove si sospetta siano state smaltite le scorie nucleari l’Istituto di sanità pubblica ha analizzato le acque. Secondo i risultati, comunicati il 17 agosto scorso, il lago di Busko non è radioattivo e non sono stati rilevati metalli pesanti. Però i fondali non sono stati ispezionati e nessuna prova è stata fornita alle popolazioni per spegnere i timori. Al governo bosniaco sarebbe bastato fornire una termofoto satellitare, acquistata da una società terza indipendente. In Calabria sulla questione navi dei veleni è bastata una foto per confermare decenni di sospetti.

Il 14 dicembre del 1990 sulle coste di Amantea si era arenata la Jolly Rosso. Gli ambientalisti sospettavano fosse carica di rifiuti tossici e radioattivi che la ‘ndrangheta avrebbe poi scaricato in fretta e furia sulla terra ferma per occultarli. Ma la magistratura non riusciva a trovare l’area. Così dai satelliti è arriva una termofoto. Sull’immagine c’è una macchia rossa, una zona in cui la temperatura è alta sei gradi in più del normale. Una prova della presenza di rifiuti radioattivi. In Bosnia basterebbe fare la stessa cosa. Per la Calabria ci sono voluti quasi vent’anni, ora si tratta di capire in ex-Jugoslavia quanto tempo occorrerà per confermare un segreto inconfessabile oppure fornire alla popolazione locale delle prove che escludono il pericolo.
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Ma se succede quanto avvenuto al Parlamento di Sarajevo, c’è poco da sperare. Il 29 gennaio 2009 dai Palazzi del potere, trapela un segreto scioccante. Nei seminterrati del Parlamento nel 1998 sono stati trovati dei fusti radioattivi. Una sera alcuni soldati dell’esercito bosniaco di guardia alla sede del governo, scendono nei seminterrati e vedono dei barili. Dopo le indagini si scopre che quei fusti erano stati trovati quasi 15 anni prima nei pressi di Sarajevo e portati dai soldati, senza controllo o precauzioni, sotto il Parlamento. Tanto che molti di quelli che avevano partecipato al trasporto erano morti poco dopo. La versione ufficiale è che sui fusti le scritte erano in lingua straniera e così nessuno era stato in grado di capire cosa c’era dentro. Proprio per la mancanza di mezzi adeguati, per la rimozione definitiva il governo bosniaco chiede aiuto all’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Un episodio gravissimo che però rende bene l’idea delle condizioni politiche e sociali della Bosnia. E dei rischi a cui vengono sottoposti, loro malgrado, sia i cittadini che i politici locali.
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