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settembre 26, 2013

Valori mediatizzati: una partita difficile.

I mezzi di comunicazione di massa sono parte integrante, o per meglio dire elemento strutturale, del nostro sistema culturale. Per quanto possano risultare ambivalenti, discutibili, carenti sul piano qualitativo, i media - soprattutto la radio e la televisione - sono lo strumento fondamentale per la condivisione di informazioni e conoscenze, per la definizione di un'agenda pubblica, per la rappresentazione, se non della società nella sua interezza, di segmenti significativi di realtà sociale.

È dunque legittimo chiedersi quanto di questa funzione sia ancora rimasto, una volta superata quella fase storica che dal dopoguerra agli anni '80 aveva visto in Europa una netta prevalenza del modello pubblico, con le aziende radiofoniche e televisive direttamente gestite e controllate dagli stati nazionali, che in un modo o nell'altro portava il sistema radiotelevisivo a farsi carico di un ruolo "educativo".

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Una funzione questa sempre meno presente e visibile dagli anni '80 in poi, dal momento cioè nel quale le reti private nazionali prima e i grandi network internazionali poi hanno moltiplicato l'offerta, frazionando il mercato e imponendo nuovi standard e nuove tipologie di programmi finalizzati ad elevare gli indici d'ascolto molto più che a ricercare la qualità. La povertà di contenuti è un elemento talmente evidente che quasi non merita d'essere argomentato, così come il declino del ruolo educativo dei mass media è così palese da portare in sé la risposta al quesito circa la trasmissione dei valori alle nuove generazioni.

Tuttavia il tema resta d'attualità e di grande interesse, non soltanto per la riflessione etica e politica che può suscitare circa i doveri e le responsabilità connessi alla gestione dei mezzi di comunicazione, ma per un aspetto di natura più tecnica, legato prima ancora che alla "fenomenologia dei contenuti" alle pre-condizioni che consentono o meno la trasmissione degli stessi. Vale la pena chiedersi se, anche volendo ipoteticamente immaginare un nuovo corso politico dei mezzi di comunicazione, una riformulazione della loro missione, una determinazione a conferire ad essi contenuti e valori intergenerazionali, sarebbe effettivamente possibile riuscire nell'intento.

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Se guardiamo alle trasformazioni che hanno investito in questi anni i linguaggi e i format televisivi, le modalità di fruizione dei prodotti mediali, la segmentazione del pubblico e l'accesso alle reti e alle nuove tecnologie, non possiamo non renderci conto di come nel panorama della comunicazione mediale manchi un requisito fondamentale, quella "asimmetria" che è alla base di ogni processo di trasmissione valoriale. La relazione tra il soggetto che trasmette un valore e il soggetto che lo riceve non può essere di tipo orizzontale; deve svilupparsi secondo una linea verticale, utile non tanto a marcare una sorta di gerarchia quanto a stabilire una corretta dinamica tra i soggetti. Il modo in cui il sistema dei prodotti e delle tecnologie mediali si è andato strutturando rende oggi estremamente difficile l'attuazione di questa dinamica, la pre-condizione appunto per la trasmissione dei valori.

Un primo ostacolo strutturale è la perdita di solennità nella fruizione del prodotto mediale. La coesistenza di più mezzi di comunicazione simultaneamente attivabili - con un sistema incessante di citazioni e rimandi fra televisione, carta stampata, Internet e telefonia mobile - porta a ridimensionare in modo drastico il livello d'attenzione e l'importanza della fonte. La pratica dello zapping, la predilezione per il computer e per le navigazioni on-line, l'opportunità di accedere ad una miriade di prodotti on-demand e la consapevolezza di poter recuperare attraverso le reti in modo differito qualsiasi testo radiotelevisivo, genera - in modo particolare nei giovani - una perdita d'interessa per la trasmissione come "evento", attuale, irripetibile, solenne. Senza una cornice d'attenzione, senza una pre-disposizione alla fruizione, senza la percezione della programmazione televisiva come un'esperienza in qualche modo pregiata si può dire manchi una delle condizioni basilari dell'attenzione e quindi della recettività.

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Se la proliferazione e la ridondanza delle tecnologie mediali produce una dispersione dell'attenzione e un depotenziamento dei contenuti, anche la natura dei format e la gestione dei linguaggi contribuisce ad annacquare ulteriormente i contenuti e a rendere vano un eventuale processo di trasmissione di valori. I generi televisivi di maggiore successo sono quelli basati sul dibattito e sui meccanismi del reality, laddove il dibattito non è supportato da elementi informativi tali da consentire al pubblico un vero confronto delle opinioni, e dove il reality celebra un soggettivismo esasperato che sembra escludere del tutto un orizzonte valoriale condiviso.

Il dibattito televisivo, sia esso d'argomento politico, economico o sociale, è gestito non già come una vera arena di confronto ma come una rappresentazione fittizia dell'universo delle possibili opinioni, un rituale pseudo-democratico nel quale non vengono proposte le tesi più qualificate, più argomentate e rappresentative della società civile, ma solo gli scontri personali di protagonisti più o meno rissosi. La difficoltà a far emergere reali valutazioni di merito è un dato altamente negativo e tuttavia non è il solo: l'effetto a lungo termine di queste tipologie di programma è quello di consolidare nella coscienza degli spettatori un sostanziale relativismo, un atteggiamento psicologico e culturale che considera ogni punto di vista equivalente, e che rende impossibile quella gerarchia di valori che costituirebbe invece l'anima stessa della trasmissione intergenerazionale.

Non meno problematico è l'impatto con i reality, programmi centrati sulle vicende, le emozioni più immediate e le schermaglie psicologiche dei protagonisti, in ambiti così circoscritti e all'insegna di un soggettivismo così marcato da non lasciare spazio ad un comune sentire, ad un macro-contesto nel quale esisterebbe almeno la possibilità di valori sociali condivisi.

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L'impossibilità di solennizzare il momento comunicativo e la prevalenza netta di tipologie di programma volte a relativizzare i contenuti e ad esaltare la dimensione soggettiva costituiscono, in effetti, un ostacolo grave all'utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa come veicolo per la trasmissione di valori da una generazione a quella più giovane. Su questo grava anche la tendenza da parte del mondo giovanile a chiudersi all'interno di spazi autoreferenziali. Lo sviluppo dei luoghi telematici di conversazione e incontro, come le chat line, i blog, i My Space o i Facebook ha molto stimolato la dimensione "relazionale" dell'universo giovanile, favorendo la costituzione di piccole e grandi community che proprio attraverso la connessione in rete celebrano - o forse cercano - una propria identità. Si tratta in ogni caso di comunità con i propri riferimenti esclusivi, con un proprio orizzonte circoscritto, con un linguaggio ed un sistema autoreferenziale inadatto a recepire contenuti di provenienza esterna a maggior ragione se prodotti al di fuori del range generazionale.

La stessa dimensione creativa si esprime nel trasferimento frenetico delle informazioni e nelle forme di rielaborazione dei contenuti, vedi ad esempio il fenomeno del remix, l'attività di estrapolazione, manipolazione e ricombinazione di prodotti culturali che diventano in questo modo creazioni originali, destinate alla comunità di riferimento o alla sconfinata platea degli attivisti connessi ma in modo del tutto svincolato rispetto alle agenzie culturali tradizionali. Insomma, la proliferazione dei prodotti mediali, le percezione polverizzata delle informazioni, i processi distorsivi legati alla ridondanza dei messaggi e al carattere particolare dei format più diffusi riducono la capacità del pubblico di recepire in modo efficace e corretto i contenuti del sistema mediale. Un fenomeno questo particolarmente complesso, da molti anni oggetto d'indagine da parte della scienza della comunicazione, se si pensa alle analisi sulle dinamiche regressive dell'industria culturale descritte dai prestigiosi esponenti della Scuola di Francoforte, fra i quali Theodor Adorno ed Herbert Marcuse, o a teorie come quella della "spirale del silenzio" descritta da Elisabeth Noelle-Neumann, centrata sull'analisi della ridondanza e della proliferazione dei messaggi come causa di un'errata percezione, da parte del singolo individuo, del reale orientamento dell'opinione pubblica, e quindi di un rapporto falsato tra il soggetto singolo e il contesto sociale.

Fenomeni tuttavia notevolmente amplificati, ai giorni nostri, dall'avvento dei personal media, dallo sviluppo delle connessioni in rete e dalla creazione di comunità telematiche sostanzialmente impermeabili ai contenuti esterni soprattutto se strutturati come "sistema di valori".

In uno scenario così delineato appare evidente come la trasmissione dei valori fra una generazione e l'altra sia un problema non soltanto di contenuti ma anche di "contenitori" più o meno idonei, e di particolari modalità di accostamento da parte delle nuove generazioni.

Il trasferimento di valori alle nuove generazioni resta dunque un'istanza fondamentale, un'istanza che purtroppo non sembra trovare le condizioni strutturali per esprimersi, o comunque per esprimersi in modo sistematico e proporzionato alla necessità. Ragionare sulle possibili soluzioni è una sfida da raccogliere, una sfida molto impegnativa quando dalle statuizioni generiche si dovesse passare a proposte e strategie concrete. Un'ipotesi di lavoro potrebbe essere, fra le altre, quella di restituire valore alla dimensione narrativa, alla possibilità di uscire dai linguaggi compulsivi basati sulla frammentazione, sull'impressione visiva, sulle formule del clip, del flash, dello spot che dettano i tempi dell'attuale comunicazione mediale, per tornare alla forma del racconto non importa se lungo o breve. Il racconto come sviluppo progressivo e consequenziale, la narrazione come prodotto dell'ingegno nel quale i valori possano essere incarnati e "messi alla prova". I contenuti sono insiti nelle storie, la dimensione narrativa potrebbe restituirli alla cultura, alla società, alle generazioni future.

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settembre 25, 2013

Lo sviluppo e la decrescita: il caso Italia.

La crisi drammatica che sta attraversando il nostro paese, e con esso l'Europa, è davanti ai nostri occhi. L'Italia, in particolare, si è trovata sguarnita e indifesa, con la “messa a nudo” delle sue debolezze (già note agli osservatori più attenti), talvolta nascoste per offrire l'immagine falsata di un paese gaudente, ricco e benestante. È anzitutto una crisi morale, una caduta di quel sentimento solidale che in vario modo ha sempre informato la cultura del paese. L'individualismo, il narcisismo, la mala-cultura televisiva, il mito del fai-da-te e del facile arricchimento, hanno prodotto quel deserto morale alimentato, peraltro, da un consumismo compulsivo e nevrotico.

Si è così sfibrata quella rete sociale e quella alleanza tra generazioni che aveva retto, nel bene e nel male, lo sviluppo dei nostri territori: la crisi del welfare statale, sempre più costoso, sperequato, assistenzialistico, con alti trasferimenti di denaro e bassa offerta di servizi, inefficiente e incapace di ridurre i tassi di povertà, hanno fatto il resto.

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Non va neppure sottovalutato il tasso di crescita che da decenni è tra i più bassi in Europa, e che connesso alla crescita del debito pubblico, ha prodotto una recessione che dura da anni, accompagnata da una afasia endemica nella capacita di generare imprese che accettano la sfida della globalizzazione e una concorrenza internazionale sempre più agguerrita. La cultura dell'intrapresa non è certo tra le più frequentate: le aziende che stanno sul mercato e sanno competere rappresentano una quota minoritaria, il resto dell’apparato produttivo nazionale è un sistema per lo più protetto e corporativo.

Parimenti, appare malamente gestito anche il mercato del lavoro che attende da troppo tempo una riforma organica ed equa rispetto alla configurazione attuale; una configurazione che penalizza i giovani (l’Italia è il Paese con il più alto tasso di disoccupazione giovanile) e le donne. Un tappo generazionale che impedisce al paese di crescere, e alle donne – che sono una risorsa strategica - di partecipare più agevolmente al mercato del lavoro.

Come non annotare anche la crisi della politica e la lunga transizione istituzionale mai conclusa. Un paese, la stessa economia, hanno bisogno di buona politica senza la quale si smarrisce la dimensione di bene comune e la possibilità di edificare la città: appare drammatica la carenza di culture politiche capaci di offrire una visione di insieme e un quadro di coerenze sostenibili. Per non parlare dello svilimento della virtù della competenza che è alla base di un fare bene il bene, e di fare quindi bene una politica di bene. Ma non solo: il gioco democratico si è accartocciato su se stesso, e il bipolarismo ha mostrato il suo volto polemico, inconcludente, conflittuale, incapace persino di far gareggiare virtuosamente, tra loro, le forze politiche con proposte alternative e competitive.

Ambigua e poco lungimirante anche la presenza dell’Italia sullo scenario internazionale. Quello che ci accade intorno, e al di là del paese, è rimasto fuori dai nostri pensieri. L’Europa in primis, per non parlare poi di quanto sta accadendo sulla sponda sud del Mediterraneo: la primavera araba, o la guerra in Libia, si sono tradotte in emergenza profughi (tra l'altro mal gestita) e non in una occasione per ripensarci un po' più mediterranei e più a sud. L’Italia è davvero una grande piattaforma logistica per il dialogo culturale e religioso, e per lo sviluppo del continente africano. Il discorso di Robert Schumann del 9 maggio del 1950 a Parigi, una dichiarazione fondamentale per la costituzione delle prime strutture europee, accenna profeticamente alla naturale vocazione dell’Europa verso l’Africa, tradita anche dagli italiani che non hanno mai visto nel “continente nero” una opportunità per costruire una dimensione umanistica più solida e una sincera reciprocità nei rapporti economici.

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Se questi sono solo alcuni dei nodi critici che abbiamo vissuto, diventa assai urgente il tornare a pensare per tornare a crescere, probabilmente con approcci nuovi, sconosciuti e innovativi. La crisi non è solo un problema, la crisi è anche una opportunità per ridisegnare e rimodulare ciò che appariva fino a poco tempo fa immobile e immutabile. Le parole che hanno percorso i decenni scorsi - quasi come una bibbia - oggi appaiono appassite, erose dalla crisi: si tratta davvero di riscrivere il glossario del bene comune recuperando al vero significato ciò che si era via via perduto. Si pensi al mito della mano invisibile per il funzionamento ottimale del mercato, o a quello dell’economia della conoscenza, delle nuove tecnologie o dei servizi. Per non parlare delle parole competizione e concorrenza ridotte al loro significato più cinico e brutale: vita mea mors tua. O al rampantismo coltivato nel mondo del lavoro, e al riduzionismo dei servizi di welfare annotati alla voce “spesa pubblica”. Ebbene, a me pare che la crisi consenta di rimettere in gioco valori e prospettive da sempre presenti nel tessuto esperienziale di molti e nella gran parte dell’associazionismo cattolico.

Proviamo ad indicare alcune direttrici di pensiero e di nuove opere da mettere in cantiere.
E la prima direttrice è la risignificazione del lavoro umano che il mercatismo e il liberismo hanno ridotto a strumento per acquisire solo reddito; la persona/lavoratore ha perso la propria dignità, ridotta a mera funzione produttiva. Vi è un versante antropologico e culturale, e vi è il versante della generazione del lavoro, perché il modo migliore per rendere esigibile il diritto al lavoro è quello di promuovere il dovere a crearlo. Da qui discendono alcune linee di lavoro, peraltro assai note, sul fronte della promozione di nuove imprese, soprattutto giovanili, attraverso incentivi fiscali adeguati, e la riforma del mercato del lavoro che rompa il dualismo tra lavoratori garantiti (sono di norma adulti) e i lavoratori non garantiti con contratti atipici che sono in gran parte giovani. E poi, finalmente, politiche attive affinché l’occupazione femminile cresca e raggiunga tassi pari ai paesi europei più avanzati. Le ricette sono note, e oramai sufficientemente definite: agire sulla leva fiscale per incentivare l’assunzione delle donne, favorire la conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa agendo sui part time e su congedi parentali più flessibili, e infine potenziare i servizi all’infanzia oggi in molte regioni, soprattutto al sud, quasi inesistenti. Sul fontre imprese mi preme ricordare il settore imprenditoriale collegato al welfare inteso nella sua accezione più ampia, potenzialmente un grande veicolo di buona occupazione perché ad alta intensità occupazionale. La legge sull’impresa sociale del 2005 è rimasta lettera morta perché non provvista di alcun strumento fiscale agevolativo. Eppure proponeva un incontro tra profit e non profit, tra non profit e pubbliche amministrazioni per una gestione efficiente ed efficace dei beni comuni.

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La seconda direttrice già introdotta nei paragrafi precedenti è il welfare che si andrà a costruire nei prossimi decenni. I servizi alla persona e alla famiglia, a fronte del cambiamento demografico in atto, con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo e un tasso di invecchiamento tra i più alti, saranno al centro di investimenti ineludibili se si vuole che la coesione sociale non venga completamente distrutta o ridotta ai minimi termini. Si tratta di non disperdere quei saperi sociali accumulati nei decenni scorsi. Appare davanti agli occhi di tutti la lenta e inesorabile perdita di conoscenze e di competenze tra coloro che agiscono nelle politiche sociali, sia sul fronte della politica che sul fronte delle professioni. Si tratta di ricostruire un nuovo patto sociale a livello locale perché è lì che si sperimenteranno innovazione, sostenibilità economica e qualità dei servizi offerti a persone e famiglie. Si tratterà di ‘cantierare’ una sussidiarietà virtuosa, che non si affida al fai da te, ma ad una progettazione che vede coinvolti, pariteticamente, tutti i soggetti pubblici, del privato sociale e del privato, ciascuno con le proprie competenze. Una particolare attenzione va data al ruolo delle pubbliche amministrazioni cui non si chiede un arretramento nelle competenze come taluni propongono. Alle pubbliche amministrazioni andrà chiesto ancora, laddove necessario, la gestione dei servizi sociali, ma nel futuro prossimo dovranno esercitare il coraggio di una sussidiarietà che chiama all’appello le responsabilità di tutti i soggetti in campo. Penso al terzo settore, a quella vasta rete di opere già presenti sul territorio e che attendono di essere riconosciute. Alle amministrazioni spetterà il compito arduo, ma profondamente politico, di animare, sostenere e governare le reti sul territorio garantendo pari diritti a tutti e qualità dei servizi. Si tratta davvero di rovesciare la logica che ha pervaso le politiche sociali nei decenni scorsi, troppo condizionate da una offerta talvolta fuori mercato e tutelante coloro che la gestiscono, e meno alla domanda che sorgeva dalle famiglie che, di fronte alle urgenze, il welfare se lo sono costruite in proprio: emblematica la vicenda delle “badanti”, fenomeno per anni contestato anche da parte del sindacato, è oggi motivo di indagini e politiche.

Ultimo pensiero, da affrontare con la franchezza necessaria, e per quanto possibile non utilizzando il linguaggio del politicamente corretto. Si tratta della riforma della politica che in questi decenni ha visto una decadenza impressionante sul fronte morale, su quello delle competenze, sulla capacità di progettare e fare sintesi. Il paese, dopo la fine della DC e dopo il crollo del muro di Berlino, ha vissuto una transizione perenne e mai conclusa, segnata da un bipolarismo confuso, muscolare e cattivo. Si aggiunga una legge elettorale che impedisce al cittadino il diritto/dovere di scegliere i propri rappresentanti al Parlamento, e la maggioranza che andrà a governarlo. La politica serve, serve ancora di più in una stagione in cui la finanza si ritiene il vero governo del mondo globale. Gli interventi di Benedetto XVI nelle visite apostoliche tracciano una via interessante: i discorsi al Parlamento inglese e tedesco indicano percorsi che la politica e i suoi rappresentanti stentano a comprendere, anche tra coloro che si dichiarano cattolici. Il sistema politico va recuperato nella sua capacità di rappresentare i cittadini con una buona legge elettorale, garantendo un sistema decisionale efficace e tempestivo a chi è chiamato a governare. Aggiungerei, per concludere, anche una ripresa dell’educazione alle virtù civili, perse o ritenute da molti vecchie e antiquate: penso ad uno stile di governo sobrio, competente, capace di ascolto e di progettazione. Penso ad un alto senso delle istituzioni della Repubblica, e a quella profonda spiritualità che ha sempre animato il cuore degli uomini che hanno fatto l’Italia e l’Europa. La spiritualità aiuta coloro che stanno nelle responsabilità pubblica a vigilare su se stessi, sulle azioni intraprese, e a non dimenticare che la politica ha un limite, come tutte le altre funzioni che animano la vita di una nazione: non può promettere il paradiso in terra, non può illudere, non è l’unica istanza di bene comune, ma ciononostante è essenziale alla vita degli uomini.

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Migrazioni del lavoro: il punto di vista di un economista eticamente motivato(2a parte).

Le migrazioni del lavoro.

            Quanto alla globalizzazione nelle migrazioni del lavoro, cioè sostanzialmente al modo di essere oggi delle migrazioni di persone, da un lato, va detto che si è stati in presenza di una forma massiccia di spostamenti di lavoratori da un paese all’altro, da un continente all’altro, così come già accaduto in altre epoche storiche.

            Dall’altro lato, però, sono da registrare due novità. In primo luogo, si è trattato anche di spostamenti non definitivi, che cioè riguardano persone che si muovono da un luogo all’altro in cerca di un lavoro, ma lo fanno nell’intento che tale situazione durerà alcuni anni, magari molti anni, ma non sarà definitivo. In secondo luogo, lo spostamento, almeno all’inizio, ha riguardato persone singole che magari hanno lasciato le famiglie nel paese d’origine, inviando ad esse tramite periodiche rimesse somme anche cospicue per il sostentamento di chi resta in loco. 

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            Ancora, in tema diglobalizzazione nelle migrazioni del lavoro, trattandosi di tema particolarmente sensibile per le sue implicazioni sul piano sociale e umano, si consideri che, ai nostri giorni, sono state presenti migrazioni di massa concernenti persone che si sono mosse rapidamente, ma a cicli, da un paese all’altro, perfino da un Continente all’altro. Ciò in particolare è accaduto tra paesi poveri e paesi ricchi, specialmente in Europa, ed anche, come noto, in Italia, quanto soprattutto a persone provenienti dall’Africa, sia dal Nord arabo sia dall’entroterra dell’Africa nera; anche se, si noti, non è stato così per la prima volta nella storia umana.

            In effetti, ciò si è avuto sin dalle migrazioni nei tempi antichi, come quelle nella Bibbia, da Abramo, mossosi individualmente, a Mosè mossosi con l’intero suo popolo per ritornare dall’Egitto ad Israele, per passare a quelle degli “ebrei erranti”, allorché a seguito della rivolta ebraica si ebbe la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la completa romanizzazione della città e dell’intero territorio nel 70 d.C. Saltando i secoli e addirittura i millenni, non si può comunque fare a meno di citare le migrazioni tra la fine del secolo XIX e l’inizio del secolo XX, sino alla Prima Guerra Mondiale ed a poco dopo, che hanno comportato lo spostamento dall’Europa alle Americhe di milioni di persone, per poi fermarsi ben prima della Seconda Guerra Mondiale. Più recentemente, come noto, le migrazioni sono riprese, ma ora da parte di consistenti masse di persone verso l’Europa in provenienza dall’Africa, cui si sono poi aggiunte, e si sono via via estese, quelle provenienti dall’Asia e dall’America Latina.

            Riflettendo su differenze e somiglianze, su discontinuità e continuità, vanno considerati i diversi modi e tempi in cui l’economia mondiale si è mossa, e non sempre per il meglio, dai vari processi precedenti di cooperazione ed integrazione economica internazionale al successivo diffondersi mondiale dell’internazionalizzazione degli affari, dei commerci, della produzione, dei movimenti di capitale finanziario, insomma di tutte quelle posizioni ed esperienze che vengono ricomprese e raggruppate nel fenomeno cruciale della  globalizzazione e che hanno anche influito sui recenti, consistenti, andamenti delle migrazioni del lavoro.
            In effetti, tutto ciò avveniva in presenza di una sorta di euforia ed illusioni collettive quanto alle quali, però, solo pochissimi economisti hanno allora ritenuto che “il fuoco covasse sotto la cenere”. Oggi, in quanto quell’euforia e quelle illusioni hanno portato – com’è di fatto accaduto – ad una nuova inversione di tendenza, anzi ad una vera e propria crisi socio-economica nella seconda parte del decennio, non vi possono essere dubbi che gli stessi flussi migratori verranno a risentirne progressivamente nel tempo.

Il mercato del lavoro e la distribuzione del reddito.

Businessmen standing in front of an earth map

            Come per tutte le grandezze economiche e per tutti i mercati, anche per il mercato del lavoro e per l’occupazione, occorrerà ragionare in termini di confronto tra offerta e domanda di lavoro.

            Anche limitandosi a dire dei mercati nei paesi d’immigrazione, naturalmente le teorie economiche nonché le rivenienti politiche hanno visto l’usuale contrapposizione fra posizioni neoclassico-monetariste e quelle classico-keynesiane. Così, a parte le prime, laddove sono strettamente perseguiti i canoni del paradigma massimizzante su basi marginalistiche, in ambito classico-keynesiano è invece prevalsa l’impostazione secondo cui il mercato del lavoro è proprio quello per il quale ha specificamente senso la visione etica dell’economia. Ciò in particolare quanto alla teoria della distribuzione del reddito soprattutto quanto alla determinazione del salario (o prezzo del lavoro) in rapporto al profitto. In proposito, invece del principio della produttività marginale del lavoro rispetto a quella del capitale (com’è negli schemi neoclassico-monetaristi), in ambito classico-keynesiano si è mantenuta la tesi che la determinazione del salario - reale o monetario, a seconda dei casi - va sempre ottenuta all’esterno dell’economia, mentre il profitto si ottiene in conseguenza. Ciò, in base a considerazioni in cui giocano un ruolo, al di là del potere contrattuale rispettivo di lavoratori e imprese, le diverse sensibilità di tipo meta-economico, ed in particolare di ordine etico.  

            In particolare, com’è nella dottrina sociale cattolica, si consideri che il lavoro non è, népuò essere, considerato solo quale un bene economico come tutti gli altri. Allora, quanto all’offerta – come affermato con forza dal Papa Giovanni Paolo II°, in particolare, nell’Enciclica Laborem exercens (1981) – il lavoro è, sì, un bene economico, ma è specificamente molto di più, essendo caratteristica fondante della natura umana, in quanto l’essere umano è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio creatore. D’altro canto, quanto alla domanda, il comportamento delle imprese e degli altri agenti che impiegano lavoro sarà sempre informato, oltre che a criteri di economicità, anche ad aspetti di responsabilità, umanità, e solidarietà.

Politiche per l’immigrazione e per il lavoro

Certo, quanto alle politiche per l’immigrazione e per il lavoro, stanti le attuali condizioni della globalizzazione, si è in presenza di questioni correlate tra le politiche di ordine interno ad ogni paese e quelle che risentono degli effetti di ciò che prevale negli altri paesi similari. Tuttavia, ancora gli aspetti nazionali sono da considerarsi prevalenti; e ciò perfino in Europa, dove pure “premono” forze e posizioni per una visione sopra-nazionale, cioè europea, dell’intero problema.

Prendendo il caso dell’Italia, si consideri intanto che la nostra economia attraversa da almeno due decenni un certo declino; così che, a mio avviso, gli aspetti negativi relativi alla crisi ed al ciclo attuali vanno aggiunti a quelli sottostanti di medio-lungo periodo.

In particolare, stanti le sue condizioni di economia duale, cioè quanto alla divisione fra il Nord-Centro industrializzato e le regioni Meridionali in via di industrializzazione (incluse, ovviamente, le due Isole maggiori), è chiaro che le sue due macroaree mostrino tuttora differenti processi dinamici. Pertanto, le stesse misure di politica economica anticiclicapossono ben essere in conflitto con quelle concernenti il trend di medio-lungo periodo, cioè con misure e riforme di ordine strutturale. Allora, non si riescono proprio a comprendere sciovinismi e chiusure che pure albergano presso vari settori del nostro paese.

Comunque, le misure intraprese al fine di contrastare gli aspetti sia di crisi sia di ciclo – quali quelle concernenti i cosiddetti ammortizzatori sociali e quelle relative ai sussidi finanziari o fiscalialle imprese in difficoltà – vanno specificamente coordinate con le misure fiscali e finanziarie intese a promuovere la crescita o lo sviluppo, sostenendo investimenti ed occupazione vuoi nel Meridione vuoi in particolari settori ed imprese quanto alle scelte tecnologiche nell’intero paese.

In queste condizioni segue che una politica per l’immigrazione – nel che, a differenza che per un lungo passato allorché l’Italia è stata un paese di forte emigrazione, si sostanzia oggi la politica per le migrazioni del lavoro – non potrà non vedere il contemperamento di due istanze parimenti rilevanti. Ciò, al fine di evitare in ogni modo che si cumulino conflitti che possono anche esplodere in guerre fra poveri. A mio avviso, la soluzione non può, allora, non essere vista alla luce delle premesse sopra fatte quanto ai condizionamenti che sempre vanno riconosciuti ad aspetti esterni all’economia, ed in particolare a quelli rivenienti dai prevalenti valori e norme morali (o attinenti all’etica) che largamente si sottoscrivono nel paese da parte della gente, in quanto rivenienti da una morale sociale aperta e cooperativa.

Infine (si fa per dire) si noti che politiche speciali vanno perseguite con riferimento a due aspetti rilevanti della realtà contemporanea in tema di immigrati: da un lato, quello dell’immigrazione clandestina; dall’altro, quello dei rifugiati. E’ chiaro che un’attenzione specifica ed argomentata va rivolta ad entrambi gli aspetti; ma – per assoluta mancanza di spazio – non è possibile occuparsene in questa sede. Si è inteso però farvi cenno ritenendo di avere indicato in queste note più che altro un metodo di analisi dal punto di vista di un economista eticamente motivato.

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settembre 24, 2013

Migrazioni del lavoro: il punto di vista di un economista eticamente motivato (1a parte).

Una economia aperta all’etica

In premessa, si consideri che, al contrario di quella che è un’opinione diffusa, nelle questioni economiche, non c’è un solo modo di “fare teoria”, oppure di “comportarsi in pratica”, bensì - in entrambi i casi - ve n’è più di uno. Ciò, in primo luogo, in quanto, gioca un ruolo la diversa impostazione analitica degli economisti,oppure la diversa attività operativa da parte dei tanti soggetti agenti; in secondo luogo, in quanto contano le differenze concernenti i condizionamenti dovuti ad aspetti esterni all’economia, ed in particolare a diversità di valori e norme morali (o attinenti all’etica) che si sottoscrivano. 

Sul primo punto, si consideri che le teorie perseguite dagli economisti, così come le azioni esperite dai diversi operatori, sono molteplici, mentre personalmente ritengo che possano essere accorpate in due grandi gruppi distinti e diversi. In particolare, quanto alle teorie, si verranno a confrontare, da un lato, un approccio di tipo neoclassico-monetarista e, dall’altro, un approccio di tipo classico-keynesiano, mentre - come specificamente sosteneva Keynes (1936) e come, personalmente, ne sono convinto - le prassi si adegueranno sempre, prima o poi, in un modo o in altro, alle teorie prevalenti.

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Nel primo caso, le posizioni dell’approccio neoclassico-monetarista si sono presentate, pur in presenza di certe differenze fra loro, come complete o chiuse, e allora, soffrendo di autoreferenzialitàe dicircolarità, come non corrette e non valide. Nel secondo caso, le posizioni dell’approccio classico-keynesiano si sono presentate, pur nelle loro differenze, come incomplete o aperte, e allora, procedendo al loro

completamento o chiusura, si sono affermate come corrette e valide.

Personalmente, nell’intero mio percorso scientifico, mi sono riconosciuto in posizioni di tipo classico-keynesiano. Ciò, in primo luogo, in quanto sono state in grado di cogliere aspetti cruciali della realtà economica, quali il ruolo rispettivo delle grandezze rilevanti sul piano sia della domanda che dell’offerta, una teoria della distribuzione del reddito non appiattita su quella della produzione, e così per altri rilevanti aspetti. In secondo luogo, al contrario delle posizioni chiuse, quelle aperte hanno il pregio della possibilità di essere completate dall’esternodell’economia, evitandosi così lo scoglio della circolarità. Allora, tutte le variabili di un modello (o di un comportamento) economico verranno determinate correttamente, ed in particolare lo saranno stante il ricorso al ruolo di una, o l’altra, opzione di morale sociale.

D’altro canto, sul secondo punto, si consideri che vi sono state molte differenze tra gli economisti; e ciò, a partire da quando A. Smith, nella sua opera fondamentale La ricchezza delle nazioni (1776), effettuò la separazione fra l’economia e l’etica. Tuttavia, tale separazione - durata per circa due secoli - ha subito, per così dire, una certa inversione di marcia nella seconda metà del secolo scorso, allorché da parte di un gruppo di economisti è stato ripreso il discorso sulle interrelazioni fra economia ed etica. Personalmente, ho sottoscritto tale posizione, tanto da potermi definire un economista eticamente motivato. In particolare, l’ho fatto sulla base dell’adesione alla dottrina sociale cattolica.

In realtà, essendo l’economia il portato di posizioni e scelte di tipo soggettivo, si comprende che il loro completamento non può ottenersi se non con riferimento a valori e norme morali di carattere oggettivo, o universale, ed in particolare con gli inputs rivenienti da quella dottrina.
Segue che solo così sarà ottenuta l’appropriata combinazione tra una corretta teoria socio-economica, come col modello d’impostazione classico-keynesiana, ed un valido apporto di tipo etico, come con la dottrina sociale cattolica.

            Anzi, da questo punto di vista, ragionando in termini di convergenza fra posizioni etiche differenti, ma entrambe ispirate a valori oggettivi, si può emblematicamente fare il caso dei rapporti tra le conclusioni cui era pervenuto il filosofo laico John Rawls (1971) e la dottrina sociale cattolica, secondo la quale - come scritto dal Papa Giovanni Paolo II° nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis (1987) - «ciò è necessario in base alla intrinseca dignità umana e non per qualsiasi forma di contrattualismo sociale».

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La globalizzazione

Nell’età contemporanea, come noto, si è affermato con forza il paradigma della globalizzazione, ancora oggi in auge anche se un po’ appannato rispetto alla situazione dominante nei due decenni finali del secolo XX e nei primi anni del nuovo secolo.
In proposito, occorre dapprima fare riferimento al fatto che, a differenza di quella di precedenti epoche storiche, questa globalizzazione ha visto, in un modo o in altro, la partecipazione della maggior parte dei paesi del pianeta, inclusi quelli emergenti, nonché quelli, tra i meno sviluppati, da considerarsi in via di sviluppo.

D’altro canto, si consideri che, in presenza della crisi mondiale, iniziata nel 2007 e che personalmente ritengo che nel complesso durerà, più o meno, per un decennio, i paesi meno sviluppati hanno mostrato una certa resistenza del rispettivo processo di sviluppo, e ciò vis-à-vis la forte crisi che ha colpito quelli industrializzati.

In realtà, mentre la parola globalizzazione è un termine recente e correntemente utilizzato, il concetto ed i fatti che hanno riguardato quella contemporanea possono essere ritenuti nuovi e vecchi al contempo. Tuttavia, la spiegazione dei vari processi di globalizzazione è stata ben diversa da teoria a teoria; ciò che, naturalmente, vale per ognuno dei suoi molteplici aspetti.

In effetti, la globalizzazione riguardata come libertà incondizionata nei movimenti internazionali di prodotti, tecnologie, lavoro, capitali (reali e finanziari) non è fenomeno nuovo. Peraltro, gli storici economici non concordano su quanto indietro nel tempo si debba andare perché si possa parlare di globalizzazione. Alcuni di loro sostengono che essa cominciò nel periodo della cosiddetta via della seta e della pace mongolica nel secolo XIII. Altri pensano che l’economia globale è cominciata con la scoperta del Nuovo Mondo in America e che l’espansione del commercio internazionale lungo le nuove rotte oceaniche prevalse negli ultimi anni del secolo XV. Altri ancora ne pongono l’inizio al punto di svolta nel secolo XIX, in particolare nei processi delle relazioni economiche fra Stati dopo la fine delle guerre napoleoniche, nella rivoluzione industriale via via affermatasi in tanti paesi, nella sostanziale riduzione nei costi di trasporto, così come nelle varie politiche economiche favorevoli al libero commercio.

E’ vero che nei secoli la libertà economica internazionale è stata oscillante, anche a tassi differenti da periodo in periodo, ma è anche vero che, in particolare quanto ai movimenti internazionali nei capitali e nelle tecnologie, la globalizzazione è stata una forza effettivamente trainante nella quarta parte del secolo XX. In effetti, gli avanzamenti nella diffusione delle cosiddette Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (le ben note ICT, Information and Communication Technologies), nella liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali, nella rapida evoluzione sia nei flussi commerciali globali che nella localizzazione delle produzioni, hanno portato ad un’accelerazione della globalizzazione nell’ultima parte del 1900.

Allora, molto più di prima, fondi finanziari disponibili hanno esplorato vie nuove d’impiego, in particolare utilizzando modelli rigorosi del tipo rischio/rendimento, il che si è anche riflesso in un più dinamico mercato delle valute (cioè, quanto ai rapporti tra la “nostra” e le “altre” monete).

Da un lato, diversi economisti e gestori di fondi - di orientamento “destrorso” - hanno sostenuto che la maggiore integrazione internazionale di ciascun mercato ha offerto nuove e maggiori potenzialità per un estendersi dello sviluppo economico in più direzioni ed una più rapida “convergenza” tra paesi poveri e ricchi. Così la libera circolazione dei beni e servizi ha portato i diversi paesi a specializzare la produzione in settori nei quali avevano vantaggi comparati, beneficiando della disciplina derivante dalla maggiore concorrenza esterna. Nella stessa direzione, la libera circolazione dei fattori della produzione ha portato a trasferimenti di tecnologie, a diversificazione dei rischi a livello globale, e ad una più efficiente allocazione delle risorse finanziarie. Ciò ha contribuito alla riduzione nel cosiddetto costo-opportunità del finanziamento degli investimenti produttivi nei paesi in via di sviluppo.

            Dall’altro lato, da parte degli studiosi di orientamento classico-keynesiano non si sono condivise dall’inizio quelle posizioni, insistendo essi sul punto che, negli stessi vent’anni prima della crisi finanziaria e socio-economica attuale, il ruolo dominante nel contesto internazionale è stato esercitato da una globalizzazione sfrenata. Si è quindi trattato di un periodo in cui, per così dire, il fuoco covava sotto la cenere; e ciò ha coinvolto sia gli aspetti del commercio, dunque dei mercati, e della produzione, sia quelli degli spostamenti dei fattori produttivi e dunque dei trasferimenti delle tecnologie, dei movimenti del capitale finanziario, delle migrazioni del lavoro.

Il verificarsi della successiva crisi degli anni 2007-09 ed il suo protrarsi in varie manifestazioni in quelli successivi hanno reso palesi le disfunzioni conseguenti agli eccessi. In concreto, quanto ai cinque aspetti sempre presenti nel dispiegarsi dei fatti economici, vale a dire:

  1. gli aspetti del commercio;
  2. gli aspetti della produzione e delle tecnologie;
  3. gli aspetti della finanza;
  4. gli aspetti del lavoro;
  5. gli aspetti del consumo e dei “modi di vivere”, i rispettivi andamenti, in condizioni di una globalizzazione sfrenata dominante, sono stati tutti toccati dalla rilevante carenza di regole e disciplina. Mentre si dovrebbe poter dire separatamente e criticamente per ognuno di questi punti, in questa sede si farà specifico riferimento al solo caso del lavoro.

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Come invadere gli USA senza sparare un colpo.

Al Jazeera America sarà presto disponibile in più di 48 milioni di case, offrendo 14 ore di notizie tutti i giorni.

Il nuovo network prende il posto di Current Tv, la tv via cavo fondata dall’ex vicepresidente americano Al Gore, acquistata in seguito dal Qatar nel Gennaio 2013 per circa $500 milioni di dollari.

Al momento manca ancora l’accordo definitivo con Time Warner Cable per distribuire il canale. Al Jazeera America dichiara che darà meno spazio rispetto agli altri canali alla pubblicità, che sarà di sei minuti ogni ora contro  15 minuti in tutti i principali canali di notizie .

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Secondo l’amministratore delegato, di Al Jazeera USA, le notizie verranno filtrate attraverso un’ottica americana. Ciò nonostante il problema più grande è la reputazione. Al Jazeera è stato il canale preferito di Osama Bin Laden, il quale usava la piattaforma del Qatar per trasmettere i suoi video messaggi. Alcuni Americani fanno ancora confusione tra Al Jazeera e Al Qaeda.

Il grande nome di Al Jazeera Usa è Ali Velshi, ex giornalista della CNN. Il canale avrà quindi due sfide da superare: primo capire se esiste ancora un interesse per le notizie nude e crude e secondo se l’America si fiderà di Al Jazeera come canale di diffusione di tali notizie.

A livello globale Al Jazeera viene seguita in più di 260 milioni di case in 130 paesi diversi. In passato il canale ha riscontrato difficoltà a reperire un audience americano in quanto viene percepito come anti- USA.

Incredibile ma vero a seguito dell’acquisto di Current TV da parte di Al Jazeera, la Time Warner Company ha deciso di eliminare Current TV dal proprio palinsesto.

Al Jazeera nel frattempo ha dichiarato che il proprio taglio sarà neutro e presenterà un copertura approfondita  di notizie nazionali ed internazionali per il proprio pubblico americano.

Il presidente di Al Jazzera America, Kate O’Brian promette: “ Arriveremo con un prodotto nuovo, unico e abbiamo la certezza che il pubblico americano sta proprio cercando questo”.

Il Canale assumerà tra gli 850 e i 900 giornalisti, con uffici in 12 città americane.

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settembre 23, 2013

L’Edicola on Line: I 10 articoli più letti nel mese di Agosto 2013.
1.- Il sistema economico e finanziario italiano nel 2013 al limite massimo della sopportazione.
crisi1Il sistema economico e finanziario italiano nel 2013 sta dimostrando di essere al limite massimo della sopportazione per quanto riguarda la pressione fiscale. Le crisi finanziario-economiche innescate dai mutui subprime americani e poi trasferitesi in Europa hanno messo in evidenza i limiti e la debolezza delle gestioni finanziarie e degli organi preposti al loro controllo. Pochi avevano previsto una crisi del genere. Nemmeno le tanto rinomate agenzie di rating, Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch con la loro spropositata influenza - non sempre, tra l’altro, sopportata dai fatti-, né l’autorevole economista Alan Greenspan  guida  per lungo tempo, dal 1987 al 2006, della prestigiosa Federal Reserve

2.- Ammontano a 54 i paesi, fra cui anche l'Italia, coinvolti nel programma di "extraordinary rendition" della Central Intelligence Agency.
cia wallpaperAmmontano a 54 i paesi, fra cui anche l'Italia, coinvolti nel programma di "extraordinary rendition" della Central Intelligence Agency, sia ospitando prigioni segrete che offrendo aiuto nella cattura, il trasporto o la tortura di sospetti terroristi, in realtà fastidiosi dissidenti. Lo attesta, tra l’altro, un dettagliato rapporto diffuso ora da un'associazione per i diritti umani di New York: la Open Society Justice Initiative, che cita i casi di 136 persone vittime del programma dei sevizi segreti USA. «La responsabilità degli abusi ricade non solo sugli Stati Uniti, ma anche su decine di governi stranieri che ne sono stati complici», si legge nel rapporto, intitolato: "Globalizing Torture: CIA Secret Detention and Extraordinary Rendition".

3.- Illusioni ottiche da capogiro, ecco una trafila di trucchi che ingannano il cervello al primo sguardo.
illusioni ottiche da capogiro2Dischi rotanti, spirali che sprofondano nello schermo e pallini che ammiccano. Ma anche figure-fantasma, che appaiono in un battere di ciglia e geometrie  distorte così ingannevoli da sembrare reali. Ecco le illusioni ottiche, quei disegni o quegli effetti grafici in grado di farci vedere cose che non esistono o che riescono a simulare movimenti anche nelle immagini completamente statiche. Alcune manipolano il modo i cui il nostro cervello interpreta le immagini, altre sfruttano la fisiologia del nostro occhio e i meccanismi con cui queste vengono proiettate e permangono sulla retina. Oppure il modo in cui il nostro cervello raggruppa naturalmente alcune figure, seguendo quelle che vengono chiamate le leggi della Gestalt.

4.- Money Farm Infographic: gestire i propri risparmi nei momenti di crisi è sempre più complicato.

5.- L’Artico è un tesoro ecologico inestimabile, che accoglie specie animali e piante uniche sul pianeta.
orso polareUna terra, in cima al mondo, lontana dagli occhi di tutti ma che, nella sua remota distanza svolge l’importante funzione di regolare il clima dell’intero pianeta. Il candido colore bianco del ghiaccio riflette i raggi del sole, raffreddando il pianeta, mentre le acque dell’oceano artico li assorbono. Lasciare questo frigorifero aperto agli sfruttamenti industriali, significa permettere che più ghiaccio si sciolga e che gli effetti del riscaldamento globale si accelerino. L’Artico è un tesoro ecologico inestimabile, che accoglie specie animali e piante uniche sul pianeta. Diverse comunità locali vi abitano da millenni e dipendono da questa regione per la loro sopravvivenza.

6.- Enel: stop all'autorizzazione per il completamento della centrale nucleare in Slovacchia.
Enel Centrale NucleareLa Corte Suprema slovacca, accogliendo il ricorso presentato da Greenpeace, ha annullato la decisione dell'Autorità di regolamentazione nucleare, che è servita come base per una delle autorizzazioni essenziali per il completamento delle unità 3 e 4 di Mochovce. I lavori di costruzione della centrale nucleare ora dovrebbero essere fermati. I due reattori, proprietà di Slovenske Elektrarne, controllata da Enel al 66%, erano stati autorizzati nel 1986, anno di Cernobyl, ma mai completati. Il costo dell'operazione era via via cresciuto fino a oltre 3 miliardi di euro per 880 MW, nonostante il progetto non preveda nemmeno un sistema di doppio contenimento dei reattori.

7.- Sally Matthews presenta un’ esposizione dedicata al mondo animale lungo il percorso ArteNatura della Val di Sella.
Sally Matthews - Animal sculptureMostra di disegni e sculture sul mondo animale; incontro con l’artista Sally Matthews. Un’ esposizione dedicata al mondo animale, in dialogo con le opere che l’artista inglese realizzerà lungo il percorso ArteNatura. A dieci anni dal suo ultimo lavoro in Val di Sella ritorna Sally Matthews, artista inglese la cui sensibilità unica nei confronti del mondo animale e la raffinata capacità di lavorazione dei materiali natural, da sempre affascinano i visitatori di Arte Sella. Nel corso del 2013 l’artista lavorerà a due progetti in apparenza differenti, ma il cui legame tematico raccorderà Borgo Valsugana alla Val di Sella: negli Spazi Livio Rossi di Borgo Valsugana troverà spazio un’esposizione temporanea di disegni e sculture, mentre il mese di luglio vedrà l’artista impegnata nella realizzazione di un branco di lupi lungo percorso Arte Natura.

8.- Samsung batte Apple sul tempo: il nuovo dispositivo indossabile arriverà sul mercato nel prossimo autunno.
Samsung-Galaxy-Gear_258La recente vittoria legale di Apple su Samsung non chiude la battaglia tra i due colossi hi-tech. Il nuovo colpo arriva da Seul, visto che il gruppo oggi ha annunciato che il 4 settembre presenterà il suo Galaxy Gear, il primo smartwatch dell'azienda sudcoreana. Il lancio arriverà due giorni prima dell'inizio dell'evento IFA al Consumer Electronic Show di Berlino. Il nuovo dispositivo indossabile arriverà sul mercato nel prossimo autunno, giusto in tempo per fermare la possibile espansione del gruppo di Cupertino, California, che le indiscrezioni dicono abbia quasi ultimato il suo orologio: da mesi un team di 100 persone sta lavorando senza sosta al progetto che Apple vorrebbe lanciare entro la fine dell'anno.

9.- È arrivata la Digital Radio, tante radio italiane protagoniste di questa straordinaria innovazione.
digital radio map-availability-totaleÈ arrivata la Digital Radio, tante radio italiane protagoniste di questa straordinaria innovazione, destinata a rivoluzionare il tuo ascolto. Il Digital Audio Broadcasting (DAB), dalla lingua inglese diffusione audio digitale, è il sistema di radiodiffusione digitale che permette la trasmissione sonora di programmi radiofonici con qualità paragonabile a quella di un compact disc. Il 21 dicembre è stato pubblicato sul sito dell'AGCOM il nuovo regolamento recante le norme che disciplinano la fase di avvio delle trasmissioni radiofoniche in tecnica numerica. Il testo è stato approvato in Consiglio il 26 dicembre 2009 ed abroga il precedente regolamento 149/05/CONS. Il nuovo regolamento è il frutto di un lungo percorso di consultazione tra operatori ed Autorità ed apre il via definitivo alla transizione verso le trasmissioni in tecnica numerica.

10.- L’ultima trovata del PDL: un condono edilizio mascherato.
Ischia-abusivismoNello scorso giugno abbattuto lo scheletro dell’albergo e poi le villette sulla spiaggia di Lido Rossello,vicino alla Scala dei Turchi, a Realmonte, nell’agrigentino. Una storia che sembrava infinita. Dopo ricorsi, dispute legali e cavilli, finalmente l’esito sperato da molti.  Una vittoria ottenuta utilizzando gli strumenti esistenti. Anche per questo si ha difficoltà a capire la ratio che sovraintende al tentativo di mutare questo status quo legislativo. Come intenderebbe fare il disegno di legge n. 580 firmato dal senatore pidiellino Ciro Falanga, che vorrebbe togliere alle Procure la competenza in materia di esecuzione delle demolizioni. Un ddl che continua ad essere discusso in Commissione Giustizia e a creare forti contrapposizioni.
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settembre 11, 2013

Il sistema economico e finanziario italiano nel 2013 al limite massimo della sopportazione.
Il sistema economico e finanziario italiano nel 2013 sta dimostrando di essere al limite massimo della sopportazione per quanto riguarda la pressione fiscale.
Le crisi finanziario-economiche innescate dai mutui subprime americani e poi trasferitesi in Europa hanno messo in evidenza i limiti e la debolezza delle gestioni finanziarie e degli organi preposti al loro controllo. Pochi avevano previsto una crisi del genere. Nemmeno le tanto rinomate agenzie di rating, Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch con la loro spropositata influenza - non sempre, tra l’altro, sopportata dai fatti-, né l’autorevole economista Alan Greenspan  guida  per lungo tempo, dal 1987 al 2006, della prestigiosa Federal Reserve
crisi1
americana, ne hanno previsto i sintomi  e sono stati colti di sorpresa.  Ma ciò che preoccupa maggiormente è il prolungarsi della crisi oltre ogni previsione e i relativi pesanti effetti sulla vita di tante famiglie e delle comunità nazionali ed internazionali più in generale. Si può dire che questa è la prima vera crisi della globalizzazione moderna, certamente la più severa, e per certi versi addirittura più grave della stessa grande crisi del ‘29-‘30.
      I Mass Media non si sono certo risparmiati nel descrivere la crisi non sempre però facendo chiarezza, anzi a volta incrementando una certa confusione, anche perché sono stati introdotti termini di difficile comprensione per di più di lingua inglese, poco conosciuti se non agli esperti finanziari, come hedge funds, stock options, subprime,  credit crunch, junk bonds, , default, credit default swap, outsourcing, rating agencies, credit watch, benchmark e, ultimamente, il tanto menzionato Spread (per una  semplice e  breve descrizione di questi termini vedi in Appendice). E come spesso avviene, la difficoltà di essere chiari nasconde un problema più profondo legato alla incapacità di  comprendere, per chi ne scrive o ne parla, i veri termini del problema e/o alla volontà di  sviare l’attenzione dalle responsabilità oggettive dei poteri reali.
  • Per quanto le tasse continuino ad aumentare lo Stato non riesce ad incrementare significativamente le proprie entrate
  • Ogni nuovo amento della pressione fiscale produce ulteriori collassi nella base imponibile e l’aumento del mercato nero.
Riprendiamo la tabellina delle entrate fiscali 2013 da Gennaio a Luglio e ragioniamo sui numeri:
ScreenHunter 07 Sep. 06 07.491 Verso la Bancarotta: Il Crollo Delle Entrate Fiscali Italiane in Prospettiva (Laffer Forever)
Tra gennaio e luglio del 2013 le entrate fiscali sono aumentate del 1,2%.
Ma sono davvero aumentate?
In realtà no, i dati delle entrate fiscali sono grezzi cioè non corretti per l’inflazione.  Attualmente il tasso annuale di inflazione è proprio dell’ 1,2% dunque le entrate fiscali in termini reali hanno avuto una crescita pari a zero.
E le spese per interessi?
Come noto l’Italia continua ad aumentare lo stock del suo debito pubblico e con esso la spesa per interessi, nel 2013 lo stock del debito pubblico italiano aumenterà di circa il 4,5% e la spesa per interessi, di circa il 4%.  In soldoni circa 4 miliardi di euro in più di spesa per interessi.
Le entrate fiscali se fosse confermata un crescita dell’1,2% invece cresceranno di 4,5 miliardi di euro.
Facendo la differenza, vediamo che la variazione delle entrate fiscali del 2013 andrà appena a coprire l’aumento della spesa per interessi che l’Italia sta affrontando nel 2013.
E’ del tutto evidente che la situazione è destinata a peggiorare di anno in anno se non si interverrà in maniera feroce sulla spesa pubblica e probabilmente di dovrà passare da una ristrutturazione del debito pubblico (con conseguenze poco piacevoli per i correntisti e i risparmiatori, ricordatevi che la vostra banca, se italiana, è il principale finanziatore dello Stato con i vostri soldi in conto corrente)
In sintesi:
  • Se lo Stato aumenta le tasse, crolla l’economia e in breve periodo la base imponibile tanto da vanificare l’aumento della pressione fiscale.
  • La spesa per interessi auto alimenta lo stock di debito e con esso ulteriore spesa per interessi. In qualche modo lo stock di debito italiano andrà abbattuto attraverso: pesanti patrimoniali, cessione di asset pubblici, ristrutturazione del debito. Probabile l’implementazione di tutte e 3 di queste linee politiche.
Le azioni da intraprendere per salvare parte dei nostri risparmi sono auto evidenti.
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settembre 05, 2013

Ammontano a 54 i paesi, fra cui anche l'Italia, coinvolti nel programma di "extraordinary rendition" della Central Intelligence Agency.

Ammontano a 54 i paesi, fra cui anche l'Italia, coinvolti nel programma di "extraordinary rendition" della Central Intelligence Agency, sia ospitando prigioni segrete che offrendo aiuto nella cattura, il trasporto o la tortura di sospetti terroristi, in realtà fastidiosi dissidenti. Lo attesta, tra l’altro, un dettagliato rapporto diffuso ora da un'associazione per i diritti umani di New York: la Open Society Justice Initiative, che cita i casi di 136 persone vittime del programma dei sevizi segreti USA.

«La responsabilità degli abusi ricade non solo sugli Stati Uniti, ma anche su decine di governi stranieri che ne sono stati complici», si legge nel rapporto, intitolato: "Globalizing Torture: CIA Secret Detention and Extraordinary Rendition".

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Colonia Italia - Nel Belpaese dal 1945 ad oggi, i servizi segreti di mezzo mondo, in particolare inglesi, nordamericani ed israeliani (responsabili del rapimento a Roma di Mordechai Vanunu nel 1986: il tecnico che rivelò l'esistenza gli armamenti nucleari di Tel Aviv), fanno i loro porci comodi impunemente, e controllano illegalmente la popolazione italiana, ma non solo. Ecco il caso emblematico di Abu Omar. Correva l’anno 2003, esattamente il 17 febbraio, quando a Milano, in pieno centro, proprio in via Guerzoni, agenti della Cia sequestrano l’imam egiziano Hassan Mustafa Osama Nasr, meglio noto come Abu Omar. Quello stesso giorno lo hanno trasferito alla base militare di Aviano (in loco sono presenti 50 bombe nucleari B -61), dove l’egiziano è stato interrogato e malmenato per sette ore. Due anni più tardi, su quella scomparsa su cui l’intelligence a stelle e strisce ed il Sismi di Nicolò Pollari (il sodale di don Verzè) hanno provveduto a stendere una fitta coltre di disinformazione, si spalanca una verità inconfessabile per Roma e Washington. In seguito alle torture subite Abu Omar ha perso l’uso delle gambe e dell’udito.

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Il sequestro di Abu Omar è stata un’operazione non convenzionale di “rendition” (di “consegna ed estradizione” forzosa) verso un Paese terzo avvenuta con la piena consapevolezza e cooperazione del nostro Servizio segreto militare, il Sismi (oggi denominato Aise), e in violazione della nostra Costituzione.

Sulla, vicenda, il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, istruirà un processo che porterà alla condanna in contumacia dei soli agenti della Cia coinvolti nel sequestro. Pollari e gli altri funzionari del Servizio verranno salvati dal provvidenziale ed immancabile segreto di Stato, riconosciuto da entrambi i governi (Berlusconi & Prodi) che si trovarono a gestire l’ “affaire”.

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Segreto di Stato - A copertura come sempre, di qualsiasi illegalità. Il 18 luglio 2006, la Procura della Repubblica di Milano interpella la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il ministro della Difesa per sapere se da, da qualche parte, esistano “comunicazioni e documenti concernenti il sequestro Abu Omar o le vicende che lo hanno preceduto o, in generale, informative relative alla pratica delle cosiddette extraordinary renditions” coperte da segreto di Stato. La risposta di Palazzo Chigi conferma l’inaudito (datata 26 luglio 2006, protocollo n. usg/2.sp/913/50/347): “Esistono documenti su cui risulta apposto il segreto dal precedente presidente del Consiglio (Berlusconi), successivamente confermato dall’attuale presidente (Prodi) per i quali non sussistono le condizioni per la rimozione del segreto”.

Il ministro della difesa Parisi, in una nota indirizzata al magistrato Spataro e datata 27 luglio 2006 (prot. ucg/32509/91.10, pervenuta alla Procura della Repubblica di Milano il successivo 2 agosto, scrive, a proposito del procedimento penale n. 10838/05.21: “… sentito il Presidente del Consiglio dei Ministri che in data di ieri ha risposto a codesto Ufficio confermando il segreto di Stato, questo Ministro della Difesa, conformemente a tale decisione, che condivide, è vincolato al medesimo segreto di Stato e per le medesime ragioni esposte dal Presidente del Consiglio”.

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Condanna di carta - Il 14 febbraio 2007 il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza (382 si, 256 no e 74 astensioni) il rapporto che denuncia i 1.245 voli segreti della Cia, i rapimenti commessi sul suolo europeo, le torture a cui i rapiti sono stati sottoposti. E le complicità di almeno 13 paesi che hanno fatto finta di non vedere. Tra i quali l’Italia, dove proprio solo in quel periodo ci sono stati almeno 46 voli segreti. Tra i Paesi accusati di complicità oltre all’Italia, Germania, Gran Bretagna, Polonia, Spagna, Portogallo, Austria, Irlanda, Grecia, Cipro, Danimarca, Romania e Belgio.

Ecco cosa ha argomentato Claudio Fava, il relatore della relazione europea: “Sapevamo che la Cia, dietro Guantanamo, aveva fabbricato un proprio arcipelago gulag, una dozzina di black sites in cui stoccare i presunti terroristi prima di spedirli per gli interrogatori, quelli seri, nelle mani dei professionisti egiziani, giordani, siriani. Sapevamo che taluni voli affittati a squadre di basket da compagnie fantasma venivano utilizzati dai servi americani per trasportare vittime di renditions da un capo all’altro del mondo. Sapevamo e ogni tanti chiedevano il permesso agli americani di spedire anche i nostri poliziotti a interrogare i presunti terroristi in fondo a codeste galere”.

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Addirittura il governo Prodi ha ritenuto violato il segreto di Stato da parte dei magistrati “L’autorità giudiziaria di Milano ha acquisito documenti informativi, anche di carattere documentale, attinenti all’identità di 85 dipendenti (del Sismi, ndr) intercettandone le utenze cellulari i uso” ha affermato l’allora vice premier Rutelli, già presidente del Copasir. E così il governo tricolore ha sollevato anche il conflitto tra poteri dello Stato dinanzi alla Corte Costituzionale.

Pensate che questo abuso di Stati sia stato arrestato? Bene, siete in errore. In una terra a sovranità perduta, un rapimento o un attentato, oppure in alternativa un omicidio può toccare a chiunque, se osa molestare il sistema di potere dominante. Cosa c'è di peggio della Cia? Banale: la National Security Agency, attiva sotto mentite spoglie in Italia, grazie anche a sistemi operativi iper-tecnologici e alle solite complicità di alto profilo istituzionale. Recentemente l'ambasciatore USA a Roma in un'intervista al Corriere della Sera ha già dettato la consueta linea politica del nuovo governo tricolore.

In altre parole, altro che elezioni (truccate):  ci vogliono tutti a cuccia sotto il controllo totale. Ora consentiranno al popolo sovrano solo a parole, di mettere una croce sui loro candidati imposti. Insomma, un trattamento da analfabeti e decerebrati: così considerano la popolazione italiana i veri detentori del potere finanziario in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d'America. Nel cortile di casa hanno maggiordomi, camerieri e servi. A cosa credete che possano servire certe associazioni come l'Aspen Institute? Date un'occhiata alla mostruosità con licenza di uccidere e danneggiare chiunque, senza risponderne, di Eurogendfor: fuori dal controllo giudiziario e parlamentare.

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Illusioni ottiche da capogiro, ecco una trafila di trucchi che ingannano il cervello al primo sguardo.

Dischi rotanti, spirali che sprofondano nello schermo e pallini che ammiccano. Ma anche figure-fantasma, che appaiono in un battere di ciglia e geometrie  distorte così ingannevoli da sembrare reali. Ecco le illusioni ottiche, quei disegni o quegli effetti grafici in grado di farci vedere cose che non esistono o che riescono a simulare movimenti anche nelle immagini completamente statiche.

Alcune manipolano il modo i cui il nostro cervello interpreta le immagini, altre sfruttano la fisiologia del nostro occhio e i meccanismi con cui queste vengono proiettate e permangono sulla retina. Oppure il modo in cui il nostro cervello raggruppa naturalmente alcune figure, seguendo quelle che vengono chiamate le leggi della Gestalt.

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Nate quasi per gioco, sono un interessante chiave di lettura per i neuroscienziati impegnati a studiare il meccanismo della visione e provare a svelare come la nostra mente comprende ciò che gli occhi vedono.

L'ultimo esempio? Una ruota di 32 spicchi alternati in bianco e nero il cui centro lampeggia, se spostiamo lo sguardo nella periferia della figura. Secondo un recentissimo studio, il ritmo del lampeggiamento è sincronizzato con il ritmo di specifiche scariche elettriche registrate nel cervello con l’ elettroencefalogramma, il cosiddetto ritmo alfa, quello basale di quando siamo svegli ma con gli occhi chiusi.

Ma le illusioni ottiche sono anche un intrigante intrattenimento, ed è proprio questo lo spirito con cui ve ne proponiamo una sfilza. Ubriacatura garantita.

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