Lavapiatti, pizzaioli, muratori e tuttofare che sgobbano 13,14 ore al giorno sottopagati. I tagli dei governi hanno più che dimezzato il numero di ispettori del lavoro in circolazione, con la conseguenza che ogni imprenditore fa come gli pare perché "...non possiamo fare altrimenti". Ormai immigrati solo di passaggio: "Qui è meglio non restare"
E' mezzanotte meno dieci. Un esercito di migliaia di immigrati bengalesi, pakistani, cingalesi ed egiziani sosta intirizzito davanti alle fermate degli autobus.
Sono tutti lavapiatti, cuochi, pizzaioli e tuttofare che hanno appena finito il loro quotidiano doppio turno di lavoro nei ristoranti e nelle pizzerie della Capitale. Hanno sgobbato per 13, 14 ore dietro forni, griglie e pentoloni ad un ritmo spesso frenetico, insostenibile. Quelle tante ore al giorno, in media, fanno 80, 90 ore a settimana, con un solo giorno di riposo, quando va bene.
Guadagnano dai 900 ai 2mila euro al mese (lusso per pochi chef e pizzaioli esperti), di cui spesso più della metà in nero. La maggior parte viene assunta con un contratto part-time di 24 ore, che prevede una retribuzione netta di 400, 500 euro. Il resto dei soldi gli viene dato fuori busta paga. Evasione contributiva allo stato puro.
"Confindustria Sicilia - afferma Pezzotto - ha lanciato, per esempio, una classifica delle industrie e delle attività commerciali più 'responsabili'. L'esperienza dimostra che con le buone pratiche e le sinergie tra gli enti locali e le parti sociali si può riportare la legalità e il rispetto della dignità del lavoro. Se si migliorano le condizioni degli immigrati ne beneficiano tutti".
Lo sfruttamento silenzioso. "Arrivano da noi solo a termine del rapporto di lavoro - rivela Caterina Ruggini, dell'ufficio vertenze della Camera del lavoro della Cgil - a quel punto chiamiamo il datore di lavoro e garantiamo una tutela legale a chi denuncia in che modo è stato trattato e remunerato.
All'ufficio immigrazione della Cgil si rivolgono circa 120 badanti a settimana e una ventina di lavoratori della ristorazione. Nel 70% dei casi apriamo una conciliazione con il datore di lavoro e rusciamo a recuperare almeno la somma che non gli è stata pagata.
Quasi tutti prendono paghe al di sotto del minimo contrattuale senza tredicesima né quattordicesima. In molti casi - aggiunge la sindacalista - gli fanno firmare la busta ma non gli consegnano i soldi. E spesso si tratta di operai specializzati e qualificati che dovrebbero percepire almeno il doppio di quel che prendono: vengono registrati come sesto, settimo livello e magari sono da inquadrare come terzo livello".
"Nessuno denuncia". Dello stesso parere è Laura De Rosa, operatrice di Cidis Onlus 2, che da anni offre consulenza e mediazione ai lavoratori immigrati: "Non denuncia nessuno perché rischiano di perdere il posto, e se perdono il lavoro perdono anche il permesso di soggiorno e vanno a casa. Mancano le tutele. Non è possibile che se vengono licenziati hanno solo sei mesi per trovare un altro impiego".
Molte delle persone che si rivolgono ai sindacati e alle associazioni sono infelici, pensavano di trovare un Paese migliore ad accoglierli. "L'Italia sta diventando sempre più una terra di passaggio, non ci viene più nessuno - spiega Laura - e quei pochi che ci sono vogliono andarsene".
Ci sono da 11 anni in Italia, ma ora è molto peggiorata. Due amici miei sono andati tre anni fa in Australia e mi dicono sempre che lì si sta bene, però come faccio adesso? Per me è troppo tardi". Molti di loro "non sono consapevoli delle loro potenzialità - conclude Laura De Rosa - ne conosco uno che gestiva quattro campi agricoli nel suo Paese, hanno competenze che non sanno di avere: magari parlano tre lingue diverse".
fonte: La Repubblica

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