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agosto 01, 2014

Fiat saluta l'Italia dopo 115 anni e il fisco sta a guardare.

Approvata a maggioranza con oltre l'80% del capitale la fusione con Chrysler. Con 501 milioni di azioni che hanno votato a favore, 100 milioni contrarie e 3 milioni di astenuti, è passata l'operazione che porta la Fiat al di fuori dai confini nazionali.

L'assemblea degli azionisti del Lingotto, riunita per l'ultima volta a Torino, ha dato il suo via libera a  Fca, la nuova società da 4,7 milioni di auto nata dall'integrazione tra Torino e Detroit. Nel nuovo consiglio di amministrazione di Fca non entrerà, Luca Cordero di Montezemolo. I nomi dei consiglieri sono John Elkann, Sergio Marchionne, Andrea Agnelli, Tiberto Brandolino D'Adda, Glenn Earle, Valerie A. Mars, Ruth J. Simmons, Ronald L. Thompson, Patience Wheatcroft, Stephen M. Wolf, Ermenegildo Zegna.

Fiat-Sede-Torino-Lingotto-2-Imc

La votazione che ha approvato la fusione ha comunque registrato il voto contrario di circa 100 milioni di azioni, con un controvalore di oltre 700 milioni di euro, pari al 15% del capitale azionario presente in assemblea, e al 7,5% del capitale totale. Il valore eccede i 500 milioni che la società ha stanziato per il diritto di recesso, una soglia superata la quale la fusione non sarà ritenuta valida. "Non lo vedremmo come un fallimento se la fusione non dovesse andare in porto", ha affermato il presidente Elkann, sulla possibilità che la fusione con Chrysler salti a causa dell'esercizio del diritto di recesso da parte degli azionisti. "Aspetteremmo e la faremmo tra qualche mese, tra un anno" ha aggiunto Marchionne.

Con il voto di oggi, comunque, Fiat centra l'ultima data utile per poter giungere in ottobre alla quotazione a Wall Street, vero obiettivo del trasferimento della sede legale in Olanda e del domicilio fiscale nel Regno Unito. Il quartier generale a Londra pare sia stata una condizione implicita posta dagli investitori americani per partecipare con entusiasmo allo sbarco del Lingotto alla Borsa di New York. Gli Agnelli garantiscono che quello di oggi non è un addio all'Italia ma un nuovo inizio, l'apertura di una pagina nuova, la nascita di una società davvero globale, senza nazionalità. "Nostra patria è il mondo intero", come cantavano gli anarchici all'inizio del Novecento.

Fiat saluta l'Italia dopo 115 anni e il fisco sta a guardare.

fiat sciopero

La prova del nove non tarderà ad arrivare. Sarà la verifica dell'impegno principale assunto solennemente da Marchionne: il ritorno alla piena occupazione negli stabilimenti italiani. Impegno non da poco che, se venisse mantenuto, varrebbe forse il sacrificio del trasferimento altrove del quartier generale del gruppo.

Nelle prossime settimane dovrebbero partire gli allestimenti delle linee a Mirafiori, per il suv Levante della Maserati, e a Cassino per la nuova Alfa Giulia, l'auto che dovrebbe segnare la riscossa del marchio del Biscione. Solo quando srriverà la fine della cassa integrazione negli stabilimenti della Pensiola, si potrà dire che il bilancio sociale dell'operazione Fca è stato positivo per l'Italia. "Siamo pronti a compiere il salto di qualità - ha detto il manager in assemblea -

Questa è una azienda che può e deve puntare in alto". Nel corso della conferenza stampa, l'ad del gruppo è stato ottimista: "Non ho il minimo dubbio che il piano sia fattibile e possa essere finanziato dalle risorse interne del gruppo. Rispetteremo l'impegno per il rientro di tutti i dipendenti in italia". E alla domanda sugli incentivi ha tagliato corto: "Spero che il ministro Lupi non lo faccia. Vorrei che fossero eliminati completamente, drogano il mercato, spostano le dinamiche. Bisogna lasciare che il mercato vada come deve andare".

Per il momento il fronte principale resta quello della Borsa. Che nelle ultime ore sta punendo il titolo di Torino, sulla base di una trimestrale non esaltante e forse anche della considerazione che con la quotazione in Olanda e la possibilità di garantire ai soci azioni dal voto doppio, la contendibilità di Fca sia minore di oggi.

Grazie al nuovo sistema infatti Exor potrebbe passare dal 30 al 46 per cento del diritti di voto. Una circostanza che nei giorni scorsi aveva spinto alcuni analisti a consigliare ai fondi di votare contro la fusione ed esercitare il diritto di recesso, peraltro più alto degli attuali corsi di Borsa.

fonte: La Repubblica

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