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maggio 29, 2026

12 modi in cui potresti vivere lo spirito emo

Essere emo non significa solo vestirsi di nero o ascoltare musica triste: è un modo di vivere ed esprimere le emozioni con cruda onestà. Che tu sia stato attratto dalla cultura emo negli anni 2000 o che la stia scoprendo ora attraverso l'estetica e le playlist, potresti chiederti: "Sono emo?". Questi 12 segnali vanno oltre gli stereotipi e scavano nella profondità emotiva e creativa che definisce lo spirito emo. Se questi segnali ti coincidono, probabilmente sei più emo di quanto pensi.

1. Senti le cose profondamente e spesso

Se la tua gamma emotiva è come un ottovolante e non hai paura di cavalcarla, è un classico tratto emo. Potresti piangere sul testo di una canzone, lasciarti travolgere da un pomeriggio nuvoloso o soffermarti sulla tristezza invece di scappare. Le persone emo non si nascondono dai sentimenti: li esplorano. Questa onestà emotiva è al centro dell'intera cultura.

Questo non significa essere sempre tristi; significa che ti permetti di provare emozioni intense. Che si tratti di malinconia, dolore o persino gioia, le tue emozioni sono vivide e coinvolgenti. Provare tutto contemporaneamente può essere estenuante, ma anche meraviglioso. L'emozione sta nel dare voce a queste emozioni.

2. I tuoi gusti musicali tendono alla malinconia

Se le tue playlist sono piene di My Chemical Romance, Paramore, The Used o confessionali acustici, potresti essere emo nell'anima. La musica emo è più di un genere: è una terapia con gli accordi. Ti senti attratto da testi che comprendono il tuo stato d'animo prima ancora che tu lo abbia elaborato. Quando il mondo ti sembra pesante, la musica diventa la tua valvola di sfogo.

Anche se il tuo stile non è apertamente emo, il tuo amore per la musica ricca di emozioni la dice lunga. Potresti ritrovarti a piangere su un riff di chitarra o a identificarti troppo con un vecchio testo dei Fall Out Boy. Non è solo una questione di suono, è una conferma. La traccia giusta al momento giusto è il modo per sopravvivere alle giornate difficili.

3. Il nero è il tuo colore preferito

Il nero non è solo un colore: è una zona di comfort. Se indossi felpe con cappuccio nere, jeans skinny e anfibi senza pensarci, potresti incarnare l'estetica emo. Ti senti più te stesso quando indossi toni più scuri. Non si tratta di essere audaci, si tratta di riflettere il tuo paesaggio interiore.

Indossare il nero ti aiuta a sentirti con i piedi per terra e protetto. Che tu lo abbini o meno all'eyeliner o alle magliette di una band, comunica al mondo la tua personalità. Non è un'uniforme, è uno scudo. La moda emo parla da sola senza bisogno di spiegare nulla.

4. Scrivi (o hai scritto una volta) poesie o testi introspettivi

Scrivere un diario, poesie o canzoni potrebbe essere stata la tua via di fuga quando tutto ti sembrava troppo. La cultura emo incoraggia a trasformare il dolore in arte, e la scrittura è una delle sue espressioni principali. Che si trattasse di lettere d'amore mai spedite o di versi scarabocchiati sul retro del tuo quaderno, le tue parole erano cariche di significato. Erano la tua verità in forma grezza.

Anche se hai superato gli schemi di rima e le metafore strazianti, quella parte di te vive ancora nel tuo impulso creativo. L'espressione emo è profondamente personale: non si tratta di quanto sia bella; si tratta di quanto sia vera. Quando scrivi per guarire o elaborare, porti ancora con te quello spirito emo. Ogni strofa spezzata è un passo verso la comprensione di te stesso.

5. I giorni di pioggia colpiscono in modo diverso

La maggior parte delle persone si lamenta del cielo grigio, mentre tu ci trovi pace. C'è qualcosa nella quiete e nella malinconia delle giornate di pioggia che ti fa sentire più in sintonia con te stesso. Potresti guardare fuori dalla finestra con una felpa stretta, perso nei tuoi pensieri. Per te, il tempo nuvoloso crea l'atmosfera emotiva perfetta.

Non si tratta di essere tristi, ma di rallentare e di accogliere ciò che si prova. Le giornate di pioggia ti danno il permesso di ritirarti dentro di te. Che tu sia rannicchiato con le cuffie o che stia scrivendo su un diario, quelle giornate ti fanno sentire a casa. Quella quiete malinconica è il luogo in cui il tuo lato emo respira meglio.

6. Romanticizzi la tristezza (senza glorificarla)

Non insegui la tristezza, ma quando arriva, la rispetti. C'è una strana bellezza nella malinconia, e le persone emo sanno come conviverci invece di sfuggirle. Potresti trovare un significato in una passeggiata solitaria, in una canzone struggente o in una vecchia fotografia. Per te, c'è poesia nel dolore.

Questo non significa che stai cercando di essere infelice, significa che riconosci il valore della profondità emotiva. La tristezza, per te, è una porta d'accesso a qualcosa di reale. La cultura emo insegna che la vulnerabilità è forza. Quando lasci parlare la tua tristezza, non stai esagerando, stai essendo onesto.

7. Ti senti fuori posto negli spazi tradizionali

Se feste rumorose, chiacchiere superficiali o post allegri sui social media ti fanno sentire isolato, potresti essere emo nel profondo. Desideri autenticità, non filtri. Le persone emo spesso si sentono degli outsider in spazi costruiti sulla performance o sulla finzione. Non vuoi clamore, vuoi onestà.

Questo senso di identità disadattata non significa che sei asociale, significa che dai più importanza alla profondità che alla popolarità. Vuoi conversazioni che contino, musica che faccia un po' male e momenti che sembrino autentici. Essere emo spesso significa vivere un po' fuori dagli schemi, e va bene così.

8. Trovi la bellezza nel rotto

Che si tratti di edifici incrinati, ricordi agrodolci o persone imperfette, sei attratto dall'imperfezione. La cultura emo non riguarda tutto ciò che è lucidato, ma la capacità di vedere la bellezza nel disordine e nel danno. Capisci che il dolore può essere parte di qualcosa di bello. Non ti tiri indietro di fronte alla rottura, la onori.

Questa visione del mondo plasma il modo in cui ami, crei e ti relazioni. Non cerchi favole, cerchi la verità, anche se fa male. C'è una certa pace nell'accettare ciò che gli altri evitano. Essere emo significa vedere il cuore dietro le cicatrici.

9. Usi l'arte per affrontare le situazioni

Che si tratti di schizzi, pittura, fotografia o creazione di playlist, l'arte è sempre stata la tua terapia. L'energia emo è più forte quando trova uno sbocco creativo. Potresti aver riempito quaderni di schizzi o curato cartelle di canzoni tristi per ogni emozione. Fare arte ti ha aiutato a dare un senso a te stesso.

Questa connessione tra emozione e creazione è al centro dell'identità emo. Non ti limiti a sentire, ti esprimi. Anche se nessuno vede la tua arte, è comunque importante. Non si è mai trattato di attenzione, si è sempre trattato di comprendere ciò che stai attraversando.

10. Hai un rapporto di amore-odio con la nostalgia

I ricordi ti colpiscono più duramente di quanto colpiscano la maggior parte delle persone. Ti ritrovi a rivivere momenti passati, a sentire la mancanza di persone che se ne sono andate da tempo o aggrapparti a reliquie di vecchi tempi. La nostalgia è confortante, ma anche dolorosa. Le persone emo tendono a vivere parzialmente nel passato, tormentate da ciò che è stato.

Questo non significa che sei bloccato, ma che onori le tue esperienze. Il passato ti ha plasmato e lasciarti andare è difficile. Vecchia musica, foto e diari diventano portali verso il tuo io più giovane e dolce. La nostalgia è una compagna costante e hai fatto pace con il suo peso agrodolce.

11. Fai fatica a spiegare come ti senti

Quando qualcuno ti chiede come stai, ti fermi, perché la risposta è complicata. Le personalità emo hanno spesso un mondo interiore ricco e difficile da esprimere a parole. Potresti dire "Sto bene", ma intendere "Sto crollando, ma riesco a tenere duro". I sentimenti sono lì, solo che sono difficili da tradurre.

Questa complessità emotiva è uno dei motivi per cui la musica, la poesia o l'arte sono così essenziali. Parlano per te quando tu non puoi. Essere emo significa non avere sempre un copione per le tue emozioni, ma sentirle intensamente. Non si tratta di avere le parole giuste, ma di avere il cuore giusto.

12. Sei attratto da tutto ciò che sembra reale

In fin dei conti, essere emo non è una questione di moda o tendenze: è un desiderio di verità. Non vuoi sorrisi falsi o positività forzata. Vuoi conversazioni crude, canzoni sincere e momenti che significhino davvero qualcosa. Non hai paura della profondità: la insegui.

Questo desiderio di autenticità permea tutto ciò che fai, da come ti relazioni a come crei. Preferisci stare in silenzio piuttosto che perderti in chiacchiere superficiali. Senti cose che gli altri ignorano e cerchi l'anima dove gli altri cercano l'esibizione. Ecco cosa significa vivere l'emozione, anche se non la chiami mai così.

maggio 22, 2026

AirBnb: la piattaforma più amata/odiata in Italia

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AirBnb sta agli affitti brevi , nella mente del pubblico, come Amazon sta allo shopping online, ovvero è la piattaforma prima in classifica, la più famosa, la più popolare, quella a cui ci si rivolge per primi se si cerca un posticino dove stare quando si va in trasferta in un'altra città, o è la prima a cui si pensa quando si deve muovere i primi passi per mettere in affitto breve i propri locali.

Alcuni usano ormai il termine "AirBnb" in modo improprio, tanto è divenuto sinonimo di affitto breve o di casa vacanza, un po' come Attak è diventato sinonimo della colla Cianoacrilato, o Mister Muscolo rappresenta ormai la soda caustica in gel per sgorgare le tubature: nella società capitalista, chi riesce a vincere il primato in un settore, raggiunge il grande priviliegio di rimanere impressi nella mente delle persone a vita.

Ma come Amazon ha subito dietro di sè Ebay, anche AirBnb ha il famoso Booking alle calcagna , a fare più concorrenza possibile per ambire in un eventuale, ma forse impossibile , sorpasso.

Io ho usato entrambi i siti, e devo dire che come User Interface, grafica, organizzazione, puntualità AirBnb non ha eguali, anche se ha in generale prezzi più alti, mentre Booking ha una piattaforma molto più spartana, e molte cose, come la tassa di soggiorno, non sono compresi, creando confusione ed imbarazzo a chi deve riscuotere queste somme "extra".

L'idea iniziale, nel 2008, dei tre fondatori Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, era quello di sfruttare il fenomeno , molto diffuso allora negli USA soprattutto tra studenti universitari, del "couch-surfing", ovvero la possibilità di affittare anche solo un divano letto o un divano ad uno sconosciuto, così, per fare qualche quattrino in più.

Da una piccola idea per sbarcare il lunario, Airbnb è diventato un vero colosso negli affitti di tutti i tipi di immobili, dalla casa in centro alle ville Mega Lusso per party di ricconi, ormai l'affitto del divano non viene fatto quasi più da nessuno, o almeno, da una piccola minoranza.

Ora, sotto le direttive del fondatore Brian Chomsky, la piattaforma sta subendo nuove trasformazioni, con l'aggiunta delle "Experiences", ovvero chi affitta può offrire anche corsi di cucina nostrana, allenamenti con Personal Trainer, gitè in città con guida turistica, insomma, da semplice affittuario si diventa "Entertainer" a tutto tondo, e , come Amazon, il sito tende a diventare sempre più una everything app, ovvero un app che copre sempre più settori rispetto a quello inziale.

Tutto questo nel nostro paese, l'Italia, che ormai è diventata una "superpotenza turistica", come l'ha definita la presidente del consiglio Meloni, assume connotati che fanno storcere il naso a molti: le case dei centri storici, ormai, sono quasi tutti messe a rendite come case vacanze o affitti brevi, e molti puntano il dito proprio contro Airbnb.

Io non credo affatto che Airbnb sia l'origine del male, anzi, credo sia proprio la gestione sconclusionata della classe politica nostrana che ha portato allo sfruttamento dei centri storici fino al midollo.

E credo anche che nessuno vuole, ne può, risolvere il problema, ma ci sono solo alcune categorie, come quelli degli albergatori, che non vogliono spartire con i cittadini comuni la loro parte di torta, un po' come quando i tassisti andarono su tutte le furie e bloccarono Uber per conducenti privati in Italia, realtà che esiste da anni in altri paesi.

 

fonte

maggio 15, 2026

La democrazia degli spettatori

Un altro gruppo che rimase colpito da tanto successo fu quello dei teorici della democrazia liberale e delle figure di spicco dei media, come per esempio Walter Lippmann, decano dei giornalisti statunitensi, grande critico della politica interna ed estera del paese e importante teorico della democrazia liberale. La raccolta dei suoi scritti ha come sottotitolo "Una teoria progressista del pensiero liberale democratico". Lippmann aveva partecipato alle commissioni di propaganda e ne riconobbe i risultati. Sostenne che quella che definiva "una rivoluzione nell'arte della democrazia" poteva essere usata per "fabbricare consenso", cioè ottenere mediante le nuove tecniche di propaganda l'appoggio della popolazione rovesciandone l'opinione. La riteneva un'idea non solo buona, ma addirittura necessaria perché, come spiegò, "gli interessi comuni sfuggono completamente all'opinione pubblica" e possono essere compresi e amministrati soltanto da una "classe specializzata" di "uomini responsabili", abbastanza intelligenti da capire come vanno le cose. Secondo questa teoria solo una ristretta élite, la comunità intellettuale cui si riferivano i seguaci di Dewey, è in grado di comprendere gli interessi comuni, che riguardano tutti e che "sfuggono al popolo". E' un ideologia vecchia di secoli, ed è anche una visione tipicamente leninista, molto vicina alla concezione del leader bolscevico che voleva un'avanguardia di intellettuali rivoluzionari condotta al vertice dello stato dalla forza del popolo, capace di guidare le masse verso un futuro che loro, per ignoranza, non erano in grado di immaginare. La teoria democratica liberale e il marxismoleninismo sono molto vicini nei presupposti ideologici. Penso che questa sia una delle ragioni per cui le persone sono passate così facilmente da una posizione all'altra senza avvertire un particolare cambiamento. Si tratta solo di stabilire dove si trova il potere: se c'è una rivoluzione popolare, allora il potere sarà dello stato; altrimenti lavoreremo per chi detiene il potere reale, cioè la comunità degli affari.
Ma in fondo sarà la stessa cosa: comunque guideremo le masse inette verso un mondo che loro non sono in grado di capire.

Lippmann ha supportato questa idea con una elaborata teoria della democrazia progressista. A suo parere, in una democrazia sana ci sono cittadini di diverse classi. La prima, che deve avere un ruolo attivo nella conduzione degli affari generali, è la classe specializzata, costituita da persone che analizzano, eseguono, prendono decisioni e gestiscono il sistema politico, economico e ideologico. Naturalmente si tratta di una minoranza esigua, ma chi sostiene tali teorie ne fa sempre parte e si pone il problema di che cosa fare per gli altri, quelli che sono al di fuori del gruppo, cioè la maggioranza della popolazione, definita da Lippmann "il gregge smarrito": dobbiamo guardarci "dallo scalpitio e dai belati del gregge smarrito". Dunque in una democrazia ci sono due "funzioni": quella dirigenziale, svolta dalla classe specializzata, dagli uomini responsabili, che pensano, pianificano e comprendono gli interessi comuni, e quella svolta dal gregge smarrito, la funzione dello "spettatore", di colui che non partecipa all'azione. Anzi, poiché viviamo in una democrazia, le funzioni della maggioranza sono molteplici: di tanto in tanto le è concesso di dare il suo appoggio a

a  uno o all'altro dei membri della classe specializzata, di dire: "Vogliamo che sia questo il nostro capo", oppure "Vogliamo che sia quello". Dal momento che il nostro non è uno stato totalitario, ci sono le elezioni. Ma, una volta che ha dato appoggio all'uno o all'altro membro della classe specializzata, la maggioranza deve farsi da parte e diventare spettatore dell'azione, rinunciando alla partecipazione. Questo è ciò che accade in una democrazia che funziona a dovere.

Dietro a tutto ciò vi è una logica, addirittura un assunto morale imprescindibile, ed è il seguente: il popolo è troppo stupido per capire; se cerca di partecipare alla gestione dei propri interessi, combinerà senz'altro guai; di conseguenza sarebbe immorale e ingiusto consentirgli di farlo. Dobbiamo ammansire il gregge smarrito, impedirgli di aggirarsi scalpitante e selvaggio, e di distruggere tutto. È la stessa logica che vieta di lasciare che un bambino di tre anni attraversi da solo la strada: non gli si concede questo tipo di libertà perché non è capace di usarla.

Quindi dobbiamo trovare un sistema per ammansire il gregge, e questo sistema rappresenta una rivoluzione nell'arte della democrazia: la costruzione del consenso. I media, la scuola e la cultura popolare devono essere tenuti separati: alla classe politica e a chi gestisce il potere devono garantire un certo senso della realtà (non eccessivo), ma anche trasmettere le giuste convinzioni. A questo proposito esiste un tacito presupposto (e anche gli uomini responsabili devono scoprirlo da soli) sul modo di raggiungere la posizione che conferisce l'autorità decisionale: il solo modo, naturalmente, è servire chi detiene il potere reale, un gruppo molto ristretto di persone. Se un membro della classe specializzata si fa avanti e dichiara: "Sono in grado di servire i vostri interessi" entra per certo a far parte del gruppo decisionale. Ma affinché questo sia possibile deve avere interiorizzato le dottrine e le ideologie che serviranno gli interessi del potere privato. Se quest'uomo non ha tale capacità, non entrerà a fare parte della classe specializzata. Dunque c'è un sistema scolastico destinato agli "uomini responsabili", che dovranno essere profondamente indottrinati sui valori e sugli interessi del potere privato e del legame tra stato e affari che lo sostiene. Così si diventa membri della classe specializzata. Il resto della popolazione dev'essere principalmente distratto. Bisogna sviarne l'attenzione, distoglierlo dai guai, assicurarsi che rimanga il più possibile spettatore dell'azione, permettendogli di tanto in tanto di appoggiare l'uno o l'altro dei veri leader tra cui gli è consentito scegliere.

Questa teoria è stata ripresa e sviluppata da molti altri, ed è in realtà piuttosto convenzionale. Reinhold Niebuhr, per esempio, autorevole teologo ed esperto di politica estera, chiamato anche "il teologo dell'establishment", guru di George Kennan e degli intellettuali kennedyani, ha avanzato l'ipotesi che la razionalità sia una qualità posseduta da pochi. La maggior parte delle persone è guidata soltanto dall'emozione e dall'impulso. Chi di noi è dotato di razionalità deve creare "illusioni necessarie" e "ipersemplificazioni" di forte impatto emotivo per tenere sotto controllo gli ingenui e gli sciocchi. Questa idea è diventata parte sostanziale della dottrina politica contemporanea. Negli anni venti e nei primi anni trenta Harold Lasswell, fondatore del moderno campo delle comunicazioni e uno dei più importanti teorici politici statunitensi, spiegava che non dobbiamo soccombere al "dogmatismo democratico secondo cui gli uomini sono i migliori giudici dei propri interessi", perché è infondato. Noi siamo i migliori giudici degli interessi pubblici. Quindi, per questione di ordinaria moralità, dobbiamo assicurarci che questi uomini privi di giudizio non abbiano l'opportunità di agire. In quelli che oggi sono chiamati stati totalitari o regimi militari, è facile: basta impugnare il manganello e colpire chi esce dai ranghi. Ma quando la società è più libera e democratica occorre rinunciare a questa opportunità e adottare le tecniche della propaganda. La logica è chiara: la propaganda è per la democrazia quello che il randello è per lo stato totalitario. È una cosa buona e giusta perché, come sappiamo, gli interessi comuni sfuggono al gregge smarrito, che non riesce nemmeno a immaginarli.

maggio 08, 2026

Brasile: allevamenti illegali devastano la foresta amazzonica e i mezzi di sussistenza dei suoi abitanti

Carni bovina e pellami provenienti da aree protette dell’Amazzonia potrebbero essere state esportate in Unione Europea

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Cleve Gonçalves da Silva rides his motorbike up a slippery dirt road, in the sustainable development settlement (PDS) Terra Nossa, in Pará, in the Brazilian Amazon, November 11, 2024. Landgrabbers have encroached on the settlement, illegally cleared rainforest, established cattle ranches, and threatened Cleve and others who opposed them.  © 2024 Thaís Farias for Human Rights Watch

  • L’allevamento illegale di bestiame ha devastato i territori di piccoli proprietari terrieri e delle popolazioni indigene nella regione amazzonica che quest’anno ospiterà la conferenza sul clima COP30.
  • JBS, la più grande multinazionale al mondo nella lavorazione della carne, non dispone di un sistema per tracciare i fornitori indiretti di bestiame, nonostante le promesse di lungo corso di crearne uno, e potrebbe aver acquistato bovini provenienti dai territori occupati illegalmente.
  • Il governo brasiliano deve rimuovere gli allevamenti illegali dalla regione, e JBS deve rimediare agli abusi a cui potrebbe aver contribuito, anche involontariamente.

(San Paolo) – L’allevamento illegale di bestiame ha devastato i territori dei piccoli agricoltori e delle popolazioni indigene nel stato di Pará, in Brasile, che quest’anno ospiterà la conferenza sul clima COP30, ha rivelato Human Rights Watch in un report pubblicato oggi. JBS, la più grande multinazionale al mondo nella lavorazione della carne, potrebbe aver esportato in Unione Europea carne bovina e pellami provenienti da allevamenti illegali in questa regione.

Le 86 pagine del report «Tainted: JBS and the EU’s Exposure to Human Rights Violations and Illegal Deforestation in Pará, Brazil» («Contaminato: JBS e l’esposizione dell’UE a violazioni dei diritti umani e deforestazione illegale nello stato di Pará, Brasile») spiegano come allevatori si siano impadroniti illegalmente di terreni e abbiano distrutto le vite dei residenti nell’insediamento di piccoli produttori di Terra Nossa e nel territorio indigeno di Cachoeira Seca, compromettendone il diritto all’alloggio, alla terra e alla cultura. L’inchiesta condotta su fonti ufficiali da Human Rights Watch dimostra che questi allevamenti illegali hanno venduto bestiame a diversi fornitori diretti di JBS.

«JBS non dispone di un sistema per tracciare i fornitori indiretti di bestiame, nonostante avesse promesso di implementarlo già nel 2011», ha dichiarato Luciana Téllez Chávez, ricercatrice senior per l’ambiente di Human Rights Watch. «Senza tracciabilità, l’azienda non può tener fede all’impegno di eliminare la deforestazione dalla sua catena di approvvigionamento entro la fine del 2025».

Esaminando i permessi per il trasporto di animali emessi dal governo statale del Pará, Human Rights Watch ha individuato cinque casi in cui gli allevamenti a Terra Nossa e Cachoeira Seca – illegali in base alla legge federale del Brasile – hanno fornito bestiame ad allevamenti posti al di fuori delle aree protette, che a loro volta l’hanno venduto a JBS per la macellazione.

L’agenzia brasiliana per la riforma agraria ha creato l’insediamento rurale di Terra Nossa nel 2006, destinandolo a un gruppo di piccoli produttori: famiglie che dovevano coltivare la terra, raccogliere frutta e noci dalla foresta amazzonica (che inizialmente copriva l’80% dei 150.000 ettari assegnati), e vendere il tutto nei mercati locali.

Ma presto Terra Nossa è stata invasa illegalmente dagli allevatori, che hanno risposto con la violenza a qualsiasi tentativo di opposizione dei residenti. Nel 2023, il 45,3% dell’insediamento era già stato trasformato in pascolo.

I controlli che l’agenzia per la riforma agraria svolge su quest’area dal 2016 hanno rivelato che il 78,5% delle terre è occupato illegalmente, ma in questi anni non è stato preso alcun provvedimento contro gli allevamenti irregolari. L’agenzia sta invece considerando un piano per suddividere l’insediamento e rivederne lo status, una misura che probabilmente perpetuerebbe l’impunità dei crimini ambientali.

Nel territorio di Cachoeira Seca, 733.000 ettari, la sussistenza del popolo degli Arara dipende dalla foresta pluviale. Il governo federale è tenuto per legge a espellere gli occupanti non indigeni da queste zone. E tuttavia, gli allevatori hanno occupato sempre più terre per il pascolo, riducendo la disponibilità di selvaggina e prodotti della foresta, la libertà di movimento degli indigeni nei loro stessi possedimenti e i loro diritti culturali. Nel 2024, Cachoeira Seca ha registrato la più vasta area mai deforestata in un territorio indigeno dell’Amazzonia brasiliana.

Human Rights Watch afferma che JBS non traccia sistematicamente i suoi fornitori indiretti e non può quindi garantire che bestiame “contaminato” non sia entrato nella propria catena di approvvigionamento. Non esiste un obbligo federale di tracciabilità individuale dei bovini in Brasile.

Nella corrispondenza intrattenuta con Human Rights Watch, JBS ha dichiarato di monitorare le aziende dei fornitori diretti per garantire che rispettino le sue politiche di approvvigionamento. Ha inoltre affermato che, a partire dal 1° gennaio 2026, i fornitori diretti avranno l’obbligo di dare informazioni sui loro fornitori.

Il governo del Pará ha annunciato che adotterà un sistema di tracciamento dei singoli capi di bestiame entro il 2026, e i suoi funzionari hanno riferito a Human Rights Watch che smetteranno di rilasciare permessi per lo spostamento di animali nelle foreste protette. Il governo federale ha annunciato un piano per implementare un sistema nazionale di tracciabilità individuale del bestiame entro il 2032. Vista la dinamica transfrontaliera del commercio illegale di bovini, secondo Human Rights Watch, la lentezza nell’attuazione del sistema federale finirà per sabotare i progressi compiuti.

Nell’Unione europea, a partire da gennaio 2026 è prevista l’applicazione del regolamento sui prodotti a deforestazione zero: questa legge vieterà l’immissione sul mercato comunitario di prodotti provenienti da terreni che sono stati deforestati dopo il 2020, o la cui produzione viola le leggi interne del paese di origine. Ma i legislatori stanno valutando la possibilità di slittare di un altro anno, un rinvio che consentirebbe ai beni di provenienza illecita di continuare a circolare nel mercato unico e metterebbe in discussione l’impegno dell’UE nella lotta alla deforestazione globale, ha affermato Human Rights Watch.

Analizzando i dati sul commercio dal 2020 al 2025, Human Rights Watch ha scoperto che Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e Svezia hanno importato carne bovina dai comuni in cui si trovano gli stabilimenti JBS individuati in questo rapporto, mentre in Italia sono arrivate ingenti quantità di prodotti in pelle.

Il governo del Brasile dovrebbe chiudere gli allevamenti illegali e chiedere risarcimenti ai responsabili dell’occupazione e dello sfruttamento illegittimo delle terre delle comunità indigene. Inoltre, dovrebbe accelerare l’adozione e l’effettivo utilizzo di un sistema di tracciamento del bestiame.

JBS dovrebbe impegnarsi a porre rimedio agli eventuali abusi in termini di occupazione di terreni, deforestazione illegale o violazioni dei diritti umani a cui potrebbe aver contribuito, seppure involontariamente, a Terra Nossa e Cachoeira Seca.

«Contrastare la deforestazione e le violazioni dei diritti umani insite nelle catene di fornitura del bestiame è una responsabilità condivisa tra venditori e acquirenti», ha dichiarato Téllez Chávez. «Il Brasile e l’Unione europea dovrebbero lavorare insieme per proteggere la foresta amazzonica e i diritti delle comunità che da essa dipendono».

maggio 01, 2026

Il controllo dei media: la nascita della propaganda


Il ruolo dei mezzi di comunicazione nella politica contemporanea ci costringe a chiederci in che tipo di mondo e in che genere di società vogliamo vivere e in particolare cosa intendiamo per società democratica. Comincerò con il contrapporre due diverse concezioni di democrazia. Una definisce democratica la società in cui il popolo ha i mezzi per partecipare in modo significativo alla gestione dei propri interessi e in cui i media sono accessibili e liberi. Una definizione di questo tipo si trova anche sul dizionario.

La concezione alternativa è quella che prevede una società in cui al popolo è proibito gestire i propri interessi e i mezzi di comunicazione sono strettamente e rigidamente controllati. Questa può apparire una forma di democrazia improbabile, ma è importante comprendere che si tratta della concezione prevalente. E lo è da lungo tempo, non solo nella prassi, ma anche nella teoria. Una lunga storia, risalente alle prime rivoluzioni democratiche moderne nell'Inghilterra del XVII secolo, riflette questa ideologia.

Nelle pagine che seguono mi occuperò del periodo contemporaneo, soffermandomi in particolare sullo sviluppo della seconda concezione di democrazia, e su come e perché il problema dei media e della disinformazione si inserisce in questo contesto.

La nascita della propaganda

 
Cominciamo con la prima operazione propagandistica di un governo moderno. Accadde durante l'amministrazione di Woodrow Wilson, che fu eletto presidente nel 1916 con un programma intitolato "Pace senza vittoria". La Prima guerra mondiale infuriava, e la popolazione americana era decisamente pacifista: riteneva che non ci fosse alcun motivo per farsi coinvolgere in un conflitto europeo. L'amministrazione Wilson invece era favorevole alla guerra, perciò doveva trovare un modo per ottenere il consenso popolare al proprio interventismo. Fu dunque istituita una commissione governativa per la propaganda, la Commissione Creel, che nel giro di sei mesi riuscì a trasformare una popolazione pacifista in un popolo fanatico e guerrafondaio, deciso a distruggere tutto quanto appartenesse alla Germania, a trucidare i tedeschi, a entrare in guerra e a salvare il mondo. Fu un grande risultato, il primo di una lunga serie. Già a quell'epoca e nel dopoguerra vennero utilizzate le stesse tecniche per scatenare un incontrollato red scare ("terrore rosso"), come fu chiamato, che riuscì a distruggere i sindacati e a cancellare pericolose abitudini come la libertà di stampa e la libertà di pensiero politico. L'appoggio dei media e del mondo degli affari, che di fatto organizzò e portò avanti gran parte dell'operazione, fu determinante, e il risultato fu un grande successo.

Fra quelli che parteciparono attivamente e con entusiasmo alla propaganda voluta da Wilson c'erano gli intellettuali progressisti, persone del circolo di John Dewey, i quali, come testimoniano i loro stessi scritti dell'epoca, erano molto orgogliosi di poter dimostrare che "i più intelligenti membri della comunità", cioè loro stessi, erano capaci di indurre alla guerra una popolazione riluttante, terrorizzandola e suscitando un fanatismo oltranzista. Il dispiegamento di mezzi fu ingente; per esempio, furono divulgate terribili storie sulle atrocità commesse dai tedeschi, cronache di bambini

belgi con le braccia strappate e altri orrori di ogni sorta, che si trovano ancora nei libri di storia. Molte di quelle invenzioni erano frutto del ministero della Propaganda britannico, il cui impegno a quel tempo era finalizzato, come venne precisato nelle deliberazioni segrete, a "indirizzare il pensiero della maggioranza del mondo". Ma soprattutto miravano a controllare il pensiero dei membri più intelligenti della comunità statunitense, che avrebbero poi diffuso la propaganda da loro escogitata e convertito un paese pacifista all'isteria di guerra. Funzionò. Funzionò tutto perfettamente, e fu una lezione: la propaganda di stato, quando è appoggiata dalle classi colte e non lascia spazio al dissenso, può avere un effetto dirompente. Una lezione che Hitler e molti altri appresero a fondo e di cui si tiene conto ancora oggi.

aprile 24, 2026

Foresta pluviale di El Yunque uno dei luoghi più piovosi conosciuti al mondo

È uno dei luoghi più piovosi conosciuti al mondo, con un clima tropicale e una grande biodiversità.

La foresta pluviale di El Yunque è l'unica foresta pluviale tropicale nel Sistema Forestale Nazionale degli Stati Uniti. È possibile fare diverse passeggiate nel cuore di questa fresca foresta pluviale di montagna, situata sui Monti Luquillo, nella parte orientale di Porto Rico.

La foresta nazionale di El Yunque a Porto Rico è l'unica foresta pluviale tropicale del Sistema Forestale Nazionale degli Stati Uniti. È una delle zone più piovose del mondo, con un clima tropicale e una grande biodiversità. Il suo nome deriva dall'adattamento spagnolo della parola Taino "Yu-Ke", che significa "Terra Bianca". Gli indiani diedero il nome alla catena montuosa su cui si trova questa foresta tropicale per le nuvole bianche che la ricoprono sulla cima. Per gli indigeni Taino, i Monti Luquillo erano un luogo sacro. Dalla foresta si può godere della vista sia dell'Oceano Atlantico che del Mar dei Caraibi. È importante fare prima una sosta al Centro Visitatori. All'ingresso della foresta, troverete mostre didattiche e personale specializzato del Servizio Forestale che, su richiesta, vi fornirà informazioni e vi guiderà durante il vostro tour.
Yunque

La Foresta Nazionale El Yunque si estende per 39 chilometri di sentieri e percorsi, ideali per gli amanti dell'escursionismo. Durante le vostre escursioni, potrete ammirare cascate, fiumi, scogliere, felci e fiori. Tra le attrazioni più popolari ci sono la cascata La Mina, ideale per una nuotata nel cuore della foresta, e la cascata La Coca. Un'altra attrazione è la Torre Yokahu, da cui si può godere di una vista spettacolare sulla foresta.
Posizione

La foresta si trova quasi interamente sui Monti Luquillo, nella parte orientale di Porto Rico. Raggiunge un'altitudine di circa 1.000 metri sul livello del mare, con pendii ripidi che ricevono fino a 508 centimetri di pioggia all'anno nel punto più alto. Si trova a solo un'ora di auto dalla capitale, San Juan.
Come arrivare

L'area dispone di diversi sentieri guidati che permettono di raggiungere i migliori punti di osservazione; È un vero e proprio santuario naturale, noto anche come Foresta Nazionale Caraibica.
Temperatura

La foresta mantiene una temperatura di circa 21 °C tutto l'anno, il che favorisce la rigogliosa vegetazione tropicale.

Caratteristiche

La foresta è divisa in quattro aree: • Foresta di Tabonuco, situata ad altitudini fino a 600 metri, dove gli alberi raggiungono un'altezza massima di circa 35 o 38 metri.

• Palo Colorado.

• Palma Sierra.

• La Foresta Nebulare si trova a 2.500 metri sul livello del mare, dove gli alberi non superano i 3,5 metri. In quest'ultima zona, il clima è spesso molto ventoso e il terreno è saturo d'acqua.
Biodiversità

Questa foresta è nota per la sua biodiversità, con migliaia di piante autoctone. Possiamo trovare 150 specie di felci, alcune delle quali giganti, e 240 specie di alberi endemici o rari, tra cui circa 23 specie che crescono solo in questa foresta. Non ci sono grandi animali selvatici, solo poche specie di piccole dimensioni presenti solo in queste giungle e uccelli tropicali.
Curiosità

In passato, quest'area era abitata dagli indiani caraibici e oggi è un sito dedicato al turismo ecologico, dove è possibile ammirare una ricchezza di specie di foresta pluviale tropicale su oltre 11.000 ettari. La foresta di El Yunque è diventata una delle più antiche riserve forestali dell'emisfero occidentale.

fonte

aprile 22, 2026

La Giornata della Terra, efetti, significato e contributi

Il Día de la Tierra ci ricorda che il contributo di ognuno è fondamentale per proteggere il pianeta.

Nel quotidiano possiamo iniziare con piccoli gesti: ridurre i rifiuti evitando la plastica monouso, riutilizzare ciò che abbiamo e fare la raccolta differenziata. Anche risparmiare energia — spegnendo le luci inutili o usando dispositivi efficienti — e usare l’acqua in modo responsabile sono abitudini semplici ma importanti.

Un altro modo per contribuire è scegliere con più consapevolezza cosa consumiamo: privilegiare prodotti locali, ridurre lo spreco alimentare e optare per soluzioni più sostenibili. Anche camminare, andare in bicicletta o condividere i mezzi di trasporto aiuta a ridurre l’inquinamento.

Infine, possiamo fare la nostra parte anche a livello collettivo: partecipare a iniziative ambientali, sensibilizzare gli altri e sostenere politiche che proteggano l’ambiente.

Proteggere la Terra non è un impegno di un solo giorno, ma una responsabilità quotidiana. Ogni piccolo gesto conta.

La Giornata Mondiale sulla terra efetti, significato e contributi

La Giornata della Terra (celebrata il 22 aprile) è un momento importante per riflettere sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente, mettendo in evidenza effetti, significato e contributi concreti.

Significato
Questa giornata nasce per sensibilizzare le persone sui problemi ambientali globali come il cambiamento climatico, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Il suo obiettivo è promuovere una maggiore consapevolezza e incoraggiare comportamenti più sostenibili, sia a livello individuale che collettivo.

Effetti
La Giornata della Terra ha contribuito nel tempo a:

  • aumentare la consapevolezza ambientale a livello globale
  • stimolare governi e organizzazioni ad adottare politiche ecologiche
  • promuovere movimenti e iniziative per la tutela dell’ambiente
  • educare le nuove generazioni al rispetto della natura

Contributi
Ognuno può dare il proprio contributo con azioni semplici ma efficaci:

  • ridurre, riutilizzare e riciclare
  • limitare il consumo di plastica
  • risparmiare acqua ed energia
  • scegliere mezzi di trasporto sostenibili
  • partecipare ad attività ambientali nella propria comunità

In sintesi, la Giornata della Terra non è solo una celebrazione, ma un invito ad agire ogni giorno per proteggere il pianeta e garantire un futuro migliore alle prossime generazioni.

 

Il nostro contributo alla cura del pianeta non deve essere perfetto o enorme; ciò che conta è la costanza. La Giornata della Terra ce lo ricorda proprio: ogni azione conta.

Nella nostra vita quotidiana, possiamo iniziare riducendo gli sprechi, evitando la plastica monouso e riutilizzando ciò che già possediamo. Separare i rifiuti per il riciclo e compostare i rifiuti organici fa una grande differenza. Risparmiare energia, spegnendo le luci non necessarie o utilizzando elettrodomestici a basso consumo, e usare l'acqua in modo responsabile sono abitudini semplici ma efficaci.

Un altro modo per contribuire è fare scelte migliori riguardo a ciò che consumiamo: sostenere i prodotti locali, ridurre gli sprechi alimentari e optare per alternative più sostenibili. Anche decisioni come camminare, andare in bicicletta o condividere l'auto contribuiscono a ridurre l'inquinamento.

Ma non si tratta solo di sforzi individuali. Possiamo anche impegnarci nella nostra comunità, partecipare a iniziative ambientali, sensibilizzare gli altri e chiedere politiche che proteggano l'ambiente.

Prendersi cura del pianeta non è un impegno di un solo giorno, ma un impegno quotidiano. L'importante è iniziare e mantenere questi piccoli cambiamenti nel tempo.

aprile 17, 2026

Riapre dopo i lavori di restauro l’l’Appartamento del Duca, al piano nobile del Palazzo Ducale di Urbino

Riapre, dopo i lavori di riadeguamenti impiantistico, restauro e riallestimento, l’Appartamento del Duca, al piano nobile del Palazzo Ducale di Urbino. In esso è compreso lo Studiolo che torna a essere visibile dopo una delicata, quanto impegnativa operazione volta a restituire l’aspetto omogeneo originario dell’opera, ricucendo il rapporto tra i ritratti degli uomini famosi che l’hanno sempre caratterizzato e le pareti lignee, eliminando le superfetazioni ottocentesche, riportando quanto più possibile i colori originali della stanza, che adesso si presenta in maniera diversa perché, insieme ai 14 ritratti di uomini famosi originali, da ora in poi ospita anche le riproduzioni hi-tech degli altri 14 che attualmente si trovano al Museo del Louvre. Infatti grazie a un partenariato con il museo parigino che ha messo a disposizione le fotografie in alta risoluzione delle opere mancanti, è stato possibile ricostruire l’aspetto originale dello Studiolo del Duca, così come Federico da Montefeltro l’aveva concepito, prima degli interventi dei Barberini che ne asportarono alcune parti, alterando per sempre l’unitarietà quattrocentesca.

Ma i restauri hanno condotto ad altre due interessanti novità, permettendo di restituire all’appartamento del Duca quelli che erano considerati all’epoca due grandi comfort: la latrina del Duca (spazio dedicato ai bisogni corporei che è stata riportata a una lettura completa), posta nella stanzina attugua allo studiolo, ed il fastosissimo lavabo, che – smurato nel corso dell’Ottocento quando il palazzo divenne sede della Prefettura – nel corso del Novecento, era stato rimontato in maniera non coerente. Lo stesso Pasquale Rotondi non aveva compreso che certi elementi lapidei erratici in realtà erano parte di una sola grande struttura che è stata riconosciuta tramite documenti archivistici e, in particolare, grazie alle accurate vedute di Romolo Liverani. È stato quindi possibile ricomporre, nella posizione originaria nella camera da letto del Duca, questo fastoso elemento dell’arredo primitivo che contribuisce a restituire, insieme allo Studiolo, l’aspetto che aveva quella parte essenziale dell’appartamento all’interno del Palazzo Ducale.

Ritroveranno collocazione, all’interno delle stande dell’appartamento, alcune delle opere emblematiche della Galleria Nazionale delle Marche, come la faosissima Città Ideale, il Doppio Ritratto di Federico e Guidobaldo di Pedro Berruguete, la predella con il Miarcolo dell’Ostia di Paolo Uccello e la Comunione degli Apostoli di Giusto di Gand.

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aprile 11, 2026

I villaggi tanzaniani colpiti dalla siccità affrontano la dura realtà del cambiamento climatico


Un abitante di Bahi, nella regione di Dodoma, nella Tanzania centrale, adotta l'irrigazione a goccia per coltivare ortaggi nell'ambito di un programma di adattamento ai cambiamenti climatici negli insediamenti rurali del Paese. Immagine: Zuberi Mussa

Kizito Makoye

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DAR ES SALAAM – La polvere stava già turbinando quando Asherly William Hogo si alzò dal suo letto improvvisato prima dell'alba. Il pastore di 62 anni, dimagrito da una vita trascorsa a camminare nelle pianure della Tanzania, indossò i sandali e uscì. Le stelle erano ancora luminose, ma l'aria era più calda del solito, disse Hogo. Fischiò per chiamare le sue mucche. Anni prima, a quest'ora, avrebbe dovuto intraprendere un'ardua escursione per raggiungere lontane pozze d'acqua.

"A volte trovavamo solo fango", ricorda Hogo.

Ora, la sua mandria beve da un pozzo alimentato a energia solare che ronza silenziosamente dietro il suo villaggio, Ng'ambi. Lì vicino, un bacino idrico alimentato dalla pioggia brilla debolmente al chiaro di luna.

"Ora non dobbiamo più andare così lontano come prima", ha affermato.

Questo cambiamento fa parte di un'iniziativa del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) che sta riscrivendo la storia della sopravvivenza nella regione di Dodoma, afflitta da ricorrenti siccità, nella Tanzania centrale.

Il progetto offre anche un messaggio forte ai negoziatori globali che si stanno preparando per la 30a Conferenza delle Parti (COP30) che si terrà nella città amazzonica di Belém, nel nord del Brasile, a novembre.

Il messaggio è che la giustizia climatica non è uno slogan astratto. È una pozza d'acqua piena vicino a casa, un albero che ombreggia il cortile di una scuola e un alveare che brulica di possibilità.

Una terra di estremi

Il paesaggio di Dodoma è un mosaico di fragili acacie e terreno spazzato dal vento. La siccità non è una novità qui, ma gli abitanti del villaggio affermano che è diventata più grave e meno prevedibile. L'Agenzia Meteorologica della Tanzania segnala che le precipitazioni sull'altopiano centrale sono diminuite del 20% negli ultimi due decenni. Quando piove, spesso si presenta con violente raffiche che spazzano i canaloni e spazzano via lo strato superficiale del terreno.

Ad aprile, l'erba secca si trasformò in esca e le carcasse di bovini si sparsero nelle pianure. Poi arrivò il diluvio: inondazioni improvvise allagarono i campi, distrussero le case e contaminarono le fonti d'acqua.

"Quest'anno è il più grande campanello d'allarme che abbiamo visto in Tanzania riguardo alle conseguenze del cambiamento climatico sulle famiglie rurali", ha affermato Oscar Ivanova, referente per l'Africa del Global Adaptation Network. "Dobbiamo agire rapidamente su mitigazione e adattamento. Altrimenti, non solo il clima peggiorerà, ma anche le comunità stesse".

Per Mikidadi Kilindo, un agricoltore di 48 anni e padre di cinque figli, residente a Hogo, la crisi è terribile. "La situazione è davvero spaventosa. La siccità distrugge i nostri raccolti e quando piove, spazza via tutto", ha detto.

Un tecnico ispeziona i pannelli solari a Bahi, nella regione di Dodoma, in Tanzania. Immagine: Zuberi Mussa

Programma di adattamento

Lanciato nel 2018 e finanziato dal Global Environment Facility (GEF) con il sostegno del governo della Tanzania, il progetto Ecosystem-based Adaptation for Rural Resilience, guidato dall'UNEP, ha aiutato migliaia di piccoli agricoltori a sviluppare la resilienza ai cambiamenti climatici.

Dal suo lancio, il programma ha perforato 15 pozzi, 12 dei quali alimentati a energia solare, portando acqua pulita a più di 35.000 persone.

Ha inoltre costruito dighe di terra con una capacità di stoccaggio di tre milioni di metri cubi di acqua piovana, piantato 350.000 alberi per ripristinare 9.000 ettari di foreste e praterie degradate e sottoposto 38.000 ettari a gestione sostenibile del territorio.

Inoltre, ha formato migliaia di agricoltori, in particolare donne e giovani, su tecniche agricole resistenti alla siccità e su mezzi di sussistenza alternativi.

"Quando gli abitanti del villaggio non devono più litigare per una sola pozza d'acqua fangosa, i conflitti si attenuano e la gente ritrova la speranza", ha affermato Fredrick Mulinda, coordinatore del progetto per il National Environmental Management Council. "La maggior parte dei conflitti è stata risolta", ha aggiunto.

L'acqua come giustizia

L'acqua è una risorsa importante a Dodoma. In passato, le donne percorrevano più di cinque chilometri con le taniche in testa. Anche i bambini saltavano la scuola per andare a prendere l'acqua.

"Prima partivamo all'alba e tornavamo a mezzogiorno", racconta Zainabu Mkindu, che coltiva ortaggi vicino a un pozzo nel suo villaggio. "Siamo molto grati a chi ci ha portato questo progetto", ha aggiunto.

I pozzi sono alimentati a energia solare, eliminando la necessità di costose e inquinanti pompe diesel. Gli ingegneri hanno installato tubazioni sotterranee per proteggere le condotte idriche da vandalismo ed evaporazione. Gli abitanti del villaggio hanno formato comitati per riscuotere piccole quote per la manutenzione e garantire la sostenibilità.

I bacini idrici ripristinati ora funzionano come microecosistemi, rifornendo le falde acquifere, attirando uccelli e persino supportando piccoli allevamenti ittici.

"Possiamo irrigare senza bisogno di pompe di carburante e ora i miei figli mangiano pesce, cosa che non avevamo mai fatto prima", ha detto Hogo.

Comunità di guarigione

Ogni anno la Tanzania perde circa 400.000 ettari di foresta, uno dei tassi di deforestazione più alti in Africa, poiché gli agricoltori impoveriti abbattono gli alberi per ricavarne carbone e legna da ardere, intensificando siccità e inondazioni.

Il progetto UNEP ha insegnato agli abitanti del villaggio come gestire i vivai e piantare specie resistenti alla siccità, come baobab, acacie, mango e aranci.

Puoi leggere la versione inglese di questo articolo qui.

"Abbiamo piantato altri alberi per creare ombra e attirare la pioggia. La diga era completamente insabbiata perché gli agricoltori piantavano alberi troppo vicini", ha spiegato Paul Kusolwa, che supervisiona la piantumazione degli alberi nel villaggio di Bahi.

A livello globale, l'UNEP sottolinea che il ripristino degli ecosistemi può fornire fino al 30% della mitigazione climatica necessaria per raggiungere l'obiettivo di 1,5°C dell'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, che quest'anno celebra il suo decimo anniversario.

Le donne in prima linea

In queste comunità tradizionalmente patriarcali, le donne sono state a lungo confinate ai lavori domestici. Tuttavia, il progetto ha deliberatamente collocato le donne in posizioni di leadership, nei comitati di perforazione dei pozzi, nei gruppi di asili nido e persino nei team per la salute del bestiame.

Mary Masanja, 34 anni, ha imparato a costruire fornaci per mattoni a basso consumo energetico, un mestiere precedentemente riservato agli uomini. "Sono felice di essere un'artigiana. Alle donne non vengono più negati certi lavori a causa del loro genere", ha detto.

A Bahi, le donne gestiscono alveari e ricavano un reddito dalla vendita del miele. Gestiscono anche aziende agricole a blocchi, coltivando a rotazione pomodori, cipolle e banane resistenti alla siccità. L'azienda rifornisce diversi mercati nella regione di Dodoma.

Nonostante i progetti promettenti, l'incertezza incombe su Dodoma, poiché l'aumento delle temperature – che si prevede aumenterà da 0,2 a 1,1 °C entro il 2050 – minaccia raccolti, bestiame e sicurezza alimentare. Le condizioni più calde favoriscono parassiti, malattie e raccolti infruttuosi.

Per gli abitanti del villaggio come Hogo, i colloqui della COP30 possono sembrare lontani, ma il loro esito potrebbe decidere se i loro nipoti erediteranno un sostentamento sostenibile.

"Non abbiamo bisogno di promesse", ha affermato. "Abbiamo bisogno di acqua, alberi e rispetto per la nostra conoscenza".

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aprile 06, 2026

Curiositá sulle regioni italiane: perche Friuli Venezia Giulia ha due nomi

L'Italia è un mosaico di 20 regioni uniche: la Valle d'Aosta è la più piccola, la Lombardia la più popolosa, mentre l'Umbria è l'unica senza sbocchi al mare. Dai timbri del pane a Matera (Basilicata) al comune col nome più lungo (San Valentino in Abruzzo Citeriore), ogni regione custodisce record e tradizioni uniche.

Il Friuli-Venezia Giulia ha due nomi (in realtà tre elementi: Friuli + Venezia + Giulia) perché unisce due aree geografiche e storiche distinte con radici antiche diverse, che sono state fuse insieme solo nel Novecento per formare l'attuale regione italiana a statuto speciale.

1. Friuli
  • Deriva dal latino Forum Iulii ("Foro di Giulio" o "Mercato di Giulio").
  • Si riferisce all'antica città romana di Forum Iulii, oggi Cividale del Friuli (in provincia di Udine), fondata o elevata da Giulio Cesare (o dai suoi successori della gens Giulia).
  • Questo nome si è esteso nel tempo a tutta la pianura e alle zone collinari del Friuli storico (grosso modo le province di Udine, Pordenone e parte di Gorizia).
  • È l'area con più forte identità friulana, lingua friulana e tradizioni legate al Patriarcato di Aquileia.
2. Venezia Giulia
  • È un nome inventato nel XIX secolo dal linguista Graziadio Isaia Ascoli (intorno al 1863-1880).
  • "Venezia" non si riferisce alla città di Venezia (che è in Veneto), ma all'antica Venetia et Histria, la X Regio romana che comprendeva i territori abitati dai Veneti antichi (da cui deriva anche il nome "Veneto" e "Venezia").
  • "Giulia" deriva dalle Alpi Giulie (Alpes Iuliae), le montagne che segnano il confine orientale, battezzate così in onore della famiglia di Giulio Cesare (gens Iulia).
  • La "Venezia Giulia" indica storicamente l'area orientale (Trieste, Gorizia e l'Istria), che faceva parte delle "Tre Venezie" ottocentesche (Venezia Euganea, Tridentina e Giulia).
Perché sono stati uniti?
  • Dopo la Prima Guerra Mondiale, l'Italia annesse i territori ex-austro-ungarici (tra cui Trieste e Gorizia).
  • Nel 1963 (con la legge costituzionale) venne creata formalmente la regione Friuli-Venezia Giulia, unendo:
    • Il Friuli storico (più "italiano/friulano" e occidentale).
    • La parte italiana della Venezia Giulia (la zona più orientale, con forte presenza slovena e influenze mitteleuropee).
  • Lo scopo era amministrativo e politico: dare un'unica regione autonoma a territori con storie, lingue (friulano, sloveno, italiano, tedesco) e culture diverse, ma uniti dopo il confine orientale ridisegnato.

In pratica, il nome lungo riflette proprio questa doppia anima: il Friuli "classico" più il pezzo di Venezia Giulia rimasto all'Italia (dopo che gran parte dell'Istria andò alla Jugoslavia nel 1947-1954).

Oggi la regione si scrive spesso senza trattino (Friuli Venezia Giulia), ma il doppio nome rimane per ricordare queste due componenti storiche. È un po' come se una regione si chiamasse "Lombardia-Veneto" per unire due identità distinte.

Capoluogo è Trieste (che è in Venezia Giulia), proprio per bilanciare le due parti.