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febbraio 11, 2018

Waterloo una delle più grandi ed importanti battaglie della storia dell'uomo: Il Quid Obscurum.

Tutti conoscono la prima fase di questa battaglia: un inizio torbido, incerto ed esitante, minaccioso per ambo gli eserciti ma più per gli inglesi che per i francesi.

Era piovuto tutta la notte e il terreno era stato sconvolto dall'acquazzone; qua e là, l'acqua raccolta in pozzanghere come tinozze, tanto che in certi punti i carriaggi dell'artiglieria s'immergevano fino agli assi. I sottopancia dei cavalli gocciolavano di fango liquido, e se le spighe di grano e di segala abbattute da quella fila di carri in marcia non avessero colmato le carreggiate e fatto un letto sotto le ruote, qualunque movimento, in particolare nelle vallette dalla parte di Papelotte, sarebbe stato praticamente impossibile.

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La faccenda incominciò tardi. Abbiamo spiegato che Napoleone aveva l'abitudine di tener tutta l'artiglieria in pugno come una pistola, prendendo di mira ora questo ed ora quel punto della battaglia; perciò aveva voluto aspettare che le batterie già pronte potessero muoversi e galoppare liberamente. Bisognava a tale uopo che uscisse il sole e seccasse il terreno; ma il sole non comparve. Non era più l'appuntamento d'Austerlitz. Quando il primo colpo di cannone venne tirato, il generale inglese Colville guardò l'orologio e constatò ch'erano le undici e trentacinque.

L'azione s'impegnò forse con maggior furia di quanto non volesse l'imperatore, dall'ala sinistra francese sopra Hougomont. Nello stesso tempo Napoleone assalì il centro, gettando la brigata Quoit sopra la Haie-Sainte, e Ney spinse l'ala destra francese contro la sinistra inglese, che s'appoggiava su Papelotte.

Dopo la presa della Haie-Sainte, la battaglia fu incerta.

V'è in quella giornata campale, dal mezzodì alle quattro, un intervallo oscuro; il periodo intermedio è quasi indistinto con una oscura mischia: è come immerso nel crepuscolo. Si scorgono in quella nebbia grandi fluttuazioni, un vertiginoso miraggio, l'apparato della guerra d'allora, pressoché ignorato oggidì: i colbacchi impennacchiati, le fonde ondeggianti, le bandoliere incrociate, le giberne colla granata, i dolman degli ussari, i rossi stivali dalle mille pieghe, i pesanti schako inghirlandati di passamani, la fanteria quasi nera di Brunswick mista a quella scarlatta d'Inghilterra, i soldati inglesi, con grossi cuscinetti bianchi di forma circolare, al posto delle spalline, i cavalleggeri annoveresi, col loro elmo di cuoio a liste di ottone e la criniera rossa, gli scozzesi, ginocchia nude e sottanelle quadrettate, le grandi ghette bianche dei nostri granatieri; quadri e non linee strategiche, quel che ci vuole per Salvator Rosa e non per Gribeauval.

Una parte di tempesta si accompagna sempre ad una battaglia. Quid obscurum, quid divinum; ed ogni storico rivela ciò che gli piace, in quelle confusioni. Qualunque sia il piano dei generali, l'urto delle masse armate ha riflussi incalcolabili; durante l'azione, i piani dei due capi entrano l'uno nell'altro e si deformano reciprocamente. Il tal punto del campo di battaglia divora più combattenti del tal altro, come quei terreni più o meno spugnosi, che bevono più o meno presto l'acqua. Si è così obbligati a rovesciare là più soldati di quanto non si vorrebbe; e queste spese sono impreviste. La linea di battaglia ondeggia, serpeggia come un filo, rivoli di sangue non previsti scorrono, le fronti degli eserciti ondeggiano ed i reggimenti, entrando od uscendo, forman capi o golfi, tutti quegli scogli si muovono continuamente, gli uni davanti agli altri. Dov'era la fanteria, sopraggiunge l'artiglieria; i battaglioni sono fumacchi; lì v'era qualcosa e, quando cercate, tutto è scomparso; i vuoti si spostano, mentre avanzano e si ritirano sinistre pieghe; una specie di vento sepolcrale spinge e ricaccia, gonfia e disperde quelle tragiche moltitudini. Che è una mischia? È un'oscillazione: l'immobilità d'un piano matematico esprime un minuto, non già una giornata. Per dipingere una battaglia, ci vogliono quei possenti pittori che hanno il caos nel pennello. Rembrandt vale di più di Van Der Meulen, il quale, veridico a mezzogiorno, mente alle tre. La geometria inganna e solo l'uragano è vero; questo dà a Folard il diritto di contraddire Polibio. Aggiungiamo che v'è sempre un istante in cui la battaglia degenera in zuffa, si fa particolare, si frantuma in innumerevoli azioni singole che, per citare l'espressione dello stesso Napoleone, «appartengono piuttosto alla biografia dei reggimenti che alla storia dell'esercito». Lo storico, in tal caso, ha l'evidente diritto di riassumere; non può afferrare altro che i principali contorni della lotta. A nessun narratore, per coscienzioso che sia, è dato di fissare in modo assoluto la forma di quell'orribile nube che si chiama una battaglia. E questo, vero di tutti gli urti armati, è particolarmente applicabile a Waterloo. Pure, nel pomeriggio, ad un certo punto, la battaglia si precisò.

febbraio 09, 2018

Waterloo una delle più grandi ed importanti battaglie della storia dell'uomo: il 18 giugno 1815.

Come Napoleone è stato il soggetto su cui si è più scritto dopo Gesù Cristo, così la battaglia di Waterloo è stata la più studiata di tutte le battaglie, antiche e moderne. Tutti questi contributi, francamente in eccesso, non hanno aiutato a far chiarezza ma semmai a rendere le modalità dello scontro più oscure. Le tesi su come andò veramente sul campo di Waterloo sono innumerevoli e tutte in contrasto tra loro.

Aveva messo su pancia, i capelli — seppure pettinati alla Bonaparte — non gli coprivano più il cranio ed erano ridotti a un ricciolino sulla fronte. Ma questo non prova che il Generale avesse perso le sue doti di tattico e di stratega, le stesse che gli avevano fatto vincere fino ad allora qualcosa come settanta battaglie.

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Dal romanzo "I miserabili" di Victor Hugo è estratto questo libro che narra di una delle più grandi ed importanti battaglie della storia dell'uomo: "la battaglia di Waterloo".

L'unica critica che si può fare a Hugo è che arrivi quasi a mitizzare Napoleone dedicando poche righe invece ai possibili errori che abbia potuto commettere come ad esempio il voler continuare a cercare di sfondare nel centro della schiera nemica che già nei precedenti attacchi aveva ben resistito. Questo è dovuto soprattutto al fatto che suo padre fosse un napoleonico convinto e che ai suoi tempi erano ancora vivi i ricordi delle imprese di Napoleone.

Grande merito dell'autore è quello di riuscire a dare un'immagine ben precisa al lettore di ciò che Wellington e Napoleone si trovarono di fronte quel 18 Aprile del1818 a Waterloo.

IL 18 GIUGNO 1815.

Se non fosse piovuto nella notte dal 17 al 18 giugno 1815, l'avvenire dell'Europa sarebbe stato diverso. Poche gocce d'acqua in più o in meno hanno messo in bilico Napoleone; per far di Waterloo la fine d'Austerlitz, la provvidenza ebbe solo bisogno d'un po' di pioggia e una nube che attraversò il cielo a dispetto della stagione bastò per il crollo d'un mondo.

La battaglia di Waterloo, e ciò diede tempo a Blücher di giungere, non poté incominciare che alle undici e mezzo. Perché? Perché il terreno era bagnato e bisognava aspettare che si rassodasse un poco, affinché l'artiglieria potesse manovrare.

Napoleone era ufficiale d'artiglieria e ne risentiva. Il fondo di quel prodigioso capitano era l'uomo che, nel rapporto su Abukir al Direttorio, diceva: Il tal nostro proiettile ha ucciso sei uomini. Tutti i suoi piani di battaglia son fatti per il proiettile: far convergere l'artiglieria sopra un dato punto era per lui la chiave della vittoria. Trattava la strategia del generale nemico come una cittadella e la batteva in breccia; tempestava di mitraglia il punto debole; scatenava e risolveva le battaglie col cannone. La balistica era nel suo genio: sfondare i quadrati, polverizzare i reggimenti, rompere le linee, stritolare e disperdere le masse per lui consisteva nel colpire, colpire, colpire senza tregua; ed affidava questo compito alla cannonata. Metodo temibile che, unito al genio, rese invincibile per 15 anni quel cupo atleta del pugilato guerresco.

Il 18 giugno 1815, egli faceva tanto maggior conto sull'artiglieria, in quanto aveva dalla sua parte il numero: Wellington aveva solo centocinquantanove bocche da fuoco, Napoleone duecentoquaranta.

Supponete che il terreno fosse stato secco e che l'artiglieria avesse potuto manovrare: l'azione sarebbe incominciata alle sei del mattino e la battaglia sarebbe stata vinta e terminata alle due pomeridiane, tre ore prima dell'intervento prussiano.

Quale parte d'errore spetta a Napoleone nella perdita di quella battaglia? È imputabile al pilota, il naufragio? O, forse, l'evidente declino fisico di Napoleone si complicava a quel tempo con una diminuzione d'intelletto? I vent'anni di guerra avevan dunque consumato la lama, insieme al fodero? Si faceva malauguratamente sentire il veterano nel condottiero? In una parola, questo genio, quale l'hanno creduto molti storici autorevoli, stava eclissandosi? La sua frenesia celava a se stesso il proprio indebolimento? Cominciava ad oscillare per effetto d'un vento d'avventura che lo fuorviava? Oppure, cosa grave per un generale, stava diventando incosciente del pericolo? In questa classe degli artefici della materia, che si possano chiamare i giganti dell'azione, v'è un'età per la miopia del genio? La vecchiaia non fa presa sui genî dell'ideale: per Dante, per Michelangelo invecchiare significa crescere, per gli Annibale e i Bonaparte significa forse decrescere? Aveva perduto il senso diretto della vittoria, Napoleone? Era già giunto fino al punto di non riconoscer lo scoglio, di non indovinare l'agguato, di non più discernere il crollante orlo dell'abisso? Non aveva il fiuto delle catastrofi? Egli, che nei tempi andati conosceva tutte le strade del trionfo e che, dall'alto del suo cocchio di lampi, le indicava col dito sovrano, aveva dunque, ora, l'istupidimento sinistro di condurre verso i precipizî il tumultuoso equipaggio delle sue legioni? Era preso, a quarantasei anni, da una follìa suprema? Quel titanico cocchiere del destino non era più che un gigantesco scavezzacollo?

Noi non lo crediamo. Il suo piano di battaglia era, per ammissione di tutti, un capolavoro: puntar diritto sul centro della linea alleata, fare una breccia nel nemico, tagliarlo in due, buttare la metà britannica su Hal e la metà prussiana su Tongres, fare di Wellington e di Blücher due tronconi, impadronirsi di Mont-Saint-Jean, prendere Bruxelles, gettare il tedesco nel Reno e l'inglese nel mare. Tutto ciò, per Napoleone, stava in quella battaglia; in seguito, si sarebbe visto il da farsi.

È inutile dire che non pretendiamo far qui la storia di Waterloo. Se una delle scene generiche del dramma che stiamo raccontando si riallaccia a quella battaglia, non per questo siffatta storia è compito nostro; del resto questa è già stata fatta, e magistralmente, da Napoleone sotto un punto di vista, e da una intera pleiade di storici, sotto un altro. Per quel che ci riguarda lasciamo gli storici alle prese fra loro; noi siamo solo un testimone in distanza, un viandante nella pianura, un cercatore, chino su questa terra impastata di carne umana, che, forse, prende per realtà le apparenze; non abbiamo il diritto di tener testa, in nome della scienza, a un insieme di fatti nei quali v'è certo il miraggio e non abbiamo né la pratica militare, né la competenza strategica che autorizzano un sistema. Secondo noi, una concatenazione di casi domina dapprima a Waterloo i due capitani; e, quando si tratta del destino, misterioso accusato, giudichiamo come il popolo, giudice ingenuo.

Coloro che vogliono figurarsi chiaramente la battaglia di Waterloo, non hanno che da stendere sul suolo, col pensiero una A maiuscola. La gamba sinistra dell'A è la strada di Nivelles, la destra la strada di Genappe e il taglio dell'A è la strada in trincea che va da Ohain a Braine-l'Alleud. Il vertice dell'A è Mont-Saint-Jean, dove si trova Wellington; la punta sinistra inferiore è Hougomont, dov'è Reille con Gerolamo Bonaparte; la punta destra inferiore è la Belle-Alliance, dove si trova Napoleone; un po' al disotto del punto in cui il taglio dell'A incontra la gamba destra, si trova la Haie-Sainte, mentre il punto medio del taglio indica il punto preciso in cui fu detta l'ultima parola della battaglia. Là venne collocato il leone, simbolo involontario del supremo eroismo della guardia imperiale.

Il triangolo compreso nella parte superiore dell'A, fra le gambe e il taglio è la spianata di Mont-Saint-Jean: la disputa di quella spianata fu tutta la battaglia.

Le ali dei due eserciti si stendono a destra e a sinistra delle due strade di Genappe e di Nivelles, d'Erlon di fronte a Picton, Reille di fronte a Hill. Dietro la punta dell'A, dietro la spianata di Mont-Saint-Jean, v'è la foresta di Soignes; quanto alla pianura, ci si figuri un ampio terreno ondulato, in cui ciascuna piega domina la seguente, salendo tutte verso Mont-Saint-Jean e facendo capo alla foresta.

Due schiere nemiche sul campo di battaglia sono due lottatori. È un corpo a corpo, in cui ciascuno cerca di far sdrucciolare l'altro; ci si aggrappa a tutto, e un cespuglio è un punto d'appoggio, come l'angolo d'un muro è un sostegno. Per la mancanza d'una bicocca alla quale addossarsi, un reggimento cede; un lieve pendìo, una piega del terreno, un sentiero provvidenzialmente trasversale, un bosco o un precipizio possono arrestare il tallone di quel colosso che si chiama un esercito ed evitargli d'indietreggiare. Chi esce dal campo è battuto. Quindi per il capo responsabile, la necessità d'esaminare il più piccolo ciuffo d'alberi e d'approfondire il minimo risalto.

I due generali avevano attentamente studiato la pianura di Mont-Saint-Jean, detta oggi di Waterloo. Fin dall'anno precedente, Wellington, con previdente sagacia, l'aveva esaminata come possibile località da grande battaglia; su quel terreno e per quel duello, il 18 giugno, Wellington aveva il lato buono, Napoleone quello cattivo. L'esercito inglese era in alto, l'esercito francese in basso.

Tratteggiar qui l'aspetto di Napoleone a cavallo, col cannocchiale in mano, sull'altura di Rossomme, all'alba del 18 giugno 1815, è quasi superfluo: prima che lo si faccia vedere tutti l'han visto. Quel profilo calmo sotto il piccolo cappello della scuola di Brienne, quell'uniforme verde dai bianchi risvolti che nascondono le decorazioni, il pastrano grigio sopra le spalline, l'estremità del cordone rosso sotto il panciotto, i calzoni di pelle, il cavallo bianco colla gualdrappa di velluto purpureo con gli N coronati e le aquile, gli stivali alla scudiera, sulle calze di seta, gli speroni d'argento e la spada di Marengo, tutta, insomma, la figura dell'ultimo Cesare, è viva nelle immaginazioni, acclamata dagli uni, detestata dagli altri.

Quella figura fu per lungo tempo tutta in luce, per effetto di quella oscurità leggendaria che la maggior parte degli eroi sprigionano intorno a loro e che vela sempre, più o meno a lungo, la verità; ma oggi s'apron la via la storia e la luce.

Quella luce che è la storia spietata. Essa ha questa stranezza divina, che, cioè, per quanto sia luce ed appunto perché tale, mette spesso ombre dove si vedevano i raggi e fa dello stesso uomo due diversi fantasmi, uno dei quali combatte l'altro, facendone giustizia. Le tenebre del despota lottano contro il fulgore del capitano; ne scaturisce una misura più esatta nel definitivo apprezzamento dei popoli. Babilonia violata diminuisce Alessandro; Roma incatenata diminuisce Cesare; Gerusalemme sterminata diminuisce Tito. La tirannia segue il tiranno: disgraziato l'uomo che lascia dietro di sé ombre che assumono le sue forme.

gennaio 26, 2018

Papa Francesco ai Mapuche: “non esistono culture superiori o inferiori”

“Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori o inferiori”.

Lo ha chiesto Papa Francesco, durante la liturgia eucaristica celebrata mercoledì 17 gennaio dall'aeroporto di Maquehue a Temuco, capitale della regione dell'Araucanìa, 700 chilometri a sud di Santiago del Cile.

Nella messa, celebrata davanti a almeno 200mila fedeli, il Vescovo di Roma ha dedicato numerosi accenni alla condizione e alle sofferenze dei Mapuche, la popolazione autoctona che popola quella regione del Cile meridionale. Alla liturgia hanno preso parte anche rappresentanze di altri popoli indigeni della regione: Rapanui (provenienti dallìIsola di Pasqua), Aymara, Quechua e Atacama.

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“Gesù” ha rimarcato Papa Francesco nell’omelia “non chiede a suo Padre che tutti siano uguali, identici; perché l’unità non nasce né nascerà dal neutralizzare o mettere a tacere le differenze. L’unità non è un simulacro né di integrazione forzata né di emarginazione armonizzatrice”. Essa “non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri”.

L’unità domandata e offerta da Gesù – ha insistito il Pontefice “riconosce ciò che ogni popolo, ogni cultura è invitata ad apportare a questa terra benedetta”, e “non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie”.

Durante la messa, il Papa ha chiesto di osservare un momento di silenzio davanti a tutto il dolore e alle ingiustizie subite dalle popolazioni autoctone dell’Auracanìa del corso della storia.

Oltre alla tentazione di confondere unità con uniformità forzata e nemica delle differenze, il Successore di Pietro ha richiamato due forme di violenza da rifiutare, con chiaro riferimento al conflitto che contrappone i Mapuche agli apparati politici e militari cileni: da un lato, il Papa ha invitato a guardarsi dalla “elaborazione di accordi ‘belli’ che non giungono mai a concretizzarsi.

Belle parole, progetti conclusi sì – e necessari – ma che non diventando concreti finiscono per ‘cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano’. Anche questa è violenza, perché frustra la speranza”. Dall’altro lato, il Papa ha richiamato tutti a respingere la ribellione violenta che finisce per essere pagata da vite umane. “Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro” ha detto Papa Francesco “perché questo produce solo maggiore violenza e divisione. La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo ‘no’ alla violenza che distrugge, in nessuna delle sue due forme”.

Poche ore prima dell’arrivo del Papa, diverse chiese erano state incendiate nell’Araucania, in attacchi incendiari notturni attribuiti a gruppi estremisti che rivendicano i loro atti violenti in nome della “causa Mapuche”. Nell’ultima settimana, in Cile, sono state almeno 9 le chiese distrutte da simili atti d’intimidazione.

gennaio 13, 2018

Le 10 notizie più lette nel corso del 2017 su L'Edicola on Line.

dicembre 05, 2017

L'Olocausto allo scanner: Il Rapporto Leuchter le pretese gassazionie e incinerazioni di massa.

L'impossibilità tecnica delle pretese gassazioni e incinerazioni di massa aveva colpito ricercatori come Felderer e Faurisson già dagli anni settanta. Ma, per offrire concrete argomentazioni a confutazione delle teorie sterminazioniste, occorreva uno specialista di camere a gas.

Nel 1988 ebbe luogo a Toronto, in Canada, il processo di appello contro il canadese di origine tedesca Ernst Zündel. Zündel aveva diffuso l'opuscolo Did Six Million Really Die? dell'inglese Richard Harwood, opuscolo in cui l'Olocausto veniva contestato. Zündel per questo fatto era stato tratto in giudizio su denuncia di un'organizzazione ebraica di nome «Holocaust Remembrance Association».

La querela si fondava su una legge che reprime la «diffusione di false notizie», legge che, prima di allora, non era mai stata applicata: si tratta di una legge inglese del 1275, attraverso la quale i cavalieri potevano tutelarsi contro i versi satirici popolari. Il primo processo Zündel, istruito nel 1985, si concluse con la condanna dell'accusato a 15 mesi di prigione. Successivamente la sentenza fu cassata per numerosi vizi di forma. Nel 1988, Robert Faurisson suggerì a Zündel di rivolgersi all'ingegnere americano Fred Leuchter, responsabile della costruzione delle camere a gas impiegate per l'esecuzione dei criminali in diversi Stati americani.


Camera a gas interno

L'Olocausto allo scanner.

Dopo l'assenso di Zündel, Faurisson prese contatto con questo ingegnere. Leuchter partì per la Polonia nel febbraio 1988 in compagnia di sua moglie Carolyn, del cameraman Jurgen Neumann, del disegnatore Howard Miller e dell'interprete di polacco Tjudar Rudolph, per sottoporre ad un esame minuzioso le pretese camere a gas di Auschwitz-I, di Auschwitz-Birkenau e di Majdanek. L'ingegnere redasse poi una relazione peritale.

Il Rapporto Leuchter.

Le conclusioni di Leuchter furono inequivocabili: in nessuno dei tre campi vi erano state camere a gas destinate allo sterminio di esseri umani.

Le sole vere camere a gas esistite erano state le camere di disinfestazione destinate allo sterminio dei pidocchi.

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La dimostrazione di Leuchter.

La dimostrazione di Leuchter si basava su tre punti:

1. Le «camere a gas» non erano state costruite per uccidere esseri umani e comunque per questo uso non avrebbero mai potuto funzionare. Esse non erano stagne, di modo che il gas mortale avrebbe continuato ad espandersi all'esterno. Mancavano meccanismi di diffusione del gas, così come dispositivi capaci di riscaldare le camere. Infine, gli impianti d'aerazione che vi si trovavano erano insufficienti. La ventilazione della «camera a gas» del Krema I, per esempio, non era assicurata che da un lucernario; il gas si sarebbe immediatamente sparso raggiungendo l'infermeria delle SS, situata di fronte alla «camera a gas», uccidendo pazienti e medici. Si può supporre che sarebbe ristagnata nelle camere per una settimana, dopo ogni gassazione, una quantità di Zyklonsufficiente per spedire all'altro mondo chiunque fosse entrato. Le maschere antigas non avrebbero offerto sufficiente protezione. Le «camere a gas» erano in realtà degli obitori. Quella del Kremafu trasformata più tardi in rifugio antiaereo.

2. I forni crematori esistenti, d'altra parte, non avrebbero potuto bruciare che una minima frazione delle pretese vittime e le «fosse d'incinerazione» erano pura fantasia.

3. Leuchter e la sua équipe hanno prelevato dei campioni di calcina sia dalle «camere a gas» che da una camera di disinfestazione. Bisogna sapere che [in virtù del legame tra lo ione Cn con gli atomi di ferro del calcestruzzo] il cianuro permane nella calcina e nei mattoni per secoli sotto forma di insolubile ferrocianuro. Mentre il campione prelevato nella camera di disinfestazione presentava ancora, dopo 44 anni, un tenore di cianuro piuttosto elevato, le tracce di cianuro presenti nei campioni prelevati nelle «camere a gas» erano infime, persino nulle.

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Un fenomeno chimico naturale.

Bisogna dire tuttavia che Germar Rudolf, in un'opera recente (Gutachten über die Bildung und Nachweisbarkeit von Cyanidverbindungen in den «Gaskammern» von Auschwitz, Media World, Box 62, Uckfield, E. Sussex, 1993) propone un'altra spiegazione: si tratta di un fenomeno chimico naturale. In una fattoria della Baviera sono stati rilevati residui di cianuro più abbondanti che nelle pretese camere a gas di Birkenau (G. Rudolf, op. cit., pp. 85 e 93).

A ulteriore garanzia la prova del cianuro non è stata effettuata da Leuchter, ma da un dottore in chimica, di nome James Roth, che non aveva alcuna idea della provenienza dei campioni.

Se il rapporto Leuchter fosse stato confutabile, gli sterminazionisti avrebbero immediatamente ingaggiato i migliori chimici ed ingegneri col compito di realizzare una controperizia. Ma nessun chimico e nessun ingegnere hanno effettuato una tale controperizia. Esistono due tentativi di confutazione, l'uno del francese Jean-Claude Pressac ( Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, Beate Klarsfeld Foundation, 515 Madison Avenue, New York, 1989; l'opera stampata in soli 1000 esemplari non si trova in libreria e non contiene, malgrado il titolo, alcun dato sul funzionamento delle camere a gas) e l'altro del tedesco Werner Wegner (essa figura nell'antologia Die Schatten der Vergangenheit, di Backes/Jesse/Zitelmann, Propyläen, 1990). Questi due tentativi non hanno alcun senso. Udo Walendy li analizza punto per punto nel numero 50 della rivista Historische Tatsachen.

Faurisson ha esposto in dettaglio nel numero 3 della Revue d'histoire révisionniste (B. P. 122, 92704 Colombes Cedex) che ha nel frattempo cessato di essere pubblicata a causa della repressione in Francia come Pressac, nella sua opera monumentale, porti acqua al mulino dei revisionisti.

Le prove del cianuro sono già state rifatte due volte; la prima dall'Istituto di perizie medico-legali di Cracovia su richiesta del Museo di Auschwitz, e la seconda dal chimico tedesco Germar Rudolf.

Quest'ultimo giunse nel suo studio molto approfondito alle stesse conclusioni di Leuchter, dal quale dissente su qualche punto secondario.


fonte: Breymesser/E. Bernfus, Blausäuregaskammern zur Fleckfieberabewehr, Berlino 1943).

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novembre 15, 2017

L’ipocrisia del sistema calcio sembra un dramma nazionale, ma i drammi sono altri.

Italia eliminata dalla Svezia nello spareggio mondiale: 1-0 per loro a Solna, 0-0 a San Siro. Gigi Buffon, il più grande portiere della storia del calcio, una leggenda vivente, piange davanti alla telecamera RAI annunciando il suo addio alla maglia azzurra.

Niente Russia 2018 per lui, niente record (6 mondiali, sarebbe stato il primo nella storia), niente Italia ai Campionati del Mondo. Strano, ma vero. Sarà così. Una sorpresa anche per i giornali esteri, che titolano sul ‘mondiale zoppo’ prendendoci in giro. Ci sta.

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Sembra un dramma nazionale, ma i drammi sono altri. C’è delusione, si prova vergogna, ma la battaglia è stata leale. Dura, ma leale. Hanno vinto gli altri perché hanno fatto gol. Ora tutti a cercare il colpevole, a puntare il dito, tutti che accusano Ventura, Tavecchio, il sistema calcio, gli stranieri, ma non una parola sui giocatori. Eppure in campo ci sono andati loro, contro gli svedesi hanno perso loro. Non sono eroi quando vincono, non sono vittime quando perdono. Nello sport si vince e si perde e bisogna accettarlo.
Ma il colmo dell’ipocrisia il ‘sistema calcio’ lo tocca nella vicenda Pochesci.

Ora vi spiego. Parliamo di un sistema che, attualmente, non decide, parla solo di soldi, quelli dei diritti TV (che spende prima di incassare), ha la Lega di serie A commissariata, la Lega di serie B commissariata, è pieno di debiti, le società mugugnano per dare gli atleti alle nazionali, comandano i procuratori di calciatori che si arricchiscono in maniera indecente giocando sulla vanità di chi ci mette i soldi. Visione d’insieme: zero.

Però Pochesci rischia il deferimento per slealtà sportiva. Ci rendiamo conto?

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Ecco i fatti. Sandro Pochesci, 54enne romano, allenatore della Ternana, a margine della gara della sua squadra con il Novara (1-1), domenica pomeriggio, interpellato sulla Nazionale dopo la sconfitta in Svezia e prima della sfida di San Siro, ha risposto così:

“…Oltre ad avere perso contro una squadra di profughi, ci siamo fatti pure menare. Ma che siamo diventati tutti ‘pariolini’? Il calcio italiano è finito. Ecco cosa accade a portare tutti questi stranieri in Italia: non c’è più un italiano che mena…. Non siamo più l’Italia di una volta, quella che vinceva e, se necessario menava pure… Tutti pensano a impostare e nessuno a marcare l’avversario. L’ho detto anche a Coverciano (corso allenatori, ndr), mi hanno risposto che si faceva 40 anni fa…. Una volta l’Italia menava e vinceva, adesso ci menano e piangiamo… A portare tutti questi stranieri in Italia è successo questo, non c’è più un italiano che mena…. ogni mese esce fuori un oriundo nuovo. Ma andassero a prendere gli italiani nei campionati inferiori e gli dessero l’opportunità della vita!…”.

Si può condividere o meno il pensiero di Pochesci, in tutto o in parte, però la realtà è che, il giorno dopo, il tecnico della Ternana è stato ‘consigliato’ di correggere il tiro, di fare retromarcia, e lui lo ha fatto ‘chiedendo scusa per aver parlato da tifoso’.

Eppure ha detto cose che, OGGI, dicono tutti: critici, commentatori, analisti, tifosi scatenati sui social network. Eppure Sandro Pochesci, in quanto tesserato, rischia il deferimento, o addirittura la squalifica, per ‘slealtà sportiva’.

Il sistema calcio lo punisce. E l’Italia non va al Mondiale. La forma è salva.

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fonte: Di Alessandria

novembre 14, 2017

Il controllo dei media y la nascita della propaganda come sistema per ammansire il gregge.
Lippmann ha supportato questa idea con una elaborata teoria della democrazia progressista.

A suo parere, in una democrazia sana ci sono cittadini di diverse classi.

La prima, che deve avere un ruolo attivo nella conduzione degli affari generali, è la classe specializzata, costituita da persone che analizzano, eseguono, prendono decisioni e gestiscono il sistema politico, economico e ideologico.

Naturalmente si tratta di una minoranza esigua, ma chi sostiene tali teorie ne fa sempre parte e si pone il problema di che cosa fare per gli altri, quelli che sono al di fuori del gruppo, cioè la maggioranza della popolazione, definita da Lippmann "il gregge smarrito": dobbiamo guardarci "dallo scalpitio e dai belati del gregge smarrito".

Il controllo dei media y la nascita della propaganda.

Dunque in una democrazia ci sono due "funzioni": quella dirigenziale, svolta dalla classe specializzata, dagli uomini responsabili, che pensano, pianificano e comprendono gli interessi comuni, e quella svolta dal gregge smarrito, la funzione dello "spettatore", di colui che non partecipa all'azione. 

Anzi, poiché viviamo in una democrazia, le funzioni della maggioranza sono molteplici: di tanto in tanto le è concesso di dare il suo appoggio a uno o all'altro dei membri della classe specializzata, di dire: "Vogliamo che sia questo il nostro capo", oppure "Vogliamo che sia quello". Dal momento che il nostro non è uno stato totalitario, ci sono le elezioni. 
Ma, una volta che ha dato appoggio all'uno o all'altro membro della classe specializzata, la maggioranza deve farsi da parte e diventare spettatore dell'azione, rinunciando alla partecipazione. 

Questo è ciò che accade in una democrazia che funziona a dovere.

Il popolo è troppo stupido per capire.

Dietro a tutto ciò vi è una logica, addirittura un assunto morale imprescindibile, ed è il seguente: il popolo è troppo stupido per capire; se cerca di partecipare alla gestione dei propri interessi, combinerà senz'altro guai; di conseguenza sarebbe immorale e ingiusto consentirgli di farlo.   Dobbiamo ammansire il gregge smarrito, impedirgli di aggirarsi scalpitante e selvaggio, e di distruggere tutto. E la stessa logica che vieta di lasciare che un bambino di tre anni attraversi da solo la strada: non gli si concede questo tipo di libertà perché non è capace di usarla.

Quindi dobbiamo trovare un sistema per ammansire il gregge, e questo sistema rappresenta una rivoluzione nell'arte della democrazia: la costruzione del consenso. I media, la scuola e la cultura popolare devono essere tenuti separati: alla classe politica e a chi gestisce il potere devono garantire un certo senso della realtà (non eccessivo), ma anche trasmettere le giuste convinzioni. 
Il controllo dei media y la nascita della propaganda come sistema per ammansire il gregge. Twitta
A questo proposito esiste un tacito presupposto (e anche gli uomini responsabili devono scoprirlo da soli) sul modo di raggiungere la posizione che conferisce l'autorità decisionale: il solo modo, naturalmente, è servire chi detiene il potere reale, un gruppo molto ristretto di persone. 

Se un membro della classe specializzata si fa avanti e dichiara: "Sono in grado di servire i vostri interessi" entra per certo a far parte del gruppo decisionale. Ma affinché questo sia possibile deve avere interiorizzato le dottrine e le ideologie che serviranno gli interessi del potere privato. Se quest'uomo non ha tale capacità, non entrerà a fare parte della classe specializzata. Dunque c'è un sistema scolastico destinato agli

"uomini responsabili", che dovranno essere profondamente indottrinati sui valori e sugli interessi del potere privato e del legame tra stato e affari che lo sostiene. Così si diventa membri della classe specializzata. 


Il resto della popolazione dev'essere principalmente distratto. 

Bisogna sviarne l'attenzione, distoglierlo dai guai, assicurarsi che rimanga il più possibile spettatore dell'azione, permettendogli di tanto in tanto di appoggiare l'uno o l'altro dei veri leader tra cui gli è consentito scegliere.

Questa teoria è stata ripresa e sviluppata da molti altri, ed è in realtà piuttosto convenzionale.

Reinhold Niebuhr, per esempio, autorevole teologo ed esperto di politica estera, chiamato anche "il teologo dell'establishment", guru di George Kennan e degli intellettuali kennedyani, ha avanzato l'ipotesi che la razionalità sia una qualità posseduta da pochi. La maggior parte delle persone è guidata soltanto dall'emozione e dall'impulso. Chi di noi è dotato di razionalità deve creare "illusioni necessarie" e "ipersemplificazioni" di forte impatto emotivo per tenere sotto controllo gli ingenui e gli sciocchi. 

Questa idea è diventata parte sostanziale della dottrina politica contemporanea. Negli anni venti e nei primi anni trenta Harold Lasswell, fondatore del moderno campo delle comunicazioni e uno dei più importanti teorici politici statunitensi, spiegava che non dobbiamo soccombere al "dogmatismo democratico secondo cui gli uomini sono i migliori giudici dei propri interessi", perché è infondato. 

Noi siamo i migliori giudici degli interessi pubblici.


Quindi, per questione di ordinaria moralità, dobbiamo assicurarci che questi uomini privi di giudizio non abbiano l'opportunità di agire. In quelli che oggi sono chiamati stati totalitari o regimi militari, è facile: basta impugnare il manganello e colpire chi esce dai ranghi. 

Ma quando la società è più libera e democratica occorre rinunciare a questa opportunità e adottare le tecniche della propaganda. La logica è chiara: la propaganda è per la democrazia quello che il randello è per lo stato totalitario. E una cosa buona e giusta perché, come sappiamo, gli interessi comuni sfuggono al gregge smarrito, che non riesce nemmeno a immaginarli.


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agosto 15, 2017

Il controllo dei media y la nascita della propaganda per guidare le masse popolari.
Cominciamo con la prima operazione propagandistica di un governo moderno. Accadde durante l'amministrazione di Woodrow Wilson, che fu eletto presidente nel 1916 con un programma intitolato "Pace senza vittoria". La Prima guerra mondiale infuriava, e la popolazione americana era decisamente pacifista: riteneva che non ci fosse alcun motivo per farsi coinvolgere in un conflitto europeo.

L'amministrazione Wilson invece era favorevole alla guerra, perciò doveva trovare un modo per ottenere il consenso popolare al proprio interventismo. Fu dunque istituita una commissione governativa per la propaganda, la Commissione Creel, che nel giro di sei mesi riuscì a trasformare una popolazione pacifista in un popolo fanatico e guerrafondaio, deciso a distruggere tutto quanto appartenesse alla Germania, a trucidare i tedeschi, a entrare in guerra e a salvare il mondo. Fu un grande risultato, il primo di una lunga serie.
controllo dei media

Il controllo dei media y la nascita della propaganda. 

Già a quell'epoca e nel dopoguerra vennero utilizzate le stesse tecniche per scatenare un incontrollato red scare ("terrore rosso"), come fu chiamato, che riuscì a distruggere i sindacati e a cancellare pericolose abitudini come la libertà di stampa e la libertà di pensiero politico. L'appoggio dei media e del mondo degli affari, che di fatto organizzò e portò avanti gran parte dell'operazione, fu determinante, e il risultato fu un grande successo.

Gli intellettuali progressisti.

Fra quelli che parteciparono attivamente e con entusiasmo alla propaganda voluta da Wilson c'erano gli intellettuali progressisti, persone del circolo di John Dewey, i quali, come testimoniano i loro stessi scritti dell'epoca, erano molto orgogliosi di poter dimostrare che "i più intelligenti membri della comunità", cioè loro stessi, erano capaci di indurre alla guerra una popolazione riluttante, terrorizzandola e suscitando un fanatismo oltranzista. Il dispiegamento di mezzi fu ingente; per esempio, furono divulgate terribili storie sulle atrocità commesse dai tedeschi, cronache di bambini belgi con le braccia strappate e altri orrori di ogni sorta, che si trovano ancora nei libri di storia.

Molte di quelle invenzioni erano frutto del ministero della Propaganda britannico, il cui impegno a quel tempo era finalizzato, come venne precisato nelle deliberazioni segrete, a "indirizzare il pensiero della maggioranza del mondo".
Leggi anche: La prevalenza delle istituzioni finanziarie e delle banche americane e anglosassoni.
Ma soprattutto miravano a controllare il pensiero dei membri più intelligenti della comunità statunitense, che avrebbero poi diffuso la propaganda da loro escogitata e convertito un paese pacifista all'isteria di guerra. Funzionò.

La propaganda di stato.

Funzionò tutto perfettamente, e fu una lezione: la propaganda di stato, quando è appoggiata dalle classi colte e non lascia spazio al dissenso, può avere un effetto dirompente. Una lezione che Hitler e molti altri appresero a fondo e di cui si tiene conto ancora oggi.La democrazia degli spettatori

Un altro gruppo che rimase colpito da tanto successo fu quello dei teorici della democrazia liberale e delle figure di spicco dei media, come per esempio Walter Lippmann, decano dei giornalisti statunitensi, grande critico della politica interna ed estera del paese e importante teorico della democrazia liberale.

Una teoria progressista del pensiero liberale democratico.

La raccolta dei suoi scritti ha come sottotitolo "Una teoria progressista del pensiero liberale democratico". Lippmann aveva partecipato alle commissioni di propaganda e ne riconobbe i risultati. Sostenne che quella che definiva "una rivoluzione nell'arte della democrazia" poteva essere usata per "fabbricare consenso", cioè ottenere mediante le nuove tecniche di propaganda l'appoggio della popolazione rovesciandone l'opinione.
Il controllo dei media y la nascita della propaganda per guidare le masse popolari.Twitta
La riteneva un'idea non solo buona, ma addirittura necessaria perché, come spiegò, "gli interessi comuni sfuggono completamente all'opinione pubblica" e possono essere compresi e amministrati soltanto da una "classe specializzata" di "uomini responsabili", abbastanza intelligenti da capire come vanno le cose. Secondo questa teoria solo una ristretta élite, la comunità intellettuale cui si riferivano i seguaci di Dewey, è in grado di comprendere gli interessi comuni, che riguardano tutti e che "sfuggono al popolo".

Ideologia vecchia di secoli.

E' un'ideologia vecchia di secoli, ed è anche una visione tipicamente leninista, molto vicina alla concezione del leader bolscevico che voleva un'avanguardia di intellettuali rivoluzionari condotta al vertice dello stato dalla forza del popolo, capace di guidare le masse verso un futuro che loro, per ignoranza, non erano in grado di immaginare. La teoria democratica liberale e il marxismoleninismo sono molto vicini nei presupposti ideologici.

Penso che questa sia una delle ragioni per cui le persone sono passate così facilmente da una posizione all'altra senza avvertire un particolare cambiamento. Si tratta solo di stabilire dove si trova il potere: se c'è una rivoluzione popolare, allora il potere sarà dello stato; altrimenti lavoreremo per chi detiene il potere reale, cioè la comunità degli affari.

Ma in fondo sarà la stessa cosa: comunque guideremo le masse inette verso un mondo che loro non sono in grado di capire.



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agosto 14, 2017

L'Olocausto allo scanner: lo Zyklone e le camere di disinfestazione tedesche.
L'insetticida Zyklonè stato brevettato nel 1924. Esso è ancora utilizzato per disinfestare i silos, i battelli, etc., ma anche per gassare le tane delle volpi (nel quadro della lotta contro la rabbia).

Durante la seconda guerra mondiale è stato utilizzato in molti campi di concentramento, compresi quelli in cui nessuno storico situa camere a gas, e altrove per scopi di disinfestazione.

Si stima che in Germania, durante la guerra, quasi 32 milioni di capi di vestiario siano stati trattati con lo Zyklon B.

Questa misura sanitaria ha certamente salvato dalla morte per tifo centinaia di migliaia di persone, fra cui un numero non trascurabile di ebrei prigionieri dei campi di concentramento.
Zyklon_B_Container

L'Olocausto allo scanner.

Lo Zyklone e le camere di disinfestazione tedesche.

Lo Zyklonera consegnato in un imballaggio stagno, sotto forma di dischi o di pastiglie o di granuli.

Polpa di legno o sabbia di diatomee, massa granulosa e bruna, gli servivano da supporto. Il gas si libera al contatto ambientale.

La durata di questo processo chimico dipende dalla temperatura dell'aria. Quando il punto di sublimazione, a 25,7·C è raggiunto, occorre circa mezz'ora perché la maggior parte del gas si liberi. In caso di temperatura inferiore, è necessario molto più tempo.

Esaminiamo ora, sulla base di due documenti tedeschi del periodo bellico, come lo Zyklon B era utilizzato.

Per lo spidocchiamento dei vestiti si utilizzavano largamente le camere di disinfestazione costruite dalla DEGESCH ( Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung). Queste camere avevano un volume standard di l0m3 e venivano chiuse ermeticamente.

I vestiti da spidocchiare erano appesi a listelli o collocati dentro un carrello mobile.

Le camere di disinfestazione.

La camera di disinfestazione veniva riscaldata ad una temperatura tra 25 e 35·C. Il gas che si liberava dai granuli di Zyklonera diffuso attraverso un sistema di ventilazione. Lo stesso sistema serviva ad aerare rapidamente la camera per mezzo di aria preriscaldata.
L'Olocausto allo scanner: lo Zyklone e le camere di disinfestazione tedesche.Twitta
La scatola di Zyklonsi apriva automaticamente alla messa in marcia del sistema di ventilazione ed il suo contenuto si riversava in un recipiente; si voleva così evitare che granuli finiti al suolo fossero dimenticati al momento della pulizia della camera poiché essi potevano liberare del gas per ore e danneggiare gli uomini.

Trattamento col gas.

Il trattamento col gas durava almeno un'ora, l'aerazione 15 minuti. In seguito si mettevano gli abiti disinfestati all'aria aperta. Le camere erano preparate da personale esperto (vedere F. Puntigam/H.

La disinfestazione di locali non riscaldabili e non stagni come le case d'abitazione, i battelli, etc., sprovvisti di sistemi di ventilazione si faceva ovviamente con altri metodi.

Una disposizione circa l'utilizzazione, pubblicata nel 1942 dal servizio per la sanità del Protettorato di Boemia-Moravia sotto il titolo Richtlinien für die Anwendung von Blausäure (Zyklon) zur Ungeziefervertilgung [Direttive di utilizzazione del cianuro (Zyklon) per la distruzione dei parassiti] descrive come doveva effettuarsi il trattamento con gas di un edificio. Secondo questo testo, la disinfestazione doveva essere intrapresa da una squadra di almeno due uomini addestrati per questo lavoro.

Gli specialisti della disinfestazione.

Tutti gli specialisti della disinfestazione erano dotati di una maschera antigas, di due filtri speciali contro l'acido cianidrico, di un rivelatore di gas residuo, di una siringa di antidoto e di una autorizzazione scritta. Prima dell'inizio dell'operazione un pannello di segnalazione speciale, contrassegnato da un teschio e redatto in più lingue, doveva essere affisso sulla porta dell'edificio da disinfestare. Un sorvegliante teneva lontane le persone non autorizzate.

Secondo lo stesso testo, la parte più pericolosa dell'operazione era l'aerazione, che doveva durare non meno di 20 ore.

Disposizioni operative.

Queste disposizioni operative erano state presentate a Norimberga come documento di accusa sotto il contrassegno NI-9912, quando invece ogni osservatore attento avrebbe dovuto notare che le indicazioni che esse davano sulle particolarità dello Zykloncontraddicevano palesemente gli assertori della gassazione in massa di esseri umani.
fonte: Breymesser/E. Bernfus, Blausäuregaskammern zur Fleckfieberabewehr, Berlino 1943).

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maggio 12, 2017

La nuova legge che fa paura a chi ama il verde: i parchi naturali diventano aziende.
La nuova legge rovescia il significato delle aree naturali protette e ne altera il sistema di valori alla base della loro istituzione. Tradisce la centralità della natura.

Frutto del generale decadimento culturale, stiamo assistendo a una progressiva banalizzazione del ruolo delle aree protette, considerate a volte semplici agenzie di sviluppo locale, a volte nuovi enti intermedi da amministrare secondo le logiche della politica locale.

Si rischia così di annullare il loro autentico ruolo che è quello di esprimere e di tradurre in concreto una visione alta dei problemi che riguardano il territorio e la conservazione della natura.
parchi_nazionali_mappa
Il rischio è ormai prossimo. È in corso in un Parlamento distratto, e con un’opinione pubblica ignara, un processo diretto a modificare l’attuale ottima legge-quadro (la 394 del 1991) che rappresenta una vera e propria controriforma. Siamo alle battute finali: in questi giorni la Commissione ambiente della Camera ha votato gli emendamenti a un pessimo disegno di legge approvato a novembre dal Senato e certo non lo ha migliorato; la discussione in Aula è già stata calendarizzata per il 27 marzo; dopo di che la proposta tornerà al Senato per il probabile voto finale.

Fortissima è l’opposizione del movimento ambientalista che in questi mesi proprio su tale questione ha ritrovato l’unità: grazie al “Gruppo dei Trenta”, che è riuscito a interrompere una posizione troppo attendista, e alla determinazione di due donne, le presidenti del WWF e di Legambiente, ben 16 associazioni ambientaliste stanno lottando contro questa controriforma. Sollecitate dall’apparente interesse e dalle richieste del presidente della Commissione Realacci e dal relatore Borghi, hanno anche presentato precise proposte con due rivendicazioni centrali: organi di governo dei parchi nazionali qualificati; pari dignità tra parchi nazionali e aree marine protette, perché queste costituiscono l’anello debole del sistema.
PNAbruzzo
Nessuna delle proposte più significative è stata accolta e per di più il presidente ha impresso una forte accelerazione al processo nell’evidente intento di chiudere ogni discussione, creando oltre tutto grave imbarazzo in quella parte del movimento (Legambiente) che a lui fa riferimento.

Eppure le critiche delle associazioni sono più che fondate. La proposta, pur se contiene alcune misure positive, cancella proprio gli ingredienti che hanno decretato il successo della legge-quadro e che riguardano i parchi nazionali: sapiente dosaggio tra interessi nazionali e interessi locali, significativa presenza della rappresentanza scientifica, effettiva partecipazione delle comunità locali.
Leggi anche: Dal formidabile mondo alpino ai paesaggi da sogno dell’italia meridionale.
Ma ciò che appare più grave è proprio l’assoluta dequalificazione degli organi di governo: il presidente è sufficiente che sia un soggetto di generica “comprovata esperienza nelle istituzioni o nelle professioni”; per il consiglio direttivo, fino a oggi composto dai rappresentanti degli interessi generali, si prevede, per un verso, l’ingresso delle organizzazioni professionali degli agricoltori e dei pescatori , cioè degli interessi corporativi, e, per altro verso, l’esclusione del mondo scientifico.
PN-Cinqueterre
Certo, la proposta prevede il possibile inserimento di un rappresentante delle «associazioni scientifiche maggiormente rappresentative», ma tale previsione tradisce ipocrisia e incultura: infatti quel rappresentante è inserito in alternativa all’Ispra, che istituto scientifico non è; la scelta è frutto non dell’autonoma designazione del mondo scientifico (Accademia dei Lincei. Università, Cnr), come era stabilito originariamente dalla legge-quadro, ma della diretta indicazione del ministro dell’ambiente; e soprattutto la proposta dimostra scarsa consapevolezza, se non disprezzo, del ruolo della scienza della quale offre, con il riferimento a un’impossibile maggiore rappresentatività, una concezione di tipo “politico-sindacale”.

Viene così mortificato quel mondo che ha illustrato la storia oramai secolare dei parchi nazionali italiani e il cui contributo oggi diventa necessario perché i problemi della gestione del territorio e della conservazione della natura esigono sempre di più un approccio autenticamente scientifico, fondato cioè sul principio dell’autonomia.
PN-Gargano
Completano questo degrado le norme sul direttore, nominato a seguito di selezione pubblica. I titoli sufficienti per partecipare alla selezione sono la laurea in una qualsiasi disciplina nonché una «particolare qualificazione professionale» e una «comprovata esperienza di tipo gestionale», espressioni queste insignificanti; non si richiedono altri titoli né esami.

Se poi si considera che viene selezionata una terna e non un vincitore, che la commissione valutatrice è scelta per due terzi dal consiglio direttivo e che la nomina compete al presidente del parco, diventa ovvia la conclusione: se la proposta verrà approvata i Parchi nazionali saranno gestiti esclusivamente in base alle scelte e ai condizionamenti imposti dalla politica locale.

Trapela da queste norme un’aberrante visione confermata dalla soppressione, nascosta nelle pieghe dell’articolato, della Carta della natura: viene così rovesciato il significato delle aree naturali protette, tradita la centralità della natura, alterato il sistema di valori che in tutto il pianeta è alla base della istituzione e della diffusione dei parchi nazionali.
PN-Stelvio
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