
Il 20 settembre 1870 finisce lo Stato Pontificio; le finanze vaticane non possono contare più sulle tasse dei sudditi e sulle rendite territoriali. Niente bilanci, niente Zecca. Oltretutto il Vaticano è isolato dai vescovadi e dalle diocesi, senza contare che lo Stato italiano ha attuato una serie di espropri di conventi nella penisola e in particolare a Roma per far posto ai ministeri, oltre all’insediamento del re d’Italia nel palazzo del Quirinale e del Tribunale nell’oratorio borrominiano alla Chiesa Nuova. Si sono salvati gli edifici costruiti su iniziativa personale di monsignor Xavier de Merode di fronte alla Strada Pia, futura via Nazionale, nonché i terreni ai Prati di Castello, che lo Stato italiano si vedrà costretto ad acquistare per entrarne in possesso, essendo prorietà privata di questo intraprendente monsignore imprenditore. È un’operazione notevole che indirettamente contribuirà ad arricchire le magre finanze della Santa Sede, oltre ad essere d’esempio per un’altra strada da percorrere in futuro, che si chiamerà speculazione edilizia.
La Camera Apostolica, che sovrintende alle finanze dello Stato sotto la direzione del cardinale Giacomo Antonelli, perde invece ogni compito e prestigio; sopravvive per l’ordinaria amministrazione, anche se su una base economica molto limitata. Del resto Pio IX con l’enciclica Ubi Nos ha respinto la Legge delle Guarentigie, che avrebbe assicurato al papa la somma annua di 3.225.000 lire e al Vaticano il riconoscimento di alcune proprietà immobiliari.
«Con questa somma», spiega l’articolo 4 della legge, «pari a quella inscritta nel bilancio romano sotto il titolo “Sacri palazzi apostolici, Sacro collegio, Congregazioni ecclesiastiche, Segreteria di Stato ed Ordine diplomatico all’estero”, s’intenderà provveduto al trattamento del Sommo Pontefice e ai vari bisogni ecclesiastici della Santa Sede, alla manutenzione ordinaria e straordinaria, e alla custodia dei palazzi apostolici e loro dipendenze; agli assegnamenti, giubilazioni e pensione delle guardie, di cui nell’articolo precedente, e degli addetti alla Corte Pontificia, e delle spese eventuali; nonché alla manutenzione ordinaria e alla custodia degli annessi musei e biblioteca, e agli assegnamenti, stipendi e pensioni di quelli che sono a ciò impiegati.
La dotazione di cui sopra sarà inscritta nel Gran Libro del debito pubblico, in forma di rendita perpetua ed inalienabile nel nome della Santa Sede; e durante la vacanza della Sede si continuerà a pagarla per supplire a tutte le occorrenze proprie della Chiesa Romana in questo intervallo.
Essa resterà esente da ogni specie di tassa od onere governativo, comunale e provinciale: e non potrà essere diminuita neanche nel caso che il Governo italiano risolvesse posteriormente di assumere a suo carico la spesa concernente i Musei e la Biblioteca».
L’articolo 5 specifica che «il Sommo Pontefice, oltre la dotazione stabilita nell’articolo precedente, continua a godere dei palazzi apostolici Vaticano e Lateranense, con tutti gli edifizi, giardini e terreni annessi e dipendenti, nonché della villa di Castel Gandolfo con tutte le sue attinenze e dipendenze.
«I detti palazzi, villa ed annessi, come pure i Musei, la Biblioteca e le collezioni d’arte e di archeologia ivi esistenti, sono inalienabili, esenti da ogni tassa o peso, e da espropriazione per causa di utilità pubblica».
Non è un cattivo affare, ma il papa non l’accetta, perché si tratta di una soluzione non negoziata e anche perché viene giudicata un’elemosina. In ogni caso la somma di denaro, essendo «inscritta nel Gran Libro del debito pubblico, in forma di rendita perpetua ed inalienabile», costituirà un punto di partenza per la risoluzione economica che sarà definita nei Patti Lateranensi.
La sola nota positiva per la Santa Sede è costituita dal fatto che nel regno d’Italia per i parroci entra da subito in funzione lo stipendio, ovvero la congrua; questa decisione governativa è a margine della Legge delle Guarentigie e quindi viene messa in pratica, perché naturalmente non è rifiutata dal papa. Il Vaticano invece si deve ingegnare per incrementare le entrate sfruttando elemosine e offerte; così pensa di ricorrere all’Anno Santo nel 1875, che sottintende le offerte dei pellegrini. Si svolge però “a porte chiuse” e lo si lucra visitando una sola delle quattro basiliche per 15 giorni. Lo stesso Pio IX lo inaugura l’11 febbraio 1875 in San Pietro, ma senza l’apertura della Porta Santa.
I pellegrini sono pochi e allora ci s’inventa l’Indulgenza scritta. Dalla Penitenzieria Apostolica viene messa in vendita una pergamena contenente la richiesta dell’indulgenza plenaria in articulo mortis da rivolgere a Pio IX da parte di un massimo di 12 persone; il modello “in bianco” va compilato con nomi e data (da scriversi «prima di portarlo a Sua Santità») per ottenere l’indulgenza solo da parte di «chi è presente a Roma e sta per partire e non se ne può prendere che una». È una sorta di “vendita delle indulgenze” in piccolo.
Più concreta la riorganizzazione dell’Obolo di San Pietro in opera pontificia con l’enciclica Saepe, Venerabiles Fratres del 5 agosto 1875, per il quale viene fissata la raccolta dell’offerta in tutto il mondo per il giorno della festa di san Pietro del 29 giugno. Sarà versata dai fedeli al papa perché l’adoperi per gli usi che egli ritiene più opportuni in favore del mondo cattolico.
L’Obolo di San Pietro in pratica è l’unica risorsa fissa, che all’epoca ammonta a circa 5 milioni di lire. Quindi il cardinale Antonelli progetta di sfruttare quell’obolo collegando le magre casse vaticane con il mondo finanziario esterno, quello laico, arricchendolo con gli interessi delle banche non italiane. Il cardinale Antonelli apre un primo conto presso la Société Générale e un secondo presso la Banca d’Inghilterra; e arrivano i frutti di questa operazione che nell’arco di sei anni, alla morte dell’Antonelli nel 1876, porta il patrimonio della Santa Sede ad un capitale di 30 milioni di lire circa, tra depositi bancari e titoli di credito.
Si attua così la prima operazione bancaria del Vaticano fuori del proprio territorio all’insegna della illegalità, perché costituisce in fondo un trasferimento di capitale all’estero, anche se a quel tempo le regole non erano definite come oggi. Ma resta una strada che fa scuola. Il nuovo amministratore, il cardinale Giovanni Simeoni, non tocca il capitale, ma cambia la politica bancaria dell’Antonelli e preferisce investire i nuovi soldi in titoli, anche per evitare indiscrezioni sul capitale pontificio. Nasce di qui l’idea di “speculare” per ricostruire le finanze della Santa Sede in un sistema moderno ed efficiente; in ogni caso ci si prefigge di non rendere più pubblici i bilanci annuali, così che si avrà solo notizia di acquisti di biblioteche, incorporate alla Biblioteca Vaticana.
Peraltro, a fronte di questa attività speculativa, c’è da tener presente l’opera da autentico imprenditore portata a termine da monsignor De Merode in veste di Grande Elemosiniere, dal quale non arrivano solo le elemosine. Già dal 1871 lo Stato italiano e quindi il Comune di Roma stipulano con de Merode le prime cessioni nella zona di Termini, nel tratto iniziale della via Nazionale e all’Esquilino; nei due anni successivi vengono firmate le convenzioni per il Celio, Castro Pretorio e la zona attorno a Santa Maria Maggiore. È un’operazione notevole che indirettamente contribuisce all’arricchimento delle finanze della Santa Sede, oltre ad essere d’insegnamento per un’altra strada da percorrere in futuro, che si chiamerà speculazione edilizia.
fonte_ Claudio Rendina








