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maggio 29, 2026

12 modi in cui potresti vivere lo spirito emo

Essere emo non significa solo vestirsi di nero o ascoltare musica triste: è un modo di vivere ed esprimere le emozioni con cruda onestà. Che tu sia stato attratto dalla cultura emo negli anni 2000 o che la stia scoprendo ora attraverso l'estetica e le playlist, potresti chiederti: "Sono emo?". Questi 12 segnali vanno oltre gli stereotipi e scavano nella profondità emotiva e creativa che definisce lo spirito emo. Se questi segnali ti coincidono, probabilmente sei più emo di quanto pensi.

1. Senti le cose profondamente e spesso

Se la tua gamma emotiva è come un ottovolante e non hai paura di cavalcarla, è un classico tratto emo. Potresti piangere sul testo di una canzone, lasciarti travolgere da un pomeriggio nuvoloso o soffermarti sulla tristezza invece di scappare. Le persone emo non si nascondono dai sentimenti: li esplorano. Questa onestà emotiva è al centro dell'intera cultura.

Questo non significa essere sempre tristi; significa che ti permetti di provare emozioni intense. Che si tratti di malinconia, dolore o persino gioia, le tue emozioni sono vivide e coinvolgenti. Provare tutto contemporaneamente può essere estenuante, ma anche meraviglioso. L'emozione sta nel dare voce a queste emozioni.

2. I tuoi gusti musicali tendono alla malinconia

Se le tue playlist sono piene di My Chemical Romance, Paramore, The Used o confessionali acustici, potresti essere emo nell'anima. La musica emo è più di un genere: è una terapia con gli accordi. Ti senti attratto da testi che comprendono il tuo stato d'animo prima ancora che tu lo abbia elaborato. Quando il mondo ti sembra pesante, la musica diventa la tua valvola di sfogo.

Anche se il tuo stile non è apertamente emo, il tuo amore per la musica ricca di emozioni la dice lunga. Potresti ritrovarti a piangere su un riff di chitarra o a identificarti troppo con un vecchio testo dei Fall Out Boy. Non è solo una questione di suono, è una conferma. La traccia giusta al momento giusto è il modo per sopravvivere alle giornate difficili.

3. Il nero è il tuo colore preferito

Il nero non è solo un colore: è una zona di comfort. Se indossi felpe con cappuccio nere, jeans skinny e anfibi senza pensarci, potresti incarnare l'estetica emo. Ti senti più te stesso quando indossi toni più scuri. Non si tratta di essere audaci, si tratta di riflettere il tuo paesaggio interiore.

Indossare il nero ti aiuta a sentirti con i piedi per terra e protetto. Che tu lo abbini o meno all'eyeliner o alle magliette di una band, comunica al mondo la tua personalità. Non è un'uniforme, è uno scudo. La moda emo parla da sola senza bisogno di spiegare nulla.

4. Scrivi (o hai scritto una volta) poesie o testi introspettivi

Scrivere un diario, poesie o canzoni potrebbe essere stata la tua via di fuga quando tutto ti sembrava troppo. La cultura emo incoraggia a trasformare il dolore in arte, e la scrittura è una delle sue espressioni principali. Che si trattasse di lettere d'amore mai spedite o di versi scarabocchiati sul retro del tuo quaderno, le tue parole erano cariche di significato. Erano la tua verità in forma grezza.

Anche se hai superato gli schemi di rima e le metafore strazianti, quella parte di te vive ancora nel tuo impulso creativo. L'espressione emo è profondamente personale: non si tratta di quanto sia bella; si tratta di quanto sia vera. Quando scrivi per guarire o elaborare, porti ancora con te quello spirito emo. Ogni strofa spezzata è un passo verso la comprensione di te stesso.

5. I giorni di pioggia colpiscono in modo diverso

La maggior parte delle persone si lamenta del cielo grigio, mentre tu ci trovi pace. C'è qualcosa nella quiete e nella malinconia delle giornate di pioggia che ti fa sentire più in sintonia con te stesso. Potresti guardare fuori dalla finestra con una felpa stretta, perso nei tuoi pensieri. Per te, il tempo nuvoloso crea l'atmosfera emotiva perfetta.

Non si tratta di essere tristi, ma di rallentare e di accogliere ciò che si prova. Le giornate di pioggia ti danno il permesso di ritirarti dentro di te. Che tu sia rannicchiato con le cuffie o che stia scrivendo su un diario, quelle giornate ti fanno sentire a casa. Quella quiete malinconica è il luogo in cui il tuo lato emo respira meglio.

6. Romanticizzi la tristezza (senza glorificarla)

Non insegui la tristezza, ma quando arriva, la rispetti. C'è una strana bellezza nella malinconia, e le persone emo sanno come conviverci invece di sfuggirle. Potresti trovare un significato in una passeggiata solitaria, in una canzone struggente o in una vecchia fotografia. Per te, c'è poesia nel dolore.

Questo non significa che stai cercando di essere infelice, significa che riconosci il valore della profondità emotiva. La tristezza, per te, è una porta d'accesso a qualcosa di reale. La cultura emo insegna che la vulnerabilità è forza. Quando lasci parlare la tua tristezza, non stai esagerando, stai essendo onesto.

7. Ti senti fuori posto negli spazi tradizionali

Se feste rumorose, chiacchiere superficiali o post allegri sui social media ti fanno sentire isolato, potresti essere emo nel profondo. Desideri autenticità, non filtri. Le persone emo spesso si sentono degli outsider in spazi costruiti sulla performance o sulla finzione. Non vuoi clamore, vuoi onestà.

Questo senso di identità disadattata non significa che sei asociale, significa che dai più importanza alla profondità che alla popolarità. Vuoi conversazioni che contino, musica che faccia un po' male e momenti che sembrino autentici. Essere emo spesso significa vivere un po' fuori dagli schemi, e va bene così.

8. Trovi la bellezza nel rotto

Che si tratti di edifici incrinati, ricordi agrodolci o persone imperfette, sei attratto dall'imperfezione. La cultura emo non riguarda tutto ciò che è lucidato, ma la capacità di vedere la bellezza nel disordine e nel danno. Capisci che il dolore può essere parte di qualcosa di bello. Non ti tiri indietro di fronte alla rottura, la onori.

Questa visione del mondo plasma il modo in cui ami, crei e ti relazioni. Non cerchi favole, cerchi la verità, anche se fa male. C'è una certa pace nell'accettare ciò che gli altri evitano. Essere emo significa vedere il cuore dietro le cicatrici.

9. Usi l'arte per affrontare le situazioni

Che si tratti di schizzi, pittura, fotografia o creazione di playlist, l'arte è sempre stata la tua terapia. L'energia emo è più forte quando trova uno sbocco creativo. Potresti aver riempito quaderni di schizzi o curato cartelle di canzoni tristi per ogni emozione. Fare arte ti ha aiutato a dare un senso a te stesso.

Questa connessione tra emozione e creazione è al centro dell'identità emo. Non ti limiti a sentire, ti esprimi. Anche se nessuno vede la tua arte, è comunque importante. Non si è mai trattato di attenzione, si è sempre trattato di comprendere ciò che stai attraversando.

10. Hai un rapporto di amore-odio con la nostalgia

I ricordi ti colpiscono più duramente di quanto colpiscano la maggior parte delle persone. Ti ritrovi a rivivere momenti passati, a sentire la mancanza di persone che se ne sono andate da tempo o aggrapparti a reliquie di vecchi tempi. La nostalgia è confortante, ma anche dolorosa. Le persone emo tendono a vivere parzialmente nel passato, tormentate da ciò che è stato.

Questo non significa che sei bloccato, ma che onori le tue esperienze. Il passato ti ha plasmato e lasciarti andare è difficile. Vecchia musica, foto e diari diventano portali verso il tuo io più giovane e dolce. La nostalgia è una compagna costante e hai fatto pace con il suo peso agrodolce.

11. Fai fatica a spiegare come ti senti

Quando qualcuno ti chiede come stai, ti fermi, perché la risposta è complicata. Le personalità emo hanno spesso un mondo interiore ricco e difficile da esprimere a parole. Potresti dire "Sto bene", ma intendere "Sto crollando, ma riesco a tenere duro". I sentimenti sono lì, solo che sono difficili da tradurre.

Questa complessità emotiva è uno dei motivi per cui la musica, la poesia o l'arte sono così essenziali. Parlano per te quando tu non puoi. Essere emo significa non avere sempre un copione per le tue emozioni, ma sentirle intensamente. Non si tratta di avere le parole giuste, ma di avere il cuore giusto.

12. Sei attratto da tutto ciò che sembra reale

In fin dei conti, essere emo non è una questione di moda o tendenze: è un desiderio di verità. Non vuoi sorrisi falsi o positività forzata. Vuoi conversazioni crude, canzoni sincere e momenti che significhino davvero qualcosa. Non hai paura della profondità: la insegui.

Questo desiderio di autenticità permea tutto ciò che fai, da come ti relazioni a come crei. Preferisci stare in silenzio piuttosto che perderti in chiacchiere superficiali. Senti cose che gli altri ignorano e cerchi l'anima dove gli altri cercano l'esibizione. Ecco cosa significa vivere l'emozione, anche se non la chiami mai così.

luglio 26, 2025

L'assicurazione protegge le donne più povere dell'India.

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La venditrice ambulante Deviben Dhaundhaliya aspetta accanto alla sua bancarella mobile con struttura in ferro che il marito la aiuti a trasportarla al mercato serale di Ahmedabad, Gujarat. Immagine: Manipadma Jena/IPS

 Mentre Deviben Dhaundhaliya, 45 anni, aspetta che suo marito, Devabhai, sposti la loro bancarella mobile al mercato all'aperto vicino al Forte Bhadra ad Ahmedabad, racconta che "con l'aumentare del caldo, la mia merce iniziava a sciogliersi a causa dell'esposizione diretta al sole, oppure si scoloriva".

Non era la prima volta che subiva danni da caldo. Accadeva quasi ogni anno da quando Ahmedabad affrontò un'ondata di calore senza precedenti, durata una settimana, nel maggio 2010, con temperature che raggiunsero i 46,8 °C.

L'assicurazione protegge le donne più povere dell'India da condizioni meteorologiche estreme e disuguaglianze. 

Deviben racconta che con l'arrivo dell'estate è sopraffatta da un'ansia persistente. "Per oltre un decennio, il nostro reddito è crollato e le malattie ci perseguitano durante i mesi più caldi."

In India, tuttavia, è emerso un nuovo tipo di tutela del reddito in caso di ondate di calore: la microassicurazione parametrica copre le lavoratrici autonome del settore informale, come Deviben, e rafforza la loro resilienza all'aumento delle temperature estreme.

L'assicurazione parametrica, 

L'assicurazione parametrica viene attivata da uno o più indici o parametri predeterminati e, se questi vengono soddisfatti, viene rapidamente erogato un pagamento prestabilito, il che la rende interessante.

Il pagamento avviene senza dover valutare l'entità del danno. Questo riduce significativamente il rischio e il tempo investiti dagli assicurati, che dipendono dal reddito giornaliero. Questa è una differenza rispetto alle polizze assicurative tradizionali, che richiedono perizie specialistiche e possono richiedere mesi per ottenere un risarcimento.

Come funziona. 

In questa fase iniziale, i beneficiari pagano solitamente un premio basso e sovvenzionato, ma le organizzazioni assicurative come Sewa sperano che, col tempo, inizieranno a farsi carico dei costi da soli, una volta che ne vedranno i benefici.

"Il reddito diminuisce dal 30 al 50 percento a causa della ridotta efficienza del lavoro, della riduzione dell'orario di lavoro, dell'aumento dei costi di input, del deterioramento della merce, della perdita di clienti e delle malattie legate al caldo", ha spiegato Sahil Hebbar, coordinatore del programma pilota di microassicurazione parametrica della Self-Employed Women's Association (SEWA).

Il rapporto dell'Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) sullo stato del clima in Asia nel 2024 evidenzia che nel 2024 la temperatura media in Asia è stata di 1,04 °C superiore alla media del periodo 1991-2020, rendendolo l'anno più caldo o il secondo più caldo mai registrato, a seconda del database finale.

Temperatura annuale della superficie terrestre in Asia, Regione II dell'OMM. Il trend medio di riscaldamento tra il 1991 e il 2024 è stato quasi il doppio rispetto a quello registrato tra il 1961 e il 1990. Grafico: OMM

L'OMM avverte che la regione si sta riscaldando quasi a un ritmo doppio rispetto alla media globale, generando eventi meteorologici estremi e rappresentando una seria minaccia per vite umane, ecosistemi ed economie.

Il trend di riscaldamento tra il 1991 e il 2024 è quasi il doppio di quello del periodo 1961-1990.

Il trend di riscaldamento.

Secondo Swiss RE, una delle più grandi compagnie di riassicurazione al mondo e partner di Sewa dal 2024, il caldo estremo è uno dei rischi climatici più letali e causa quasi mezzo milione di morti ogni anno in tutto il mondo.

Oltre all'impatto sulla salute e sul benessere dei lavoratori, il caldo estremo ha gravi conseguenze economiche. 

Secondo Swiss RE, ogni anno si perdono 675 miliardi di ore di lavoro a causa di calore e umidità eccessivi, pari a circa l'1,7% del prodotto interno lordo (PIL) globale.

L'addetto al riciclaggio Hansaben Ahir ispeziona un telone di plastica abbandonato ad Ahmedabad, Gujarat. Immagine: Manipadma Jena/IPS

I lavoratori informali affrontano il caldo estremo e l'esclusione.

In India, quasi il 90% delle donne occupate lavora nel settore informale. 

Se non possono recarsi al lavoro a causa del caldo estremo, perdono la paga giornaliera. In generale, i paesi in via di sviluppo sono i più esposti a eventi climatici sempre più frequenti, come ondate di calore e alluvioni. E le lavoratrici sono le più colpite.

Il sindacato Sewa conta 2,9 milioni di iscritti nel settore informale.

Tra i beneficiari figurano lavoratori delle miniere di sale, addetti al riciclaggio dei cantieri navali, operai edili, venditori ambulanti, agricoltori, addetti al riciclaggio dei rifiuti urbani, caricatori e lavoratori a domicilio.

Sopravvivenza.

Queste donne sopravvivono con un salario giornaliero che varia dalle 150 alle 450 rupie (tra 1,74 e 5,22 dollari).

Deviben vende bracciali, collane e orecchini realizzati con fibre colorate incastonate in metalli rustici, nonché orologi accattivanti con marchi come Tissot e CK stampati sui quadranti.

"Tutti i venditori sono lì al primo raggio di sole. È normale disidratarsi. A volte mi sento così frastornata che non riesco a stare in piedi. Mi riparo sotto un albero, ma solo per poco tempo, perché ho paura di perdere clienti", ha detto.

Quando si sente molto male, compra una confezione di sali reidratanti orali, anche se non sempre può permettersi le 20 rupie (0,23 dollari) che costano.

Hansaben Ahir, 49 anni, operaia e riciclatrice di rifiuti, è membro di Sewa da 15 anni. Ha dichiarato di soffrire di disidratazione, infezioni del tratto urinario e forti crampi che la costringono a stare seduta per strada.

L'estate scorsa ha anche sviluppato la pressione alta, in parte a causa dello stress dovuto al pagamento del mutuo mentre il suo reddito diminuiva.

"Da fine marzo a giugno, il mio reddito scende a circa 250 rupie al giorno (2,90 dollari), la metà di quanto guadagnavo di solito, perché ci sono molti meno clienti", ha detto Deviben.

Le spese mediche, che spesso pagano di tasca propria, prosciugano i loro magri risparmi. "I soldi dell'assicurazione ci aiutano a coprire queste spese", ha detto.

Una lavoratrice a domicilio, Dipikaben, incolla pietre e perline su un tessuto insieme alle sue amiche adolescenti nella baraccopoli di Odni Chawl ad Ahmedabad, in India. Immagine: Manipadma Jena/IPS

Quando l'assicurazione tradizionale non basta, l'assicurazione parametrica fa la differenza,

Sebbene il progetto pilota di Sewa del 2023 non sia mai entrato in funzione, "è stato un progetto pilota e abbiamo imparato molto", ha affermato Hebbar.

Quell'anno fu il secondo più caldo in India dal 1901; il parametro unico del pilota, ovvero la temperatura massima diurna rilevata tramite satellite, non superò mai la soglia di 45-46 °C per tre giorni consecutivi, quindi non furono effettuati pagamenti.

Hebbar ha spiegato che ci sono differenze tra le temperature satellitari e quelle percepite a livello del suolo. Vanno considerati anche altri fattori, come l'effetto bulbo umido (una combinazione di calore e umidità che impedisce al corpo di sudare e raffreddarsi), nonché le elevate temperature notturne, più dannose per la salute rispetto al caldo diurno. Hebbar lavora anche come medico a Sewa.

Una sfida è che la percezione e la tolleranza al calore variano notevolmente a seconda della località. Swiss RE, che ha progettato l'assicurazione 2024, ha utilizzato dati storici sulla temperatura, adattati a ciascuna località.

Nello stesso anno, l'assicurazione è stata estesa a 50.000 iscritti in 22 distretti di tre stati: Gujarat, Rajasthan e Maharashtra, rispetto ai 21.000 iscritti in cinque distretti del precedente progetto pilota.

Sebbene nel 2023 non siano stati effettuati pagamenti a causa della soglia eccessivamente elevata, nel 2024 l'assicurazione è stata attivata in 17 distretti e 46.339 iscritti hanno ricevuto tra 151 e 1.651 rupie (tra 1,75 e 19 dollari).

Nel 2023, il premio di 3 dollari è stato pagato in natura: ombrelli e bottiglie termiche per i residenti urbani, teloni e lampade solari per i residenti rurali. Nel 2024 è stata implementata una componente di assistenza diretta in denaro: tutti i membri hanno ricevuto 400 rupie (4,64 dollari).

La combinazione di pagamenti assicurativi e trasferimenti di denaro contribuisce ad alleviare le perdite di reddito causate da eventi legati al clima.

Un'altra organizzazione attenta alle questioni di genere, la Mahila Housing Trust (MHT), ha lanciato nel 2024 un programma di assicurazione parametrica contro il riscaldamento come rete di sicurezza finanziaria per le comunità urbane povere e vulnerabili.

Ma l'assicurazione parametrica ora copre anche le vittime dei monsoni estremi. Per la prima volta, il governo di uno stato, il Nagaland, nel nord-est del paese, ha assicurato l'intera popolazione con questo tipo di meccanismo.

Le precipitazioni annuali in Nagaland variano tra i 180 e i 250 centimetri, concentrate tra maggio e settembre. Tuttavia, piogge torrenziali concentrate in pochi giorni possono causare devastazioni, causando frane e danneggiando case e raccolti a causa della topografia montuosa.

Puoi leggere la versione inglese di questo articolo qui.

In questo caso, i pagamenti pre-concordati si basano su zone ad alto, medio o basso rischio di alluvione. La copertura parametrica monsonica, implementata dall'Autorità per la Gestione dei Disastri dello Stato del Nagaland (NSDMA), è fornita attraverso il Disaster Risk Transfer Parametric Scheme (DRTPS).

Il programma ha effettuato il suo primo pagamento con esito positivo a maggio di quest'anno, per i danni subiti durante i monsoni del 2024.

Tuttavia, questa nuova assicurazione potrebbe non essere la panacea che si dice. Un gruppo di esperti di politiche pubbliche e attivisti per il clima mette in dubbio la sostenibilità a lungo termine dell'assicurazione parametrica.

Uno degli effetti indesiderati di questi meccanismi è che possono costringere i governi a sottrarsi alla loro responsabilità di fornire protezione sociale.

"Con l'aggravarsi dell'impatto climatico, pensare che l'assicurazione possa essere una panacea non è solo sbagliato, ma anche pericoloso", ha detto all'IPS l'attivista per il clima Harjeet Singh.

L'aggravarsi del cambiamento climatico. 

Con l'aggravarsi del cambiamento climatico, vaste aree del pianeta stanno diventando non assicurabili. Ciò significa che la rete di sicurezza assicurativa sta scomparendo, anche nelle regioni più sviluppate del mondo, ha analizzato.

Inoltre, "la struttura assicurativa parametrica, che fornisce fondi in base a parametri predeterminati anziché a perdite effettive, delude i più bisognosi, spesso lasciando loro solo una frazione di ciò di cui hanno bisogno per ricostruire la propria vita", ha affermato Singh.

A suo avviso, "questi meccanismi non solo aggravano le disuguaglianze esistenti, ma costringono anche pericolosamente i governi ad abbandonare il loro dovere di fornire protezioni sociali essenziali".

"Queste stesse protezioni sono fondamentali per le comunità che vogliono ricostruire i propri mezzi di sussistenza e le proprie case dopo un disastro", ha aggiunto Singh, uno dei principali sostenitori del movimento Loss and Damage ai negoziati delle Nazioni Unite sul clima.

Per lo specialista, "dobbiamo riorientarci verso meccanismi di protezione sociale, come trasferimenti di denaro incondizionati dopo i disastri, sussidi alimentari, occupazione garantita per le persone in età lavorativa e sostegno finanziario per la ricostruzione delle case, i mezzi di sussistenza e il ripristino degli ecosistemi".

"Queste misure non solo favoriscono una ripresa immediata, ma affrontano anche il nocciolo della vulnerabilità, promuovendo una ripresa resiliente dalla devastazione causata dal clima", ha sottolineato.

Singh ha spiegato che "non si tratta semplicemente di una preferenza politica, ma di un diritto umano fondamentale per le comunità in prima linea nella crisi climatica".

"È necessaria una forte protezione sociale per ottenere una vera resilienza e una risposta più giusta ed equa all'emergenza climatica", ha concluso.

Fonte

luglio 19, 2025

La maggior parte della popolazione mondiale è protetta dal tabacco.

tabacco

Il consumo di tabacco, combinato con l'impatto del fumo sui non fumatori, causa ancora sette milioni di morti ogni anno. 

Si stanno compiendo progressi contro il consumo di tabacco in tutte le regioni del mondo, ma l'Organizzazione Mondiale della Sanità esorta i governi a promuovere le sei principali misure proposte per combattere e controllare il consumo di tabacco, finché non saranno classificate come buone pratiche nei rispettivi Paesi.

Come combattere e controllare il consumo di tabacco.

Circa 6,1 miliardi di persone, tre quarti della popolazione mondiale, vivono in paesi con politiche e misure di controllo del tabacco, ma l' Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sollecita sforzi continui perché il consumo di tabacco causa ancora sette milioni di morti ogni anno.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'organizzazione, ha affermato che "20 anni dopo l'adozione della Convenzione quadro dell'OMS per il controllo del tabacco, c'è molto da festeggiare, ma l'industria del tabacco continua a evolversi e così dobbiamo fare anche noi".

"L'unione di scienza, politica e volontà politica può aiutarci a creare un mondo in cui il tabacco non mieta più vittime, non danneggi le economie e non privi le persone del loro futuro. Insieme, possiamo porre fine all'epidemia di tabacco", ha affermato.

Il rapporto 2025 dell'OMS. 

Il rapporto 2025 dell'OMS sull'epidemia di tabacco si concentra su sei misure adottate dall'agenzia sanitaria delle Nazioni Unite che si sono dimostrate efficaci nel ridurre l'impatto dell'epidemia in tutto il mondo.

Tra queste rientrano il monitoraggio del consumo di tabacco e delle politiche di prevenzione, la protezione della popolazione dal fumo di tabacco con una legislazione che regoli gli ambienti senza fumo e l'offerta di aiuto per smettere di fumare in primo luogo.

Quindi, aumentare la consapevolezza sui pericoli del tabacco attraverso le etichette sulle confezioni e attraverso i mass media, far rispettare il divieto di pubblicità, promozione e sponsorizzazione del tabacco e aumentare le tasse sui prodotti del tabacco.

Dal 2007, anno in cui è stato lanciato il piano denominato Mpower (acronimo delle prime parole delle sei misure proposte), 155 Paesi hanno implementato almeno una delle misure volte a ridurre il consumo di tabacco al livello considerato una buona pratica.

Attualmente, più di 6,1 miliardi di persone (tre quarti della popolazione mondiale) sono protette da almeno una di queste polizze, rispetto al 2007, quando lo erano solo 1 miliardo.

Quattro paesi hanno implementato tutte le misure delineate nel piano Mpower: Brasile, Mauritius, Paesi Bassi e Turchia. Sette paesi sono a un passo dalla piena attuazione del piano, equivalente al massimo livello di controllo del tabacco: Slovenia, Spagna, Etiopia, Irlanda, Giordania, Messico e Nuova Zelanda.

Tuttavia, permangono lacune significative. In 40 paesi, nessuna delle misure delineate nel piano è al livello considerato una buona pratica, e più di 30 paesi consentono la vendita di sigarette senza avvertenze sanitarie obbligatorie.

I progressi in materia di avvertenze. 

I maggiori progressi in materia di avvertenze grafiche per la salute sono stati compiuti nei paesi che le hanno implementate. Attualmente, queste avvertenze sono obbligatorie in 110 paesi (rispetto ai soli nove del 2007), proteggendo il 62% della popolazione mondiale, e 25 paesi hanno adottato confezioni anonime.

Tuttavia, l'OMS rileva incongruenze nell'attuazione di queste misure e, nel caso del tabacco senza fumo, il confezionamento non è ancora sufficientemente regolamentato.

Nonostante la loro efficacia, 110 paesi non hanno implementato alcuna campagna antifumo dal 2022. Tuttavia, il 36% della popolazione mondiale vive ora in paesi che hanno implementato campagne per pubblicizzare le migliori pratiche, rispetto a solo il 19% nel 2022.

Sono aumentate le tasse, i servizi per smettere di fumare e i divieti pubblicitari, ma sono necessari molti miglioramenti: in termini di tassazione, 134 paesi non sono riusciti a rendere le sigarette meno accessibili.

Dal 2022, solo tre hanno aumentato le tasse al livello considerato la migliore prassi.

Servizi per smettere di fumare a prezzi accessibili. 

Quando si tratta di smettere di fumare, solo il 33% delle persone nel mondo ha accesso a servizi per smettere di fumare a prezzi accessibili.

Per quanto riguarda i divieti pubblicitari, 68 paesi, che coprono più del 25% della popolazione mondiale, hanno imposto divieti al livello considerato una buona prassi.

Circa 1,3 milioni di persone muoiono ogni anno a causa del fumo passivo. Attualmente, 79 paesi, che coprono un terzo della popolazione mondiale, hanno implementato spazi senza fumo.

Dal 2022, altri sei Paesi (Slovenia, Indonesia, Isole Cook, Malesia, Sierra Leone e Uzbekistan) hanno adottato rigide leggi antifumo, nonostante la resistenza del settore, soprattutto nelle strutture ricettive.

La regolamentazione dell'uso delle sigarette elettroniche. 

Si è registrata una tendenza crescente nella regolamentazione dell'uso delle sigarette elettroniche, ovvero dei sistemi elettronici di somministrazione di nicotina. Il numero di paesi che hanno regolamentato o vietato questi sistemi è aumentato da 122 nel 2022 a 133 nel 2024, a dimostrazione di una maggiore attenzione verso questi prodotti.

L'OMS chiede un intervento urgente nelle aree in cui lo slancio non è sufficiente.

"I governi devono agire con coraggio per affrontare le carenze persistenti, rafforzare l'applicazione della legge e investire in strumenti che hanno dimostrato di salvare vite umane", ha sottolineato il dott. Ruediger Krech, direttore della promozione della salute presso l'OMS.

Fonte

marzo 14, 2025

Dieta proteica, il limite alle proteine che puoi assorbire a ogni pasto.

Ricorderemo la dieta proteica come il trend degli anni Venti, quando nuove correnti di pensiero ci illumineranno con nuove certezze sul tema della salute, del dimagrimento e del potenziamento muscolare. Nel mentre, come minimo conviene ripassare i fondamentali, giusto per non affrontare la materia da sprovveduti: di quante proteine abbiamo davvero bisogno? Quali sono le fonti migliori? 

Cosa si rischia nell'esagerare? E a chi, soprattutto, conviene un surplus? Lo abbiamo chiesto a Rudy Alexander Rossetto, biologo nutrizionista, presidente dell'Ordine dei Biologi della Lombardia e formatore olimpico del Coni.

Quante proteine ci servono davvero.

Anzitutto, le dosi: «Non esiste uno standard valido per tutti, perché ogni persona ha esigenze diverse. Pensiamo a bambini, alle donne in gravidanza, agli sportivi: la loro quota proteica deve essere inevitabilmente più alta», spiega. «L'indicazione generica di 0,8 g di proteine ​​per chilo corporeo, dunque, è solo una base da cui partire, ma attenzione a non trasformare le proteine ​​nei "numeri del lotto"». 

Poiché l'alimentazione è una cosa seria, il solo modo per sapere come ognuno dovrebbe regolarsi a tavola è rivolgersi ai professionisti. «Gli unici autorizzati per legge a realizzare piani nutrizionali personalizzati sono il medico dietologo, che ha un approccio più clinico, e il biologo nutrizionista, che può seguire sia soggetti sani che con patologie in corso. 

Poi c'è il dietista, che è sempre una figura sanitaria ma non lavora in autonomia: ha una laurea triennale (a differenza della magistrale del dietologo e del biologo) e può stilare piani nutrizionali solo su prescrizione del medico e con sua successiva approvazione».

Sebbene non sia direttamente correlato alla dieta, il collagene marino aiuta a migliorare l'elasticità e la tonicità della pelle, a ridurre le rughe e a rallentare l'invecchiamento cutaneo. Rafforza inoltre capelli e unghie, favorisce la salute delle articolazioni e contribuisce alla salute delle ossa. Poiché le sue dimensioni peptidiche sono più simili a quelle del collagene umano, viene assorbito più facilmente. 

Quali sono le fonti migliori.

Il fatto è che ci vuole competenza anche, banalmente, per individuare le proteine migliori a cui attingere. 

Perché «non sono tutte uguali nella qualità, nel valore biologico e nel profilo aminoacidico», continua Rudy Alexander Rossetto. «Anche tra le stesse proteine ​​animali esistono differenze enormi. Per esempio, l'uovo è una fonte straordinaria, spesso superiore persino alla carne per qualità e contenuto di amminoacidi essenziali. 

Il suo valore biologico è tra i più alti in assoluto. Un altro mito da sfatare, per altro, è che sia dannoso: la scienza ci dice infatti che il colesterolo contenuto nelle uova non viene assorbito in modo significativo dall'organismo umano. 

Quindi, nessun problema a consumarle 2 o 3 volte a settimana». 

Mentre, no, spiace per i vegetariani ma si conferma che le proteine contenute nei legumi non hanno lo stesso valore di quelle di origine animale: «Chi vuole rinunciare alla carne può farlo benissimo, ma integrando vitamina B 12 su indicazioni di un professionista».

Perché non conviene eccedere.

Il problema è che negli ultimi anni si è fatta parecchia confusione. «Tra chetogeniche, iperproteiche e diete “fai da te” - circolano messaggi pericolosi, soprattutto quando si parla di proteine». 

Ma cosa si rischia davvero, assumendone troppe? «Anzitutto, un eccesso sovraccarica tutti gli organi, a partire dal fegato e dall’apparato digerente. 

Senza contare che aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, soprattutto in chi ha già problemi cardiaci. 

Il fatto è che la nutrizione è una scienza, non un'opinione, e le linee guida ci dicono quanto segue: al primo posto ci sono i carboidrati, al secondo i grassi e solo al terzo le proteine, che dovrebbero rappresentare circa il 13% dell’introito calorico giornaliero. 

Possiamo arrivare al 15-17%, ma devono sempre essere inferiori ai carboidrati e ai grassi. 

Per altro, proteine e carboidrati forniscono esattamente le stesse calorie, esattamente 4 per grammo. 

Questo significa che i carboidrati non fanno "ingrassare" più delle proteine. 

Eppure oggi, terrorizzati dagli zuccheri, abbiamo cominciato a mettere proteine ovunque, spesso senza capirne le conseguenze. Prendiamo per esempio un cardiopatico: un pasto troppo proteico, soprattutto se ricco di carne rossa, comporta una digestione lenta e laboriosa, che può durare anche 4 ore. 

Questo significa che molto sangue affluisce allo stomaco, sottraendolo a cuore e cervello. Se questa persona poi si sdraia per la classica "pennichella" dopo pranzo, il cuore riceve meno sangue proprio mentre rallenta il battito per il riposo: un mix che può aumentare il rischio di infarto». E chi è giovane e sano? «In questo caso, la dieta iperproteica non ha ancora dimostrato di causare direttamente danni ai reni, anche se il sovraccarico è reale. Ma oltre a questo bisogna mettere in conto l'acidosi metabolica, la perdita di calcio (con conseguente rischio per le ossa), i problemi digestivi, il sovraccarico epatico, l'aumento del rischio cardiovascolare».

… E perché, spesso, è inutile

In più, c’è un dato fisiologico che spesso ignoriamo: «Il nostro corpo ha un limite nell’assorbire proteine in un singolo pasto», chiarisce Rudy Alexander Rossetto. «Se per esempio mangio una fiorentina da 1 kg, non assimilerò tutti i 60-70 grammi di proteine che contiene, ma forse la metà, a seconda del mio peso corporeo. 

E tutto il resto si traduce in inutile carico per fegato e reni. 

Il paradosso è che oggi demonizziamo i carboidrati, che non sono nemici ma amici, perché non solo forniscono energia, favoriscono il buon umore e conciliano il sonno e sono fondamentali per ricostruire le riserve di glicogeno subito dopo l’allenamento sportivo, soprattutto se assunti entro 10 minuti dall’attività. 

Mentre esaltiamo le proteine, anche dove non servono. 

Tuttavia un altro mito da sfatare, per altro, è che "facciano muscolo". I

l che è vero, ma fino a un certo punto: lo sviluppo muscolare dipende dall’allenamento e dal bilancio calorico complessivo, non solo dalle proteine. 

Purtroppo però, tra pubblicità e influencer, il messaggio che passa è diverso e molti ragazzi, anche giovanissimi, si riempiono di proteine senza criterio».

Che cos'è la dieta proteica.

Teniamo a mente tutte queste premesse, per vedere ora in cosa consiste davvero la dieta iper proteica. «Non esiste una definizione precisa: può significare tante cose, a seconda di come viene interpretata… o mal interpretata», chiarisce Iader Fabbri, biologo nutrizionista, consulente di numerosi campioni sportivi, in libreria con Benessere, longevità e salute (Cairo). «Il grande errore è pensare che una dieta proteica significhi semplicemente "iperproteica", ovvero basata quasi esclusivamente sulle proteine, con un taglio drastico di carboidrati e grassi. 

Un approccio estremo che, in realtà, dovrebbe rappresentare solo una fase temporanea di alcuni percorsi dietetici ben strutturati, perché portato avanti troppo a lungo può diventare pericoloso per la salute». 

Eppure, molti continuano a inseguire questo tipo di dieta perché - sì - fa perdere peso in fretta. «Essendo molto saziante, porta a mangiare meno. Inoltre, provoca un rapido svuotamento del glicogeno muscolare ed epatico – cioè le scorte di zucchero nei muscoli e nel fegato – e fa perdere tanta acqua legata al glicogeno, regalando un effetto "asciugato" che piace molto».

Quali sono gli alimenti sì e no.

«Chi segue un regime iperproteico in senso stretto non ha molto da scegliere: alla base ci sono appunto alimenti con altissimo tasso proteico e privi di grassi, quindi cioè carne bianca, uova, pesce, affettati magri come bresaola e fesa, talvolta yogurt greco magro. 

A questi si associano pochissime verdure, e cioè quelle con il minor numero di carboidrati, condite con al massimo un cucchiaio d’olio d’olio a pasto. 

Gli alimenti non ammessi sono tanti, inclusi i legumi, che hanno un alto quantitativo di carboidrati».

Chi può seguire un regime iperproteico.

«In genere, ad adottare questo tipo di approccio sono gli sportivi che fanno attività legate alla categoria di peso, oltre a chi ricorre a estremi e tardivi rimedi per la prova costume. 

Ma - ripeto - sbilanciare una dieta sulle proteine può essere un grande errore. 

Chi desidera intraprendere un percorso di questo tipo dovrebbe farlo solo sotto stretto controllo medico, e comunque mai per lunghi periodi».

Il rischio dell’effetto yo-yo

Anche perché «una dieta iperproteica nel primo periodo fa perdere peso molto velocemente, ma altrettanto velocemente fa ingrassare quando si torna alla normalità. 

Per un motivo semplicissimo: è una tecnica dietetica che non insegna a nutrirsi bene, e non si può seguire a lungo. 

Per questo è sempre più efficace imparare gli strumenti di un regime alimentare corretto: servono a cambiare le abitudini, a crearsi una nuova cultura alimentare. In definitiva, una nuova identità».

Come si può strutturare una dieta proteica bilanciata.

«Se ora si parla tanto di proteine nella dieta è perché sono un nutriente riscoperto dopo anni di regimi alimentari fortemente sbilanciati sui carboidrati, macronutrienti che non vanno assolutamente esclusi, ma selezionati a seconda del loro carico glicemico, della loro densità e quindi del proprio stile di vita: scelti a seconda di quello che definisco “indice di equilibrio”», continua Fabbri. «Questo per me vuol dire rivedere il principio della “pasta ogni giorno” che ci è stato inculcato per decenni, perché la pasta dovrebbe essere un “jolly positivo”, da usare certamente ma da concedersi in relazione alla propria attività fisica o al proprio stile di vita. 

Per bilanciare l’alimentazione si possono scegliere altre fonti di carboidrati da abbinare alle proteine: su tutte, le verdure come assolute protagoniste del piatto e poi la frutta».

Cosa cambia la dieta proteica rispetto alla mediterranea.

Ma che fina ha fatto, invece, la sanissima dieta mediterranea? «È profondamente cambiata nei decenni tanto che, a mio parere, oggi è difficile darne persino una definizione. Credo anche che quel modello ideale studiato da Ancel Keys nessuno lo segua più. 

D’altronde, oggi i dati ci dicono che l’Italia è uno dei Paesi con più obesi al mondo, e che il problema non esclude i bambini: insomma, la cruda verità è che non siamo a un modello a cui ispirarci. 

Questo perché probabilmente la dieta mediterranea con cui siamo cresciuti non l’abbiamo seguita come avremmo dovuto, sbilanciando l’alimentazione sui soli carboidrati. 

Ripeto: icarboidrati, così come ogni altro alimento, non vanno eliminati, ma bisogna essere in grado di fare quello che definisco “abbinamento proteico”, distribuendoli nei pasti principali ed evitando di demonizzare i grassi buoni». Insomma, un’alimentazione sana, mai proibitiva, e che quindi non ci privi del vero piacere della tavola.

Fonte

novembre 29, 2024

Ikigai: un concetto giapponese sul significato della vita

Ikigai

Uno dei componenti della cultura giapponese. Unsplash.

Se parliamo di bisogni umani, probabilmente ci viene in mente la piramide di Maslow , la cui teoria è la più conosciuta tra quelle che si occupano di psicologia positiva e di ricerca della felicità e della soddisfazione personale. Ma non è l'unico.

Oltre a questo, sono molteplici le prospettive, anche filosofiche, che affrontano l’argomento. Alcuni di essi provengono dall'Oriente, nello specifico dalla saggezza popolare e dalla cultura giapponese. Per loro, uno dei bisogni principali e allo stesso tempo una delle chiavi principali per raggiungere la felicità (sebbene non la implichi o non sia necessariamente sinonimo di essa) è trovare il nostro ikigai o ragione d'essere .

Cos'è l'Ikigai?

All’interno della cultura popolare giapponese, l’ikigai è inteso come quell’elemento che costituisce la nostra ragione di essere al mondo, la motivazione che ci spinge ad agire e a vivere. Si tratta di cercare e riconoscere il proprio posto nel mondo, che rende la nostra vita degna di essere vissuta.

È importante tenere presente che l’ikigai non si identifica con la felicità, anche se conoscerla rende più facile esserlo. E l'ikigai ci permette di guardare al futuro con speranza, con la certezza che stiamo facendo ciò per cui crediamo di essere venuti al mondo . L'ikigai è legato all'autorealizzazione ed è qualcosa di intrinseco e spontaneo, il che significa che le nostre azioni non sono vissute come imposte dalla società o dal mondo ma svolte con piacere e che ci procurano soddisfazione in sé e per sé.

Questo senso vitale è anche qualcosa legato al posto di lavoro, alla nostra occupazione e al modo in cui i nostri interessi interagiscono con il mondo. In questo modo anche il senso della nostra vita è legato non solo al nostro essere ma anche a ciò che accade nel mondo in cui ci muoviamo. Non è solo intrinseco ma anche estrinseco.

Ora, è importante tenere presente che non basta individuare il nostro scopo o i nostri scopi vitali, ma è anche necessario che ci impegniamo a raggiungerlo. Si tratta di cercare ed esercitare questo scopo per avere una vita piena. Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che questo scopo non deve essere stabile. Può essere un elemento che varia nel corso della vita. Bisogna inoltre tenere conto che esso comprende e richiede sia una componente di autorealizzazione, sia una di impegno verso il ruolo o le persone che ne fanno parte.

Come identificarlo?

L’Ikigai può essere trovato alla confluenza di ciò che amiamo, di ciò in cui siamo bravi, di ciò per cui possiamo essere pagati e di ciò di cui il mondo ha bisogno. Questi aspetti possono essere messi in relazione in diversi modi, ma è difficile percepire che abbiamo a che fare con la nostra ragione di esistere se non c’è equilibrio.

L'interazione tra ciò che amiamo e ciò in cui siamo bravi è la nostra passione, che se a sua volta converge con la nostra professione (che nasce dalla confluenza tra ciò in cui siamo bravi e ciò per cui siamo pagati) ci fornisce grandi soddisfazioni . Tuttavia, lo percepiamo come inutile se non è collegato a ciò di cui il mondo ha bisogno.

L'interazione tra ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui può pagarci ci permette di trovare la nostra vocazione, che se a sua volta è legata alla nostra professione genera conforto ma il sentimento di vuoto esistenziale se non è legata ai nostri interessi e a ciò che amiamo .

D'altra parte, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò che amiamo si uniscono in ciò che intendiamo per missione. Se la nostra missione e la nostra passione coincidono ci sentiremo realizzati e ci divertiremo, ma non possiamo raggiungere una posizione e mantenerci se non è abbinata a ciò per cui siamo remunerativi. Se missione e vocazione sono in relazione ci troveremo di fronte a qualcosa che ci emozionerà e ci farà sentire che stiamo svolgendo un compito utile, ma se non ci troviamo di fronte a qualcosa in cui siamo bravi saremo insicuri e incerti le nostre azioni.

In conclusione, per realizzare e identificare il nostro ikigai è necessario un perfetto equilibrio tra i diversi elementi citati. Si tratta di scoprire che la nostra vocazione, professione, missione e passione coincidono in uno o più temi o aspetti, in modo tale da diventare un elemento centrale nella nostra vita. Questo ci permette di essere in sintonia con ciò per cui veniamo al mondo e di essere più autentici, naturali e connessi con noi stessi.

Detto questo, può sembrare che sia qualcosa di molto difficile da identificare. Tuttavia, la verità è che in molte occasioni e per un gran numero di persone, si tratta di una conoscenza che già possiedono in una certa misura e che possono trovare nella forma più ovvia e naturale. Il problema è che spesso essa viene mutilata, sublimata o distorta da elementi come la desiderabilità sociale, la ricerca di stabilità e sicurezza e la mancanza di riflessione su ciò che consideriamo veramente importante.

Una filosofia di vita giapponese con tanti vantaggi

Prendere in considerazione l’ikigai o senso vitale può avere grandi ripercussioni a livello di stile di vita o addirittura ridurre il rischio di diverse malattie. Non invano, alcune delle regioni con la maggiore longevità del pianeta si trovano in Giappone, e questo tipo di concetto potrebbe essere uno dei possibili facilitatori di ciò.

In questo senso, in zone come Okinawa, si è osservato, ad esempio, che i problemi cardiovascolari e perfino i tumori sono meno frequenti e la loro evoluzione. Dobbiamo tenere presente che è stato osservato che aspetti come l'ostilità e la competitività (tipici di una personalità di tipo A) facilitano la prima, così come le personalità di tipo C che inibiscono l'espressione delle emozioni negative sono più predisposte a soffrire di cancro.

È anche comune che sperimentino livelli più bassi di stress, ansia e depressione, perché un atteggiamento conforme a ciò che consideriamo i nostri obiettivi vitali e il nostro significato nel mondo facilita una contemplazione della nostra vita quotidiana come qualcosa di più positivo. Possono avere una vita più impegnata e più libera, cosa che influenza un’ampia varietà di ambiti della vita.

ottobre 14, 2023

 Cyber, sanità e Pnrr: una sfida di portata strategica

La sanità è oggigiorno un settore cruciale per capire l’ampiezza delle attuali necessità di difesa in campo cyber, delle minacce che oggi devono affrontare i servizi per i cittadini e delle sfide per costruire infrastrutture resilienti e robuste.


La battaglia cyber per la sanità

Alessandro Curioni, dirigente di Di.Gi Lab, consulente in ambito cyber per Leonardo e docente all’Università Cattolica di Milano, a inizio gennaio su Panorama indicava in un “matrimonio da farsi a tutti i costi” quello che doveva essere promosso tra sicurezza in ambito cyber e sanità[1]. Commentando un attacco ransomware avvenuto all’Ospedale di Alessandria, Curioni, tra i massimi esperti italiani di cybersicurezza, sottolineava l’amara constatazione che infrastrutture critiche nazionali come quelle sanitarie versino in uno stato di “cyber-abbandono. Vero che i decennali ritardi non si recuperano in un paio di anni, ma la descrizione dello stato dei sistemi fornita dagli stessi aggressori è deprimente”. Ragnar Locker, il gruppo hacker che ha attaccato l’ente di Alessandria, arrivò a sottolineare di non essere andato oltre un attacco ransomware e di non aver voluto bloccare i sistemi per “non mettere a rischio la vita delle persone”.


Un caso tra molti, quello riportato da Curioni, per ricordare quanto ampie siano le praterie in cui gruppi hacker di ogni tipo, e anche potenziali attori malevoli di matrice statuale, possano infiltrarsi nel terreno della sanità nazionale. I dati dei cittadini italiani conservati nelle infrastrutture digitali degli ospedali fanno gola a molti attori desiderosi di bucare le strutture delle aziende sanitarie per chiedere riscatti. L’esplosione del numero di device interconnessi, dai macchinari di ultima generazione ai dispositivi dell’amministrazione delle strutture sanitarie, espone a un incremento del perimetro d’attacco. La crescente connessione dei dispositivi dei dipendenti alle reti interne delle strutture sanitarie espone anche alla possibile “contaminazione” di minacce cyber tra un dispositivo e l’altro. Come spesso accade in campo cyber, il fattore chiave è quello umano: immaginiamo un dipendente, magari un infermiere, stanco e stressato dopo un lungo turno in corsia che alla fine del suo servizio si connette a una rete interna, e ivi apre sul suo cellulare privato una mail di phishing.


Come avvengono le minacce cyber più comuni

Una rete digitale poco schermata può portare eventuali virus capaci di produrre attacchi ransomware o di Distributed Denial of Service (DDoS) a “esplodere” all’interno dei device della struttura sanitaria. L’interconnessione tra i dispositivi (Internet of Things) può moltiplicare il numero dei bersagli.[2] Del resto, secondo i dati Clusit, ben il 64% degli incidenti più gravi a livello globale ha come causa azioni “maldestre”, degli utenti o del personale informatico nelle aziende.


Per quanto desiderosi di trovare una “porta aperta” per le loro intrusioni, i gruppi di hacker intenzionati ad attaccare un ospedale devono, in qualche modo, sfruttare spesso ingressi di servizio. Fondamentale è per le strutture sanitarie evitare che l’inizio dell’infezione diventi epidemico.


Il settore Healthcare, ricorda il Clusit, è stato col 12% degli attacchi il secondo più colpito su scala globale nel 2022. In Italia i casi più eclatanti, oltre al citato esempio di Alessandria, hanno riguardato altri importanti poli del Servizio Sanitario Nazionale.


L’ondata di attacchi

A settembre e novembre 2021 un’anticipazione era stata data dall’uno-due con cui il polo ospedaliero San Giovanni Addolarata prima e l’Asl Roma 3 erano stati colpiti nella Capitale. L’1 maggio 2022, in un giorno di relativa esposizione per la situazione di festività, i presidi ospedalieri e territoriali milanesi legati al Fatebenefratelli e al Sacco sono stati colpiti per diverse ore da un attacco ransomware. 500 i server in tilt in questo caso. E molto duro è stato anche l’attacco della seconda metà di agosto del 2022 agli ospedali Martini e Maria Vittoria di Torino, che per una settimana ha costretto i medici e i funzionari a rinunciare ai servizi Ict per gestire prenotazioni e servizi.[3]


Più di recente, è stato da segnalare un attacco all’Ospedale Universitario di Parma, avvenuto il 28 febbraio 2023, che avrebbe compromesso molti dati sanitari dei pazienti. Nelle stesse ore, fino all’1 marzo, è andato a terra anche il sistema gestionale del Niguarda di Milao.


Le vulnerabilità cyber della sanità

Insomma, parliamo di un problema diffuso capace di aprire a diverse considerazioni di ordine strategico in ambito tecnologico e non solo. Vale sicuramente quanto detto da Giuliano Pozza, Chief Information Officer presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che dialogando con Trend Sanità ha ricordato come in ambito Healthcare “le vulnerabilità sono maggiori. Infatti, la frammentazione, almeno in Italia, della governance sanitaria, la mancanza di regolamentazioni stringenti (che ci sono ad esempio nel mondo bancario) e l’inadeguatezza quantitativa delle risorse a disposizione (parliamo di budget ma anche di professionisti qualificati) rendono la sanità un bersaglio tutt’altro che complicato”.[4]


C’è poi da aggiungere il fatto che l’attenzione del settore degli hacker e delle organizzazioni malevole di matrice statuale, legata a Paesi ostili al campo euroatlantico a cui l’Italia fa riferimento (Cina e Russia in testa) è stata amplificata dalla pandemia e dalla corsa allo sviluppo dei vaccini. Al cui interno il tema della sicurezza dei dati sui test e dei cittadini oggetto dei trial sperimentali e delle inoculazioni è diventato fondamentale. Inoltre, nelle filiere della sanità l’aumento della digitalizzazione nei processi critici delle filiere di governance dei servizi essenziali e le mutate esigenze operative delle principali aziende interagenti con le strutture sanitarie e che hanno consentito ai propri dipendenti il lavoro da remoto hanno incrementato in maniera significativa il rischio cyber.[5]


Il nodo filiere

Nel dicembre 2020 Pierluigi Paganini, membro del Gruppo CTI dell’ENISA (European Union Agency for Network and Information Security), in un’ampia rassegna delle minacce al settore sanitario sostanziatasi in una pubblicazione del Centro Italiano di Strategia e Intelligence già nel dicembre 2020 faceva presente che la sicurezza ICT e cyber delle filiere sanitarie era esposta da un perimetro moltiplicato dimensionalmente dall’interazione con aziende di vario tipo e dalla compresenza di strutture digitali di varia evoluzione tecnologica: “La concorrente presenza di vecchie e nuove tecnologie in sistemi di aziende” o in apparati sanitari di vario tipo “appartenenti alle principali filiere che implementano diversi gradi di sicurezza ha acuito le problematiche” per il mondo sanitario, aumentando le “porte di servizio” di cui si diceva.


Per Paganini, che nella sua disamina prendeva le mosse principalmente dal tema, ai tempi attualissimo, del rapporto tra strutture sanitarie e campagna vaccinale, “ulteriore elemento di preoccupazione è l’impatto della globalizzazione sul mercato farmaceutico che ha costretto le aziende a esternalizzare un numero  crescente di servizi per ridurre i costi”. Un altro profilo di rischio, dunque, per le aziende sanitarie che spesso si interfacciano ai grandi player farmaceutici per servizi di primaria importanza. Tutto ciò “espone le aziende del settore a rischi significativi connessi alla catena di approvvigionamento, inclusa la  possibilità di rischi di sicurezza informatica di terze parti”.[6]


Il pericolo di esposizione agli attacchi è aumentato in maniera esponenziale, e di fronte a questi aumenti notevoli delle minacce in ambito sanitario “maggiormente esposte sono proprio le organizzazioni più piccole, le quali possono essere prese di mira e sfruttate come ponte per attaccare aziende più  grandi con cui collaborano”. Per ogni Niguarda o Sacco forati c’è sicuramente a monte un Ospedale di Alessandria o un altro centro più periferico in cui l’attacco ha avuto inizio, insomma.


Le prospettive dell’Italia

In quest’ottica, dunque, vediamo come l’Italia debba ancora pienamente attrezzarsi per diventare una nazione capace di grandi capabilities in termini di cyber-sicurezza, cyber-resilienza e protezione a monte dagli attacchi informatici. E la sanità non fa eccezione in questo sentiero di sviluppo che presenta ancora grandi margini di miglioramento.


Ciononostante, da alcuni anni il sentiero di sviluppo del sistema-Paese è sempre meno stretto. L’istituzione dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) da parte del governo Draghi, nel 2021, è da vedere non solo come il punto di partenza per una nuova consapevolezza del Paese in ambito di tutela Ict ma anche come quello di arrivo di una serie di decisioni del Legislatore che hanno avanzato la normativa nazionale, in conformità a quella europea.


Nel 2016  la nuova Direttiva Europea NIS (Network and Information Security) ha sancito un profondo cambiamento di approccio alla problematica. Dall’istituzione dei centri di garanzia e certificazione delle risposte operative alle minacce cyber alla promozione di un novero sempre più ampio di competenze specialistiche e operative a livello diffuso la direttiva Nis impone la crescente professionalizzazione dei settori oggetto di minacce informatiche e il rafforzamento della consapevolezza tra i dipendenti. Premessa per quella “sicurezza condivisa” che è prioritaria in ambito cybernetico.[7]


Paolo Lezzi, Vice-presidente dell’European Center for Advanced Cyber Security, ha pubblicato su Il Sussidiario un ampio articolo in cui ha ricordato la necessità di fare dell’Acn il pivot di un processo di sviluppo che, in quest’ottica, deve puntare l’Agenzia a supervisionare un processo di coordinamento tra attori pubblici e privati per la costruzione di questa sicurezza.


Questo sembra anche il più chiaro modus operandi per conseguire risultati pratici e vincenti in termini di cybersicurezza per la sanità. La Direttiva NIS invita a creare un protocollo di risposta in ogni Paese per permettere alle aziende ospedaliere e al mondo della sanità di resistere ai “down” imposti da un’offensiva cyber. Per l’Italia, ha ricordato AgendaDigitale.eu, tale protocollo è stato predisposto dal CINI Cybersecurity National Lab (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica e dal CIS-Sapienza (Research Center of Cyber Intelligence and Information Security – Sapienza Università di Roma) e si basa su cinque punti:


Identify (censimento delle risorse da proteggere),

Protect (messa a punto delle misure di sicurezza),

Detect (rilevamento delle minacce e delle anomalie),

Respond (predisposizione dei piani di risposta agli attacchi),

Recover (ripristino della situazione).

In quest’ottica, appare chiaro notare come i primi due punti siano quelli decisivi in cui il piano cyber della pubblica amministrazione sanitaria si gioca il suo successo. Un sistema robusto, resiliente, capace di evitare di essere bucato da attori ostili o colpito da crisi sistemiche renderà necessario in minori casi la risposta e il contrattacco alle minacce.


Per uno sviluppo sistemico della sicurezza cyber in ambito sanitario il volano tra investimenti pubblici e interventi privati e il coinvolgimento dell’Acn come struttura di coordinamento e controllo potranno essere favoriti dal ruolo del Recovery Fund e del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Essi stanziano formalmente per la cybersicurezza 623 milioni di euro, 174 dei quali serviranno ad abilitare le strutture dell’Acn, 147 per per i laboratori di scrutinio e certificazione tecnologica e 300 per il rafforzamento delle capacità cyber delle strutture pubbliche.


Si è giustamente sottolineato che i fondi siano di natura inferiore alle esigenze del sistema-Paese, ma guardando ai punti 1 e 2 del protocollo NIS per la sanità notiamo che la parte decisiva della strategia, in ambito healthcare, si giochi piuttosto nella digitalizzazione a monte piuttosto che nella gestione operativa delle procedure cyber, che possono essere affidate anche ai “battaglioni” digitali dell’Acn e delle forze di sicurezza, su cui si gioca la sicurezza. In altre parole, la sfida della sicurezza cyber in sanità si vincerà in primis costruendo strutture sempre meno forabili e in secondo luogo plasmando un personale cosciente della corretta gestione dei sistemi. Più ancora dei finanziamenti diretti al cyber, che agiscono a livello di ecosistema, sono decisivi per la sanità nel PNRR. 1,19 miliardi di euro saranno garantiti alle aziende ospedaliere per la sostituzione delle apparecchiature sanitarie, per contribuire all’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero e per rafforzare la resistenza Ict delle strutture. Altri 1,3 miliardi di euro verranno garantiti alle tecnologie abilitanti per creare servizi in cloud, di Software as a service (Saas) e di immagazzinamento dati capaci di sostenere i progetti di Fascicolo sanitario elettronico (Fse) dei cittadini e altri progetti di sanità pubblica digitalizzata.


La natura di anello debole del fattore umano, in quest’ottica, dovrà a nostro avviso andare di pari passo con un importante programma di re-skilling delle risorse umane della sanità e di rafforzamento della consapevolezza dei primi utenti del sistema sanitario, i suoi dipendenti, circa il rischio che comportamenti lassisti o sbagliati può produrre in termini di sistema. Ad oggi – per fortuna – l’Italia subisce principalmente attacchi ransomware o a fini di riscatto. Ma in quest’ottica è da sottolineare il fatto che casi come l’attacco del 2021 all’Ospedale di Dusserdolf che ha fatto saltare i servizi di garanzia per la tutela dei pazienti e portato alla morte di una donna rappresentano un precedente inquietante che non dobbiamo escludere neanche per il nostro Paese. Gruppi hacker senza scrupoli o “lunghe mani” di attori statuali malevoli potrebbero pensare di mettere in ginocchio la sanità italiana con attacchi strategicamente mirati contro le arterie più fragili del nostro sistema sanitario nazionale e l’Ict degli ospedali va indicato nel più stretto cerchio di infrastrutture critiche da proteggere, valorizzare e consolidare. Assieme a energia, telecomunicazioni, Difesa, infrastrutture di trasporto e organizzazioni di pubblica sicurezza la sanità è nel perimetro più importante da guardare, passo dopo passo, perché le minacce cyber non penetrino. E possiamo dire che si tratta, fuori da ogni eufemismo, di una questione di vita o di morte.

Fonte.