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agosto 27, 2012

La Cina vince la battaglia (ma non la guerra) del Mar Cinese.

mare_nostrum_cineseAl vertice dell'Asean Pechino sfrutta l'alleata Cambogia ed evita che l'organizzazione prenda posizione sulla sovranità di Spratly e Paracel, nel Mar Cinese Meridionale. Vietnam e Filippine puntano sugli Stati Uniti. La questione non è chiusa.
Al recente vertice dei ministri degli Esteri dell'Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico (Asean), per la prima volta in 45 anni, non è stato raggiunto un accordo e non è stato stilato il comunicato di chiusura dei lavori. Oggetto del dissenso è stata la terminologia da usare per riferirsi alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, in particolare a quelle recenti tra le Filippine e la Cina, che non è membro dell'Asean. Manila voleva un testo che menzionasse esplicitamente la situazione al largo di Scarborough Shoal, ma la Cambogia, principale alleato della Repubblica Popolare Cinese (Prc) nell'associazione, si è opposta.

Nella stessa occasione doveva anche essere redatta una bozza del Codice di condotta (legalmente vincolante) tra Asean e Cina per il Mar Cinese Meridionale, che negli auspici dei paesi membri dell'organizzazione andrebbe ratificato entro la fine dell'anno, in occasione del decennale del documento (non vincolante) del 2002 sullo stesso tema. Un testo provvisorio è stato consegnato ai funzionari cinesi, ma difficilmente si vedranno progressi al riguardo ora che l'argomento scivola a livello tecnico e lontano dall'attenzione dei media.

L'esito del vertice di Phom Penh rappresenta una vittoria diplomatica per la Cina, che preferisce affrontare la questione - se proprio deve farlo - a livello bilaterale piuttosto che multilaterale: è la vittoria di una battaglia però, non della guerra. Una guerra destinata a rimanere almeno nel breve periodo retorica. Una guerra cui partecipano anche gli Stati Uniti d'America.

Pechino considera la propria sovranità sulle isole Spratly e Paracel "indiscutibile"; citando i suoi diritti storici si rifà alla "linea a nove trattini" che dal 1953 delimita l'estensione territoriale del Regno di mezzo. Questa linea si basa a sua volta sulle rilevazioni effettuate dal Kuomintang alla fine della Seconda guerra mondiale, quando gli altri Stati della regione erano troppo presi dalla ricostruzione dopo l'occupazione giapponese per dedicarsi a questi arcipelaghi. Le Spratly sono rivendicate anche da Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine e Taiwan; le Paracel, dal Vietnam e da Taiwan.

L'importanza di questi isolotti disabitati risiede nella loro collocazione strategica - lungo la linea di transito di circa metà del commercio mondiale - e nella presunta ricchezza di risorse delle acque circostanti, che secondo le stime dell'Energy Information Administration statunitense potrebbero ospitare fino a 16 mila miliardi di metri cubi di gas e fino a 213 miliardi di barili di petrolio. La pescosità di queste stesse acque è un ulteriore magnete dell'interesse degli Stati che vi si affacciano. La controversia sulla sovranità di Spratly e Paracel (come delle Senkaku/Diaoyu più a nord, tra Cina e Giappone) si trascina da decenni, ma ultimamente è tornata a catalizzare l'attenzione del Sud Est asiatico per una serie di contingenze legate a un fenomeno assoluto.

Le contingenze sono: l'approvazione di una legge da parte del Vietnam con cui Hanoi dichiara la propria sovranità su Spratly e Paracel (legge che entrerà in vigore a inizio 2013). La reazione di Pechino, che ha incluso i due arcipelaghi e Macclesfield Bank nell'area sotto la competenza amministrativa della prefettura di Sansha, appositamente creata. La decisione della compagnia petrolifera pubblica cinese China National Offshore Oil Corp (Cnooc) di iniziare l'esplorazione delle acque attorno alle Paracel e di offrire a compagnie occidentali lo sfruttamento di blocchi compresi nella Zona economica esclusiva di Hanoi. L'annuncio, sempre da parte della Cina, dell'incremento dell'attività della propria Marina attorno alle Spratly, dopo che una nave di ricerca della Marina Usa era arrivata in Vietnam. La stupefacente crescita in percentuale delle spese militari di Hanoi. L'intenzione delle Filippine di ampliare la propria collaborazione militare con Washington (i due paesi sono già legati da un trattato di difesa reciproca). La menzionata tensione tra Pechino e Manila al largo di Scarborough Shoal.
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Il fenomeno assoluto, che determina almeno in parte queste contingenze, è l'ascesa economica, politica e militare della Repubblica Popolare Cinese. I paesi dell'Asean sono legati a Pechino in un'area di libero commercio (Cafta) che è la terza al mondo per volume d'affari dietro all'Area economica europea e al Nafta; come blocco, l'associazione rappresenta il quarto partner commerciale della Cina. La crescita del pil del Regno di Mezzo ha quindi avuto anche conseguenze positive per gli Stati della regione, che però sono allarmati dai suoi aspetti politici e militari.

La preoccupazione non riguarda solo gli Stati continentali come il Vietnam, che nella storia hanno fatto più volte (l'ultima nel 1979) le spese del nazionalismo cinese, ma anche le Filippine. Il nazionalismo si mischia a timori di colonizzazione culturale. Le ansie sono alimentate dal fatto che la Cina ha riscoperto l'importanza del Mar Cinese proprio nel suo periodo di maggiore crescita economica - una crescita che deve tanto alle sue province sulla costa meridionale - e dal riarmo che Pechino sta attuando da qualche anno. Anche se con un distacco abissale, nel 2011 la Repubblica Popolare Cinese è stata seconda solo agli Usa per budget militare.

Pechino ha vinto la battaglia perchè dalla riunione dei ministri degli Esteri dell'Asean non è uscito un comunicato che la criticasse e perchè la questione del codice di condotta sul Mar Cinese Meridionale è stata quasi sicuramente rinviata a dopo il Diciottesimo congresso del Partito comunista, previsto per l'autunno di quest'anno. La leadership cinese potrà concentrarsi sulla transizione e sui problemi interni, che non mancano - basti pensare allo scandalo di Bo Xilai o al rallentamento della crescita economica.
Il vertice di Pnom Penh ha dato inoltre una dimostrazione plastica dell'influenza che la Cina è in grado di esercitare su Stati più piccoli: negli stessi giorni in cui il segretario di Stato Usa concludeva proprio in Cambogia il ramo est-asiatico di un lungo viaggio, Hu Jintao sbarcava per una visita ufficiale di quattro giorni, la prima di un presidente cinese negli ultimi 12 anni. Gli investimenti cinesi nel paese vicino sono stati superiori al miliardo di dollari nel 2011, una cifra pari a circa dieci volte quella degli Usa; il primo ministro Hun Sen, che pure in passato non aveva mai appoggiato esplicitamente la posizione di Pechino sul Mar Cinese, non ha fatto mistero di apprezzare gli aiuti cinesi, che a differenza di quelli occidentali arrivano senza scomode clausole democratiche. Durante il vertice, nel momento in cui il ministro degli Esteri delle Filippine Albert del Rosario stava sollevando la questione di Spratly e Paracel, il suo microfono "si è rotto". Difficile pensare a una coincidenza.

Una vittoria all'apparenza così clamorosa, con Pechino in grado di influenzare l'esito di un vertice di un'organizzazione di cui non fa parte, ha in realtà molti lati oscuri. Viene messo in discussione uno dei 5 principi di coesistenza pacifica che orientano la politica estera cinese, quello del reciproco rispetto per la sovranità e l'integrità territoriale, che almeno secondo il Vietnam e le Filippine è violato dalla Prc. Più in generale, la Cina considera la pace e la stabilità internazionali presupposti fondamentali per la sua ascesa economica e politica, ma perseguendo in maniera così netta le proprie rivendicazioni contribuisce a creare un clima di tensione che può sfociare in uno scontro aperto.

La conseguenza più preoccupante per Pechino di questa eterogenesi dei fini è il coinvolgimento degli Stati Uniti d'America. L'amministrazione Obama ha fatto del ritorno nell'Asia-Pacifico una priorità della propria politica estera e ha delineato una strategia di containment politico, economico e militare nei confronti della Cina che passa anche per una maggiore cooperazione con i suoi concorrenti regionali: Giappone, Corea del Sud, Filippine e Vietnam (oltre all'Australia).

Il quadrante del Sud Est asiatico è quello dove la rivalità tra Usa e Cina è più aspra e le possibilità di collaborazione sono meno considerate. Washington vuole dimostrare che non lascia soli i suoi alleati, Pechino deve mostrasi all'altezza delle proprie ambizioni e della propria retorica. Entrambe hanno un problema di credibilità: gli Stati Uniti chiedono alla Cina di attenersi al diritto internazionale ma non hanno ratificato il Convenzione dell'Onu sul diritto del mare, il documento legale più rilevante al riguardo (e non lo faranno prima del 2013). La Prc non riesce a mediare tra gli interessi dello Stato centrale e quelli - più aggressivi - degli enti e degli organi di polizia e dogana locali.

Per il momento, la prospettiva di una guerra tra la Cina e i suoi vicini è lontana, quella di un coinvolgimento degli Usa nell'eventuale conflitto ancora più remota. Il problema della sovranità su Spratly e Paracel e del Mar Cinese Meridionale in generale è invece molto presente; sarà prioritario per le leadership che emergeranno dalle presidenziali statunitensi e dal congresso del Partito comunista cinese.

Dopo il vertice Asean, Pechino festeggia, Hanoi e Manila si preoccupano. In attesa della prossima battaglia.
fonte: liMes


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