Seguimi in Twitter Seguimi in Facebook Seguimi in Pinterest Seguimi in LinkedIn Sottoscrivi il feed

febbraio 11, 2018

Waterloo una delle più grandi ed importanti battaglie della storia dell'uomo: Il Quid Obscurum.

Tutti conoscono la prima fase di questa battaglia: un inizio torbido, incerto ed esitante, minaccioso per ambo gli eserciti ma più per gli inglesi che per i francesi.

Era piovuto tutta la notte e il terreno era stato sconvolto dall'acquazzone; qua e là, l'acqua raccolta in pozzanghere come tinozze, tanto che in certi punti i carriaggi dell'artiglieria s'immergevano fino agli assi. I sottopancia dei cavalli gocciolavano di fango liquido, e se le spighe di grano e di segala abbattute da quella fila di carri in marcia non avessero colmato le carreggiate e fatto un letto sotto le ruote, qualunque movimento, in particolare nelle vallette dalla parte di Papelotte, sarebbe stato praticamente impossibile.

Waterloo-Scotland_Forever!

La faccenda incominciò tardi. Abbiamo spiegato che Napoleone aveva l'abitudine di tener tutta l'artiglieria in pugno come una pistola, prendendo di mira ora questo ed ora quel punto della battaglia; perciò aveva voluto aspettare che le batterie già pronte potessero muoversi e galoppare liberamente. Bisognava a tale uopo che uscisse il sole e seccasse il terreno; ma il sole non comparve. Non era più l'appuntamento d'Austerlitz. Quando il primo colpo di cannone venne tirato, il generale inglese Colville guardò l'orologio e constatò ch'erano le undici e trentacinque.

L'azione s'impegnò forse con maggior furia di quanto non volesse l'imperatore, dall'ala sinistra francese sopra Hougomont. Nello stesso tempo Napoleone assalì il centro, gettando la brigata Quoit sopra la Haie-Sainte, e Ney spinse l'ala destra francese contro la sinistra inglese, che s'appoggiava su Papelotte.

Dopo la presa della Haie-Sainte, la battaglia fu incerta.

V'è in quella giornata campale, dal mezzodì alle quattro, un intervallo oscuro; il periodo intermedio è quasi indistinto con una oscura mischia: è come immerso nel crepuscolo. Si scorgono in quella nebbia grandi fluttuazioni, un vertiginoso miraggio, l'apparato della guerra d'allora, pressoché ignorato oggidì: i colbacchi impennacchiati, le fonde ondeggianti, le bandoliere incrociate, le giberne colla granata, i dolman degli ussari, i rossi stivali dalle mille pieghe, i pesanti schako inghirlandati di passamani, la fanteria quasi nera di Brunswick mista a quella scarlatta d'Inghilterra, i soldati inglesi, con grossi cuscinetti bianchi di forma circolare, al posto delle spalline, i cavalleggeri annoveresi, col loro elmo di cuoio a liste di ottone e la criniera rossa, gli scozzesi, ginocchia nude e sottanelle quadrettate, le grandi ghette bianche dei nostri granatieri; quadri e non linee strategiche, quel che ci vuole per Salvator Rosa e non per Gribeauval.

Una parte di tempesta si accompagna sempre ad una battaglia. Quid obscurum, quid divinum; ed ogni storico rivela ciò che gli piace, in quelle confusioni. Qualunque sia il piano dei generali, l'urto delle masse armate ha riflussi incalcolabili; durante l'azione, i piani dei due capi entrano l'uno nell'altro e si deformano reciprocamente. Il tal punto del campo di battaglia divora più combattenti del tal altro, come quei terreni più o meno spugnosi, che bevono più o meno presto l'acqua. Si è così obbligati a rovesciare là più soldati di quanto non si vorrebbe; e queste spese sono impreviste. La linea di battaglia ondeggia, serpeggia come un filo, rivoli di sangue non previsti scorrono, le fronti degli eserciti ondeggiano ed i reggimenti, entrando od uscendo, forman capi o golfi, tutti quegli scogli si muovono continuamente, gli uni davanti agli altri. Dov'era la fanteria, sopraggiunge l'artiglieria; i battaglioni sono fumacchi; lì v'era qualcosa e, quando cercate, tutto è scomparso; i vuoti si spostano, mentre avanzano e si ritirano sinistre pieghe; una specie di vento sepolcrale spinge e ricaccia, gonfia e disperde quelle tragiche moltitudini. Che è una mischia? È un'oscillazione: l'immobilità d'un piano matematico esprime un minuto, non già una giornata. Per dipingere una battaglia, ci vogliono quei possenti pittori che hanno il caos nel pennello. Rembrandt vale di più di Van Der Meulen, il quale, veridico a mezzogiorno, mente alle tre. La geometria inganna e solo l'uragano è vero; questo dà a Folard il diritto di contraddire Polibio. Aggiungiamo che v'è sempre un istante in cui la battaglia degenera in zuffa, si fa particolare, si frantuma in innumerevoli azioni singole che, per citare l'espressione dello stesso Napoleone, «appartengono piuttosto alla biografia dei reggimenti che alla storia dell'esercito». Lo storico, in tal caso, ha l'evidente diritto di riassumere; non può afferrare altro che i principali contorni della lotta. A nessun narratore, per coscienzioso che sia, è dato di fissare in modo assoluto la forma di quell'orribile nube che si chiama una battaglia. E questo, vero di tutti gli urti armati, è particolarmente applicabile a Waterloo. Pure, nel pomeriggio, ad un certo punto, la battaglia si precisò.

febbraio 09, 2018

Waterloo una delle più grandi ed importanti battaglie della storia dell'uomo: il 18 giugno 1815.

Come Napoleone è stato il soggetto su cui si è più scritto dopo Gesù Cristo, così la battaglia di Waterloo è stata la più studiata di tutte le battaglie, antiche e moderne. Tutti questi contributi, francamente in eccesso, non hanno aiutato a far chiarezza ma semmai a rendere le modalità dello scontro più oscure. Le tesi su come andò veramente sul campo di Waterloo sono innumerevoli e tutte in contrasto tra loro.

Aveva messo su pancia, i capelli — seppure pettinati alla Bonaparte — non gli coprivano più il cranio ed erano ridotti a un ricciolino sulla fronte. Ma questo non prova che il Generale avesse perso le sue doti di tattico e di stratega, le stesse che gli avevano fatto vincere fino ad allora qualcosa come settanta battaglie.

NUL116877

Dal romanzo "I miserabili" di Victor Hugo è estratto questo libro che narra di una delle più grandi ed importanti battaglie della storia dell'uomo: "la battaglia di Waterloo".

L'unica critica che si può fare a Hugo è che arrivi quasi a mitizzare Napoleone dedicando poche righe invece ai possibili errori che abbia potuto commettere come ad esempio il voler continuare a cercare di sfondare nel centro della schiera nemica che già nei precedenti attacchi aveva ben resistito. Questo è dovuto soprattutto al fatto che suo padre fosse un napoleonico convinto e che ai suoi tempi erano ancora vivi i ricordi delle imprese di Napoleone.

Grande merito dell'autore è quello di riuscire a dare un'immagine ben precisa al lettore di ciò che Wellington e Napoleone si trovarono di fronte quel 18 Aprile del1818 a Waterloo.

IL 18 GIUGNO 1815.

Se non fosse piovuto nella notte dal 17 al 18 giugno 1815, l'avvenire dell'Europa sarebbe stato diverso. Poche gocce d'acqua in più o in meno hanno messo in bilico Napoleone; per far di Waterloo la fine d'Austerlitz, la provvidenza ebbe solo bisogno d'un po' di pioggia e una nube che attraversò il cielo a dispetto della stagione bastò per il crollo d'un mondo.

La battaglia di Waterloo, e ciò diede tempo a Blücher di giungere, non poté incominciare che alle undici e mezzo. Perché? Perché il terreno era bagnato e bisognava aspettare che si rassodasse un poco, affinché l'artiglieria potesse manovrare.

Napoleone era ufficiale d'artiglieria e ne risentiva. Il fondo di quel prodigioso capitano era l'uomo che, nel rapporto su Abukir al Direttorio, diceva: Il tal nostro proiettile ha ucciso sei uomini. Tutti i suoi piani di battaglia son fatti per il proiettile: far convergere l'artiglieria sopra un dato punto era per lui la chiave della vittoria. Trattava la strategia del generale nemico come una cittadella e la batteva in breccia; tempestava di mitraglia il punto debole; scatenava e risolveva le battaglie col cannone. La balistica era nel suo genio: sfondare i quadrati, polverizzare i reggimenti, rompere le linee, stritolare e disperdere le masse per lui consisteva nel colpire, colpire, colpire senza tregua; ed affidava questo compito alla cannonata. Metodo temibile che, unito al genio, rese invincibile per 15 anni quel cupo atleta del pugilato guerresco.

Il 18 giugno 1815, egli faceva tanto maggior conto sull'artiglieria, in quanto aveva dalla sua parte il numero: Wellington aveva solo centocinquantanove bocche da fuoco, Napoleone duecentoquaranta.

Supponete che il terreno fosse stato secco e che l'artiglieria avesse potuto manovrare: l'azione sarebbe incominciata alle sei del mattino e la battaglia sarebbe stata vinta e terminata alle due pomeridiane, tre ore prima dell'intervento prussiano.

Quale parte d'errore spetta a Napoleone nella perdita di quella battaglia? È imputabile al pilota, il naufragio? O, forse, l'evidente declino fisico di Napoleone si complicava a quel tempo con una diminuzione d'intelletto? I vent'anni di guerra avevan dunque consumato la lama, insieme al fodero? Si faceva malauguratamente sentire il veterano nel condottiero? In una parola, questo genio, quale l'hanno creduto molti storici autorevoli, stava eclissandosi? La sua frenesia celava a se stesso il proprio indebolimento? Cominciava ad oscillare per effetto d'un vento d'avventura che lo fuorviava? Oppure, cosa grave per un generale, stava diventando incosciente del pericolo? In questa classe degli artefici della materia, che si possano chiamare i giganti dell'azione, v'è un'età per la miopia del genio? La vecchiaia non fa presa sui genî dell'ideale: per Dante, per Michelangelo invecchiare significa crescere, per gli Annibale e i Bonaparte significa forse decrescere? Aveva perduto il senso diretto della vittoria, Napoleone? Era già giunto fino al punto di non riconoscer lo scoglio, di non indovinare l'agguato, di non più discernere il crollante orlo dell'abisso? Non aveva il fiuto delle catastrofi? Egli, che nei tempi andati conosceva tutte le strade del trionfo e che, dall'alto del suo cocchio di lampi, le indicava col dito sovrano, aveva dunque, ora, l'istupidimento sinistro di condurre verso i precipizî il tumultuoso equipaggio delle sue legioni? Era preso, a quarantasei anni, da una follìa suprema? Quel titanico cocchiere del destino non era più che un gigantesco scavezzacollo?

Noi non lo crediamo. Il suo piano di battaglia era, per ammissione di tutti, un capolavoro: puntar diritto sul centro della linea alleata, fare una breccia nel nemico, tagliarlo in due, buttare la metà britannica su Hal e la metà prussiana su Tongres, fare di Wellington e di Blücher due tronconi, impadronirsi di Mont-Saint-Jean, prendere Bruxelles, gettare il tedesco nel Reno e l'inglese nel mare. Tutto ciò, per Napoleone, stava in quella battaglia; in seguito, si sarebbe visto il da farsi.

È inutile dire che non pretendiamo far qui la storia di Waterloo. Se una delle scene generiche del dramma che stiamo raccontando si riallaccia a quella battaglia, non per questo siffatta storia è compito nostro; del resto questa è già stata fatta, e magistralmente, da Napoleone sotto un punto di vista, e da una intera pleiade di storici, sotto un altro. Per quel che ci riguarda lasciamo gli storici alle prese fra loro; noi siamo solo un testimone in distanza, un viandante nella pianura, un cercatore, chino su questa terra impastata di carne umana, che, forse, prende per realtà le apparenze; non abbiamo il diritto di tener testa, in nome della scienza, a un insieme di fatti nei quali v'è certo il miraggio e non abbiamo né la pratica militare, né la competenza strategica che autorizzano un sistema. Secondo noi, una concatenazione di casi domina dapprima a Waterloo i due capitani; e, quando si tratta del destino, misterioso accusato, giudichiamo come il popolo, giudice ingenuo.

Coloro che vogliono figurarsi chiaramente la battaglia di Waterloo, non hanno che da stendere sul suolo, col pensiero una A maiuscola. La gamba sinistra dell'A è la strada di Nivelles, la destra la strada di Genappe e il taglio dell'A è la strada in trincea che va da Ohain a Braine-l'Alleud. Il vertice dell'A è Mont-Saint-Jean, dove si trova Wellington; la punta sinistra inferiore è Hougomont, dov'è Reille con Gerolamo Bonaparte; la punta destra inferiore è la Belle-Alliance, dove si trova Napoleone; un po' al disotto del punto in cui il taglio dell'A incontra la gamba destra, si trova la Haie-Sainte, mentre il punto medio del taglio indica il punto preciso in cui fu detta l'ultima parola della battaglia. Là venne collocato il leone, simbolo involontario del supremo eroismo della guardia imperiale.

Il triangolo compreso nella parte superiore dell'A, fra le gambe e il taglio è la spianata di Mont-Saint-Jean: la disputa di quella spianata fu tutta la battaglia.

Le ali dei due eserciti si stendono a destra e a sinistra delle due strade di Genappe e di Nivelles, d'Erlon di fronte a Picton, Reille di fronte a Hill. Dietro la punta dell'A, dietro la spianata di Mont-Saint-Jean, v'è la foresta di Soignes; quanto alla pianura, ci si figuri un ampio terreno ondulato, in cui ciascuna piega domina la seguente, salendo tutte verso Mont-Saint-Jean e facendo capo alla foresta.

Due schiere nemiche sul campo di battaglia sono due lottatori. È un corpo a corpo, in cui ciascuno cerca di far sdrucciolare l'altro; ci si aggrappa a tutto, e un cespuglio è un punto d'appoggio, come l'angolo d'un muro è un sostegno. Per la mancanza d'una bicocca alla quale addossarsi, un reggimento cede; un lieve pendìo, una piega del terreno, un sentiero provvidenzialmente trasversale, un bosco o un precipizio possono arrestare il tallone di quel colosso che si chiama un esercito ed evitargli d'indietreggiare. Chi esce dal campo è battuto. Quindi per il capo responsabile, la necessità d'esaminare il più piccolo ciuffo d'alberi e d'approfondire il minimo risalto.

I due generali avevano attentamente studiato la pianura di Mont-Saint-Jean, detta oggi di Waterloo. Fin dall'anno precedente, Wellington, con previdente sagacia, l'aveva esaminata come possibile località da grande battaglia; su quel terreno e per quel duello, il 18 giugno, Wellington aveva il lato buono, Napoleone quello cattivo. L'esercito inglese era in alto, l'esercito francese in basso.

Tratteggiar qui l'aspetto di Napoleone a cavallo, col cannocchiale in mano, sull'altura di Rossomme, all'alba del 18 giugno 1815, è quasi superfluo: prima che lo si faccia vedere tutti l'han visto. Quel profilo calmo sotto il piccolo cappello della scuola di Brienne, quell'uniforme verde dai bianchi risvolti che nascondono le decorazioni, il pastrano grigio sopra le spalline, l'estremità del cordone rosso sotto il panciotto, i calzoni di pelle, il cavallo bianco colla gualdrappa di velluto purpureo con gli N coronati e le aquile, gli stivali alla scudiera, sulle calze di seta, gli speroni d'argento e la spada di Marengo, tutta, insomma, la figura dell'ultimo Cesare, è viva nelle immaginazioni, acclamata dagli uni, detestata dagli altri.

Quella figura fu per lungo tempo tutta in luce, per effetto di quella oscurità leggendaria che la maggior parte degli eroi sprigionano intorno a loro e che vela sempre, più o meno a lungo, la verità; ma oggi s'apron la via la storia e la luce.

Quella luce che è la storia spietata. Essa ha questa stranezza divina, che, cioè, per quanto sia luce ed appunto perché tale, mette spesso ombre dove si vedevano i raggi e fa dello stesso uomo due diversi fantasmi, uno dei quali combatte l'altro, facendone giustizia. Le tenebre del despota lottano contro il fulgore del capitano; ne scaturisce una misura più esatta nel definitivo apprezzamento dei popoli. Babilonia violata diminuisce Alessandro; Roma incatenata diminuisce Cesare; Gerusalemme sterminata diminuisce Tito. La tirannia segue il tiranno: disgraziato l'uomo che lascia dietro di sé ombre che assumono le sue forme.

febbraio 22, 2012

La Via della Seta, quel filo sottile che legò l'Oriente all'Occidente.
la_via_della_setaPer migliaia di anni, la Via della Seta, il fascio di strade che univa Pechino al Mar Mediterraneo, è stata il più importante canale di transito delle idee e dei commerci tra la Cina e il mondo occidentale. La ripercorriamo in un viaggio ideale che inizia nel 53 avanti Cristo e si conclude oggi. Ma con lo sguardo al futuro prossimo venturo.
I nomi, si sa, possono contribuire in modo decisivo al successo delle idee. Una fortunata ispirazione deve aver assistito, tra gli altri, anche il barone Ferdinand von Richthofen, insigne geografo e geologo tedesco, quando - nell'introduzione all'opera Tagebücher aus China, pubblicata a Berlino nel 1907- stabilì di chiamare Via della Seta il tortuoso groviglio delle vie carovaniere lungo le quali nell'antichità si erano snodati i commerci tra gli imperi cinesi e l'Occidente. Da allora, l'espressione coniata da von Richthofen non è più tramontata.
Su quelle strade, a dire il vero, si sono incrociati profumi, spezie, oro, pelli, metalli, porcellane, medicinali e quant'altro bene fosse disponibile nel primo millennio dell'Era cristiana. Per non parlare di ambascerie, eserciti, missionari ed esploratori. Eppure fu proprio la seta, il prezioso e fin dall'inizio costosissimo tessuto dall'origine ammantata di mistero, a permettere che quegli scambi commerciali e culturali cominciassero a fiorire.
laviadellasetamappa
All'inizio dell'estate del 53 avanti Cristo, precisamente 700 anni dopo la fondazione di Roma, sospinto dall'invidia per i trionfi militari di Cesare e Pompeo, Marco Licinio Crasso partì alla volta della Persia al comando di sette legioni, per sfidare l'esercito dei Parti a tornare a Roma carico di bottino e onori. Le cose non assecondarono le previsioni del povero Crasso il quale, uomo di commerci più che di battaglie, pagò quell'imprudenza con la vita, oltre che con una sonora sconfitta ricordata nella storia romana sotto il nome di battaglia di Carre. Per quanto funesto, quell'episodio segna la prima occasione in cui i Romani vennero in contatto con la seta, con la quale erano tessute le cangianti insegne innalzate dai guerrieri Parti.
Nemmeno mezzo secolo dopo, la "serica" - così detta perché fabbricata dal lontano popolo dei Seri, come a Roma venivano chiamati i cinesi - era il più ambito status symbol della nobiltà romana, che ne faceva sfoggio in ogni occasione di mondanità, un po' come oggi. Separate da altri due grandi imperi - dei Parti in Persia e dei Kushana nei territori degli attuali Afghanistan e Pakistan - in quel periodo Roma e la Cina non vennero in contatto diretto, sebbene entrambe tentassero di inviare ambasciatori dall'altra parte del mondo.
Fu così che, per secoli, i Romani non seppero nulla circa l'origine della seta e della lavorazione necessaria per tesserla. Nella Storia naturale di Plinio il Vecchio si dice dei Seri che fossero "famosi per la lana delle loro foreste". E aggiungeva: "Staccano una peluria bianca dalle foglie e la innaffiano; le donne quindi eseguono il doppio lavoro di dipanarla e di tesserla". Dei bachi, nessuna notizia.
In Cina, d'altronde, il segreto di quel prodotto così fondamentale nei rapporti commerciali con il mondo occidentale era custodito con la massima cura, tanto che l'esportazione dei bachi da seta era proibita da una legge severissima. Solo intorno al 420 dopo Cristo, durante la profonda crisi che divise la Cina nei tre imperi Wei, Wu e Shu, la figlia di un imperatore si rese colpevole di un crimine che, secondo la legge, era punibile con la morte. Concessa in sposa a un principe di Khotan - una delle città Stato del bacino del Tarim - per assecondare i desideri del marito, la "principessa della seta" riuscì a contrabbandare le uova dei bachi da seta e i semi di gelso, nascondendoli nell'ornamento della sua acconciatura. A quell'epoca, le città del bacino del Tarim - nell'attuale Regione autonoma cinese dello Xinjiang - erano tappe obbligate per chi, provenendo da Xi’an (allora Chang'an), percorreva il Gansu e si apprestava ad attraversare l'Asia centrale tra mille insidie.
la_via_della_seta1
Il clima, innanzitutto, molto rigido d'inverno e torrido d'estate nelle depressioni del deserto del Takla Makan, metteva a dura prova gli uomini e gli animali, che avrebbero poi dovuto affrontare gli aspri passi del Pamir per scendere lungo le valli del Pakistan a dell'Afghanistan. In più, le carovane correvano un serio pericolo, poiché erano esposte agli attacchi degli Xiongnu, una popolazione di bellicosi nomadi del Nord che assaliva i viaggiatori che si avventuravano in quelle zone deserte.
Attraverso quello stesso percorso, intorno alla metà del I secolo dopo Cristo, il buddhismo fece il suo ingresso in Cina. Nata più di cinque secoli prima nelle inospitali vallate del Nepal, la nuova religione aveva ormai molti proseliti in India e i più intraprendenti si incamminarono lungo le piste della Via della Seta predicando il verbo del principe Siddharta, l'ormai famoso e venerato Buddha Sakyamuni. Dalla valle dell'Indo alle città dello Xinjiang, sono innumerevoli le testimonianze dell'arte religiosa buddhista, la cui popolarità esplose letteralmente in Cina sul finire del III secolo, quando tra Xi’an e Luoyang si contavano 180 istituti religiosi buddhisti e più di 3.000 monaci.
Nonostante abbia vissuto una seconda età dell'oro grazie alle memorie dei viaggiatori medievali come Marco Polo a Ibn Battuta, intorno al VI-VII secolo la Via della Seta cominciò il suo lento declino, in parte per la scarsa stabilità politica dell'impero cinese nelle sue regioni più occidentali e poi per la spinta dell'Islam.
Ma fu soprattutto la concorrenza di una nuova arteria commerciale a determinare lo spostamento d'interesse dei mercanti europei: l'India e la Cina venivano raggiunte via mare. Fin dai primi secoli dopo Cristo le imbarcazioni partivano dai porti del Mar Rosso o del Golfo Persico e, grazie all'aiuto dei monsoni, approdavano a Barygaza o Muziris, sulla penisola Indiana. A volte, il tragitto proseguiva fino alla Cina meridionale, doppiando la penisola indocinese. Pericolosi pirati assalivano spesso le navi di passaggio al largo della costa pakistana o di quella malese ma, a conti fatti, la via di mare era ormai decisamente più rapida a sicura della via di terra.
ZhangQianTravels
A cavallo tra la fine del secolo scorso a l'inizio di questo, venne poi la riscoperta archeologica delle città del bacino del Tarim, che culminò nel 1906-1907 con il ritrovamento, da parte di sir Marc Aurel Stein, delle "grotte dei mille Buddha" a Mogao. In quelle nicchie scavate nell'arenaria erano raccolte le opere di tutta la Cina dotta, il più completo repertorio di manoscritti cinesi. Stein non era estraneo all'attitudine "predatoria" degli studiosi dell'epoca, e così dispose al più presto il trasferimento del materiale, tuttora conservato al British Museum di Londra.
Oggi l'operazione potrebbe sembrare un furto bello e buono, ma probabilmente Stein salvò i manoscritti dall'avidità dei funzionari del Kuomintang e, poi, dall'ossessione distruttrice della rivoluzione culturale. Fatta eccezione per quanto è esposto al British e in altri musei europei, oggi le testimonianze dell'antica Via della Seta sono custodite nelle rovine delle città, delle fortificazioni, dei caravanserragli, delle torri di avvistamento che, da Xi’an a Petra, punteggiano l'Asia.
Negli ultimi cinquant'anni, a quelle piste polverose si è sovrapposta una lingua d'asfalto. Il formidabile progresso economico che sta investendo il continente la trasformerà presto in una fantascientifica autostrada del Duemila, lungo la quale scorreranno le ricchezze a le speranze del nuovo capitalismo asiatico. Lasciando agli ultimi viaggiatori un’inguaribile nostalgia dell'epopea delle grandi esplorazioni.
Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

agosto 27, 2010

Il massacro dimenticato di Pontelandolfo: quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti.
Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero 400 inermi. Un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine. Il sindaco oggi si batte perché alla città sia riconosciuto lo status di "martire". E promette: se l'esercito chiede scusa, invitiamo la loro fanfara a suonare come atto di riconciliazione

SIGNOR presidente della Repubblica, signori ministri, autorità incaricate delle celebrazioni del centocinquantenario, questa storia è per voi. Non voltate pagina e ascoltate il racconto di questo soldato, se credete al motto "fratelli d'Italia" e tenete all'onestà della memoria sul 1861, anno uno della Nazione.

"Al mattino del giorno 14 ricevemmo l'ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare... quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione... non si poteva stare d'intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava". Olocausto firmato dagli Einsatzkommando? No, soldati italiani, al comando di ufficiali italiani. E il villaggio non sta in Etiopia ma in Italia, nel Beneventano. Il suo nome è Pontelandolfo. Massacro a opera dei bersaglieri, data 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l'ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli. Pontelandolfo, nome cancellato dai libri perché ricorda che al Sud ci fu guerra, sporca e terribile, e non solo annessione.

Andiamoci dunque, luogotenente Cariolato, per capire cosa accadde; perdiamoci nel labirinto di strade sannitiche già ostiche ai Romani, e saliamo verso quel promontorio di case, in un profumo ubriacante di ginestre e faggete secolari. Penso a un viaggio nella storia e invece mi trovo immerso in un oggi che scotta, davanti a una giunta comunale che aspetta, sindaco in testa. Delegazione agguerrita, di centrosinistra, schierata per avere giustizia. Raccontano, come di cosa appena accaduta. C'è una rivolta, alla falsa notizia che i Borboni sono tornati. Scattano regolamenti di conti con due morti, i briganti scendono dai monti, il prete suona le campane per salutare la restaurazione.

Un distaccamento di bersaglieri va a vedere, ma nella notte vengono aggrediti da una banda in un paese vicino e lasciano sul terreno 41 morti. Ci sono buoni motivi per pensare che il responsabile sia un proprietario terriero, impegnato in un subdolo doppio gioco: eccitare le masse per poi invocare la mannaia e rafforzare il suo status. Ma non importa: si manda una spedizione punitiva con l'incarico di "non mostrare misericordia", e alla fine si contano 400 morti. Morti innocenti perché gli assassini si sono dati alla macchia.

Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c'è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: "A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come "luogo della memoria". Ma non ci basta: vogliamo essere "città martire" e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l'esercito riconosca la sua ferocia. Lo dico al ministro: se i bersaglieri chiedono scusa, noi invitiamo ufficialmente le loro fanfare a suonare in paese come atto di riconciliazione. I nostri e i loro morti vanno ricordati insieme. Io ho giurato sulla fascia tricolore. Voglio dar senso alle celebrazioni, e non lasciare spazio ai rancori anti-unitari". Renato Rinaldi è un ex ufficiale di marina che si è tuffato in quelle pagine nere. Anche lui ha giurato sul Tricolore e anche a lui pesa il silenzio del Quirinale di fronte a vent'anni di lettere miranti al "ricupero della dignità del paese". Mi spiega che i bersaglieri erano agli ordini di un generale vicentino - vicentino, sì, come il mio buon Cariolato - di nome Pier Eleonoro Negri. E anche qui c'è silenzio. L'Italia non fa mai i conti col suo passato. Nessuna risposta da Vicenza alla richiesta di dedicare una via a Pontelandolfo o di togliere la lapide celebrativa del generale sterminatore.



Cielo limpido sulle verdissime foreste del Sannio. Perché si parla di Bronte e non di Pontelandolfo? Perché sono rimasti nella memoria gli errori garibaldini e non gli orrori savoiardi? E che cosa si sa della teoria dell'inferiorità razziale dei meridionali - infidi, pigri e riottosi - impostata da un giovane ufficiale medico piemontese di nome Cesare Lombroso, spedito al Sud nel '61 e seguire la cosiddetta guerra al brigantaggio? Che "fratelli d'Italia" potevano esistere se mezzo Paese era "razza maledetta" dal cranio "anomalo", condannata all'arretratezza e alla delinquenza? Leggo: "Dio, che cosa abbiamo fatto!", parole scritte nel '62 da Garibaldi in merito allo stato del Sud. Lettera alla vedova Cairoli, che per fare l'Italia - un'altra Italia - gli ha dato la vita di tre figli e del marito. Non si parla dei vinti. E senza i vinti le celebrazioni sono ipocrisia. Che fine ha fatto per esempio Josè Borjes, il generale di cui mi ha parlato Andrea Camilleri? Parlo dell'uomo che sempre nel '61, quasi da solo, tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia. Perché non si dice nulla della sua epopea e del mistero della sua morte? Perché non si riconosce il valore di questo Rolando che galoppa verso una fatale Roncisvalle dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini?

Ed ecco, in una sera straziante color indaco, arrivare come da un fonografo lontano la voce di Sergio Tau, scrittore e regista che ha dedicato anni alla storia del generale catalano. "All'inizio degli anni Sessanta feci un film sul brigantaggio post-unitario. Volevo fare qualcosa di simile a un western, ma la pellicola non fu mai trasmessa. Allora era ancora impossibile parlarne. Ora vedo che la storia di Borjes può tornare fuori... Filmicamente è grandiosa, con la sua traversata invernale dell'Appennino". Ne terrà conto qualcuno? Borjes punta sullo Stato pontificio, ma a Tagliacozzo viene "venduto" da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. "Conservate quel corpo, potrete passarlo ai Borboni", dice un misterioso francese e venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, scende via Tivoli fino al Tevere e al funerale nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c'è una messa per l'anima sua a Barcellona, ma del corpo più nessuna traccia. Resta un suo diario, stranamente in francese, lingua che lui non conosceva. L'ha davvero scritto lui o l'hanno scritto i "servizi" di allora, per occultare la repressione in atto? Il giallo di una vita vissuta anch'essa, bene o male, alla garibaldina.

fonte: La Repubblica
Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog: