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gennaio 03, 2011

Gli italiani li fanno meglio: Giotto, Tiziano e Leonardo, i quadri che educano il mondo.

Con Peter Brown e Glen Bowersock, Paul Veyne è oggi uno degli storici più penetranti dell'antichità grecoromana. E ciò dovrebbe bastare per includerlo nel Patrimonio culturale di Francia. Ma si dà il caso che in un'epoca in cui il francese letterario è tuttora largamente intriso di mistificanti pedanterie, la scrittura di questo grande studioso - caso raro nella nostra prosa - incanta l'intelligenza di primo acchito, senza mai cercare di intimidirla.


Veyne ci ha insegnato a leggere, da Catullo a Properzio, l'elegia romana. In una summa memorabile, ci ha illustrato quello che per cinque secoli è stato l'Impero romano, capolavoro di politica e di cultura senza rivali, che per rinascere dopo il suo smantellamento in Occidente ha impiegato ben otto secoli (...). Ma solo di rado si è occupato dell'arte antica, e mai finora di quella cristiana. Nel suo ultimo libro, Il mio museo immaginario o i capolavori della pittura italiana, Veyne ci ha sorpreso, gratificandoci - e vendicandoci - su un territorio del tutto inatteso. Ci ha vendicati dell'interminabile dissertazione di Malraux sull'"Arte occidentale", divenuta il Corano estetico del politicamente corretto per il giornalismo e gli enti culturali, in Francia come altrove. Il Museo immaginario di André Malraux divide la storia dell'arte in tre fasi: 1."Il Sacro"; 2."L'Irreale"; 3."L'atemporale".


Eccellente, fondamentale il Sacro, da Lascaux a Bisanzio! Sublime, rivoluzionario l'Atemporale, da Manet a Rothko! Mentre tutto il periodo intermedio - tranne Rembradt e Goya - non sarebbe altro che un deplorevole tunnel: imitazione delle apparenze, trompe l'oeil, adulazione, accademia! Disastrosi errori spacciati per meraviglie nel corso di una parentesi di cinque secoli, da Giotto a Tiepolo, venuti dall'Italia a ingombrare i nostri musei! Chi mai osa metterlo in dubbio? Veyne respinge questa visione magniloquente e sciatta, puntando direttamente al periodo intermedio snobbato da Malraux, senza ingolfarsi negli altri due; e parla con fervore delle diverse "epidemie del genio italiano" alle quali, per emulazione, l'Europa delle arti deve quanto di meglio ha saputo produrre fino al XIX secolo, e persino oltre. Cosa sarebbe Ribera senza il Caravaggio, Rubens senza il Tiziano, lo stesso Velasquez senza Tiziano e Rubens?


Cosa sarebbe la pittura francese senza l'Accademia di Francia a Roma, dove Poussin, David e Ingres giunsero alla loro maturazione? Veyne non nega l'originalità quasi miracolosa dei miniaturisti e dei pittori fiamminghi del XV secolo, ma la fa intravedere attraverso l'arte di Antonello da Messina, geniale mediatore tra Bruges e Venezia. Tocqueville vedeva nella genericità delle idee una terribile tara dello spirito democratico. Paul Veyne è irritato dalla genericità di quelle di André Malraux, trasformato in ventriloquo della vulgata modernista, e quindi in profeta dell'arte postmodernao "contemporanea".E ha il coraggio di non vergognarsi dell'arte italiana, di non voltare le spalle alla felicità così generosamente profusa, in forme diverse, dai suoi pittori e dai loro capolavori più spesso citati. Il suo è il gusto di Stendhal, di Taine, di Proust, ma anche quello di due storici dell'arte volentieri citati da Veyne (che non solo ha visto ma ha anche letto moltissimo): Roberto Longhi e André Chastel. Perché privarsi della bellezza soltanto perché è stata tanto ammirata, o perché rappresenta il reale in una luce che non ispira disgusto? Tanto varrebbe imporsi di essere masochisti o feticisti, per conformismo o per posa.


Paul Veyne non se lo impone. La sua personale Tribuna degli Uffizi è anche una rivalsa contro i burocrati della cultura, che accettano di conservare i capolavori dell'arte classica solo per confinarli in un ruolo di spalla, mettendo in evidenza l'accozzaglia del "contemporaneo".


Oggi che l'educazione della sensibilità e dello sguardo è nelle mani dei precettori del "sempre più brutale", nella comunicazione come nei videogiochi, non è invece opportuno, come ha fatto Veyne, liberare l'appetito per tutto ciò che è grande, nobile, delicato, squisito, incantevole, misterioso, sorridente - in breve, per tutti i sapori civilizzati e civilizzanti di cui i pittori italiani hanno sparso la cornucopia, e continuano a spargerla sul mondo? Troppe volte tra noi l'esultanza è stata respinta o raggirata. Al Louvre guardiamo con condiscendenza la ressa dei visitatori giapponesi davanti alla Gioconda, la devozione con cui salutano il sorriso di illuminata che aleggia sulle sue labbra. Non hanno nulla da invidiare all'estasi prefabbricata davanti agli scarabocchi pseudo-rimbaldiani del fascinoso Basquiat. I geni inventano luoghi comuni inesauribili; mentre le mezze tacche si caratterizzano per l'accanimento con cui cercano di prenderne le distanze, per poi precipitarsi in massa a sguazzare nei più vieti stereotipi.


Paul Veyne presenta la sua bella raccolta di riproduzioni con commenti brevie succulenti, in cui regnano il buon senso, che è la salute del gusto, e la naturalezza di un'epoca alta, di cui Pascal ha fornito la chiave nella sua Art de conférer: «Nulla è più comune delle cose buone. Si tratta solo di discernerle, ed è certo che esse sono affatto naturali e conosciute da tutti. Ma non si sa distinguerle. E ciò è universale. Non è nelle cose straordinarie e bizzarre di qualsivoglia genere che si trova l'eccellenza. Chi si eleva per raggiungerla se ne allontana. Il più delle volte ciò che si deve fare è abbassarsi. I libri migliori sono quelli di cui il lettore crede che avrebbe potuto scriverli. La natura, che sola è buona, è del tutto familiare e comune». Chiaramente Paul Veyne, grande lettore della Poetica di Aristotele e di quella di Orazio, vede la rinascita della pittura e della scultura nell'Italia del XII secolo come un ricongiungimento con le immagini dell'Antichità, con i diversi effetti di "dolcezza" e "utilità" che da esse dovevano derivare. Sia che illustrino la storia e i miti cristiani come in Giotto, Masaccio, Carpaccio (e benché ammetta di non riuscire a "mandar giù" il cristianesimo, Veyne le racconta qui con la scienza di un catechista eccellente), sia che riprendanoi mitiei racconti dell'antichità (da Pollaiuolo a Tiepolo), i soggetti sono per l'artista un'occasione per far assaporare quanto vi è di più degno, di più dolce, di più grave, di più incantevole nella vita e negli atteggiamenti umani.


La somiglianza di queste immagini artistiche con il reale, di cui lo spettatore ha l'esperienza diretta, non è altro che un'esca per attirarlo e fargli percepire la differenza tra quanto poveramente ha potuto vedere nell'ordinario, e le prelibatezze nascoste che l'arte sa rivelare. Per ciascuno di questi quadri, riprodotti con tanta frequenza che tendiamo a crederli ormai svuotati di emozione e di senso, Veyne ripercorre il camminoa ritroso, diverso caso per caso, risalendo dalla rappresentazione al mondo reale, alla sua riscoperta sensibile e poetica grazie alla rivelazione suscitata dal pittore sul suo schermo di luce o di chiaroscuro.


Pur senza averne l'intenzione, Paul Veyne, storico dell'Impero, ci convince che è stata proprio la vista dei bassorilievi e delle statue antiche a ridestare negli artisti cristiani dell'Italia dantesca l'incantamento davanti alla dignità umana, all'autorità morale e allo splendore fisico dei volti e dei corpi. E non è lontano dal persuaderci, altrettanto involontariamente, che il cattolicesimo italiano con i suoi artisti, una volta ritrovato e rianimato il meraviglioso potere educativo delle immagini somiglianti, non si è precluso le corde dell'antica lira. I pittori italiani che riscopriamo graziea questo ammirevole "livre d'heures" hanno inventato, alla luce dell'Incarnazione e della Risurrezione, solfeggi e melodie capaci di rinnovare profondamente le nostra percezione del palcoscenico umano. Le loro immagini ispirate hanno inseguito, scavato, effuso la redenzione dell'uomo e del mondo inaugurata dal sorgere del Cristo nel tempo della Storia. Nel Museo immaginario di un esegeta onesto e penetrante come Paul Veyne, davanti al susseguirsi di capolavori così diversi tra loro, benché appartenenti alla stessa famiglia spirituale, vediamo la storia della pittura italiana come l'equivalente visivo della Passione secondo San Matteo di Johann Sebastian Bach: una Passione in cui compaiono il Doge Loredan di Giovanni Bellini, la Maddalena del Tiziano, e Santa Caterina da Siena del Tiepolo, ai Gesuati.


fonte: Repubblica


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