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marzo 03, 2012

Cumuli di escrementi e di amianto nei sotterranei, benvenuti nell’ospedale Niguarda, il più grande del Nord.

ospedale_NiguardaCumuli di escrementi e di amianto nei sotterranei. Taniche di sostanze tossiche davanti a Pediatria. Cadaveri ammucchiati perché mancano i loculi. Mentre coi fondi si finanziano faraonici progetti di facciata. E' l'ospedale Niguarda, il più grande del Nord.
C'è una sporcizia scandalosa. Come in quello all'ingresso di Ostetricia, pediatria e chirurgia pediatrica dove è allineata una fila di taniche di sostanze tossiche che dovrebbero essere rimosse ogni giorno. Il cartellino rivela che alcune sono abbandonate lì dal 2 novembre 2011. Eppure nella sede della cooperativa che ha in appalto la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri, capita di vedere dipendenti giocare a carte o dormire a gambe all'aria sui sedili dei piccoli trattori.

Cadaveri ammucchiati.
Nemmeno i bambini più sfortunati meritano un trattamento di favore. Per i piccoli che muoiono in reparto e devono essere conservati in cella frigorifera, non si sprecano posti. Questo è il più grande ospedale del Nord: 1.300 letti, 131 mila ricoveri all'anno. Ma di loculi refrigerati ce ne sono per quattro corpi soltanto. Così in attesa della sepoltura, racconta un dipendente, il bimbo "perché è più corto" viene sdraiato a contatto con un cadavere adulto sulla stessa piastra d'acciaio. Ai genitori non raccontano nulla. Per pietà. E poi ecco gli escrementi nei sotterranei. Non quelli di un cane randagio, come nel 2007 al Policlinico Umberto I di Roma. No, questi sono escrementi umani. Almeno una decina, proprio sotto gli ambulatori di reumatologia e di riabilitazione cardiologica. Da sopra non si sente l'odore. Qui sotto la puzza di feci e urina è insopportabile. E questo è il tunnel che si affaccia a pochi metri dal deposito dei secchi e degli stracci con cui vengono lavate le camere dell'unità spinale, terapia intensiva, neurorianimazione e altri settori delicati. In tredici giorni nessuno rimuove gli escrementi. Nessuno disinfetta.

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Malati dietro le sbarre.

Non è in discussione la qualità dell'assistenza sanitaria. L'ospedale Ca' Granda di Milano Niguarda è nell'elenco delle eccellenze europee. I trapianti, le ricerche di rilievo mondiale, gli ottimi risultati nelle cure. Ma la capacità e la pulizia garantita da medici e infermieri non la ritrovi fuori dei loro reparti. Proprio dove contano la trasparenza degli appalti, l'efficacia della gestione, il rispetto della buona amministrazione si raccoglie l'indecenza. Il modello lombardo che gestisce la salute ha il suo volto nascosto. Malati e parenti non possono vederlo. Bisogna lavorarci dentro per scoprirlo. Non è necessario un contratto di assunzione. Gli operai in appalto e subappalto esterno sono centinaia. Qui perfino i latitanti della 'ndrangheta venivano a incontrarsi, accompagnati da un archivista.

Basta accodarsi. Una tuta blu da indossare, identica a quella degli addetti alla rimozione dei rifiuti. Scarponcini da lavoro. Guanti in lattice. E una telecamerina per filmare tutto. Si vede così il paziente di Psichiatria 3. E' in piedi dietro la porta del reparto chiusa a chiave. Chiede di essere liberato. E' un ragazzo dello Sri Lanka. La barriera blindata in quel momento è aperta. Ma arriva un uomo in camice bianco. Schiaccia un interruttore sul muro. E bisogna scansarsi. Le due ante si chiudono con un botto sulla sua debole voce. Dopo quattro giorni il ragazzo è ancora chiuso lì dentro, incorniciato dietro la finestra antisfondamento della porta blindata. Fine della speranza di uscire. E poi i sacchi di amianto nei sotterranei ridotti a latrina. La sporcizia. Gli operai che giocano a carte. Il collega che dorme. La confessione sui bambini e le celle comuni in obitorio. Gli escrementi.
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Benvenuti al Nord.
Il volto ufficiale è quello che appare nel nuovissimo blocco Sud. Illuminato dai faretti, dai soffitti in cristallo, dalle vetrine dei negozi aperti dentro l'ospedale. E' la "Shopping-gallery" inaugurata nel novembre 2010. L'hanno chiamata proprio così, con la scritta adesiva sui vetri. Sembra il duty-free di un aeroporto. Manca la farmacia. Ma puoi comprare caramelle, orologi di marca. Perfino biancheria sexy e perizoma. "Una struttura", sono le parole del direttore generale, Pasquale Cannatelli il giorno dell'inaugurazione, "nella quale si inserisce in modo armonico, funzionale e non invasivo una attività commerciale caratterizzata prevalentemente da servizi alla persona". Cosa se ne fa una pensionata milanese di un perizoma?

Diciannove milioni di fatturato. E nemmeno una scopa. Quanti euro costa una scopa? Ce ne vorrebbe una nuova, un po' d'acqua e tanto disinfettante. Qui, nella baracca lurida sotto il reparto di Malattie infettive, chiunque potrebbe rubare una cassa di rifiuti e abbandonarla in un vagone della metropolitana. La porta l'hanno scassinata. Sul fianco delle casse, sopra la R su sfondo giallo, c'è un avviso che scatenerebbe il panico: "Materie infettive. In caso di danno o di fuga avvertire immediatamente le autorità di sanità pubblica". La scopa appoggiata all'angolo è sporca e consumata. Lo spazzolone è peggio. Il pavimento, una schifezza. Davanti alla baracca, sul marciapiede e l'aiuola, svolazzano guanti in lattice, garze e cartacce vecchi di mesi. Nell'erba risplende un lenzuolo. Le infermiere scendono a lasciare i sacchi neri e le casse sigillate con i rifiuti infettivi. Entrano nella baracca. Poi risalgono nei reparti con le stesse ciabatte di gomma. Fanno lo stesso le colleghe di quasi tutti i padiglioni.
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Cumuli di rifiuti.
Chissà se l'impresa che gestisce il subappalto dello smaltimento ha una scopa nuova. La cooperativa ha sede nel deposito dell'ospedale dove viene accumulato il materiale pericoloso. Le casse con i rifiuti sono sul rimorchio di un Tir, parcheggiato senza motrice. E' pieno ma non parte. Altre centinaia sono accatastate sotto la tettoia. Tutto questo, a pochi passi dalla centrale termica e dalle cisterne di combustibile. Raccontano che la muraglia di casse di plastica sia cresciuta nelle ultime settimane.

Da quando hanno deciso di ridurre le corse dei camion che le portano all'inceneritore. Prima i rifiuti venivano smaltiti tutti i giorni. Lo diceva ieri un dipendente: "Li trasferiscono a Reggio Emilia. Svuotano il contenuto nell'inceneritore e lavano le casse per rimandarle indietro. Adesso però il camion arriva solo una volta ogni tre giorni". E la scopa? Meglio lasciar perdere. Oggi dei tre colleghi di turno, due giocano a carte sul tavolo del piccolo ufficio. Il terzo dorme sul trattore, con le gambe all'insù appoggiate al parabrezza.
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Niente acqua.
Qualcosa scricchiola pure nei servizi del blocco Sud. Le avveniristiche fotocellule che aprono i rubinetti si rompono. Niente acqua. Nessuno le ripara. Mancano le mascherine agli interruttori e i coperchi alle scatole elettriche nei bagni. Al piano -2, sotto i blocchi operatori, una cassa di medicinali citotossici è lì da giorni. Al settore C i carrelli dei rifiuti sono a pezzi. Per terra una siringa, boccette, carta, una grande macchia che sembra sangue. Al secondo piano, sul pianerottolo di terapia intensiva riservato al personale, è vietato fumare. Decine di mozziconi di sigaretta riempiono un bicchiere sul primo gradino. Altre cicche arredano il pavimento da giorni. Anche qui basterebbe una scopa.

Le nuove camere hanno già fatto arrabbiare qualche cardiologo. Sono attrezzate. C'è di tutto. Ma le hanno progettate piccolissime. Quando ci sono due letti affiancati, un tavolino per letto, magari il supporto per la flebo, si fa fatica a far entrare un defibrillatore. E in cardiologia, dove una manciata di secondi può decidere la vita o la morte, non è un imprevisto da poco. E poi la questione della privacy. La palazzina è costruita in modo curioso. Basta avvicinarsi a una delle grandi vetrate dei corridoi. Si assiste a tutto quello che accade oltre le finestre delle camere di fronte. Proprio a tutto.

Si torna sottoterra. Medicina nucleare è più o meno a metà strada del nuovo tunnel. Ed ecco una cassa con pezzi di circuiti elettronici da smaltire. Abbandonata contro il muro da 13 giorni. Lungo il percorso che accompagna i pazienti al laboratorio di radioterapia. Uno dei cantieri dove stanno raschiando l'amianto dai tubi è proprio da queste parti. Una quarantina di metri. Per questo il sotterraneo è disseminato di sacchi giganteschi. Non dovrebbero essere rimossi al più presto? "Ma sì, sono lì da quattro giorni", mente un muratore.
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