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marzo 14, 2012

L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa.

nigeria_etnica_mapScioperi e proteste, con morti e feriti, si susseguono in un Paese dove le ingiustizie sociali sono sempre più macroscopiche: due terzi dei nigeriani vivono con meno di due dollari al giorno, mentre l’80% delle enormi risorse è in mano all’1% più ricco.

E nel nord del Paese un gruppo terroristico islamico compie attentati che fanno strage di cristiani ed animisti.

L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa. Il primo produttore di petrolio del continente (e l’ottavo al mondo) è sempre più stretto nella tenaglia di durissime proteste sociali e furore religioso. Mentre il governo (guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan) resta distrattamente a guardare applicando inutili e populistiche toppe ad una situazione incandescente, come la proposta di ridurre del 25% lo stipendio dei parlamentari.

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Il 65% dei 160 milioni di nigeriani vive con meno di due dollari al giorno, perché quasi l’80% delle enormi risorse del Paese è saldamente concentrato nelle mani di meno dell’1% della popolazione. Una iniqua distribuzione della ricchezza è alla base dello storico malcontento che produce violenza endemica i cui rivoli si diversificano a seconda delle convenienze del regime al potere.

Cinque giorni consecutivi di sciopero generale hanno paralizzato il Paese ad inizio gennaio (lasciando sull’asfalto almeno una quindicina di manifestanti uccisi da esercito e polizia) e convinto il presidente a ripristinare il 30% del sussidio statale per calmierare il prezzo della benzina.

 Il costo del carburante era infatti raddoppiato dal primo gennaio per decisione unilaterale del governo che ha giustificato la soppressione della sovvenzione statale per ridurre la spesa pubblica ed incoraggiare gli investimenti locali nel settore della raffinazione. Infatti il paradosso della Nigeria è che sebbene l’esportazione di greggio e gas copra il 95% dell’export complessivo, deve poi importare l’85% dei prodotti raffinati per le scarse capacità produttive interne. Un sistema che è andato in cortocircuito e non bastano le promesse dei soliti ricchi di investimenti nella raffinazione in grado di creare anche occupazione e sviluppo.

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Ma a gettare benzina sul fuoco dell’instabilità politica si aggiungono le stragi di cristiani ed animisti nel nord-est del Paese (a maggioranza musulmana) ad opera di un gruppo terroristico islamico chiamato Boko Haram, collegato ad Al Qaeda. La situazione è andata peggiorando quando nella notte dello scorso Natale sono esplose contemporaneamente in alcune chiese cattoliche una serie di bombe che hanno provocato 49 vittime tra i fedeli riuniti per le celebrazioni. La violenza si è allargata a macchia d’olio registrando (al 20 gennaio) complessivamente un centinaio di morti.

I leader della comunità cristiana (che costituisce il 40% della popolazione nigeriana) hanno bollato gli eccidi come «una sistematica pulizia etnica e religiosa». Qualcuno di loro ha anche ipotizzato il ricorso all’uso delle armi per proteggere famiglie e proprietà dal piano dei terroristi che mira a cacciare i cristiani dagli stati federali nord-orientali, impadronirsi dei loro beni e instaurare la legge coranica. Ma nonostante le apparenze non ci troviamo al cospetto di una guerra di religione. La chiesa locale ha sempre rintuzzato facili semplificazioni ad uso e consumo dell’occidente abituato a leggere gli avvenimenti africani con occhiali che ne distorcono la reale comprensione per la mancanza di strumenti adeguati di conoscenza reale.
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La setta di Boko Haram (che in lingua hausa significa «l’istruzione occidentale è peccato») fu fondata da Mohammed Yusuf, un imam dotato di grande carisma, un oratore leggendario con enormi capacità di convinzione. Le sue predicazioni mettevano alla gogna il sistema scolastico, ovvero l’istruzione occidentale con cui sono stati educati i politici nigeriani. Insomma non le solite intemerate contro il consumo di alcolici, l’ascolto della musica e gli abiti discinti. Ma un modo molto più sottile ed incisivo per criticare preparazione e selezione di una classe politica complessivamente avida, corrotta e inadeguata (o apertamente schiava delle multinazionali del petrolio) incapace di governare il Paese più popolato d’Africa.

Boko Haram crebbe nel consenso popolare in pochissimi anni fino alla svolta del 2009 quando l’esercito di Abuja (che aveva fatto finta fino allora di non vedere quanto stava avvenendo) decise un intervento armato che costò la vita a tremila militanti del gruppo fondamentalista asserragliati in una moschea. Fu il salto di qualità per i reduci per far nascere il braccio armato e guadagnare ulteriori consensi anche tra i musulmani moderati. La nuova fase coincise con la grande abilità dei nuovi leader di Boko Haram nel trasformare le rivalità etniche (che storicamente dividono le popolazioni del nord-est sfociando anche in carneficine) in violentissimi scontri di carattere inter-religioso.
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Bisogna tener presente che la Nigeria (composta da 36 stati federali, in 12 dei quali sulla carta vige la sharia, ovvero la legge coranica) è una nazione che proprio per la sua particolare struttura è caratterizzata da profonde diversità etniche, religiose, culturali, linguistiche, in cui i fortissimi squilibri economici e sociali acutizzano le differenze. Nel nord (a maggioranza musulmana) sono stati solo i cristiani a godere dei frutti della modernità, mentre i musulmani hanno sempre rifiutato il progresso.

Nel 1992 ci furono analoghe stragi di cristiani organizzate dai fondamentalisti islamici che si opponevano al progresso occidentale: il governo aspettò che la situazione degenerasse per intervenire con inusitata violenza. Del resto l’autorità centrale non si è mai preoccupata della modernizzazione del nord (a fronte di un sud a maggioranza cristiana, più ricco e sviluppato), concedendo anzi ampio potere agli sceicchi locali. Questo atteggiamento ha così favorito la nascita di oligarchie locali in forte competizione tra loro che hanno caratterizzato la gestione clientelare delle risorse petrolifere, la corruzione, ed hanno alimentato a dismisura la povertà nella stragrande maggioranza della popolazione.
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Non contribuiscono a rasserenare il clima politico le accuse al presidente cristiano Goodluck Jonathan di aver violato la regola (non scritta ma sempre rispettata) dell’alternanza tra un capo di Stato cristiano ed uno musulmano. Jonathan è salito al potere dopo la morte del presidente Yar’ Aduo (di fede islamica) di cui era vicepresidente, senza quindi svolgere l’intero mandato. Per questo ha potuto far valere il suo diritto alla candidatura. Ma oggi è sempre più un uomo solo al comando: abbandonato dal suo stesso esecutivo e dagli alti vertici del potente esercito. Ed a poco è servita anche la sua denuncia che la setta di Boko Haram gode di complicità e connivenze tra le più alte cariche dello Stato.

Il gigante con i piedi di argilla rischia di disintegrarsi.

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