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maggio 14, 2012

Argentina, sì alla morte dignitosa, l’ennesima lezione di civiltà.

eutanasiaDall’Argentina l’ennesima lezione di civiltà.

Il Senato ha approvato la Ley de la muerte degna che garantisce il diritto dei malati terminali a rifiutare interventi chirurgici, trattamenti medici e di rianimazione per prolungare una vita ormai segnata. Una decisione che permettere di dire no all’accanimento terapeutico.

Le persone che soffrono di “malattie irreversibili e incurabili o che sono allo stadio terminale” – dice la nuova legge – avranno dunque il “diritto a manifestare la propria volontà rifiutando pratiche di chirurgia e di rianimazione artificiale” e di dire basta a tutti i trattamenti miranti a prolungare loro la vita. Una norma che i senatori hanno approvato all’unanimità, confermando la decisione presa a novembre dalla camera dei deputati.
Una legge che ritiene fondamentale la dignità umana e garantisce anche la libertà di cambiare idea. Nei casi in cui un paziente non sia in grado di manifestare la proprio volontà per ragioni fisiche, lo potranno fare i suoi parenti diretti. E se la decisione verterà per la fine di ogni accanimento terapeutico, che fine sia, senza che il personale medico rischi di essere perseguito dalla legge.

Esclusa da questo ventaglio di possibilità l’eutanasia attiva, ossia il suicidio assistito, che invece continuerà a essere equiparata all’omicidio. La Legge sulla morte dignitosa inquadra solo i malati che già vivono lo stadio terminale della malattia e per i quali non c’è più niente da fare e che decidono di morire naturalmente senza inutili ulteriori sofferenze. La moderna medicina, attraverso terapie farmacologiche, alimentazione, idratazione e respirazione artificiali riesce ormai a prolungare la vita anche per periodi molto lunghi, ma la domanda se quella sia una vita sta spingendo sempre più governi a regolamentare il diritto alla scelta.
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Un diritto che il Parlamento argentino sentì di dover provvedere a garantire quando nell’agosto scorso la madre di una bambina in stato vegetativo dalla nascita chiese pubblicamente l’urgente applicazione di una legge sulla muerte degna, che permettesse di sottrarre la figlia alle terapie miranti solo a prolungarne l’agonia.

Un dramma che Selva Herbón – professoressa 37enne – descrisse in una lettera alla presidente argentina Cristina Fernández de Kirchner, in cui chiese appunto la possibilità di far morire degnamente sua figlia Camilla, due anni all’epoca, che lei considerava vittima di una “chiara ostinazione terapeutica” dei medici, i quali si rifiutavano di spengere le macchine che la tenevano in vita solo per paura di commettere un reato.
 
“La situazione di mia figlia è irrecuperabile e irreversibile”, aveva precisato Selva, ma un vuoto giuridico mi impedisce di far spegnere queste macchine a cui è attaccata da sempre e dalle quali dipende la sua vita. Madre di un’altra bambina di otto anni, Selva aveva commosso l’Argentina e scaturito un dibattito sfociato poi in una legge scritto in nome della dignità umana. “Io sono sua madre e dico che Camilla non ha una vita degna – aveva detto – Non vede, non sente, non piange e non sorride. Io e mio marito non vogliamo che abbia una vita mantenuta artificialmente”. E da oggi il suo desiderio è realtà.

“Si chiude una nuova tappa – ha commentato oggi il padre Carlos Sánchez – sono tre anni di lotta, dolore e sofferenza che non finiscono qua, perché adesso manca il passo più difficile: lasciare andare Camilla”.
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