
È inoltre necessario esortare la popolazione a sostenere le avventurose iniziative della politica estera. Di solito la popolazione è pacifista, proprio come lo è stata durante la Prima guerra mondiale, perché non vede ragioni per lasciarsi coinvolgere in massacri e torture. Quindi bisogna spronarla, e per spronarla occorre spaventarla. Lo stesso Bernays ha ottenuto un risultato importante in questo campo: è lui che ha condotto la campagna di pubbliche relazioni per la United Fruit Company nel 1954, quando gli Stati Uniti decisero di rovesciare il governo capitalista democratico del Guatemala, sostituendolo con un gruppo di assassini provenienti dalle fila degli squadroni della morte, ancora oggi al potere grazie ai costanti aiuti statunitensi finalizzati a prevenire svolte democratiche che non siano solo formali. Si rende necessario imporre di continuo programmi di politica interna cui il popolo è contrario, perché non ha ragione di appoggiare programmi che vanno contro ai propri interessi.
E anche questo richiede una propaganda massiccia. Negli ultimi decenni ne abbiamo visti molti esempi. Le politiche di Reagan, per esempio, erano estremamente impopolari. Due terzi degli elettori che lo avevano insediato alla Casa Bianca nel 1984 speravano che il suo programma non si sarebbe realizzato. Se ne esaminate i punti, uno a uno, come quello relativo agli armamenti o al taglio della spesa sociale, capirete che la popolazione era fortemente contraria alla politica reaganiana. Ma finché viene costretta al ruolo di semplice spettatore, non ha modo di organizzarsi o di esprimere ciò che pensa, né di venire in contatto con altri che condividano la sua stessa opinione. La persona che nei sondaggi afferma di preferire la spesa sociale alla spesa militare (come ha fatto una larghissima maggioranza) si convince di avere convinzioni folli, perché non ha mai sentito affermare niente di simile e crede che nessuno la pensi così. Chi dà questo tipo di risposte nei sondaggi si pone in qualche modo al margine, e poiché non ha occasione di incontrare altre persone che condividano o rafforzino il suo punto di vista e lo aiutino ad articolarlo, si sente diverso, escluso. Così si fa da parte e non presta attenzione a quanto accade.
Fino a un certo punto, quindi, l'ideale di democrazia è stato realizzato, anche se non completamente. Ci sono istituzioni, infatti, che fino a oggi è stato impossibile distruggere. Le Chiese, per esempio, esistono ancora. Buona parte dell'attività dissidente negli Stati Uniti proviene dalle chiese, per la semplice ragione che esistono. Nei paesi europei la partecipazione politica avviene con ogni probabilità nelle sedi sindacali. Negli Stati Uniti questo non può accadere, perché i sindacati sono rarissimi, e quelli che ci sono non rappresentano organizzazioni politiche. Ma le Chiese ci sono e spesso i discorsi politici vengono fatti in quelle sedi. Le attività dei gruppi di solidarietà con il Centroamerica sono nate principalmente nelle Chiese.

Il gregge smarrito non è mai abbastanza domato e quindi la battaglia è continua. Negli anni trenta ha levato la testa ed è stato tenuto a bada. Negli anni sessanta ci fu una nuova ondata di dissenso, etichettata dalla classe specializzata "crisi della democrazia". La crisi consisteva nel fatto che ampi settori della popolazione si stavano organizzando e cercavano di partecipare concretamente all'attività politica. Qui si ritorna alle due concezioni di democrazia. Secondo la definizione del dizionario, si trattava di un progresso; secondo la concezione predominante, invece, era un problema, una crisi che occorreva superare. La popolazione doveva essere ricondotta all'apatia, all'obbedienza e alla passività che costituiscono la sua giusta condizione. Bisognava fare qualcosa per superare la crisi, ma gli sforzi fatti non ebbero successo.
La crisi della democrazia è ancora in atto, per fortuna, ma non si è dimostrata molto efficace nel cambiare la politica. Riesce tuttavia a cambiare le opinioni, contrariamente a quanto credono molti. Dopo gli anni sessanta sono stati fatti grandi sforzi per rovesciare e sconfiggere questa "malattia", che in certe manifestazioni ha ricevuto addirittura un nome: "sindrome del Vietnam", per esempio. La sindrome del Vietnam, definizione che ha cominciato a circolare intorno al 1970, è stata anche descritta: l'intellettuale reaganiano Norman Podhoretz l'ha definita "la malsana inibizione suscitata dall'uso della forza militare". Una larga parte della popolazione ne è stata affetta, non
riuscendo a capire perché si dovessero torturare, ammazzare e bombardare popolazioni di altri paesi. È molto pericoloso contrarre quella malsana inibizione, come aveva ben capito Goebbels, perché può ostacolare la conquista del mondo. È necessario, come ha affermato il Washington Post con un certo orgoglio durante l'isteria collettiva della guerra del Golfo, inculcare nel popolo il rispetto per il "valore militare". Certo, è una cosa importante: se il disegno politico è la costruzione di una società violenta che usa la forza nel resto del mondo per raggiungere gli scopi voluti dall'élite che la governa, è necessario dimostrare apprezzamento per il "valore militare", e non lasciarsi fuorviare da sciocche inibizioni sull'uso della violenza. È necessario superare la sindrome del Vietnam.
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