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settembre 05, 2026

La Santa Casta della Chiesa:  Dalla Legge delle Guarentigie alla speculazione

Il 20 settembre 1870 finisce lo Stato Pontificio; le finanze vaticane non possono contare più sulle tasse dei sudditi e sulle rendite territoriali. Niente bilanci, niente Zecca. Oltretutto il Vaticano è isolato dai vescovadi e dalle diocesi, senza contare che lo Stato italiano ha attuato una serie di espropri di conventi nella penisola e in particolare a Roma per far posto ai ministeri, oltre all’insediamento del re d’Italia nel palazzo del Quirinale e del Tribunale nell’oratorio borrominiano alla Chiesa Nuova. Si sono salvati gli edifici costruiti su iniziativa personale di monsignor Xavier de Merode di fronte alla Strada Pia, futura via Nazionale, nonché i terreni ai Prati di Castello, che lo Stato italiano si vedrà costretto ad acquistare per entrarne in possesso, essendo prorietà privata di questo intraprendente monsignore imprenditore. È un’operazione notevole che indirettamente contribuirà ad arricchire le magre finanze della Santa Sede, oltre ad essere d’esempio per un’altra strada da percorrere in futuro, che si chiamerà speculazione edilizia.

La Camera Apostolica, che sovrintende alle finanze dello Stato sotto la direzione del cardinale Giacomo Antonelli, perde invece ogni compito e prestigio; sopravvive per l’ordinaria amministrazione, anche se su una base economica molto limitata. Del resto Pio IX con l’enciclica Ubi Nos ha respinto la Legge delle Guarentigie, che avrebbe assicurato al papa la somma annua di 3.225.000 lire e al Vaticano il riconoscimento di alcune proprietà immobiliari.

«Con questa somma», spiega l’articolo 4 della legge, «pari a quella inscritta nel bilancio romano sotto il titolo “Sacri palazzi apostolici, Sacro collegio, Congregazioni ecclesiastiche, Segreteria di Stato ed Ordine diplomatico all’estero”, s’intenderà provveduto al trattamento del Sommo Pontefice e ai vari bisogni ecclesiastici della Santa Sede, alla manutenzione ordinaria e straordinaria, e alla custodia dei palazzi apostolici e loro dipendenze; agli assegnamenti, giubilazioni e pensione delle guardie, di cui nell’articolo precedente, e degli addetti alla Corte Pontificia, e delle spese eventuali; nonché alla manutenzione ordinaria e alla custodia degli annessi musei e biblioteca, e agli assegnamenti, stipendi e pensioni di quelli che sono a ciò impiegati.

La dotazione di cui sopra sarà inscritta nel Gran Libro del debito pubblico, in forma di rendita perpetua ed inalienabile nel nome della Santa Sede; e durante la vacanza della Sede si continuerà a pagarla per supplire a tutte le occorrenze proprie della Chiesa Romana in questo intervallo.

Essa resterà esente da ogni specie di tassa od onere governativo, comunale e provinciale: e non potrà essere diminuita neanche nel caso che il Governo italiano risolvesse posteriormente di assumere a suo carico la spesa concernente i Musei e la Biblioteca».

L’articolo 5 specifica che «il Sommo Pontefice, oltre la dotazione stabilita nell’articolo precedente, continua a godere dei palazzi apostolici Vaticano e Lateranense, con tutti gli edifizi, giardini e terreni annessi e dipendenti, nonché della villa di Castel Gandolfo con tutte le sue attinenze e dipendenze.

«I detti palazzi, villa ed annessi, come pure i Musei, la Biblioteca e le collezioni d’arte e di archeologia ivi esistenti, sono inalienabili, esenti da ogni tassa o peso, e da espropriazione per causa di utilità pubblica».

Non è un cattivo affare, ma il papa non l’accetta, perché si tratta di una soluzione non negoziata e anche perché viene giudicata un’elemosina. In ogni caso la somma di denaro, essendo «inscritta nel Gran Libro del debito pubblico, in forma di rendita perpetua ed inalienabile», costituirà un punto di partenza per la risoluzione economica che sarà definita nei Patti Lateranensi.

La sola nota positiva per la Santa Sede è costituita dal fatto che nel regno d’Italia per i parroci entra da subito in funzione lo stipendio, ovvero la congrua; questa decisione governativa è a margine della Legge delle Guarentigie e quindi viene messa in pratica, perché naturalmente non è rifiutata dal papa. Il Vaticano invece si deve ingegnare per incrementare le entrate sfruttando elemosine e offerte; così pensa di ricorrere all’Anno Santo nel 1875, che sottintende le offerte dei pellegrini. Si svolge però “a porte chiuse” e lo si lucra visitando una sola delle quattro basiliche per 15 giorni. Lo stesso Pio IX lo inaugura l’11 febbraio 1875 in San Pietro, ma senza l’apertura della Porta Santa.

I pellegrini sono pochi e allora ci s’inventa l’Indulgenza scritta. Dalla Penitenzieria Apostolica viene messa in vendita una pergamena contenente la richiesta dell’indulgenza plenaria in articulo mortis da rivolgere a Pio IX da parte di un massimo di 12 persone; il modello “in bianco” va compilato con nomi e data (da scriversi «prima di portarlo a Sua Santità») per ottenere l’indulgenza solo da parte di «chi è presente a Roma e sta per partire e non se ne può prendere che una». È una sorta di “vendita delle indulgenze” in piccolo.

Più concreta la riorganizzazione dell’Obolo di San Pietro in opera pontificia con l’enciclica Saepe, Venerabiles Fratres del 5 agosto 1875, per il quale viene fissata la raccolta dell’offerta in tutto il mondo per il giorno della festa di san Pietro del 29 giugno. Sarà versata dai fedeli al papa perché l’adoperi per gli usi che egli ritiene più opportuni in favore del mondo cattolico.

L’Obolo di San Pietro in pratica è l’unica risorsa fissa, che all’epoca ammonta a circa 5 milioni di lire. Quindi il cardinale Antonelli progetta di sfruttare quell’obolo collegando le magre casse vaticane con il mondo finanziario esterno, quello laico, arricchendolo con gli interessi delle banche non italiane. Il cardinale Antonelli apre un primo conto presso la Société Générale e un secondo presso la Banca d’Inghilterra; e arrivano i frutti di questa operazione che nell’arco di sei anni, alla morte dell’Antonelli nel 1876, porta il patrimonio della Santa Sede ad un capitale di 30 milioni di lire circa, tra depositi bancari e titoli di credito.

Si attua così la prima operazione bancaria del Vaticano fuori del proprio territorio all’insegna della illegalità, perché costituisce in fondo un trasferimento di capitale all’estero, anche se a quel tempo le regole non erano definite come oggi. Ma resta una strada che fa scuola. Il nuovo amministratore, il cardinale Giovanni Simeoni, non tocca il capitale, ma cambia la politica bancaria dell’Antonelli e preferisce investire i nuovi soldi in titoli, anche per evitare indiscrezioni sul capitale pontificio. Nasce di qui l’idea di “speculare” per ricostruire le finanze della Santa Sede in un sistema moderno ed efficiente; in ogni caso ci si prefigge di non rendere più pubblici i bilanci annuali, così che si avrà solo notizia di acquisti di biblioteche, incorporate alla Biblioteca Vaticana.

Peraltro, a fronte di questa attività speculativa, c’è da tener presente l’opera da autentico imprenditore portata a termine da monsignor De Merode in veste di Grande Elemosiniere, dal quale non arrivano solo le elemosine. Già dal 1871 lo Stato italiano e quindi il Comune di Roma stipulano con de Merode le prime cessioni nella zona di Termini, nel tratto iniziale della via Nazionale e all’Esquilino; nei due anni successivi vengono firmate le convenzioni per il Celio, Castro Pretorio e la zona attorno a Santa Maria Maggiore. È un’operazione notevole che indirettamente contribuisce all’arricchimento delle finanze della Santa Sede, oltre ad essere d’insegnamento per un’altra strada da percorrere in futuro, che si chiamerà speculazione edilizia.

fonte_ Claudio Rendina

agosto 16, 2026

Le vicissitudini del denaro e delle proprietà del Vaticano dal 1870 a oggi

Dal 1870, le proprietà e le finanze vaticane hanno attraversato la perdita del potere temporale, i Patti Lateranensi (che hanno creato lo Stato della Città del Vaticano e fornito risarcimenti), la nascita dello IOR (Banca Vaticana), scandali finanziari, ristrutturazioni (come l'APSA e la Segreteria per l'Economia), e l'approccio alla trasparenza, con fonti di reddito che includono donazioni (Obolo di San Pietro), investimenti immobiliari e fondi statali italiani (8 per mille), affrontando debiti e complessità gestionali fino ad oggi.

 

La Santa Sede fin dalle origini si è avvalsa di ecclesiastici particolarmente dotati di qualità amministrative.

 

A cominciare dal papa Callisto I, che gestì le catacombe, per approdare alla Camera Apostolica presieduta invece da laici, parenti del papa regnante, con la relativa “Stanza del Tesoro” in veste di deposito del denaro, come quella del romano Castel Sant’Angelo con i grandi forzieri di Sisto V.

 

Parallelamente si è avuta l’istituzione di una Zecca, rimasta in funzione fino al 1870, che coniava monete di bronzo, argento e oro, e di seguito la gestione di istituti bancari come il Banco di Santo Spirito, fondato da Paolo V nel 1605 e nato per fronteggiare le esigenze economiche dell’ospedale del Santo Spirito, ma in realtà predisposto ad amministrare offerte, vendite, prestiti e giacimenti aurei della Santa Sede.

 

Infatti quella banca è sorta parallelamente alla vendita degli uffici e alla fondazione dei “luoghi di monte”, corrispondenti alle moderne obbligazioni, garantiti dai possedimenti dell’ospedale. Oltre ai monti dei pegni, tra i quali si impose il mitico Monte di Pietà, destinato a restare in vita fino ad oggi, anche se non più sotto l’amministrazione della Santa Sede.

 

Istituti tutti inevitabilmente coinvolti in traffici illeciti: dalla vendita delle indulgenze e delle bolle pontificie allo sfruttameno del Gioco del Lotto, con appropriazione di denaro da parte di cardinali tesorieri, segretari pontifici e donne in veste di “papesse”.

 

Storie in qualche modo anticipatrici di quelle che hanno caratterizzato la riorganizzazione finanziaria del nuovo Stato Pontificio, territorialmente definito nella Città del Vaticano e nelle sue diramazioni dentro Roma, attraverso i trattati politici con lo Stato italiano, segnati da una serie di malversazioni attuate nel XX secolo e in parte mantenute fino ad oggi, grazie ai rinnovati istituti economico-finanziari, opportunamente inquadrati nel contesto finanziario mondiale.

fonte: Claudio Rendina L’Oro del Vaticano

marzo 02, 2026

I tempi e le lungaggini amministrative rappresentano uno dei volti più punitivi della burocrazia italiana.

Indennizzo da ritardo della Pa: il semplice ritardo non basta - Articolo  del 19/06/2026

I tempi e le lungaggini amministrative rappresentano uno dei volti più punitivi della burocrazia italiana. Non si tratta solo di una questione di fastidio quotidiano, ma di un vero e proprio fattore economico che penalizza la competitività del Paese.

Le radici dei ritardi amministrativi

  • Sovrapposizione di competenze: Spesso una singola pratica richiede il parere e l'approvazione di enti diversi (Comuni, Regioni, ministeri, autorità di tutela), che operano senza un coordinamento fluido.

  • La "paura della firma": Per timore di responsabilità legali o contabili (corte dei conti), i funzionari pubblici tendono a rallentare le decisioni, privilegiando passaggi formali estenuanti rispetto all'efficienza.

  • Inerzia nelle Conferenze di Servizi: I tavoli di confronto in cui siedono tutte le amministrazioni coinvolte in un progetto si trasformano frequentemente in iter lunghi e bloccati da veti incrociati.

L'impatto economico: il "costo del tempo"

  • Investimenti bloccati: Per un'azienda, dover attendere mesi o anni per ottenere un'autorizzazione edilizia, una licenza o un via libera ambientale significa immobilizzare capitali e perdere finestre di mercato cruciali.

  • Deterrente per i capitali esteri: Molte multinazionali preferiscono giurisdizioni dove i tempi di risposta dell'amministrazione sono certi e prevedibili, evitando il rischio di contenziosi infiniti.

  • Disuguaglianza territoriale: L'efficienza della macchina pubblica non è omogenea: si passa da uffici estremamente rapidi e digitalizzati a realtà locali in cui le pratiche cartacee marciscono per anni, creando fortissime disparità.

Le riforme e la sfida della digitalizzazione

  • Strumenti di accelerazione: Misure come la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) o il principio del silenzio-assenso sono nati proprio per scardinare i tempi morti, ma la loro applicazione pratica è spesso ostacolata da interpretazioni restrittive a livello locale.

  • La spinta del PNRR: La transizione digitale della Pubblica Amministrazione punta a ridurre le distanze e a informatizzare i processi, ma la trasformazione tecnologica deve andare di pari passo con un profondo cambio culturale degli operatori pubblici.

febbraio 15, 2026

La burocrazia italiana, un fardello quotidiano ed un peso per le Imprese

Un fardello quotidiano ed un peso per le Imprese

La burocrazia è un tema ricorrente nel dibattito pubblico italiano, spesso associato a un senso di frustrazione e impotenza da parte dei cittadini. In un paese come l’Italia, dove la tradizione amministrativa è radicata e complessa, la burocrazia può diventare un vero e proprio ostacolo alla vita quotidiana, al lavoro e all’imprenditorialità. Viviamo praticamente in un “labirinto di norme e procedure”.

La prima impressione che si ha di fronte alla burocrazia italiana è proprio quella di trovarsi di fronte a un labirinto di norme, regolamenti e procedure che sembrano non avere mai fine. Ogni passaggio, che si tratti di richiedere un permesso, di avviare un’attività commerciale o di accedere a servizi pubblici, è spesso costellato di documenti da compilare, timbri da ottenere e attese interminabili. Questo processo non solo consuma tempo prezioso, ma genera anche un clima di frustrazione per chi si trova a dover affrontare quotidianamente queste incombenze. Questa situazione favorisce il nascere di agenzie che offrono servizi ai cittadini.

Molti cittadini si sentono impotenti di fronte a una burocrazia che appare spesso inutile e avvilente. Procedure complesse e ripetitive sembrano non avere una ragione d’essere, alimentando la sensazione che la burocrazia sia più un ostacolo che un aiuto. Innumerevoli storie di cittadini che si sono trovati a dover ripetere la stessa pratica più volte, a causa di errori formali o della mancanza di informazioni chiare, sono all’ordine del giorno. Questo porta a una perdita di fiducia nelle istituzioni e nel loro operato.

Fonte: Radio Erre

Le piccole e medie imprese, cuore pulsante dell’economia italiana, sono tra le categorie più colpite da questa situazione. La burocrazia eccessiva rappresenta un costo significativo, sia in termini di tempo che di risorse economiche. Molti imprenditori si trovano costretti a dedicare una parte consistente della loro energia a districarsi tra le maglie di una normativa complessa, anziché concentrarsi sulla crescita e sull’innovazione. Questo non solo frena lo sviluppo economico, ma contribuisce anche alla fuga di talenti e investimenti all’estero, dove le procedure burocratiche sono spesso più snelle ed efficienti.

Quali possibili soluzioni? Affrontare il problema della burocrazia in Italia richiede un approccio integrato e determinato. È fondamentale semplificare le procedure, ridurre il numero di documenti richiesti e digitalizzare i servizi pubblici. L’adozione di sistemi informatici avanzati potrebbe permettere una gestione più efficiente delle pratiche burocratiche, rendendo il processo più trasparente e accessibile.

Inoltre, è necessaria una formazione adeguata al personale pubblico, affinché possa fornire un servizio più efficace e orientato al cittadino. Solo così si potrà costruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, cruciale per il buon funzionamento della democrazia, diversamente avremo sempre chi pur di non affrontare il percorso burocratico vivrà nell’illegalità burocratica.

Fonte: ROARS

Ci sono diversi Paesi noti per avere una burocrazia più snella e processi amministrativi semplificati. Ecco alcuni esempi:

Singapore: Riconosciuto per la sua efficienza amministrativa, Singapore ha implementato sistemi digitali che semplificano le interazioni tra cittadini e governo.

Nuova Zelanda: La Nuova Zelanda è spesso citata per il suo approccio pragmatico e per le sue pratiche amministrative efficienti, con un focus sulla semplificazione dei processi.

Estonia: Questo paese baltico ha adottato un approccio digitale innovativo, consentendo ai cittadini di gestire la maggior parte delle pratiche burocratiche online, inclusa la registrazione delle imprese.

Danimarca: La Danimarca ha un sistema di welfare ben organizzato e una burocrazia relativamente semplice, con molte procedure digitalizzate.

Svezia: Anche la Svezia è conosciuta per la sua efficienza burocratica, con un forte focus sulla digitalizzazione e sull’accesso ai servizi pubblici.

Paesi Bassi: I Paesi Bassi offrono una burocrazia snella, con molte procedure amministrative facilmente accessibili online.

Finlandia: La Finlandia ha sviluppato un sistema di servizi pubblici molto efficiente, con una forte attenzione alla digitalizzazione.

Canada: Il Canada ha una burocrazia relativamente snella in molte province, con servizi pubblici accessibili e pratiche semplificate.

Questi paesi tendono a investire in tecnologie digitali e a semplificare i processi per migliorare l’efficienza e ridurre i tempi di attesa. La burocrazia in Italia rappresenta una sfida significativa per la società e l’economia. Affrontare questo problema non è solo una questione di semplificazione, ma un passo fondamentale per migliorare la qualità della vita dei cittadini e stimolare la crescita economica.

Solo attraverso una riforma profonda e condivisa si potrà sperare di rendere la burocrazia un alleato piuttosto che un nemico nel quotidiano degli italiani.

fonte

dicembre 21, 2025

Pionieri dell'Unione Europea: scopri la storia di Winston Churchill.
Winston Churchill

Winston Churchill, l'ex primo ministro britannico che mobilitò una nazione sotto bombardamento, sostenne l'idea dell'integrazione europea e fu uno dei primi a sostenere la creazione degli "Stati Uniti d'Europa".

"Dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti d'Europa."

Winston Churchill

Vita e contesto storico di Winston Churchill.

Quando si pensa a Winston Churchill, la prima immagine che viene in mente è quella di una figura imponente che fa il segno della vittoria mentre fuma un sigaro. 

Questa popolare raffigurazione è solo un aspetto dell'ex ufficiale dell'esercito britannico, corrispondente di guerra e primo ministro. Churchill fu uno dei tanti leader le cui esperienze di guerra li convinsero che solo un'Europa unita poteva garantire la pace.

Una visione per l'Europa.

Nel suo discorso del 1946 all'Università di Zurigo, esortò gli europei a lasciarsi alle spalle gli orrori del passato e a guardare al futuro. Dichiarò che l'Europa non poteva permettersi di continuare a vivere in un contesto di odio e vendetta che covava dalle ferite del passato. 

Per Churchill, il primo passo per ricreare la "famiglia europea" di giustizia, misericordia e libertà era "costruire una sorta di Stati Uniti d'Europa... l'unico modo in cui centinaia di milioni di lavoratori potranno ritrovare le gioie semplici e le speranze che rendono la vita degna di essere vissuta".

Il contributo di Winston Churchill all’idea di Unione Europea.

Winston Churchill, pur essendo ricordato soprattutto come leader britannico durante la Seconda Guerra Mondiale, ebbe un ruolo significativo nella nascita del progetto europeo. Ecco i punti chiave del suo contributo:

Il discorso di Zurigo (1946).

  • Il 19 settembre 1946, all’Università di Zurigo, Churchill invocò la creazione di una “specie di Stati Uniti d’Europa”.

  • Il suo obiettivo era favorire la riconciliazione tra Francia e Germania e garantire la pace duratura nel continente.

Fondazione del movimento “Europa Unita” (1947).

  • Churchill promosse il movimento United Europe Movement, che sosteneva la cooperazione tra Stati europei.

  • Pur favorevole all’integrazione, era contrario a istituzioni sovranazionali troppo vincolanti: preferiva una collaborazione intergovernativa.

Visione britannica.

  • Churchill vedeva la Gran Bretagna come partecipe del progetto europeo, ma non completamente integrata.

  • Celebre la sua frase: “Siamo con l’Europa, ma non in essa. Siamo legati, ma non vincolati” (1930).

  • Questo rifletteva la tradizionale “eccezionalità britannica”: sostegno alla stabilità europea, ma mantenendo autonomia politica ed economica.

Pioniere dell’integrazione.

  • È considerato uno dei “padri fondatori” dell’idea di Unione Europea, insieme a figure come Robert Schuman e Konrad Adenauer.

  • Il suo messaggio di riconciliazione e cooperazione fu fondamentale per avviare il processo che portò, decenni dopo, alla nascita dell’UE.

Sintesi.

Churchill non immaginava la Gran Bretagna come membro pieno di una futura Unione Europea, ma il suo appello a un’Europa unita fu cruciale per ispirare i primi movimenti federalisti e intergovernativi. In sostanza, fu un promotore dell’idea di integrazione europea, pur mantenendo una visione pragmatica e “esterna” per il Regno Unito.winston churchill

Churchill

Fonte

dicembre 12, 2025

Pionieri dell'Unione Europea: scopri la storia  di Walter Hallstein.
Walter Hallstein pionero UE

Walter Hallstein ha utilizzato il suo mandato di primo presidente della Commissione europea per creare il mercato comune e promuovere una rapida e profonda integrazione europea.

Il mercato comune mira all’unione politica dell’Europa.

Walter Hallstein

Vita e contesto storico di Walter Hallstein.

Hallstein affrontò il suo ruolo di Presidente della Commissione con lo stesso impegno per l'unità europea e con la stessa competenza ed esperienza in questo campo che avevano ispirato il Cancelliere Konrad Adenauer a nominarlo presidente della delegazione tedesca alla Conferenza del Piano Schuman sulla costituzione della Comunità europea del carbone e dell'acciaio nel 1950. 

Queste e altre qualità gli furono molto utili durante i suoi nove anni da Presidente, dal 1958 al 1967.

Una visione per l'Europa.

Hallstein fu un convinto sostenitore del progresso dell'unità europea attraverso la formazione di una Comunità Economica Europea. I primi passi verso un'integrazione economica che avrebbe consentito la libera circolazione di persone, merci e servizi furono compiuti durante la Conferenza di Messina del 1955.

Sebbene Hallstein inizialmente desiderasse che la piena integrazione fosse raggiunta il più rapidamente possibile, le realtà politiche dell'epoca lo portarono a riconoscere che una graduale fusione dei mercati degli stati membri sarebbe stata l'opzione più vantaggiosa per tutti.

Nel 1958 entrò in vigore il Trattato di Roma e Hallstein divenne il primo presidente della Commissione della Comunità economica europea.

Discorso di Walter Hallstein a Strasburgo il 2 marzo 1953

https://www.karlspreis.de/files/images/content/Preistraeger/Walter-Hallstein/1961_06.png 

📌 Chi era Walter Hallstein?

  • Giurista e accademico tedesco.

  • Diplomato in diritto internazionale; professore universitario prima e dopo la guerra.

  • Divenne dopo il 1945 un importante diplomatico della Germania Ovest.

📌 Il ruolo nella nascita dell’Europa unita.

  • Partecipò alla Conferenza di Messina (1955), tappa decisiva per il progetto che avrebbe portato ai Trattati di Roma.

  • Fu uno dei negoziatori del Trattato di Roma del 1957, che istituì la Comunità Economica Europea (CEE).

  • Sostenitore convinto di un’Europa federale, vedeva l’integrazione europea come mezzo per garantire pace e prosperità.

📌 Primo Presidente della Commissione Europea.

  • Fu il primo Presidente della Commissione della CEE (1958–1967).

  • Sotto la sua guida:

    • si sviluppò il Mercato Comune;

    • furono avviate politiche comuni, in particolare la PAC (Politica Agricola Comune);

    • venne consolidato il ruolo della Commissione come motore dell’integrazione europea.

📌 La “Dottrina Hallstein”.

  • Nella politica estera della Germania Ovest, la “Hallstein-Doktrin” (fine anni ’50) stabiliva che la RFT non avrebbe mantenuto relazioni con Stati che riconoscevano la Germania Est.
    (È un aspetto separato dal suo ruolo europeo, ma contribuì alla sua notorietà.)

📌 Perché è considerato un padre dell’UE?

Perché contribuì:

  • alla struttura istituzionale delle prime Comunità europee,

  • a rafforzare il ruolo sovranazionale della Commissione,

  • a promuovere un’Europa unita come progetto politico oltre che economico.