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marzo 14, 2015

Verso una terapia genica contro l'emofilia.

Sperimentata con successo nel modello animale una terapia genica per l'emofilia in cui sono stati usati dei lentivirus come vettori del gene corretto. Poco diffusi nell'uomo, questi virus sfuggono più facilmente al sistema immunitario, al contrario degli adenovirus - quelli del raffreddore - contro i quali l'organismo ha in genere molti anticorpi, che ostacolano l'efficacia a lungo termine della terapia genica(red)

Una terapia genica per l'emofilia che sfrutta lentivirus come vettore del gene corretto per inserirlo nelle cellule epatiche è stata sperimentato con successo su cani affetti dalla malattia da un gruppo di ricercatori dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano in collaborazione con Telethon. La ricerca è illustrata in un articolo a prima firma Alessio Cantore pubblicato su “Science Translational Medicine”.

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L'emofilia è una malattia emorragica ereditaria dovuta alla carenza o alla scarsa funzionalità di uno dei fattori di coagulazione del sangue mancante o difettoso. Se a mancare è il fattore di coagulazione VIII si parla di emofilia A, mentre se la carenza riguarda il fattore IX si parla di emofilia B; quale che sia la forma, l'emofilia è lieve se il fattore di coagulazione comunque presente conserva dal 30 al 6 per cento dell'attività normale, moderata se va dal 6 all'1 per cento e grave se è inferiore all'1 per cento.

Verso una terapia genica contro l'emofilia© Andrew Brookes/Corbis
Al contrario dell'attuale terapia dell'emofilia (nota come terapia sostitutiva), che prevede l'infusione periodica per tutta la vita del fattore di coagulazione mancante, la terapia genica mira a introdurre nelle cellule il gene corretto per la produzione della forma corretta del fattore deficitario nel paziente.

Il gene viene inoculato nelle cellule bersaglio da un vettore, tipicamente un virus il cui genoma è stato eliminato e sostituito con la sequenza di DNA del gene. I virus più utilizzati nelle sperimentazioni di terapia genica sono gli adenovirus, che però hanno alcuni inconvenienti. E' infatti facile che l'organismo del paziente ospiti anticorpi contro il virus in seguito a precedenti contatti con ceppi affini (fanno parte degli adenovirus quelli che provocano raffreddori, tonsilliti e faringiti).

Questo da un lato può ostacolare “l'infezione” delle cellule con il gene corretto e dall'altro impedire sul lungo periodo alle cellule “infettate” di esprimere la proteina corretta perché possono diventare esse stesse vittime del sistema immunitario.

Per questo diversi gruppi di ricerca hanno iniziato a studiare la possibilità di usare come vettori i lentivirus, un gruppo di virus che si replicano molto lentamente e la cui prevalenza nell'uomo è molto bassa (al gruppo dei lentivirus appartiene anche l'HIV).

Cantore e colleghi sono riusciti a sviluppare un vettore lentivirale per il trasporto del gene per il fattore IX che hanno testato su un gruppo di cani affetti da emofilia B. Nei cinque anni successivi al trattamento, i cani a cui era stato inoculato il vettore lentivirale hanno avuto un numero di episodi di sanguinamento molto più ridotto rispetto agli animali non trattati. La capacità delle cellule del fegato di produrre stabilmente il fattore di coagulazione è stata poi confermata dalle biopsie epatiche.

La ricerca è stata poi completata con uno studio su diversi ceppi di topi, alcuni dei quali geneticamente predisposti a sviluppare più facilmente tumori. Anche in questi esemplari la terapia non ha portato a mutazioni correlate allo sviluppo di un cancro o altri fenomeni patologici.

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