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settembre 05, 2026

La Santa Casta della Chiesa:  Dalla Legge delle Guarentigie alla speculazione

Il 20 settembre 1870 finisce lo Stato Pontificio; le finanze vaticane non possono contare più sulle tasse dei sudditi e sulle rendite territoriali. Niente bilanci, niente Zecca. Oltretutto il Vaticano è isolato dai vescovadi e dalle diocesi, senza contare che lo Stato italiano ha attuato una serie di espropri di conventi nella penisola e in particolare a Roma per far posto ai ministeri, oltre all’insediamento del re d’Italia nel palazzo del Quirinale e del Tribunale nell’oratorio borrominiano alla Chiesa Nuova. Si sono salvati gli edifici costruiti su iniziativa personale di monsignor Xavier de Merode di fronte alla Strada Pia, futura via Nazionale, nonché i terreni ai Prati di Castello, che lo Stato italiano si vedrà costretto ad acquistare per entrarne in possesso, essendo prorietà privata di questo intraprendente monsignore imprenditore. È un’operazione notevole che indirettamente contribuirà ad arricchire le magre finanze della Santa Sede, oltre ad essere d’esempio per un’altra strada da percorrere in futuro, che si chiamerà speculazione edilizia.

La Camera Apostolica, che sovrintende alle finanze dello Stato sotto la direzione del cardinale Giacomo Antonelli, perde invece ogni compito e prestigio; sopravvive per l’ordinaria amministrazione, anche se su una base economica molto limitata. Del resto Pio IX con l’enciclica Ubi Nos ha respinto la Legge delle Guarentigie, che avrebbe assicurato al papa la somma annua di 3.225.000 lire e al Vaticano il riconoscimento di alcune proprietà immobiliari.

«Con questa somma», spiega l’articolo 4 della legge, «pari a quella inscritta nel bilancio romano sotto il titolo “Sacri palazzi apostolici, Sacro collegio, Congregazioni ecclesiastiche, Segreteria di Stato ed Ordine diplomatico all’estero”, s’intenderà provveduto al trattamento del Sommo Pontefice e ai vari bisogni ecclesiastici della Santa Sede, alla manutenzione ordinaria e straordinaria, e alla custodia dei palazzi apostolici e loro dipendenze; agli assegnamenti, giubilazioni e pensione delle guardie, di cui nell’articolo precedente, e degli addetti alla Corte Pontificia, e delle spese eventuali; nonché alla manutenzione ordinaria e alla custodia degli annessi musei e biblioteca, e agli assegnamenti, stipendi e pensioni di quelli che sono a ciò impiegati.

La dotazione di cui sopra sarà inscritta nel Gran Libro del debito pubblico, in forma di rendita perpetua ed inalienabile nel nome della Santa Sede; e durante la vacanza della Sede si continuerà a pagarla per supplire a tutte le occorrenze proprie della Chiesa Romana in questo intervallo.

Essa resterà esente da ogni specie di tassa od onere governativo, comunale e provinciale: e non potrà essere diminuita neanche nel caso che il Governo italiano risolvesse posteriormente di assumere a suo carico la spesa concernente i Musei e la Biblioteca».

L’articolo 5 specifica che «il Sommo Pontefice, oltre la dotazione stabilita nell’articolo precedente, continua a godere dei palazzi apostolici Vaticano e Lateranense, con tutti gli edifizi, giardini e terreni annessi e dipendenti, nonché della villa di Castel Gandolfo con tutte le sue attinenze e dipendenze.

«I detti palazzi, villa ed annessi, come pure i Musei, la Biblioteca e le collezioni d’arte e di archeologia ivi esistenti, sono inalienabili, esenti da ogni tassa o peso, e da espropriazione per causa di utilità pubblica».

Non è un cattivo affare, ma il papa non l’accetta, perché si tratta di una soluzione non negoziata e anche perché viene giudicata un’elemosina. In ogni caso la somma di denaro, essendo «inscritta nel Gran Libro del debito pubblico, in forma di rendita perpetua ed inalienabile», costituirà un punto di partenza per la risoluzione economica che sarà definita nei Patti Lateranensi.

La sola nota positiva per la Santa Sede è costituita dal fatto che nel regno d’Italia per i parroci entra da subito in funzione lo stipendio, ovvero la congrua; questa decisione governativa è a margine della Legge delle Guarentigie e quindi viene messa in pratica, perché naturalmente non è rifiutata dal papa. Il Vaticano invece si deve ingegnare per incrementare le entrate sfruttando elemosine e offerte; così pensa di ricorrere all’Anno Santo nel 1875, che sottintende le offerte dei pellegrini. Si svolge però “a porte chiuse” e lo si lucra visitando una sola delle quattro basiliche per 15 giorni. Lo stesso Pio IX lo inaugura l’11 febbraio 1875 in San Pietro, ma senza l’apertura della Porta Santa.

I pellegrini sono pochi e allora ci s’inventa l’Indulgenza scritta. Dalla Penitenzieria Apostolica viene messa in vendita una pergamena contenente la richiesta dell’indulgenza plenaria in articulo mortis da rivolgere a Pio IX da parte di un massimo di 12 persone; il modello “in bianco” va compilato con nomi e data (da scriversi «prima di portarlo a Sua Santità») per ottenere l’indulgenza solo da parte di «chi è presente a Roma e sta per partire e non se ne può prendere che una». È una sorta di “vendita delle indulgenze” in piccolo.

Più concreta la riorganizzazione dell’Obolo di San Pietro in opera pontificia con l’enciclica Saepe, Venerabiles Fratres del 5 agosto 1875, per il quale viene fissata la raccolta dell’offerta in tutto il mondo per il giorno della festa di san Pietro del 29 giugno. Sarà versata dai fedeli al papa perché l’adoperi per gli usi che egli ritiene più opportuni in favore del mondo cattolico.

L’Obolo di San Pietro in pratica è l’unica risorsa fissa, che all’epoca ammonta a circa 5 milioni di lire. Quindi il cardinale Antonelli progetta di sfruttare quell’obolo collegando le magre casse vaticane con il mondo finanziario esterno, quello laico, arricchendolo con gli interessi delle banche non italiane. Il cardinale Antonelli apre un primo conto presso la Société Générale e un secondo presso la Banca d’Inghilterra; e arrivano i frutti di questa operazione che nell’arco di sei anni, alla morte dell’Antonelli nel 1876, porta il patrimonio della Santa Sede ad un capitale di 30 milioni di lire circa, tra depositi bancari e titoli di credito.

Si attua così la prima operazione bancaria del Vaticano fuori del proprio territorio all’insegna della illegalità, perché costituisce in fondo un trasferimento di capitale all’estero, anche se a quel tempo le regole non erano definite come oggi. Ma resta una strada che fa scuola. Il nuovo amministratore, il cardinale Giovanni Simeoni, non tocca il capitale, ma cambia la politica bancaria dell’Antonelli e preferisce investire i nuovi soldi in titoli, anche per evitare indiscrezioni sul capitale pontificio. Nasce di qui l’idea di “speculare” per ricostruire le finanze della Santa Sede in un sistema moderno ed efficiente; in ogni caso ci si prefigge di non rendere più pubblici i bilanci annuali, così che si avrà solo notizia di acquisti di biblioteche, incorporate alla Biblioteca Vaticana.

Peraltro, a fronte di questa attività speculativa, c’è da tener presente l’opera da autentico imprenditore portata a termine da monsignor De Merode in veste di Grande Elemosiniere, dal quale non arrivano solo le elemosine. Già dal 1871 lo Stato italiano e quindi il Comune di Roma stipulano con de Merode le prime cessioni nella zona di Termini, nel tratto iniziale della via Nazionale e all’Esquilino; nei due anni successivi vengono firmate le convenzioni per il Celio, Castro Pretorio e la zona attorno a Santa Maria Maggiore. È un’operazione notevole che indirettamente contribuisce all’arricchimento delle finanze della Santa Sede, oltre ad essere d’insegnamento per un’altra strada da percorrere in futuro, che si chiamerà speculazione edilizia.

fonte_ Claudio Rendina

agosto 16, 2026

Le vicissitudini del denaro e delle proprietà del Vaticano dal 1870 a oggi

Dal 1870, le proprietà e le finanze vaticane hanno attraversato la perdita del potere temporale, i Patti Lateranensi (che hanno creato lo Stato della Città del Vaticano e fornito risarcimenti), la nascita dello IOR (Banca Vaticana), scandali finanziari, ristrutturazioni (come l'APSA e la Segreteria per l'Economia), e l'approccio alla trasparenza, con fonti di reddito che includono donazioni (Obolo di San Pietro), investimenti immobiliari e fondi statali italiani (8 per mille), affrontando debiti e complessità gestionali fino ad oggi.

 

La Santa Sede fin dalle origini si è avvalsa di ecclesiastici particolarmente dotati di qualità amministrative.

 

A cominciare dal papa Callisto I, che gestì le catacombe, per approdare alla Camera Apostolica presieduta invece da laici, parenti del papa regnante, con la relativa “Stanza del Tesoro” in veste di deposito del denaro, come quella del romano Castel Sant’Angelo con i grandi forzieri di Sisto V.

 

Parallelamente si è avuta l’istituzione di una Zecca, rimasta in funzione fino al 1870, che coniava monete di bronzo, argento e oro, e di seguito la gestione di istituti bancari come il Banco di Santo Spirito, fondato da Paolo V nel 1605 e nato per fronteggiare le esigenze economiche dell’ospedale del Santo Spirito, ma in realtà predisposto ad amministrare offerte, vendite, prestiti e giacimenti aurei della Santa Sede.

 

Infatti quella banca è sorta parallelamente alla vendita degli uffici e alla fondazione dei “luoghi di monte”, corrispondenti alle moderne obbligazioni, garantiti dai possedimenti dell’ospedale. Oltre ai monti dei pegni, tra i quali si impose il mitico Monte di Pietà, destinato a restare in vita fino ad oggi, anche se non più sotto l’amministrazione della Santa Sede.

 

Istituti tutti inevitabilmente coinvolti in traffici illeciti: dalla vendita delle indulgenze e delle bolle pontificie allo sfruttameno del Gioco del Lotto, con appropriazione di denaro da parte di cardinali tesorieri, segretari pontifici e donne in veste di “papesse”.

 

Storie in qualche modo anticipatrici di quelle che hanno caratterizzato la riorganizzazione finanziaria del nuovo Stato Pontificio, territorialmente definito nella Città del Vaticano e nelle sue diramazioni dentro Roma, attraverso i trattati politici con lo Stato italiano, segnati da una serie di malversazioni attuate nel XX secolo e in parte mantenute fino ad oggi, grazie ai rinnovati istituti economico-finanziari, opportunamente inquadrati nel contesto finanziario mondiale.

fonte: Claudio Rendina L’Oro del Vaticano

agosto 01, 2026

L'immensa ricchezza del Vaticano è moralmente etica?

Questa è una domanda complessa e profondamente dibattuta, che tocca questioni di fede, etica, politica e finanza.

Non esiste una risposta semplice "sì" o "no", ma è necessario analizzare il tema attraverso diverse prospettive, in particolare quelle fornite dalla Dottrina Sociale della Chiesa e dalle critiche sollevate da molti.

1. La Prospettiva della Dottrina Sociale della Chiesa

La Chiesa Cattolica, attraverso la sua Dottrina Sociale, non condanna la ricchezza in sé, ma pone forti paletti sull'uso che se ne fa:

  • Destinazione Universale dei Beni: Questo è un principio fondamentale. La ricchezza (compresa quella della Chiesa) non è un fine, ma un mezzo che deve servire lo sviluppo integrale dell'uomo e il bene comune. Qualsiasi bene ha una "ipoteca sociale" che ne impone la condivisione, specialmente con i poveri.

  • Solidarietà e Sussidiarietà: Il denaro deve "servire e non governare" (Papa Francesco). Le risorse devono essere impiegate in modo etico per promuovere la giustizia sociale, non per pura speculazione o guadagno fine a sé stesso. L'economia deve essere "fraterna e solidale".

  • Finalità del Patrimonio: Il patrimonio della Santa Sede (gestito principalmente dall'APSA) ha lo scopo primario di fornire i fondi necessari all'adempimento della missione della Curia Romana, che include il sostegno alla liturgia, alla catechesi e, in particolare, alle attività caritative e missionarie in tutto il mondo (attraverso l'Obolo di San Pietro e altri fondi). La ricchezza serve la missione spirituale e di servizio.

Da questo punto di vista, la ricchezza è considerata moralmente etica se e solo se viene gestita in modo trasparente, responsabile e finalizzata al bene comune e alla missione evangelica, non all'accumulo.

2. La Natura della Ricchezza del Vaticano

È importante anche distinguere i diversi tipi di "ricchezza":

  • Patrimonio Artistico e Culturale: Gran parte del "tesoro" del Vaticano (Basilica di San Pietro, Musei Vaticani, opere d'arte) è un patrimonio storico-artistico inalienabile, considerato un bene per l'umanità e una fonte di finanziamento indiretto (biglietti d'ingresso) per le attività della Santa Sede e le sue spese correnti. La sua vendita è considerata un'ipotesi insensata e controproducente.

  • Patrimonio Immobiliare e Finanziario: Il Vaticano possiede immobili e investimenti finanziari gestiti dall'APSA. Questi sono la principale fonte di reddito per il funzionamento della Curia e per sostenere il servizio del Papa.

    • Controversie: Sono questi fondi, e la loro gestione, a generare le maggiori controversie etiche.

3. Le Critiche e le Questioni Etiche Aperte

Molti critici, anche all'interno della Chiesa, sollevano dubbi sulla moralità di tale ricchezza, specialmente in un mondo segnato da estrema povertà:

  • Contrasto con la Povertà Evangelica: La ricchezza istituzionale contrasta con l'ideale evangelico di povertà personale e servizio radicale, spesso predicato dagli stessi Papi. Il dilemma tra l'essere una Chiesa povera per i poveri e la necessità di strutture e fondi per una missione globale rimane irrisolto.

  • Trasparenza e Scandali: Nel corso degli anni, ci sono stati diversi scandali finanziari e casi di gestione non trasparente o speculativa (riguardanti anche l'uso di fondi destinati alla beneficenza come l'Obolo di San Pietro), che hanno sollevato forti dubbi sull'effettivo rispetto dei principi etici e sulla destinazione dei fondi.

  • Gestione degli Immobili: Sono emerse critiche sulla gestione di vasti patrimoni immobiliari (affitti irrisori a persone influenti, non utilizzo per scopi sociali, ecc.), ritenuta contraria alla logica di solidarietà promossa dalla Dottrina Sociale.

Quanto è ricco davvero il Vaticano?
  • La Santa Sede possiede un patrimonio stimato di circa 4 miliardi di euro, molto ma inferiore a quanto spesso si immagina.

  • Il Vaticano gestisce beni immobili, opere d’arte, investimenti finanziari e riceve donazioni da fedeli di tutto il mondo.

  • I bilanci non sono sempre floridi: negli ultimi anni si sono registrati deficit e difficoltà nel mantenere la sostenibilità economica.

⚖️ Argomenti a favore della ricchezza
  • Sostegno globale: Le risorse finanziano scuole, ospedali, missioni e opere di carità in tutto il mondo.

  • Tutela culturale: Il Vaticano conserva e mantiene un patrimonio artistico e storico unico, che richiede ingenti fondi.

  • Autonomia: La ricchezza garantisce indipendenza politica e diplomatica, evitando che la Chiesa dipenda da governi o poteri esterni.

❌ Critiche e questioni morali
  • Contrasto con il Vangelo: Gesù predicava la povertà e la condivisione; molti vedono un’incoerenza tra questo messaggio e i tesori vaticani.

  • Disuguaglianza: In un mondo segnato da fame e povertà, la presenza di immense ricchezze in un’istituzione religiosa suscita dubbi morali.

  • Trasparenza: Alcuni critici sottolineano la mancanza di chiarezza nella gestione dei fondi e negli investimenti.

Una visione equilibrata
  • Non si può ridurre la questione a un semplice “bene” o “male”: la ricchezza del Vaticano è strumento e simbolo.

  • È etica se usata per il bene comune, ma rischia di diventare problematica se percepita come accumulo fine a sé stesso.

  • La sfida per la Chiesa è conciliare spiritualità e gestione economica, mostrando coerenza tra fede e pratica.

In definitiva, la moralità della ricchezza vaticana dipende dall’uso che se ne fa: se rimane al servizio dell’umanità e della missione evangelica, può essere giustificata; se invece diventa ostentazione o privilegio, appare eticamente discutibile.

Conclusione

La ricchezza del Vaticano è moralmente etica in linea di principio, secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, che ne stabilisce la finalità di servizio e bene comune.

Tuttavia, la pratica della gestione di questa ricchezza è stata ed è tuttora oggetto di intenso scrutinio e critica. La moralità della ricchezza dipende quindi dalla concretezza con cui il Vaticano, i suoi dicasteri e i suoi enti attuano i principi di trasparenza, responsabilità e destinazione universale dei beni in ogni operazione finanziaria e immobiliare. Le riforme avviate da Papa Francesco mirano proprio a ristabilire questa coerenza etica e trasparenza.

luglio 24, 2026

Le vicissitudini del denaro e delle proprietà del Vaticano dal 1870 a oggi

La Santa Sede fin dalle origini si è avvalsa di ecclesiastici particolarmente dotati di qualità amministrative. A cominciare dal papa Callisto I, che gestì le catacombe, per approdare alla Camera Apostolica presieduta invece da laici, parenti del papa regnante, con la relativa “Stanza del Tesoro” in veste di deposito del denaro, come quella del romano Castel Sant’Angelo con i grandi forzieri di Sisto V.

Parallelamente si è avuta l’istituzione di una Zecca, rimasta in funzione fino al 1870, che coniava monete di bronzo, argento e oro, e di seguito la gestione di istituti bancari come il Banco di Santo Spirito, fondato da Paolo V nel 1605 e nato per fronteggiare le esigenze economiche dell’ospedale del Santo Spirito, ma in realtà predisposto ad amministrare offerte, vendite, prestiti e giacimenti aurei della Santa Sede.

Infatti quella banca è sorta parallelamente alla vendita degli uffici e alla fondazione dei “luoghi di monte”, corrispondenti alle moderne obbligazioni, garantiti dai possedimenti dell’ospedale.

Oltre ai monti dei pegni, tra i quali si impose il mitico Monte di Pietà, destinato a restare in vita fino ad oggi, anche se non più sotto l’amministrazione della Santa Sede. Istituti tutti inevitabilmente coinvolti in traffici illeciti: dalla vendita delle indulgenze e delle bolle pontificie allo sfruttameno del Gioco del Lotto, con appropriazione di denaro da parte di cardinali tesorieri, segretari pontifici e donne in veste di “papesse”.

Storie in qualche modo anticipatrici di quelle che hanno caratterizzato la riorganizzazione finanziaria del nuovo Stato Pontificio, territorialmente definito nella Città del Vaticano e nelle sue diramazioni dentro Roma, attraverso i trattati politici con lo Stato italiano, segnati da una serie di malversazioni attuate nel XX secolo e in parte mantenute fino ad oggi, grazie ai rinnovati istituti economico-finanziari, opportunamente inquadrati nel contesto finanziario mondiale.

Fonte: Claudio Rendina, L’Oro del Vaticano, Roma, Newton Compton, 2010. ISBN 978-88-541-1791-4.

luglio 17, 2026

L’Oro del Vaticano, un vero e proprio tesoro

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Oro come denaro. Oro come proprietà immobiliare e territoriale. Oro come fasto di opere d’arte. Oro come proprietà del Vaticano che costituiscono un vero e proprio tesoro. È il frutto di una cattiva amministrazione della Santa Sede, che ha provocato un allontanamento dallo spirito umile e povero raccomandato da Cristo e favorito l’impiego di certe ricchezze in campi ben lontani dallo spirito apostolico.

 

La gestione di questo patrimonio fa capo ad apposite commissioni cardinalizie con l’assistenza di finanzieri laici, e il denaro è custodito negli istituti bancari dello IOR e dell’APSA, con depositi sotterranei di oro e diramazioni nelle casseforti delle Isole Cayman: un autentico Fort Knox fuori da ogni legge.

 

Il denaro della Santa Sede si è capitalizzato, ironicamente, dalla fine dello Stato Pontificio, coincidente con una crisi delle casse vaticane, ovvero dalla sua ricostituzione come Città del Vaticano, avvenuta con i Patti Lateranensi del 1929, e attraverso operazioni bancarie talvolta illecite, con riciclaggio di denaro “sporco”. Queste vengono passate in rassegna con un documentato capitolo, in collegamento con gli istituti economico-finanziari, per svilupparsi nell’illustrazione delle altre fonti di reddito sacroprofane che hanno origine dalla medievale confessione a pagamento e dalla vendita delle indulgenze, e che ancora oggi rivivono nel mercimonio funebre, nello sfruttamento finanziario del sacramento del matrimonio e nel suo annullamento connesso con la Sacra Rota; e ancora nell’Obolo di San Pietro, nel fondo personale del papa, nella Elemosineria Apostolica con la relativa benedizione apostolica a pagamento, nella raccolta quotidiana di elemosine nelle chiese e di offerte nelle Opere e nelle Giornate Missionarie, che fanno capo alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ma nelle cui casse non sempre finiscono, e nel Vicarius Christi Fund dei Cavalieri di Colombo. E per finire, sfruttamenti esclusivamente commerciali: dalla compravendita agli affitti delle proprietà immobiliari che risalgono all’istituzione della società Generale Immobiliare, e dagli interessi nella casa discografica RCA Italiana, con la produzione di dischi di musica leggera e jazz in testi non sempre edificanti per Santa Romana Chiesa, alla vendita di monete e francobolli sotto l’insegna del collezionismo. Un fiume di denaro, al quale vanno aggiunti i contributi dello Stato italiano alle spese delle scuole secondarie paritarie della Santa Sede, la concessione dell’8 per mille del gettito fiscale IRPEF e la gratuita fruizione di acqua e luce nella Città del Vaticano.

 

Tutta questa ricchezza peraltro si è manifestata fin dalle origini della Santa Sede nella costruzione e nella decorazione fastosa delle chiese e dei palazzi vescovili, da Roma all’Europa, fino in Terra Santa e in America, ma che è particolarmente evidente all’interno della Città del Vaticano e negli ambienti romani più strettamente legati alla Santa Sede. Così le basiliche papali con le rispettive sagrestie, qualificate come Tesori, si rivelano veri e propri depositi di oggetti d’oro, argento e gemme tra triregni, calici e reliquiari, oltre a paramenti ricamati in oro e pietre preziose, tutte ricchezze di un valore inestimabile, difficilmente però commisurabili come denaro in un ipotetico mercato. Ricchezze che si riscontrano anche nell’Archivio Segreto Vaticano e nei mitici Musei Vaticani, nei quali si sviluppa un’autentica “caccia al tesoro”. E ancora i Santuari, testimonianza di fede certamente, ma anche di una organizzazione speculativa, che è frutto di notevoli guadagni. E infine, la ricchezza di una proprietà immobiliare che si estende da Roma in tutto il mondo sotto le vesti di alberghi, istituti religiosi, case di cura e semplici abitazioni, e un gran numero di chiese, molte delle quali inutilizzate, tanto da essere messe in vendita.

 

Parallelamente, all’interno delle istituzioni ecclesiastiche della Santa Sede, si è evidenziato l’arricchimento della Conferenza Episcopale Italiana attraverso la gestione di un esteso territorio della periferia di Roma, alle spalle del Vaticano, con relative funzioni imprenditoriali, nonché della prelatura Opus Dei, solo in teoria autonoma dalla Santa Sede, ma in realtà costituente una fonte ulteriore di ricchezza, con proprietà e denaro sonante. E ancora i soldi e le proprietà di ordini religiosi, Società di Vita Apostolica e confraternite. Una ricchezza immensa, messa in luce dalla valutazione storica dei luoghi e delle apposite strutture. I bilanci consuntivi consolidati della Santa Sede e della Città del Vaticano, resi pubblici durante apposite conferenze stampa dal 1998 ad oggi, e riportati in appendice, costituiscono solo un apparente rendiconto di tutto il complesso della ricchezza in dotazione alla Chiesa di Roma.

Fonte: Claudio Rendina, L’Oro del Vaticano, Roma, Newton Compton, 2010. ISBN 978-88-541-1791-4.

giugno 08, 2026

L’avventura della RCA Italiana e il boom della Generale Immobiliare

Due sono i frutti più importanti delle iniziative finanziarie che il Vaticano porta avanti dal dopoguerra agli anni Settanta sotto i pontificati di Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI: la partecipazione alla casa discografica RCA Italiana e la costruzione di immobili con la Generale Immobiliare.

La RCA Italiana nasce nel 1951 a Roma come filiale della casa discografica statunitense Radio Corporation of America; è una società per azioni al 90% di proprietà della casa madre statunitense e al 10% della Città del Vaticano attraverso lo IOR. Pio XII, grazie a un accordo con il responsabile della RCA statunitense, il cattolico Frank Marion Folsom, riesce a far aprire la sede principale della casa discografica a Roma: gli uffici in via Giulio Caccini, presso Villa Borghese, e la fabbrica al km 12 della via Tiburtina, vicino al quartiere di San Lorenzo in parte distrutto dal bombardamento del 19 luglio 1943. E il papa ottiene anche che sia nominato presidente il conte Enrico Pietro Galeazzi, figura preminente della confraternita dei Cavalieri di Colombo, mentre a capo della fabbrica è insediato l’ingegnere Antonio Giuseppe Biondo. Tre anni dopo l’azienda rischia di chiudere, perché è in perdita; ma Pio XII riesce a nominare ispettore amministrativo degli uffici e della fabbrica il sovrintendente dell’Ufficio Stampa e cinematografico del Vaticano, Ennio Melis. Questi giudica l’azienda valida e potenzialmente adatta al lancio del settore della musica leggera; Pio XII gli crede e riesce a insediare Melis al posto di Biondo e Galeazzi, quest’ultimo peraltro dirottato alla carica di vicepresidente della Generale Immobiliare. E Melis diventa segretario della RCA Italiana nell’aprile del 1956; è la lunga ombra di Pio XII, che completa l’opera riuscendo ad affiancargli come aministratore delegato un altro suo pupillo, Giuseppe Ornato.

Come prima cosa i due decidono di chiudere gli uffici di via Caccini, trasferendoli presso lo stabilimento di via Tiburtina, e assumono come direttore artistico Vincenzo Micocci, giovane appassionato di musica jazz. È lui che fa costruire nuovi studi di registrazione e aggancia giovani musicisti in veste di arrangiatori come Ennio Morricone e Luis Enriquez Bacalov, disponendo il lancio di giovani cantanti quali Gianni Meccia, Nico Fidenco, Edoardo Vianello e Jimmy Fontana. Per questi viene coniato il termine “cantautore” e sulla scia del loro successo si ha il lancio di Rita Pavone e Gianni Morandi.

Accade però che Micocci passi alla Ricordi come direttore artistico al posto di Nanni Ricordi, che peraltro viene ingaggiato dalla RCA. Ma è uno scambio positivo, perché Ricordi porta con sé cantanti come Sergio Endrigo, Gino Paoli, Luigi Tenco ed Enzo Jannacci. È il boom della casa discografica che deve anche molto alla struttura degli studi di registrazione decisamente all’avanguardia. Notevoli sono i guadagni del Vaticano con quel suo 10%, che gli impone peraltro di non interferire con censure su alcuni testi non troppo vicini alla morale cattolica; sono infatti questi gli anni del beat con gruppi come i Rokes di Shel Shapiro e i Primitives di Mal, e solisti come Ricky Shayne, Patty Pravo e Lucio Dalla.

L’altra grande realizzazione di Melis di questo periodo è Il Cenacolo: si tratta di una grande struttura, situata in via Nomentana, costituita da una palazzina e da piccole costruzioni adiacenti, dove viene creato un ulteriore studio di registrazione per la realizzazione di provini per artisti emergenti. E grazie a questa ricerca di nuovi talenti emergono alcuni nomi che raggiungeranno il grande successo negli anni successivi: Nada, Claudio Baglioni, Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Renato Zero, fra gli altri. I primi anni Settanta registrano altri grandi successi, ma dal 1973 inizia la crisi del mercato discografico italiano, che si accompagnerà a una serie di investimenti sbagliati, come il lancio delle cassette Stereo 8.

Decisamente più sostanzioso comunque per le finanze vaticane è l’impegno imprenditoriale del Vaticano con la Generale Immobiliare, che si ha sotto i pontificati di Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, rivelandosi un grande boom, di cui ancora oggi il Vaticano gode gli interessi (v. Il patrimonio immobiliare del Vaticano). A capo dell’azienda imprenditoriale è Enrico Galeazzi, uno dei direttori dal 1944, vicepresidente nel 1952 e presidente nel 1968; e dietro di lui nove consiglieri, quattro dei quali uomini del Vaticano, come il principe Marcantonio Pacelli, il marchese Giovanni Battista Sacchetti, i signori Luigi Quadrani, futuro segretario della sezione straordinaria dell’APSA, e Luigi Mennini, delegato speciale per lo IOR; e inoltre un collegio di sindaci con Guglielmo Mollari e Francesco Falsini nelle vesti di contabili.

C’è insomma la crema dell’intelligence finanziaria del Vaticano in questa società edilizia, e non può essere diversamente, dal momento che la società è del Vaticano, impegnato dagli anni Trenta nel settore edilizio, raggiungendo il suo picco nei primi anni Cinquanta e sviluppandosi negli anni Sessanta, arrivando a spendere nel 1967 per progetti di costruzioni 30 miliardi solo in Italia, a fronte di un capitale di 35.150.000.000 di lire. Peraltro la Generale Immobiliare ha all’epoca il completo controllo della società Sogene, specializzata in opere pubbliche, che nel 1967 ha realizzato progetti per 31 miliardi di lire. E ancora sono in mano dell’Immobiliare dal 60% al 100% delle azioni di diverse società con le quali ha messo in atto la fondazione di industrie, la costruzione di alberghi, cliniche, palazzi e l’edificazione di interi quartieri in diverse città italiane. Come si può rilevare da una disamina attenta delle costruzioni fino al 1967.

A cominciare da Roma con il RCS (Rinnovamento Centro Storico Roma), per un capitale di 100 milioni e il 100% delle azioni, e proseguire con il Comprensorio Tor Carbone per un capitale di 500 milioni e il 60% delle azioni. Quindi l’Olgiata Romana, con una zona residenziale munita di campo da golf, per un capitale di 1 miliardo e mezzo, che le garantisce una partecipazione del 49,34% delle azioni; la Società Edilizia Pineto per 600 ettari di terreno e un capitale di 1 miliardo, e una partecipazione del 40% delle azioni. E ancora i comprensori Balduina, Vigna Clara, Casal Palocco, nonché la Clinica Giuseppe Moscati, con l’investimento di 1 miliardo per il 92,08% delle azioni, che arriveranno al 100%, quando nel 1973 la clinica verrà collegata all’Ospedale Gemelli, cambiando nome in Clinica Columbus (v. Immobili nei rioni e quartieri di Roma).

Ma l’espansione si ha anche nel resto d’Italia. A Milano con la Immobiliare Fattoria di Carimate (capitale 200 milioni per l’85% delle azioni) e la Alberghi Ambrosiani (capitale 141 milioni per il 99,93% delle azioni), con frutti concreti nella costruzione di diverse torri (tra cui la Torre Velasca) nonché di numerosi palazzi come il complesso Centro Romana, presso l’omonima porta. A Torino con l’Urbanistica Società Torinese (capitale 1.200.000.000 per 86,52% di azioni), la Sangone Po (capitale 600.000.000 per il 51% di azioni) e la SIAM, società di forniture metalliche (capitale 503.000.000 per 99,86% di azioni). A Firenze con la Immobiliare Pratolino (capitale 500.000.000 per il 90% delle azioni); a Livorno con la riqualificazione di Piazza Grande; a Catania con la riedificazione del quartiere San Berillo; a Palermo con l’edificazione presso Villa Sperlinga. Per il settore alberghiero in collegamento con la IANA (Italo-Americana Nuovi Alberghi) per un capitale di 2 miliardi (84,37% di azioni), la SIAM (Società Italiana Alberghi) per un capitale di 154 milioni (99,45% delle azioni) e la Compagnia Italiana Alberghi Cavalieri per un capitale di 250 milioni (99,86% delle azioni). E ancora nel settore industriale in collegamento con Bewllrock Italiana, Divisori in cemento, per un capitale di 200 milioni (100% delle azioni), la Gessi San Salvo per un capitale di 112 milioni (100% delle azioni) e la Ceramica Pozzi nelle apparecchiature sanitarie per un capitale di 22 miliardi (22,15% di azioni).

Quanto mai produttivo è poi dai primi anni Cinquanta l’impegno dell’Immobiliare fuori d’Italia; resta emblematica l’attività edilizia in Francia, Stati Uniti, Canada e Messico, anche qui in collegamento con diverse società e con l’istituzione della Società Generale Immobiliare International Company per un capitale di 20 milioni di dollari, con sede a Monrovia, in Liberia, che è un modo quanto mai illegale di trasferire denaro fuori d’Italia. Così in Francia prima di tutto viene creata la società Immobiliare France con un capitale di 11 milioni e 400 mila franchi, inviando il denaro tramite la SGI International Company di Monrovia, in Liberia, per un capitale di 20 milioni di dollari. Così vengono costruiti a Parigi numerosi edifici, tra i quali un grande palazzo in Avenue des Champs-Elysées 90, in gran parte occupato dalla Pan American, e un altro complesso edilizio per uffici e negozi tra rue de Ponthieu 61 e rue de Berry 6, base di future costruzioni.

In Canada l’impegno edilizio si è concentrato a Montreal, dove è stata costruita la Stoch Exchange Tower, ovvero la Torre della Borsa, alta 185 m, in parte destinata a uffici; anche qui l’Immobiliare si è inserita per oltre il 50% del capitale nella Place Victoria St. Jacques Company, con l’impiego della costruzione di una seconda torre gemella. L’Immobiliare è poi padrona della Redbrooke Estate Ltd, per un capitale di 6.833.000 dollari, con la quale ha costruito ben 224 appartamenti interamente venduti e una zona residenziale nell’area di Greensdale.

Negli Stati Uniti l’attività edilizia è concentrata a Washington, tra Virginia Avenue, New Hampshire Avenue e Rock Creek Parkway, sulla riva sinistra del Potomac, dove vengono costruiti cinque palazzi che costituiscono il Watergate Complex. In questo complesso edilizio è sorto il Watergate Hotel, l’albergo in cui saranno effettuate le intercettazioni che nel 1972 daranno vita allo scandalo politico che porterà alla richiesta di impeachment e alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Inoltre vicino New York, ad Oyster Bay, viene costruita una zona residenziale di 277 acri, nella quale viene impegnata la Oyster Bay Estate Inc. per un capitale di 450.000 dollari interamente nelle mani della SGI International.

E ancora in Messico, preso Città del Messico, viene costruita una città satellite per 100.000 abitanti, Lomas Verdes, essendo anche qui impegnata al 30% la SGI International, mentre il resto è a carico di azionisti locali.

Fonte.- Claudio Rendina (L’Oro del Vaticano)