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agosto 14, 2013

Comunicazione e concertazione per un mondo eco-sostenibile.

La minaccia di un degrado dell’ambiente naturale si è affacciata al mondo contemporaneo a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando l’integrazione mondiale dei mercati e il profilarsi della società globalizzata sembrarono dare a tutti i popoli la percezione di appartenere a uno stesso comune destino. A prospettare la svolta fu il rischio concreto che l’attività antropica potesse interferire sistematicamente con l’equilibrio dell’ecosistema naturale dal quale dipende la sopravvivenza della stessa specie umana sulla terra. Con urgenza, sull’onda delle proteste sollevate dalla stagione contestataria, il Vecchio e il Nuovo Mondo industrializzati hanno dovuto affrontare l’ambigua e spinosa questione dei limiti dello sviluppo. Tra i temi in agenda, il cambiamento climatico legato alle emissioni di gas a effetto serra è rapidamente divenuto il principale campo di battaglia su cui si gioca la lotta per la sopravvivenza del pianeta e nuovi modelli di governance ambientale hanno cominciato a prendere forma nello scenario internazionale.

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Ad oggi, la questione ambientale annovera un gran numero di conferenze, summit e trattati internazionali costantemente negoziati dai grandi della terra, ma il problema ecologico risulta ancora sostanzialmente irrisolto, trascurato e persino, talvolta, negato. Regimi inefficaci? Attori politici disinteressati o troppo deboli? Domandarsi che cosa abbia mal funzionato nella promozione delle politiche ambientali nel lungo periodo richiede di considerare almeno due aspetti fondamentali, nonché strettamente connessi, nell’azione collettiva per l’ambiente. Prima di tutto la concertazione delle forze politiche, economiche e giuridiche nell’evoluzione dei modelli di sviluppo sostenibile; in secondo luogo la promozione di un’efficiente strategia di comunicazione ambientale, capace di recepire e convalidare non solo le acquisizioni tecniche e scientifiche in materia di sostenibilità, ma anche le non meno importanti percezioni dell’opinione pubblica.

Siamo soliti associare la protezione ambientale a pratiche attiviste di organizzazioni non governative e senza fini di lucro. Dal Rapporto sui limiti dello sviluppo redatto dal Club di Roma nel 1972, e ancor più dalla conferenza delle Nazioni Unite per l’Ambiente e lo Sviluppo svoltasi nel 1992 a Rio de Janeiro, ONG e ONLUS rappresentano, di fatto, incisive presenze in grado di influenzare le decisioni dei governi nazionali e di affermare principi normativi e regimi di proibizione in merito alle questioni ambientali. Ad esempio il WWF, la più grande organizzazione mondiale per la conservazione dell’ecosistema naturale e la sensibilizzazione sul cambiamento climatico, esercita un’azione trasversale sul piano nazionale – interagendo con la leadership governativa – e sul piano internazionale – promuovendo progetti di studio e operando in sinergia con le istituzioni internazionali. ONG, ONLUS, leadership nazionale e istituzioni internazionali formano una rete di concertazione e supporto reciproco dalla quale dipende in gran parte l’evoluzione delle politiche ambientali a livello regionale e mondiale. Nessun singolo elemento è in grado di agire autonomamente per la promozione e lo sviluppo di iniziative di sostenibilità economica, come dimostra l’asistematicità dell’approccio ambientale di alcuni paesi, a partire dalle superpotenze economiche Cina e Stati Uniti. Se una nazione ha la volontà di inserire progetti sostenibili nei propri modelli di sviluppo, le istituzioni internazionali possono implementare regimi di ampia portata, allocare finanziamenti, fornire stabilità giuridica e direttive politiche ai gruppi nazionali, inserendo le iniziative locali nell’orizzonte di linee guida globalmente condivise. Un orientamento dettato dall’idea, ormai pienamente affermata nella comunità scientifica, dell’ambiente naturale come bene collettivo da proteggere al di sopra e aldilà delle frontiere nazionali.

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Se l’ambiente è un bene di tutti, è nell’interesse di tutti conservarlo e tutelarlo. Nondimeno, comunicarlo in forma orizzontale e condivisa. La comunicazione ambientale è una risorsa strategica per supportare politiche di sostenibilità e partecipazione pubblica al cambiamento, eppure i decision-makers nazionali e internazionali sembrano aver poco investito finora in questo settore. Ai piani alti dell’autorità sociale, la comunicazione sulla sostenibilità spetta alle comunità scientifiche che svolgono, soprattutto nei paesi democratici, funzioni di consulenza alle imprese e ai governi nazionali intorno alle questioni energetiche e climatiche. Prerogativa di queste comunità è la ricerca scientifica e l’emanazione di documenti tecnici e illustrativi, compendiati di casi studio e proposte di adozione di misure nazionali in armonia con i propositi di sviluppo sostenibile. Per le istituzioni pubbliche e le amministrazioni locali la comunicazione – tramite i cosiddetti “top-down mass media” e i canali istituzionali – è un dovere inderogabile, finalizzato a informare il pubblico sulle decisioni operative messe in atto mostrando così trasparenza e accountability.

Ma perché si possa concretamente sperare nel cambiamento e fronteggiare problematiche comuni di natura ecologica è indispensabile la partecipazione e l’azione congiunta dell’intera società civile, a partire dai singoli cittadini che utilizzano i “community media” (primi fra tutti Twitter, Facebook e Youtube). Come riconoscono le maggiori organizzazioni internazionali e la Commissione europea, la comunicazione ambientale – ormai nota anche con l’acronimo inglese EnvCom, Environmental Communication – è lo strumento-chiave in grado di orientare le percezioni umane e il comportamento sociale dei cittadini verso l’adempimento effettivo di politiche di sostenibilità. Nell’attuale dibattito sullo sviluppo sostenibile, aziende e istituzioni sono chiamate non solo a divulgare contenuti informativi ma anche ad ascoltare le preoccupazioni, le opinioni non tecniche e più in generale la diffusa “percezione del rischio” da parte dei cittadini integrandole con le valutazioni professionali delle comunità scientifiche, nel principio, condiviso da gran parte dell’epistemologia contemporanea, che la conoscenza e il cambiamento siano frutto di una costruzione sociale dal basso e non appannaggio degli organi di rappresentanza. Quella che, con terminologia discussa, viene definita percezione sociale del rischio scaturisce infatti da fattori culturali diversi dall’informazione tecnica e dalla razionalità scientifica, ma non necessariamente infondati o irragionevoli.

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Si tratta di un senso comune fondato sull’esperienza, sull’intuizione razionale, sull’accettabilità morale e sulla risposta emotiva al rischio stesso. Recepire la percezione pubblica della questione ambientale non vuol dire, come spesso avviene per opera di militanti associazioni ambientaliste, sfruttare una presunta irrazionalità diffusa per generare allarmismi. Piuttosto, vuol dire – e così ci si augura – integrare l’agire politico e l’innovazione tecnologica con valori, credenze, attitudini, predisposizioni umane e civili.

Il contesto italiano ha più volte illustrato come il divario tra una documentazione tecnica troppo settoriale e la propaganda associazionista sia spesso la causa dello sviamento dell’opinione pubblica, incapace di accedere equamente all’informazione scientifica e troppo labile a visioni ideologiche e distorte. Ad un sistema verticale e gerarchico, volto a impiegare in prima linea gli organi tecnici e autorevoli per affrontare le sfide ambientali, potrebbe allora subentrare un approccio relazionale, divulgativo e orizzontale che si rivela, in ultima istanza, strutturalmente ecologico. A ben vedere, l’ecologia – la scienza delle relazioni complesse tra gli organismi e tutto ciò che li circonda, che solo da pochi decenni gode di riconoscimento disciplinare – è forma e contenuto di un corretto discorso ambientale. Contenuto, perché solo la conservazione dell’equilibrio ecosistemico può garantire la sopravvivenza delle specie e l’adeguata gestione del cambiamento climatico. Forma, o struttura, perché solo dalla concertazione delle competenze, dall’interazione e dallo scambio relazionale delle conoscenze all’interno della società civile può dipendere l’efficacia dell’azione politica per l’ambiente.

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