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giugno 25, 2009

Parla Biz Stone il creatore di Twitter: "Così ho inventato il network che cambia le comunicazioni"

Biz Stone è il fondatore di Twitter, assieme al suo amico Evan Williams. Stone è seduto sulla plancia di comando di un nuovissimo strumento che sta cambiando, attraverso l'integrazione di cellulari e Internet, il modo in cui la gente comunica.

Lo si è visto in questi giorni in Iran, ma era già stato così a Mumbai, o durante la campagna elettorale di Obama: i 140 caratteri del piccolo messaggio che può essere trasmesso da qualsiasi posto del mondo, con un telefono cellulare, riescono in tempo reale a fare il giro del mondo, ad abbattere censure e frontiere, a tener viva una comunità in un momento particolarmente difficile. Stone è il primo a capire che la sua creatura, attiva da soli tre anni, è al centro di una piccola ma rilevante rivoluzione.

Una rivoluzione che lui stesso non pensava di fare: "Quando abbiamo introdotto il concetto di Twitter lo abbiamo fatto con i nostri amici, che a loro volta hanno invitato i loro amici. E tutti pensavamo che fosse un sistema divertente per essere iper-connessi con la famiglia, con gli amici o con persone care, per essere costantemente in contatto con loro in tempo reale. È ovvio che oggi non sia più così. Quando hai aggiornamenti che arrivano da ogni parte del mondo da milioni di occhi e orecchie che ti raccontano quello che hanno visto e sentito, in un unico flusso in tempo reale, capisci bene che lo strumento che hai creato ha preso una direzione completamente diversa. È uno strumento che si connette alla vita vera di milioni di persone, e che in occasioni come quella delle proteste in Iran diventa uno strumento democratico, drammaticamente insostituibile".

Avevate pensato a questo tipo di evoluzione?
"Sapevamo che la chiave di volta di Twitter era l'immediatezza, che il nostro sistema sarebbe stato usato anche in occasioni come questa, ma non avevamo pensato alle implicazioni politiche che questo avrebbe potuto avere. Credo che abbia aperto la frontiera della democratizzazione dell'informazione e quello che stiamo vedendo accadere in questi giorni in Iran è solo l'inizio. Non è la tecnologia ad essere importante ma il modo in cui la gente la usa, il motivo per cui ne ha bisogno. La gente vuole sapere quello che accade, vuole poter raccontare quello che vede".

Il peso politico di questa microinformazione lo avevate già verificato durante la campagna elettorale di Obama...
"In quell'occasione però l'importante non era cosa veniva comunicato, ma il fatto che le persone stabilissero tra loro una nuova relazione, attraverso Twitter, creando un movimento, una comunità. Io penso che la domanda da porsi è "cosa fa la gente quando può collaborare in tempo reale, comunicare in una comunità in questo modo?". Twitter apre spazi inattesi di comunicazione per esempio in Iran: non solo per far arrivare le informazioni fuori dal paese, ma soprattutto per farle circolare nel paese, per spingere le persone ad aiutarsi, per coordinarsi in tempo reale anche mentre sono in strada, usando uno strumento che prima non esisteva".

La chiave di volta è stata l'idea di lavorare sugli sms, di integrare il web e i telefoni cellulari?
"Sì, fin dall'inizio abbiamo capito che lo spazio offerto dalla comunicazione mobile era enorme. Ci sono quattro miliardi di persone con telefoni portatili e tutti, potenzialmente, possono collegarsi a Twitter, tutti mandano o ricevono sms, sanno come fare, ne conoscono il linguaggio. La forza di un tweet, a differenza di un sms, è che non va a una sola persona, ma va dovunque, sul web e sui cellulari, chi lo usa ha a disposizione una piattaforma straordinaria. Noi stessi non siamo così intelligenti da sapere esattamente da che parte andrà tutto questo, è l'inizio di qualcosa di nuovo, noi abbiamo aperto una porta".

Gli utenti non sono solo ragazzi abituati al linguaggio degli sms, dunque.
"Ci sono le celebrità che con i loro tweet conquistano le pagine dei giornali. Ma ci sono anche moltissimi membri del Congresso su Twitter, i governi cominciano a usarlo, la Nasa, aziende come Starbucks e molte altre. Si tratta di qualcosa in costante evoluzione che non vede coinvolte solo alcune fasce sociali. L'altro giorno ero a New York e ho visto un uso straordinario del nostro sistema: c'era un fornaio che avvertiva i suoi clienti via Twitter che il pane fresco era uscito dal forno. Le microcomunità usano Twitter non solo le grandi organizzazioni. Perché è semplice, breve e immediato".

140 caratteri non sono pochi per comunicare davvero?
"La brevità è un limite, non c'è dubbio. Ma è pur vero che si può essere creativi anche con 140 caratteri, e che porre limiti costringe ad essere più creativi. La comunicazione in tempo reale non ha bisogno per forza di testi più lunghi, per quello c'è sempre l'e-mail, ci sono gli altri social network, Twitter invece è un flash in tempo reale su qualcosa che accade a noi, un emergenza, una passione, un pensiero. Io non credo che Twitter possa esaurire la comunicazione, può essere utile per le notizie immediate, poi abbiamo sempre bisogno di chi ci racconta storie, più ricche e complesse che in 140 caratteri".

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