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giugno 10, 2012

Bosnia dopo la guerra, il vero disastro sarebbe arrivato dopo la fine del conflitto.

bosnia-mappa-militare«Dopo il bagno, fate la doccia». È questo l’unico consiglio che il governatore locale si è limitato a dare ai suoi abitanti. Siamo a Livno, una città bosniaca di 30mila anime situata a circa cento chilometri da Mostar. A pochi chilometri dal centro cittadino c’è il lago di Busko, meta privilegiata nel periodo estivo dei bagnanti della zona.

Ma quello specchio d’acqua potrebbe nascondere un segreto agghiacciante. È una delle pagine più buie della storia della federazione di Bosnia-Erzegovina, la nazione creata a tavolino dopo la firma nel 1995 degli accordi di Dayton. Finiva così il conflitto europeo più sanguinoso dalla fine della Seconda guerra mondiale: quella della ex-Jugoslavia. Centinaia di migliaia di morti, quasi un milione e mezzo di profughi, la pulizia etnica, l’assedio più lungo della storia moderna. Quello di Sarajevo, l’attuale capitale, durato quattro lunghi anni (dall’aprile del 1992 al febbraio 1996).

Ma per la Bosnia stando a quanto raccontato da un agente dei servizi segreti bosniaci, prima di sparire nel nulla, il vero disastro sarebbe arrivato dopo la fine del conflitto. Pare infatti che qualcuno avrebbe approfittato del caos seguito alla guerra, del controllo straniero del territorio e della missione di peacekeeping per smaltire alla meno peggio scorie nucleari. E da quelle parti i segreti, soprattutto quelli più scomodi, rischiano di rimanere nascosti per sempre. Ora però iniziano ad arrivare conferme, testimonianze, tumori, morti e nomi dei siti dove sarebbero nascosti i rifiuti radioattivi. Dopo l’uranio impoverito che ha invaso il Paese in seguito ai bombardamenti della Nato, ora saltano fuori anche i fusti a raggi X.
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L’agente dei servizi segreti bosniaci ex membro del SIS (Security Information Service), ora diventato FOSS (Federal Security Intelligence Service), scoperchia il vaso di pandora. Racconta nel dettaglio «un’operazione segreta», di cui nessuno doveva venire a conoscenza. E consegna dei documenti compromettenti al Vecernji list (il Foglio della sera), il quotidiano più letto della Croazia, venduto anche in Bosnia. Alla fine della guerra per applicare e mantenere la pace nel Paese arriva la Nato con il contingente internazionale Ifor. La nuova nazione nata dalle ceneri della Jugoslavia, viene divisa in tre aree: la zona ovest (con Banja Luka e Bihac) a comando inglese, quella nord (Tuzla e Brcko) degli Stati Uniti e infine la parte est (Sarajevo, Mostar e Stolac) controllata dai francesi.

L’agente segreto, prima di rivolgersi alla stampa, aveva provato ad indagare sulla faccenda. I Servizi di Sarajevo, stando al racconto dello 007, avrebbero messo insieme un fascicolo smaltimento di rifiuti radioattivi. Ma il governo avrebbe bloccato il dossier top secret, accusando i propri agenti di «controllo illegale delle forze internazionali». In pratica avrebbero messo tutto a tacere, per necessità: il Paese ha ancora bisogno della Nato. Soprattutto in questo particolare momento politico, in cui la Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba della Federazione bosniaca, preme per ottenere l’indipendenza e congiungersi a Belgrado. E forse si farà addirittura un referendum, in cui è molto probabile vincano i separatisti.

L’agente racconta che nel 1996 Parigi invia nella zona sotto il suo comando una speciale unità che si occupa del trattamento e dello smaltimento di rifiuti radioattivi. Un battaglione utile anche in patria, pronto e attrezzato per intervenire in caso di incidente nucleare, ed evitare la brutta fine dei “ripulitori” di Chernobyl. Gli uomini dell’esercito sovietico che dopo il disastro alla centrale ucraina, effettuarono le prime operazioni di messa in sicurezza senza le attrezzature adeguate. Tanto che in seguito morirono quasi tutti.
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Lo speciale battaglione francese – secondo il racconto dell’ex agente segreto – attendeva le navi, cariche a suo dire di rifiuti radioattivi, nel porto montenegrino di Bar. In questa città, distante poche decine di chilometri dall’area bosniaca sotto il comando di Parigi, arrivavano molti rifornimenti destinati alla Nato. Ma questi carichi speciali venivano trasportati via terra con una scorta di ingenti proporzioni. I fusti radioattivi – sempre secondo lo 007 – una volta arrivati in territorio bosniaco, alla base francese di Stolac, venivano poi ricoperti da tonnellate di calcestruzzo, fino a formare dei pesanti blocchi quadrati.
 
A quel punto i cubi di cemento carichi di scorie venivano trasportati in elicottero, appesi a speciali cavi d’acciaio, verso la loro destinazione finale. L’obiettivo – secondo le informazioni raccolte dall’agente – erano tre laghi situati sempre nell’area sotto il comando francese: Busko (vicino Livno), Ramsko e Jablanicko (nei pressi di Jablanica). Questi tre bacini idrici bosniaci sarebbero diventati, stando alla testimonianza dello 007, vere e proprie discariche radioattive. Gli abitanti della zona confermano che durante quel periodo sui laghi arrivavano spesso elicotteri in piena notte.
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«Anche volendo, non abbiamo gli strumenti per verificare – spiega Lamija Tanovic docente della facoltà di Fisica di Sarajevo -. L’Agenzia per la protezione radioattiva in Bosnia è stata costituita da poco. Ma siamo a corto di mezzi, fondi e attrezzature». Problemi politici e sociali, carenza di mezzi, organismi di controllo inadeguati, corruzione, indifferenza e paura degli enti locali per le conseguenze internazionali, aiuto e supporto tuttora necessario dei Paesi europei, mettono in secondo piano i timori e la rabbia della popolazione che vive nelle zone in questione.

Negli anni sono stati numerosi i casi di ritrovamento di scorie radioattive, poi caduti nel dimenticatoio. Due anni fa era stata la volta di Goranci a venti chilometri di Mostar. I cittadini hanno raccontato di camion militari francesi che scaricavano materiali in una cava. La Francia spiegò che non si trattava di rifiuti pericolosi, quindi nessuno analizzò il terreno. Anche alle miniere di Jajce, a ovest di Sarajevo, aleggiava il sospetto di smaltimento di scorie da parte di militari Sfor. E si parla di vagoni ferroviari radioattivi arrivati a Zenica oltre che di varie fonti trovate intorno Sarajevo. Tra queste, il monte Igman, da cui proviene l’acqua potabile della capitale.

Quella che sempre più persone chiamano la Chernobyl balcana è stata confermata dalle uniche analisi indipendenti. Riguardano proprio l’area che era sotto il controllo francese. Lo studio, presentato ad agosto dalla facoltà di Scienze dell’università di Sarajevo, ha misurato la contaminazione nucleare di nove siti del cantone della capitale. I dati sono poi stati confrontati con quelli raccolti in seguito all’incidente nucleare di Chernobyl, quando le particelle radioattive si depositarono sui terreni di mezza Europa. Il risultato conferma i timori: in quasi tutti i campioni analizzati la radioattività specifica supera quella registrata dal 1986 all’’88. La situazione, al posto di migliorare è peggiorata. Ma questo dell’università di Sarajevo, primo studio di questo tipo, riguarda solo l’area della capitale. Per escludere o confermare lo smaltimento illegale di scorie radioattive servirebbero analisi indipendenti nei luoghi indicati.
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«È fondamentale creare le condizioni per prevenire il trasferimento illegale di sostanze radioattive in Bosnia», dichiarava nel 2008 a Sarajevo il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohammed el-Baradei. Fino a ora l’unica conferma della presenza di rifiuti radioattivi è arrivata nel 2006. Nel comune di Gradiska le truppe ungheresi sono state accusate di traffico illecito di scorie. L’allora ministro della Sanità Ivo Komljenovic aveva disposto delle indagini in seguito alla morte di 45 persone. Vicino al fiume Sava, i soldati magiari avevano costruito un deposito. Gli abitanti hanno raccontato che il cantiere era sorvegliato da un numero di soldati insolitamente alto, impedendo a chiunque di avvicinarsi. A trenta metri dalla base di atterraggio degli elicotteri ungheresi le radiazioni misurate andavano da 80 a 130 nanosievert. Scavando 50 centimetri è salita a 170, fino ad arrivare a 220 nanosievert a un metro di profondità.

Livelli tali da costituire una minaccia per la salute umana, tanto che tra i residenti della zona i tumori si sono moltiplicati. Ora in uno dei tre laghi dove si sospetta siano state smaltite le scorie nucleari l’Istituto di sanità pubblica ha analizzato le acque. Secondo i risultati, comunicati il 17 agosto scorso, il lago di Busko non è radioattivo e non sono stati rilevati metalli pesanti. Però i fondali non sono stati ispezionati e nessuna prova è stata fornita alle popolazioni per spegnere i timori. Al governo bosniaco sarebbe bastato fornire una termofoto satellitare, acquistata da una società terza indipendente. In Calabria sulla questione navi dei veleni è bastata una foto per confermare decenni di sospetti.

Il 14 dicembre del 1990 sulle coste di Amantea si era arenata la Jolly Rosso. Gli ambientalisti sospettavano fosse carica di rifiuti tossici e radioattivi che la ‘ndrangheta avrebbe poi scaricato in fretta e furia sulla terra ferma per occultarli. Ma la magistratura non riusciva a trovare l’area. Così dai satelliti è arriva una termofoto. Sull’immagine c’è una macchia rossa, una zona in cui la temperatura è alta sei gradi in più del normale. Una prova della presenza di rifiuti radioattivi. In Bosnia basterebbe fare la stessa cosa. Per la Calabria ci sono voluti quasi vent’anni, ora si tratta di capire in ex-Jugoslavia quanto tempo occorrerà per confermare un segreto inconfessabile oppure fornire alla popolazione locale delle prove che escludono il pericolo.
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Ma se succede quanto avvenuto al Parlamento di Sarajevo, c’è poco da sperare. Il 29 gennaio 2009 dai Palazzi del potere, trapela un segreto scioccante. Nei seminterrati del Parlamento nel 1998 sono stati trovati dei fusti radioattivi. Una sera alcuni soldati dell’esercito bosniaco di guardia alla sede del governo, scendono nei seminterrati e vedono dei barili. Dopo le indagini si scopre che quei fusti erano stati trovati quasi 15 anni prima nei pressi di Sarajevo e portati dai soldati, senza controllo o precauzioni, sotto il Parlamento. Tanto che molti di quelli che avevano partecipato al trasporto erano morti poco dopo. La versione ufficiale è che sui fusti le scritte erano in lingua straniera e così nessuno era stato in grado di capire cosa c’era dentro. Proprio per la mancanza di mezzi adeguati, per la rimozione definitiva il governo bosniaco chiede aiuto all’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Un episodio gravissimo che però rende bene l’idea delle condizioni politiche e sociali della Bosnia. E dei rischi a cui vengono sottoposti, loro malgrado, sia i cittadini che i politici locali.
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