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maggio 03, 2019

Porto Rico vs Resto del Mondo, quando l’ecatombe non si è fermata solo agli insetti.
Siamo nella foresta pluviale di Luquillo(El Yunque) nell’isola di Porto Rico, una riserva naturale che risale al 1876.

Grande quanto metà della provincia di Trieste (circa un quadrato di 10 km per lato) ospita il 75% delle foreste vergini di Porto Rico.

Primo punto da tenere a mente: siamo in uno dei posti più incontaminati e più protetti del pianeta.

Se fosse la scena di un delitto, saremmo in questura.
La riserva di El Yunque (ex Luquillo) in Porto Rico.

Porto Rico vs Resto del Mondo l’ecatombe non si è fermata solo agli insetti.


Bradford Lister è un ricercatore che nel 1976 condusse proprio a Luquillo uno studio dettagliato sulle lucertole del genere Anolis.



Senza che all’epoca ne fosse consapevole, effettuò una misurazione storica rarissima: volendo registrare la disponibilità alimentare delle lucertole, campionò le popolazioni di varie specie di insetti.
Lucertola del genere Anolis.

Dopo 35 anni Lister è tornato nella foresta insieme al collega Andrés García per misurare le differenze intercorse. 

Sono rimasti sbalorditi quando hanno visto le trappole per campionare gli insetti praticamente vuote.

“Prima, sia le piastre appiccicose a terra sia quelle sulle chiome degli alberi sarebbero state coperte da insetti. Saresti stato lì per ore a raccoglierli dalle piastre. Ma ora le piastre che scendono dopo 12 ore hanno un paio di insetti solitari intrappolati o a volte nessuno.”

“E’ stato un vero collasso delle popolazioni di insetti in questa foresta pluviale”, ha detto Lister “Abbiamo iniziato a renderci conto che è terribile – un risultato molto, molto inquietante”.
Farfalla Antillean crescent (Antillea pelops) presa nella riserva portoricana di el Yunque.

I risultati della loro ricerca sono stati pubblicati ad ottobre su PNAS e riportano un calo della popolazioni di insetti sulle chiome degli alberi dell’80% e a terra del 98%.
Confronto tra la biomassa medio secca di artropodi catturata per 12 ore al giorno in 10 trappole a terra (A) e sulle chiome degli alberi (B) all’interno della stessa area di campionamento nella foresta pluviale di Luquillo.

Eco-tomba climática.

L’ecatombe non si è fermata solo agli insetti. Tutte le specie di uccelli, rane e rettili che si cibano di insetti sono diminuiti vertiginosamente: rispettivamente del 50%, 65% e 55%. 
Leggi anche: La Monsanto mette il suo zampino di morte anche alle Hawaii.
Il Todus mexicanus, in particolare, è stato decimato (-90%, vedi riquadro in figura).
Il crollo delle popolazioni di insettivori. 

Quindi il primo indizio è stata la scomparsa degli insetti nonostante il crollo delle specie predatrici. Qualsiasi sia la causa, è stata davvero molto forte, perché  la popolazione delle prede viene favorita dalla diminuzione dei predatori. Qui invece il danno è partito dal basso e ha risalito la catena alimentare.

Il secondo indizio è che l’ecatombe di insetti è stato rilevata per tutte le famiglie di insetti e per tutte le nicchie ecologiche occupate nella foresta. Il fenomeno responsabile deve essere ubiquitario.

E’ possibile escludere dalle cause la maggior parte degli impatti derivanti dalle attività dell’uomo, come ad esempio l’uso degli antiparassitari in agricoltura, perché la foresta è protetta.

Qual è allora la causa responsabile? Com’è possibile che una tale catastrofe sia avvenuta in una foresta incontaminata e rigidamente tutelata?

La scienza ha appurato da tempo che gli insetti tropicali sono particolarmente sensibili ad ogni aumento di temperatura: la loro tolleranza termica è quasi inesistente (a differenza delle specie adattate ai climi temperati) e solo uno o due gradi in più sono sufficienti in laboratorio per portarli alla morte. Non sono adattati a variazioni termiche, probabilmente perché evolvendosi in foreste tropicali hanno affrontato climi particolarmente stabili. 

Nel loro studio, Lister e Garcia hanno proprio dimostrato una correlazione tra l’aumento delle temperature nella foresta (+2°C sulla media delle massime) con il calo delle popolazioni di insetti. In una parola: è stato il cambiamento climatico.

Riassumendo: l’aumento delle temperature ha fatto crollare la popolazione di insetti e, a cascata, sono collassate le popolazioni di uccelli, anfibi e rettili che se ne cibano.




Porto Rico vs. Resto del Mondo.

Lo studio di Lister e Garcia è preziosissimo. Abbiamo pochissime informazioni sullo stato di salute delle popolazioni di insetti.

Perché? Perché non ce ne è mai fregato nulla.

Nessuno stanzia soldi per studiare gli insetti, sono ubiquitari e li diamo per scontati. Se non fosse stato per l’interesse per le lucertole del genere Anolis che ha indotto trent’anni fa a campionare anche la disponibilità di cibo, non sapremmo nulla.

Quindi non sappiamo con certezza se la catastrofe del parco di Luquillo sia avvenuta o meno anche in altre foreste tropicali del pianeta. Certo, il sospetto è forte. Di sicuro non ci aspettavamo che il cambiamento climatico stesse già creando danni di questa portata anche negli ultimi luoghi incontaminati della Terra.

A fine 2017 uno studio analogo ha scoperto inaspettatamente che gli insetti stanno scomparendo anche dalle riserve naturali dell’Europa: in 27 anni abbiamo perso il 76% delle popolazioni di insetti. Anche in questo caso siamo in aree protette e la documentazione è avvenuta per caso: un gruppo di naturalisti ha campionato per anni le popolazioni per …pura passione. L’unica differenza è che intorno a queste riserve si pratica l’agricoltura intensiva, per cui è più probabile che il cambiamento climatico abbia un peso inferiore rispetto ad altri impatti dell’uomo, come l’uso di pesticidi.

Le prove si stanno lentamente accumulando, e così cresce il senso di puro orrore del disastro che è già avvenuto senza che ce ne accorgessimo.

Un declino storico delle popolazioni di insetti.


Pochi giorni fa è stata pubbicata una review di Bayo et al. di ben 73 studi che hanno documentato un declino storico delle popolazioni di insetti negli ultimi 40 anni. Le conclusioni si possono riassumere in due parole: sesta estinzione.
Localizzazione geografica dei 73 studi analizzati.

Nonostante i limiti dovuti all’insufficienza di dati, la review ha concluso che:
  • globalmente ogni anno perdiamo il 2,5% della massa totale di tutti gli insetti
  • il tasso di estinzione è circa 8 volte più veloce di quello di rettili, uccelli e mammiferi
  • in qualche decennio il 40% delle specie di insetti saranno estinte
  • i taxa (categorie) di insetti più colpiti sono i lepidotteri (es. farfalle), imenotteri (es. api) e gli scarabei.
  • Proporzioni di insetti in declino secondo lo IUCN suddiviso per taxa (categorie) terrestri ed acquatiche. Da Bayo et al. 2019.

La velocità con cui gli insetti stanno scomparendo ha sorpreso anche gli autori:

È molto rapida. Tra 10 anni ne avremo un quarto in meno, tra 50 anni ne sarà rimasta la metà e tra 100 anni non ne avremo più. […] Se la perdita di specie di insetti non sarà arrestata, ciò avrà conseguenze catastrofiche sia per gli ecosistemi del pianeta che per la sopravvivenza dell’umanità.
Le cause sono varie, ma tutte “umane”: prima tra tutte l’agricoltura intensiva, poi l’uso dei pesticidi e dei fertilizzanti, l’urbanizzazione, l’alterazione dei corsi d’acqua e delle zone umide, il riscaldamento climatico e molte altre.
Principale cause individuate per la scomparsa degli insetti globalmente.

Una crisi invisibile non interessa nessuno. 

Per molti di noi gli insetti sono più che altro un fastidio. Ma se pensiamo che la loro massa totale è 17 volte quella di tutte le persone della terra, capiamo quale ruolo importantissimo abbiano nel grande ecosistema terrestre.
Leggi anche: I 20 maggiori responsabili delle emissioni di CO2 del mondo.
L’effetto valanga che si innesca con la loro scomparsa non si ferma quindi alla morte di rettili, anfibi ed uccelli. E’ un fenomeno che devasta l’ecosistema del pianeta perché gli insetti sono ovunque e ovunque svolgono varie funzioni insostituibili. Due esempi per tutti: l’impollinazione da cui dipende la resa di molte culture agricole e il ruolo invisibile di “riciclatori” dei nutrienti in natura.

Non credo che la maggior parte delle persone abbia una visione sistemica del mondo naturale. Ma è tutto collegato e se cala il numero degli invertebrati (insetti) l’intera catena alimentare soffre e si degrada. È un effetto a livello di sistema.

Il canarino nella miniera.


E’ il canarino nella miniera. Pardon, insetto.

Abbiamo un segnale chiaro che, con un  minimo anticipo, ci avvisa che sta per capitare qualcosa di terribile all’intero ecosistema mondiale.

Dobbiamo agire in fretta. O almeno, dovremmo.

Perché in realtà non ce ne frega assolutamente niente.

Se il PIL cala del 2,5% per qualche anno è catastrofe economica, recessione, panico sulle borse. Se cala la produttività animale del 2,5% anno, non c’è nessuna reazione, la notizia viene giusto riportata da qualche testata giornalistica in coda a tutte le altre.

La prova si è avuta in questi giorni analogamente a quanto è avvenuto poco più di un anno fa: l’allarme per le scoperte sul declino delle popolazioni di insetti non intacca il trend di ricerche sul web.

Forse perché l’allarme non c’è proprio.



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