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febbraio 27, 2026

Cinco presidentes lanzan nueva coalición progresista

Incontrati a Santiago (da sinistra a destra) i presidenti Yamandú Orsi dell'Uruguay, Luiz Inácio Lula da Silva del Brasile, Gabriel Boric del Cile, Pedro Sánchez della Spagna e Gustavo Petro della Colombia. I leader hanno concordato di promuovere una coalizione che si impegni per la democrazia, il multilateralismo e una migliore governance digitale, e che combatta le minacce dell'estremismo politico e della crisi climatica. Immagine: Sebastián Rodríguez / Presidenza del Cile

SANTIAGO – Lunedì 21, i presidenti di Brasile, Cile, Colombia, Spagna e Uruguay hanno formato una nuova coalizione progressista con l'obiettivo di rafforzare la democrazia e il multilateralismo di fronte a sfide che spaziano dalle tecnologie digitali all'estrema destra politica.

"Riaffermiamo il nostro impegno a difendere la democrazia, il multilateralismo e a lavorare insieme per affrontare le cause sottostanti e strutturali che minano le nostre istituzioni democratiche, i loro valori e la loro legittimità", hanno affermato i leader in una dichiarazione .

L'incontro è stato convocato con lo slogan "Democrazia sempre", è stato ospitato dal presidente di sinistra del Cile Gabriel Boric e vi hanno partecipato i suoi omologhi Luiz Inácio Lula da Silva del Brasile, Gustavo Petro della Colombia, Pedro Sánchez della Spagna e Yamandú Orsi dell'Uruguay.

"Voglio che sappiate che ho parlato anche con la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, che avrebbe voluto essere qui, ma per motivi legati al suo Paese non ha potuto venire", ha detto Boric.

I leader hanno affermato che "riteniamo che sia un imperativo etico e politico promuovere una strategia comune per affrontare fenomeni globali come la crescente disuguaglianza, la disinformazione e le sfide poste dalle tecnologie digitali e dall'intelligenza artificiale".

Boric ha spiegato che "oggi, in molte parti del mondo, la democrazia è minacciata. Questa minaccia non si limita alla sola forza militare, come è avvenuto in America Latina nella seconda metà del XX secolo, ma ci sono elementi più sottili che la minacciano e che finiscono per essere normalizzati".

Secondo il presidente cileno, questi elementi sono "la disinformazione, l'estremismo di qualsiasi tipo, la diffusione dell'odio, la corruzione, la concentrazione del potere e la disuguaglianza che minano la fiducia negli affari pubblici e nello stato di diritto".

Rispondendo alle critiche degli oppositori di destra per aver convocato un simile summit quando mancano solo pochi mesi all'elezione del nuovo presidente, Boric ha replicato che "ogni momento è buono per difendere la democrazia".

Un altro leader preso di mira dagli oppositori di destra, Pedro Sánchez, ha chiesto di "preservare la democrazia" da quella che ha definito "una minaccia reale, guidata dagli oligarchi e dall'estrema destra", che ha definito "un'organizzazione internazionale di odio e menzogne".

Sánchez ha proposto di lavorare per rafforzare le istituzioni democratiche, contrastare la disinformazione cercando di democratizzare la governance digitale e combattere le disuguaglianze, "un terreno fertile per l'estrema destra, che si nutre di questo e della nostalgia per un passato che, tra l'altro, non esiste".

Da parte sua, Lula ha affermato che "il mondo sta vivendo una nuova offensiva antidemocratica", che i governi progressisti devono affrontare con azioni concrete e urgenti, promuovendo la governance digitale globale e insistendo sul "rafforzamento delle istituzioni democratiche e del multilateralismo".

Ha criticato il fatto che "la democrazia liberale non è stata in grado di rispondere alle aspirazioni contemporanee" e, con tono autocritico, ha sottolineato che "il sistema politico e i partiti sono caduti in discredito" e che "non è sufficiente rispettare il rituale elettorale ogni quattro anni".

Ha inoltre affermato che "in questo momento in cui l'estremismo sta cercando di far rivivere pratiche interventiste, dobbiamo agire insieme", alludendo, senza nominarla, alla ritorsione intrapresa dagli Stati Uniti contro il Brasile per il procedimento legale in corso contro l'ex presidente brasiliano di destra Jair Bolsonaro.

Petro ha fatto appello ai sentimenti e ha affermato che "il progressismo globale deve unire tutto il mondo e accendere la luce quando arriva l'oscurità e inizia a spaventare l'anima", e ha sottolineato la necessità di cooperazione per la pace, affrontando la crisi climatica, difendendo il multilateralismo e combattendo le disuguaglianze.

"Il governo colombiano, finché sarà progressista, sarà presente qui", ha sottolineato.

Orsi ha chiesto di "essere capaci di autocritica sul perché la democrazia a volte subisce una perdita di credibilità" per indirizzare gli sforzi verso "l'evidenziazione dell'uguaglianza, della libertà e della democrazia come il modo migliore che abbiamo trovato come umanità per coesistere".

Per questo motivo, ha sollevato la necessità di "fondare la proposta di democrazia su questioni che le persone sentono fortemente", il che potrebbe portare "a far sì che molti altri paesi aderiscano (al movimento democratico che stanno promuovendo) se l'obiettivo è rafforzare questa forma di convivenza che esiste da così tanto tempo e che ci è costata così tante vite e sacrifici".

Tra le altre cose, la dichiarazione annuncia "l'impegno a consolidare una rete di Paesi e della società civile per promuovere meccanismi partecipativi che favoriscano l'apprendimento reciproco e la costruzione collettiva di una democrazia più aperta, inclusiva e connessa alle realtà dei cittadini".

Si prevede che i membri della coalizione si incontreranno nuovamente a settembre all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma includeranno, tra gli altri, paesi come Australia, Canada, Danimarca, Honduras, Messico, Regno Unito e Sudafrica, ha affermato Boric.

Il gruppo ha annunciato che sosterrà la creazione di una rete globale di think tank "che generino analisi rigorose, promuovano dibattiti basati sui dati e contribuiscano alla ricerca di proposte in difesa della democrazia".

Sosterrà inoltre "la collaborazione internazionale per la trasparenza della gestione algoritmica e dei dati nell'ambiente digitale e la cooperazione tecnica per una governance digitale democratica".

Rafforzerà inoltre le iniziative delle Nazioni Unite per l'integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici e gli impegni per rafforzare i finanziamenti allo sviluppo, concordati nella recente Conferenza di Siviglia sull'argomento.

Infine, promuoverà un Osservatorio multilaterale dei giovani contro l'estremismo, guidato dall'Organizzazione giovanile iberoamericana, "per generare dati, scambiare buone pratiche e progettare politiche inclusive da una prospettiva intersezionale e partecipativa".

Sánchez invitò i suoi colleghi a tenere il prossimo incontro del gruppo progressista in Spagna l'anno prossimo.

fonte

luglio 31, 2019

La metro di Lima, dietro a questa missione in Perù c’è un disegno strategico dell’Italia.

Le aziende italiane stanno puntando su quei Paesi dell’America Latina che fanno parte dell’Alleanza del Pacifico (comprende anche America del Nord) che rappresentano il 60% dell’economia mondiale e non contemplano nessuno dei Paesi Brics (Brasile, Cina, India, Russia). Sono Paesi, aggiunge Calenda, che credono nelle libertà commerciali dove non vi è protezionismo e dove le imprese italiane possono tornare a svolgere un ruolo centrale dopo anni di disinteresse (Renzi è il primo presidente del Consiglio che arriva qui da decenni). Basta pensare del resto al ruolo di Enel Endesa che ha il suo quartier generale a Santiago del Cile, il più grande produttore e distributore di energia elettrica in questa parte di mondo.

Calenda insieme al premier Renzi hanno visitato ieri mattina i cantieri della metropolitana di Lima che il consorzio Salini Impregilo Ansaldo Sts Ansaldo Trasporti si è aggiudicato per 5,5 miliardi di euro. «La novità - precisa Calenda - è che questa dodicesima metropolitana senza conduttori è non solo costruita ma anche gestita dal consorzio italiano». Sembrano davvero un lontano ricordo polemiche e accuse a seguito delle indagini della magistratura italiana sulla malacooperazione con al centro un megaprogetto per la metropolitana di Lima più di di venticinque anni fa (ai tempi del presidente peruviano Garcia).

«Dopo quegli anni - aggiunge il sottosegretario agli Esteri Mario Giro l’Italia ha abbandonato l’America Latina, il nostro obiettivo è quello di aiutare le imprese a tornare qui e guadagnare quote di mercato come hanno fatto spagnoli e altri Paesi Ue». Qualcosa anche in Perù si sa muovendo. Oltre alla metropolitana l’Alenia ha già consegnato i primi quattro aerei da trasporto C27J all’esercito peruviano ed è pronta a consegnarne in futuro altri otto.

La Ergos ha chiuso il contratto per la fornitura di 150mila pannelli fotovoltaici e la Sicim ha firmato un contratto nel settore dell’impiantistica. Ma per rendere operativa la missione come ha suggerito Renzi, Licia Mattioli, alla guida del Comitato internazionalizzazione della Confindustria, ha già annunciato nuove missioni settoriali (a cominciare dalle macchine utensili) nel prossimo anno. Del resto negli incontri tra le imprese italiane e le autorità locali, da Silva Blanca Velarde-Alvarez, Ministro del Commercio Estero a Piero Ghezzi, ministro della Produzione ad Andreas Von Wedemeyer, Presidente Sociedad Nacional de Industria il focus della collaborazione è stato tutto per una maggiore cooperazione nel settore delle macchine utensili e delle infrastrutture.

luglio 30, 2019

Ammonta a 5,5 miliardi di euro l'import-export della Lombardia con l'America Latina.

E' quanto emerge da un'elaborazione dell'ufficio studi della Camera di commercio di Milano su dati Istat 2014 e 2013. Milano e provincia incidono del 44% sul totale regionale, con un interscambio del valore di quasi 2,5 miliardi. In Lombardia l'export regionale supera i 3,8 miliardi. La quasi totalità delle esportazioni interessa il settore delle attività manifatturiere (oltre il 99% sul totale).

Per quanto riguarda il tipo di prodotti e merci, la Lombardia esporta soprattutto rubinetti e valvole (154 milioni), macchinari (141 milioni), macchine per la lavorazione dei metalli (122 milioni) e delle materie plastiche (118 milioni circa). In aumento del 54% le esportazioni di prodotti dell'agricoltura e pesca.

Circa la metà delle esportazioni regionali partono da Milano (44,5%), per un giro d'affari di 1,7 miliardi. Un terzo delle esportazioni milanesi (33%) riguardano i macchinari e le apparecchiature (569 milioni), e un sesto le sostanze e i prodotti chimici (253 milioni). In aumento le esportazioni dei principali prodotti del manifatturiero: medicinali (+8% in un anno), prodotti chimici organici (+4,5%), macchinari per il sollevamento e la movimentazione (+42%), apparecchiature per il controllo dell'elettricità (+26%).

In arrivo a Milano venerdì 12 giugno una giornata internazionale dedicata all'America Latina e ai Caraibi (Celac), presso il Palazzo delle Stelline dalle ore 9. L'evento, ideato per inserirsi nell'ambito del progetto Enterprise Europe Network, è stato realizzato in collaborazione con la Camera di commercio di Milano attraverso le aziende speciali Promos per le attività internazionali e Innovhub Ssi, su incarico della direzione generale mercato interno, industria, imprenditoria e Pmi della Commissione Europea. Sono previsti incontri B2B gratuiti tra circa trecento aziende europee e latino-americane operanti nel settore dell'agro-industria (agricoltura, produzione di materie prime e di prodotto finito, macchinari, packaging, shelf life, logistica, controllo qualità, tracciabilità, sicurezza alimentare, tecnologie e innovazioni, etc.), e altri settori legati ai temi di Expo 2015 (energia, ambiente, sostenibilità, etc.). Un centinaio le aziende provenienti dall'America Latina, nello specifico da: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Domenicana, Ecuador, Messico, Paraguay, Perù, Trinidad & Tobago, Uruguay.

luglio 13, 2018

In America Latina sempre più pendolari preferiscono la bicicletta come mezzo di trasporto.

In America Latina, dove gli automobilisti spesso guidano imitando i piloti della Formula Uno, un crescente numero di pendolari ha deciso di fare l'inimmaginabile: preferire la bicicletta all'automobile.

Una decisione che premia le iniziative lanciate da diverse città della regione per risolvere i problemi di traffico e migliorare la qualità della vita e dell'aria.

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  In America Latina sempre più pendolari preferiscono la bicicletta.
La capitale argentina Buenos Aires, ad esempio, dal 2009 a oggi ha creato quasi 77 chilometri di piste ciclabili, partendo da zero, e punta a raggiungere i 130 chilometri entro la fine del 2013.

Già oggi, il 2% dei pendolari della capitale argentina raggiunge il proprio posto di lavoro in bicicletta, pari a circa 36.000 persone, stando a quanto precisato dalle autorità cittadine.

"Pensavano fossimo pazzi, ma la gente sta cominciando a vedere i cambiamenti", ha detto al Wall Street Journal il sottosegretario per i Trasporti della città, Guillermo Dietrich.

Ecobici.

La scorsa settimana, anche Città del Messico ha annunciato di voler triplicare entro la fine dell'anno il suo servizio di biciclette pubbliche Ecobici, portandole a 4.000, disponibili in 275 siti.

Ma i veri pionieri del ricorso alle due ruote sono Colombia e Cile: a Bogotà ogni giorno 285.000 ciclisti percorrono i 342 chilometri di pista ciclabile, mentre a Santiago del Cile le autorità sono sulla buona strada per realizzare 686 chilometri di pista ciclabile entro la fine del 2012.

Oltre ai chilometri di pista ciclabile, le autorità stanno anche tentando di risolvere problemi legati all'uso delle due ruote, quali la sicurezza e i furti del mezzo.

Così, a differenza di quanto avviene in Europa, le piste ciclabili vengono delimitate da barriere di cemento, mentre contro i furti spicca l'iniziativa di Buenos Aires, che ha costretto i parcheggi sotterranei ad accettare le biciclette a prezzo ridotto.

In Italia.

Milano guida la classica delle pendolarismo in bicicletta del 2016. Almeno stando alla classifica redatta da Strava, app forte di oltre 1,2 milioni di utenti nel mondo che condividono percorsi ed esperienze in bicicletta. Tra questi, i ciclisti meneghini – ma, si intende, soltanto quelli iscritti alla piattaforma – sarebbero quelli che pedalano di più: in media, ogni giorno, quasi 30 km. Poco dietro, al secondo e terzo posto, troviamo i colleghi in sella di Barcellona con 26 e di Amsterdam con quasi 25 km medi.

La classifica di Strava delle città dove si percorrono in bicicletta più chilometri, riferendosi soltanto alla propria utenza, riconosce quantomeno a Milano uno sforzo che, negli anni, ha incanalato l’attenzione della politica sempre più verso la mobilità dolce, come si è notato col bike sharing. D’altra parte, e questo si evince da altri numeri pubblicati da Strava, i ciclisti milanesi iscritti – 386 complessivi – sono di gran lunga inferiori agli oltre 9mila utenti, ad esempio, presenti nelle strade di Londra, dove, sempre secondo la classifica, gli iscritti all’app pedalano molto meno, meno di 15 km medi al giorno. Numero che, nella top ten di Strava, fa scivolare Londra in nona posizione.

Tra le altre città in cui Strava ha registrato il pendolarismo in bicicletta, quello abitudinario del bike to work, o del bike to scholl, ci sono anche Berlino e Parigi, in settima e ottava posizione, rispettivamente con 16 e 15,7 km medi. Pesa invece l’assenza dalla classifica, consultabile sul sito, di una città come Copenaghen, dove si è da poco registrato, per la prima volta, il sorpasso delle biciclette circolanti sulle automobili. Motivo in più, questo, per prender con le pinze una top ten che soltanto per il numero di utenti, a parte Londra, vede città con un bacino d’utenza tra le poche centinaia e qualche migliaio.

novembre 29, 2016

Cuba, il primo giorno senza Fidel Castro, il padre della rivoluzione cubana.
È morto Fidel Castro. Il padre della rivoluzione cubana aveva 90 anni. Ha guidato il paese per quasi mezzo secolo, fino al 2008, quando ha lasciato il potere al fratello Raul. È stato lui ad annunciare la notizia dalla tv di Stato.

Nelle vicende del mondo ci sono i dati materiali, le contraddizioni sociali e politiche, ma nel fare la Storia c’è poi anche la funzione della personalità: che a volte è molto di più del prodotto di determinate condizioni, e che nello svolgimento delle cose butta tutto il peso di un elemento prepotentemente individuale.

Torniamo agli anni cinquanta, e ad una famosa frase. Fidel Castro ha pensato di innescare un tentativo di rovesciare il dittatore Batista dando l’assalto alla caserma Moncada di Santiago. L’azione, il 26 luglio del ’53, fallisce rovinosamente: Fidel si salva ma è catturato, i suoi uccisi, torturati, imprigionati. Nell’ottobre del ’53 davanti ai giudici più che difendersi Fidel attacca, trasforma il processo in un atto d’accusa. Per altri sarebbe già stato sufficiente. Non per Fidel, che fa anche qualcosa di più: inscrive l’assalto nella grande Storia. Afferma con sicurezza: “La Storia mi assolverà”.
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Se altri si sarebbero ridotti a più miti consigli, Castro, una volta liberato, non demorde. Organizza la spedizione del Granma. Più che uno sbarco, nel novembre del ’56 l’operazione del Granma è un naufragio. Gli uomini si disperdono, sono braccati, uccisi, catturati. Fidel si salva anche questa volta per miracolo. Altri si sarebbero dati per vinti, avrebbero cercato di riportare a casa la pelle. Non Fidel. Dopo qualche giorno riesce a riunire un piccolissimo gruppo di combattenti sopravvissuti. E a guidare il primo scontro a fuoco con i soldati di Batista.

Fa di più: “Abbiamo vinto”, annuncia ai suoi guerriglieri. Non lo scontro a fuoco, intende dire: ma la lotta contro Batista. Non è un pazzo: sulla base della sua analisi della situazione cubana, dello stato d’animo della gente, è convinto che il problema della guerriglia è cominciare, e poi la guerriglia vincerà. I fatti gli daranno ragione, ma certo nello sviluppo dei fatti conterà non poco questa sua estrema determinazione. Fidel farà fra l’altro la sua rivoluzione malgrado  il Partito Comunista cubano, che, di osservanza sovietica, una rivoluzione a Cuba non la ritiene possibile e in realtà neanche opportuna.

Facciamo un salto di trentacinque anni. 1994: i primi mesi dell’anno sono in assoluto i più duri del periodo especial decretato per fare fronte al venir meno con la caduta dell’Urss dell’aiuto di Mosca. I cubani, abituati a mangiare e bene, stringono la cinghia, i frigor sono spettralmente vuoti, i mezzi di trasporto pubblici smettono quasi completamente di circolare, la gente va a piedi o con le rare biciclette, i gatti spariscono dalle strade perché vengono mangiati. Le privazioni sono enormi. Qualcuno pensa di salpare con imbarcazioni di fortuna verso la Florida. E’ la crisi dei balseros: durante l’estate un giorno all’Avana vicino al mare scoppia un moto di protesta. Altri si sarebbero tenuti alla larga. Non Fidel. Avvertito di quello che sta succedendo, arriva sul posto con una jeep militare e si rivolge alla gente. La protesta rientra.
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Chi dal ’59 ha guardato con ostilità all’esperienza rivoluzionaria cubana, ha avuto la tendenza ad attribuire a Fidel la responsabilità di qualunque cosa, nella vicenda del socialismo dell’isola: e certamente il suo essere il comandante che ha fatto la rivoluzione letteralmente in prima persona, il ruolo di lider maximo del socialismo cubano, e appunto questa sua personalità prorompente hanno favorito questa personalizzazione. Ma la dinamica dell’esperienza cubana è stata molto più complessa. Entrato nel gennaio del ’59 all’Avana alla testa dei suoi barbudos, Fidel si trova a dover gestire un paese con un gruppo di guerriglieri.

Gli americani scappano, seguiti via via dalla stragrande maggioranza dei tecnici e dei professionisti cubani. Il rapido deteriorarsi dei rapporti con gli Stati Uniti, incapaci di dialogare con quella che all’inizio è solo una rivoluzione democratica, ai quali Fidel ribatte con l’affermazione del carattere socialista della rivoluzione, creano una situazione di tensione con gli Usa  (che poi con Kennedy tenteranno di rovesciare la rivoluzione con lo sbarco alla Baia dei Porci) che rende estremamente delicata le gestione del potere.
Leggi anche: L’Argentina ha incassato in meno di una settimana due vittorie all’insegna della difesa della propria sovranità economica.
Di chi si può fidare Fidel? Dei comunisti. Gli unici che dispongono di quadri disciplinati e preparati e di una struttura organizzativa. Molti dirigenti e sindacalisti del partito sono di notevole cultura, conoscono bene gli Stati Uniti, che molti di loro hanno visitato già negli anni cinquanta, hanno una mentalità aperta. Ma il partito è fedele a Mosca e di impronta stalinista.

Mentre giovani appena usciti dalle scuole e dalle università vengono avviati a rimpiazzare chi se ne è andato negli Stati Uniti, le nuove necessità di gestione del paese portano a promuovere a quadri negli organismi politici e nei vari aspetti della vita sociale anche persone di poca o nessuna istruzione, spesso provenienti da un mondo contadino retrivo, erede per alcuni aspetti della cultura di una Spagna centralista e reazionaria. Limiti di educazione e ristrettezze culturali che, assieme con la gratificazione di occupare dei ruoli, favoriscono l’adesione ad una impostazione politica e culturale di tipo sovietico e stalinista.

La leadership carismatica di Fidel supplisce a questo deficit di preparazione delle masse e ha in questo contesto d’altro canto la possibilità di dispiegarsi. Ma Castro non è affatto un leader onnipotente, che possa comandare l’isola a bacchetta: da un certo momento in poi per di più all’interno dello stretto abbraccio con l’Urss a cui è costretto per resistere di fronte agli Stati Uniti, Castro deve fare buon viso a cattivo gioco, e fare i conti con il partito, l’apparato, i quadri e le loro dinamiche.
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Difficile pensare che il processo di stalinizzazione della Rivoluzione, particolarmente pesante negli anni settanta, che la stretta sulla cultura, che le vessazioni nei confronti degli omosessuali fossero farina del sacco di Fidel; e che l’uomo che aveva studiato dai gesuiti, che mai interrompe i rapporti con il Vaticano, e che poi negli anni ottanta dialogherà con il gesuita brasiliano Frei Betto nel libro, diffusissimo a Cuba, Fidel y la religion, abbia avuto particolarmente a cuore le campagne di propaganda dell’ateismo.

Già da tempo il problema del superamento di una leadership carismatica derivante dalla personalità di Fidel e da circostanze storiche precise è presente nel dibattito cubano: la legittimazione di Fidel e poi di Raul deriva dal loro aver fatto una rivoluzione armi alla mano, e poi dall’aver guidato il paese in tempi durissimi e aver assicurato ai cubani un “welfare” socialista. Nessuno dopo di loro può rivendicare una legittimazione simile, e nessuno può offrire come loro, con la propria storia, la garanzia di salvaguardare le conquiste della rivoluzione: si pone dunque per Cuba la questione di un rafforzamento di quella che nel dibattito cubano si usa chiamare “istituzionalità democratica”, di una implementazione dei meccanismi democratici e di decisione del popolo. Una prospettiva a cui lo stesso Raul è probabilmente sensibile, ma che incontra certamente resistenze – inerzia dei processi storici a cui abbiamo accennato – nel partito, nella nomenklatura, nell’apparato.

Intanto oggi, dalla vittoria della guerriglia – primo gennaio 1959, per Cuba è il primo giorno senza Fidel. A Cuba molti lo hanno venerato, e tanti non hanno smesso. Senza però – troppo intelligente Fidel, troppo ironici i cubani – un esasperato e deteriore “culto della personalità”: Cuba è piena di busti di José Martí, nessuno di Fidel. Molti hanno avuto con lui un rapporto di amore-odio. Molti, soprattutto negli ultimi anni, soprattutto fra i più giovani, lo hanno francamente detestato. Ma conoscendo Cuba, la psicologia dei cubani, la relazione che hanno intrattenuto nell’arco di quasi sessant’anni con l’uomo che ha fatto e guidato la Rivoluzione, si può scommettere che per moltissimi, forse per quasi tutti, sarà come avere perso un padre: a volte severo ma anche permissivo, autoritario ma anche generoso, che ha preteso, ha vietato, ma ha anche dato, ha provveduto e ha protetto, e ha affascinato. E questo nel momento in cui con l’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump la prospettiva della normalizzazione dei rapporti e dell’eliminazione del bloqueo è a gravissimo rischio, e l’orizzonte per Cuba è di nuovo molto fosco.

E la Storia? La vita del leader cubano ha coperto un arco di tempo così lungo che la sua esperienza rivoluzionaria può già essere guardata dalla prospettiva di quella Storia che Castro, nel ’53, era certo lo avrebbe assolto. Nel ’59 la rivoluzione cubana ha aperto una prospettiva che è stata di potente ispirazione per l’America Latina: e anche l’affermarsi di governi di segno progressista e socialista degli ultimi decenni deve molto all’esempio di Cuba di giustizia sociale e di autonomia dall’agenda di interessi statunitensi; e gli stessi passi indietro che l’America Latina sta vivendo testimoniano di come non fosse del tutto ingiustificata la difesa del socialismo anche al prezzo di limitazioni delle libertà politiche e di espressione.

E se si considerano diritti umani non solo il pluralismo politico e la possibilità di organizzare il dissenso ma anche il diritto all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, il bilancio del socialismo cubano è tutt’altro che negativo. Dal ’59 generazioni di bambini cubani sono cresciuti senza conoscere fame, violenza, guerra. Certo non immacolata – ma per responsabilità e fattori che sarebbe superficiale riportare al solo Fidel Castro – la Rivoluzione ha a ben vedere anche risparmiato a Cuba quel destino terribile di dittature fasciste, spietate repressioni, feroci guerre civili a cui quasi nessun paese latinoamericano è sfuggito, e a cui, senza l’iniziativa rivoluzionaria di Castro, era fatale che prima o poi non sfuggisse nemmeno Cuba. La Storia avrà ben altri da condannare.
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gennaio 09, 2015

L’Edicola on Line: I 10 articoli più letti nel mese di Dicembre 2014.

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Ancora poche ore e sarà il momento di IF! Italians Festival, il primo evento dedicato ai professionisti della creatività e della pubblicità in Italia organizzato da ADCI e Assocom: oltre 70 incontri, tra workshop, talk, seminari e più di 100 ospiti italiani e internazionali per scoprire nuovi trend e capire come evolve il rapporto tra creatività, media e cultura. L’appuntamento è, a partire da

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