Seguimi in Twitter Seguimi in Facebook Seguimi in Pinterest Seguimi in LinkedIn Sottoscrivi il feed

febbraio 23, 2023

C'è stata un'esplosione nello Spazio che sta ossessionando gli scienziati.

Una misteriosa esplosione nello spazio porta di nuovo gli scienziati a indagare su misteri irrisolti. 

E le scoperte, ancora una volta, possono cambiare tutto ciò che sappiamo sull'Universo.

E se potessimo tornare indietro nel tempo? Anzi, e se potessimo letteralmente vedere il passato con i nostri occhi? 

Questa ipotesi davvero suggestiva è, per certi versi, realtà. No, non nel senso che possiamo vedere il passato di ognuno di noi, singolarmente. 

Ma a quanto pare abbiamo tutti i mezzi per vedere (almeno) il passato del nostro Universo, e a dimostrarlo è un’esplosione avvistata nello Spazio.

Un’antichissima Supernova che si trova a circa 1.60.000 anni luce dal pianeta Terra.

Sì, perché questa ampia deflagrazione è in realtà né più né meno che una "reliquia": una sorta di fossile spaziale, un resto di un’antichissima Supernova che si trova a circa 1.60.000 anni luce dal pianeta Terra e racconta una storia talmente tanto antica da spiegare alcuni fenomeni verificatisi agli albori della nostra storia.

La Grande Nube di Magellano e la nostra galassia.

Ma facciamo un passo indietro. Qual è la storia di questa esplosione? E cosa ha portato gli scienziati a guardare proprio nella direzione di questo misterioso fenomeno? In buona sostanza, i ricercatori stanno osservando da diverso tempo la Grande Nube di Magellano, che ha già lasciato tutti a bocca aperta per via della presenza di  un "gigante luminoso" e per una grande onda anomala in grado di "piegare la luce".

Per chi non lo sapesse, la Grande Nube di Magellano è (a dispetto del nome) una piccola galassia, probabilmente un satellite della via Lattea, osservabile anche a occhio nudo nel cielo notturno dell’emisfero australe della Terra. Pur essendo una galassia irregolare, presenta moltissime analogie con la nostra. Di conseguenza, ciò che è osservabile al suo interno è una sorta di piccolo riassunto di ciò che è successo al nostro nido spaziale, ed è per questo che lo sguardo della comunità scientifica è puntato su di lei.

L’esplosione spaziale rilevata dalla NASA.

L’esplosione spaziale rilevata dal telescopio orbitale Chandra XRay e analizzata dal telescopio spaziale Hubble, dunque, è da inquadrare come un piccolo punto riassuntivo della nostra storia. 

Per la precisione, la deflagrazione aiuterebbe a determinare l’evoluzione e la scomparsa di una stella lontana. In particolare, la sua individuazione porterebbe a comprendere le cause dell’estinzione di questa stella, che ha raggiunto una massa critica ed è poi esplosa.

Ciò è molto importante perché riguarda anche il "percorso di vita" delle nostre stelle. Pare infatti che il corpo celeste che ha lasciato le tracce della sua fine possa essere "morto" o estraendo, in qualche modo, materia da una stella vicina e dunque diventando troppo grande per continuare a esistere, o fondendosi con una nana bianca.

Sia nel primo che nel secondo caso, la conseguenza sarebbe stata un’esplosione termonucleare, chiaramente distruttiva.

Le foto scattate da Hubble e la finestra sul passato.

La foto scattata da Hubble è sicuramente mozzafiato: il centro dell’immagine è dominato dai resti colorati della stella, circondata da detriti rosso sangue. Il nucleo dell’esplosione è vivido, violaceo, con una concentrazione di energie basse, medie e alte che sfumano nei colori verde, blu e bianco crema.

Partendo da questo scatto, i ricercatori hanno confrontato le immagini scattate da Hubble alla Grande Nube di Magellano negli anni 2010, 2011 e 2020, allo scopo di misurare le velocità dell’onda d’urto dell’esplosione. 

Secondo i calcoli, la luce derivante dall’esplosione avrebbe raggiunto la Terra circa 670 anni fa, aprendo una finestra sul passato che permette di stabilire quando si è verificata la detonazione, cosa l’ha provocata e facendo sì che, adesso, la comunità scientifica abbia un’idea più chiara sulle esplosioni verificatesi nel periodo del Big Bang.

 
Fonte: Libero.

settembre 20, 2012

3 Infografiche (informative grafiche) su tecnologia e Web.
infographicsL'infografica (anche nota con termini inglesi information graphic o infographic) è una tecnica nata dall'incrocio tra informatica e arti grafiche.

Le immagini sono sia calcolate sia prodotte tramite computer; inoltre sono elaborate su palette grafiche elettroniche. Questa tecnica permette di ottenere immagini spesso realistiche in 2D o 3D, animate o fisse.

Alcuni esempi di infografica sono:

    tabelle
    diagrammi di flusso
    mappe concettuali
    schemi a blocchi
    Istogrammi
    grafici
    mappe
    mappe topografiche
    schemi
    sistemi di segnaletica

Oggi l'infografica è frequentemente utilizzata nei giornali, nelle riviste scientifiche, nei saggi, nei manuali d'istruzioni o di statistica, nei libri di testo scolastici. È inoltre molto utilizzata come strumento da parte di matematici, statistici e informatici per semplificare i processi di sviluppo e comunicazione di informazioni astratte. (fonte: Wikipedia)

B2B Social Marketing Universe.


 
Ricerca personalizzata
 
Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog: 

febbraio 01, 2012

I Google Doodle più belli di sempre.
google-doodleI Google Doodle che il motore di ricerca più famoso del mondo ci offre in occasione di ricorrenze speciali, non sono semplicemente dei loghi personalizzati, a volte sono delle vere e proprie opere d’arte.

A parte il lato puramente estetico dei Doodle, a volte questi sono particolari per le loro “funzioni curiose”. Ne abbiamo visti molti animati, alcuni musicali e altri interattivi. Vediamo quindi alcuni dei Google Doodle più belli di sempre.

Questi sono alcuni dei Google Doodle più belli degli ultimi anni e di sempre che hanno portato un po’ di allegria e di colore alla “solita” homepage del motore di ricerca per eccellenza. Vediamo dunque una lista di quelli più apprezzati dagli internauti.

  • Il Google Doodle di Les Paul
  • Il Google Doodle per l’Italia tra 150 anni
  • Il Google Doodle per l'eclissi di Luna
  • Il Google Doodle per il Giorno della Terra
  • Il Google Doodle per Freddie Mercury




Il logo dedicato al musicista e creatore di chitarre Les Paul è uno dei maggiormente apprezzati dagli utenti. Il suo successo è dovuto alla sua interattività, ovvero la chitarra presente nel logo poteva letteralmente essere suonata con il cursore del mouse. Ogni internauta che passasse per la homepage di Google poteva così divertirsi a creare una sua traccia musicale.
google-doodle-les-paul
Questo logo è apparso su Google poco tempo fa’ e la sua particolarità è il fatto di essere stato disegnato da un gruppo di bambini di una scuola elementare. L’immagine rappresenta le speranze per il futuro del nostro paese che i bambini immaginano caratterizzato dalle energie rinnovabili e da un ritrovato rispetto per l’ambiente. Non sarà il Doodle migliore a livello estetico, ma come significato e importanza batte tutti i concorrenti.
google-doodle-italia-tra-150-anni
L’eclissi di Luna è stato uno degli fenomeni naturali più belli del 2011 ed è stato osservato da milioni di persone in tutto il modo. Il logo che lo ha omaggiato è animato e ci mostra le fasi dell’oscuramento del satellite. Con questo logo Google ci ha dimostrato la sua attenzione anche per gli avvenimenti naturali e non solo per la cultura, l’arte, la musica e la storia.

google-doodle-eclissi-di-luna
Rimanendo in tema di natura e ambiente, uno dei logotipi più belli e suggestivi è senza dubbio quello dedicato alla celebrazione del Giorno della Terra. Big G è sempre stato molto attento ai temi riguardanti il nostro pianeta e l’ambiente e questo logo ne è l’ennesima prova. Anche per l’Earth Day il logo è stato reso più vivace grazie ad una simpatica animazione.
google-doodle-giorno-della-terra
Nella categoria dei Doodle musicali più belli c’è sicuramente il logo celebrativo per il cantante Freddie Mercury. Cliccando sul pulsante al centro dell’immagine partiva la canzone storica “Don’t stop me now”. Con questo logo Google ci ha ricordato che la cultura non è fatta solo di arte, letteratura e storia, ma anche di musica e miti.
doodle-freddy-mercury





Ricerca personalizzata



Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

ottobre 23, 2010

Opportunity, il lungo viaggio del rover nei deserti marziani.
La sua missione doveva durare solo 90 giorni. Invece va avanti da quasi sette anni, durante i quali ha percorso 24 chilometri e fatto importanti scoperte. E ora ha anche un software che gli consente scelte autonome di Luigi Bignami.

Nell'immensa pianura marziana che circonda il cratere Endeavour, un piccolo esploratore robotico porta avanti da solo una missione che avrebbe dovuto durare 90 giorni e invece si protrae da quasi sette anni: dal 25 gennaio 2004, giorno del suo atterraggio, il rover Opportunity ha percorso 24 chilometri sulla sabbia del Pianeta Rosso, mettendo a segno una serie di importanti scoperte: dall'esistenza di strutture che confermano la presenza di acqua superficiale in un lontano passato (si sono trovate onde nella sabbia che farebbero pensare a spiagge), alle piccolissime palline di minerali (chiamate mirtilli) che confermerebbero ulteriormente la presenza di mari e laghi, fino a meteoriti che sono rimasti così come caddero sulla superficie del pianeta e contengono importanti informazioni sull'atmosfera che circondava il pianeta.

Superate tutte le aspettative possibili, da alcuni mesi a questa parte Opportunity è stato dotato di un software inviato da Terra che lo rende "intelligente". Gli ingegneri della Nasa infatti, hanno voluto provare un sistema che fa di Opportunity un mezzo parzialmente autonomo su alcune decisioni importanti: se estrarre o meno il proprio braccio robotizzato per analizzare una roccia presente sul proprio percorso; quale fotografia inviare a Terra tra le centinaia che scatta al paesaggio circostante; quanta strada percorrere. Le scelte vengono comunque vagliate dai tecnici della Nasa, ma fino ad oggi Opportunity ha dimostrato di aver "appreso" le informazione del software in modo perfetto e continua imperterrito la sua strada verso l'obiettivo che gli è stato richiesto.

Le vicissitudini a cui ha dovuto far fronte Opportunity sono state numerose, ma forse la peggiore di tutte è stata una serie di tempeste di polvere contro le quale si è imbattuto alla fine di giugno del 2007. Il pulviscolo ha ricoperto completamente i pannelli solari che inizialmente producevano circa 700 watt/ora di energia al giorno, facendo scendere le loro potenzialità a soli 150 watt/ora al giorno.

Fu così che il rover venne messo in una specie di ibernazione nell'attesa che le tempeste passassero. Solo ad agosto la situazione migliorò, ma le speranze di rivedere Opportunity in attività erano poche.

Lentamente invece, le batterie tornarono a caricarsi e i pannelli si pulirono grazie ad una leggera brezza e, in parte, grazie ad un sistema di pulitura previsto dai tecnici in fase di costruzione. Sta di fatto che in poche settimane ritornò ad un'efficienza quasi simile a quella iniziale e nel settembre del 2007 si infilò fin quasi sul fondo del Cratere Victoria. Vi uscì solo un anno dopo e da quel momento venne indirizzato verso il nuovo cratere che dovrebbe raggiungere l'anno prossimo. Ora a bordo i pannelli solari erogano circa 280 watt/ora al giorno.


Il rover gemello Spirit, sceso su Marte il 4 gennaio del 2004 è atterrato nel cuore di una grande cratere, il Gusev, che un tempo poteva essere interamente ricoperto d'acqua. E non ci volle molto per trovare le testimonianze dell'esistenza del liquido in un passato molto remoto. Anch'esso ha lavorato oltre i limiti dei 90 giorni previsti, percorrendo 7.730 m, ma il 22 marzo del 2010 ha smesso di comunicare con la Terra, dopo essersi insabbiato con due ruote fuori uso.

Alla Nasa si continuano a tenere le antenne accese verso il rover, ma le probabilità che esso abbia passato indenne l'inverno appena trascorso nella regione in cui si trova e che possa nuovamente ricaricare le batteria al punto di iniziare i collegamenti con i tecnici del progetto sono scarse. Ma dai due rover ci si può aspettare di tutto e la Nasa non demorde.



Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

ottobre 22, 2010

Tsunami di ghiaccio tra gli anelli di Saturno: i  fenomeni individuati potrebbero dipendere dalla gravità di Titano.
L'attrazione gravitazionale di Titano, la più grande luna di Saturno, causerebbe giganteschi "tsunami" rotanti di particelle ghiacciate in uno degli anelli del pianeta. L'ipotesi emerge dallo studio di recenti dati, e potrebbe risolvere il mistero trentennale di un "vuoto" nell'anello C di Saturno.

La sonda Voyager 1 della NASA, che osservava gli anelli di Saturno da un solo angolo ridotto, registrò un'increspatura nell'anello C del pianeta già nel novembre del 1980.

Questa increspatura era interrotta da un vuoto di circa 15 chilometri, evidenziato dai dati radio. Ma la la faccenda fu complicata da alcune fotografie scattate successivamente, che non mostravano alcun vuoto nell'anello C.

Ora, gli scienziati che si occupano di elaborare i dati della sonda Cassini hanno confermato che quel vuoto esiste.

Poiché le increspature e i vuoti sono generalmente difficili da discernere nele immagini di Cassini, i ricercatori hanno osservato questo vuoto in maniera indiretta, grazie alla luce che attraversava il "buco" quando le stelle passavano dietro l'anello C.

"Un paragone calzante potrebbe essere quello di una persona che passa dietro a uno steccato con una torcia in mano”, ha spiegato l'astronomo della Cornell University Phil Nicholson. "La luce delle stelle più luminose che passano dietro gli anelli viene bloccata dalle regioni di particelle più dense, ma passa invece attraverso i vuoti".

Le recenti osservazioni di Cassini, ottenute da diverse angolazioni, mostrano che l'apertura è più stretta di quanto si ritenesse in precedenza; appena mezzo chilometro. A quanto pare, secondo gli astronomi, il punto di vista di Voyager faceva apparire il vuoto molto più largo di quanto sia in realtà.

Altra novità, in circa metà delle immagini di Cassini il vuoto diventa un "picco", come se vi fosse qualcosa al suo interno che blocca la vista. “È come se il vuoto nello steccato diventasse uno dei paletti dello steccato stesso”, spiega Nicholson.

I nuovi dati basati sulla luce stellare suggeriscono che - da certe angolazioni - il vuoto sia circondato da pareti a spirale di particelle ghiacciate che si allineano in modo tale da impedire la vista dell'aperura.

In base ai dati di Cassini, aggiunge l'astronomo, ognuno di questi picchi assomiglia a "uno tsunami che si propaga da una faglia sismica. Se vi trovaste accanto a questo tsunami, si tratterebbe di un fenomeno di dimensioni notevoli”. Ogni picco avrebbe infatti un'altezza di un chilometro e mezzo circa. “Ma si muovono piuttosto lentamente”, aggiunge Nicholson, “a crica 250 metri al giorno”.

È colpa di Titano?

Altri vuoti conosciuti in altri punti degli anelli di Saturno possono essere spiegati dalle piccole lune che orbitano all'interno degli anelli stessi, che si scavano dei passaggi attraverso le particelle. Ma altri vuoti, come questo nell'anello C, non sono associati ad alcuna luna conosciuta, e pertanto la loro origine resta un mistero per gli scienziati.

Tuttavia, è stato rilevato che la rotazione di questi tsunami sono sincronizzate con l'orbita di Titano, che gira atttorno al pianeta una volta ogni 16 giorni. Questa analogia suggerisce agli studiosi che i picchi siano il risultato del rapporto gravitazionale tra l'anello C e la luna Titano.

È probabile infatti che la gravità di Titano "tiri" la sezione di particelle dell'anello che sono in risonanza con la luna, o che si muovono alla stessa velocità del campo gravitazionale di Titano, spiega Larry Esposito, astronomo dell'University of Colorado a Boulder, che non ha preso parte alla ricerca.

"Per decenni si è detto che la risonanza può creare dei vuoti negli anelli”, dice Esposito. "E questi dati confermano quelle ipotesi”.

Lo tsunami luccicante

Per quanto gli tsunami siano quasi sempre troppo piccoli per poterli osservare nelle immagini di Cassini, la sonda ha avuto modo di osservarli per la prima volta nel corso dell'equinozio di Saturno, quando i raggi del Sole colpiscono gli anelli di taglio, ha spiegato Nicholson. In quel caso, l'angolazione della luce ha fatto brillare la parete inclinata degli tsunami come un arco luminoso nell'anello scuro.

"Pensate al Sole che illumina la topografia della Terra dopo il tramonto o prima dell'alba”, dice l'astronomo. “In genere non c'è molta illuminazione, ma una cresta orientata verso il Sole può apparire piuttosto luminosa”.

In generale, spiega Nicholson, la nuova scoperta è una nuova prova del fatto che gli anelli di Saturno sono meno bidimensionali di quanto ritenessimo in precedenza.

Secondo Esposito dell'University of Colorado, questa scoperta potrebbe non aggiungere alcuna novità di rilievo nel quadro più ampio dello studio degli anelli di Saturno, ma "è certamente un caso affascinante".


Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

settembre 08, 2010

L'atmosfera primordiale della Terra? Simile a quella di Titano
Il modello preso a prestito da quello elaborato per il satellite di Saturno prevede la presenza di particelle di aerosol costituite da lunghe e irregolari catene di particelle più piccole, e la presenza di metano è la chiave per rendere plausibile tale modello.

La fitta nebbia di sostanze organiche gassose che circondava la Terra primordiale alcuni miliardi di anni fa potrebbe essere stata simile a quella che ora si osserva su Titano, la luna più grande di Saturno e avrebbe potuto proteggere la vita sul pianeta primordiale dagli effetti deleteri della radiazione ultravioletta.

È questa la conclusione di un nuovo studio dei ricercatori dell’Università del Colorado a Boulder, secondo cui l’atmosfera primordiale dei pianeta era costituita da aerosol di metano e composti dell’azoto che potevano subire varie reazioni chimiche in virtù dell’interazione con la radiazione solare: non solo la cortina avrebbe schermato la superficie dai raggi UV, quindi, ma avrebbe permesso la formazione dell’ammoniaca e avrebbe determinato un riscaldamento da gas serra, impedendo al pianeta di raggiungere temperature molto basse.

“Prima di questo studio, il modello più accreditato prevedeva un'atmosfera primordiale costituita da azoto con una minima percentuale di biossido di carbonio, metano, idrogeno e vapor d'acqua”, ha spiegato Eric Wolf, coautore dell'articolo apparso sulla rivista Science. "La temperatura tuttavia non poteva essere più elevata solo per la presenza del biossido di carbonio, a causa dei suoi bassi livelli: avrebbero dovuto essere implicati anche altri gas serra. La spiegazione più logica è che vi fosse anche del metano, immesso in atmosfeta dalle forme di vita primordiali.”

Secondo i calcoli, durante il periodo Archeano, tra 3,8 e 2,5 miliardi di anni fa, la radiazione del Sole era del 20-30 per cento più debole di quella attuale. Eppure le evidenze geologiche e biologiche indicano che la temperatura della superficie era più alta di quella attuale.


Per spiegare l'incongruenza, Wolf e il collega Brian Toon hanno utilizzato un modello climatologico del National Center for Atmospheric Research che consente di spiegare la spessa atmosfera di Titano, secondo satellite per grandezza dell'intero sistema solare e più grande luna di Saturno. In particolare, tale modello prevede la presenza di particelle di aerosol costituite da lunghe e irregolari catene di particelle più piccole.

"Il metano è la chiave per rendere plausibile questo modello: l'unico particolare che mancava era un'ipotesi su come si sia formato”, ha concluso Toon. “Se gli organismi terrestri primordiali non erano in grado di produrre metano, esso potrebbe essere stato generato dal rilascio dei gas durante le eruzioni vulcaniche, o prima o dopo l'origine della vita.”

Titano è l'unico satellite naturale del sistema solare a possedere un'atmosfera sviluppata; la sua scoperta risale al 1944, quando Gerard Kuiper, facendo uso di tecniche spettroscopiche, stimò la pressione parziale del metano in 10 kPa.

In seguito, le osservazioni condotte da distanza ravvicinata nell'ambito del programma Voyager hanno permesso di determinare che l'atmosfera titaniana è più densa di quella terrestre, e le sue imponenti formazioni nuvolose rendono impossibile l'osservazione diretta della superficie. La foschia visibile nell'immagine a fianco contribuisce a sostenere un effetto serra al contrario, che, aumentando l'albedo del satellite e riflettendo la luce incidente nello spazio, ne diminuisce la temperatura superficiale. Sulla superficie la sonda Huygens ha rilevato una temperatura di -179 °C e una umidità del 45%.


Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempreaggiornato sui nuovi contenuti del blog: