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novembre 03, 2010

La corsa planetaria all'acquisto delle terre Ma i "cattivi" non hanno tutti lo stesso volto

Sono 42 milioni gli ettari agricvoli acquistati dentro i confini dei paesi in via di sviluppo. A comprare sono fondi d'investimento privati e le banche che li gestiscono, investitori pubblici e Governi. Operazioni con nessuna finalità produttiva, conta solo la rendita, che trasforma milioni di agricoltori in braccianti.

Le cifre conosciute - che restano stime - parlano di un processo di accaparramento di terre ad uso agricolo, attraverso l'acquisto o l'affitto di lungo o lunghissimo periodo, che copre oltre 42 milioni di ettari. Cioè 3,5 volte la superficie agricola utilizzata in Italia.

Il fenomeno percorre vari continenti, compreso il continente europeo, sia all'interno della Unione che nelle ex repubbliche sovietiche, con una dimensione maggiore in Asia. Si tratta di un fenomeno al centro degli interessi e dell'azione di Croceviaterra 1, una Ong che considera il modello di sviluppo dominante - basato sulla crescita intesa solo come consumo e profitto e alimentato dal libero mercato - incapace di considerare le esigenze di uomini e donne dei Paesi del Sud del mondo, così come non è in grado di tener conto della giusta ripartizione della ricchezza e di un uso sostenibile e duraturo delle risorse naturali nei Paesi ricchi. In Italia (sono dati del 2007) poco più del 3% delle aziende controlla il 48% delle terre agricole del paese. Il sostegno all'agricoltura contadina riguarda tutti. In ogni paese. Gli accaparratori, insomma, sono di diversa natura e di diversa dimensione. Vale dunque la pena di fare una piccolo riassunto.

Il profilo di chi compra. Di sicuro ci sono i fondi di investimento privati e le banche d'affari (investment houses, private equity funds, hedge funds) che li gestiscono, ci sono gli investitori pubblici e ci sono gli accordi fra Stati. L'acquisizione di terre, però, non ha in gran parte nessuna finalità immediatamente produttiva, quello che muove gli investimenti è l'accaparramento della rendita, cioè il profitto che si trae proprio dal fatto di acquisire o controllare per un lungo periodo terre agricole. Molte delle risorse investite hanno un legame diretto con lo svilupparsi della crisi finanziaria e con l'immane disponibilità di capitali "di carta" che si liberano continuamente, anche dopo i fallimenti di importanti banche d'affari e i conseguenti interventi riparatori messi in essere dagli USA e dalla Unione Europea, soprattutto. Capitali provenienti da sei paesi europei (in ordine decrescente, Italia, Norvegia, Germania, Danimarca, Regno Unito e Francia) sono tra i maggiori investitori in termini di Investimenti stranieri sulle terre.

L'agrocarburante ruba spazio. Alcune importanti banche europee, rispondendo alle necessità di approvvigionamento dell'Europa in agrocarburanti, promuovono con forza queste produzioni in Africa, togliendo terra alla produzione agricola. Ma anche imprese statali europee investono in terra per la produzione di agrocombustibili o per accaparrarsi fonti d'acqua o possibili giacimenti di materie prime. Niente di nuovo, dunque. Va solo aggiunto che, secondo stime correnti di OCSE/FAO, sui prossimi 10 anni, le industrie agroalimentari dei paesi cosiddetti sviluppati perderanno terreno a vantaggio dell'agroindustrie, collocate direttamente nei paesi emergenti o, più in generale, nei paesi poveri dove materie prime, lavoro e ambiente costano di meno.

Il businnes finanziario sull'agricoltura. Tanto vale allora delocalizzare da subito, magari per mettere le mani su una parte dell'incremento di produzione agricola di cui si parla, pari ad un aumento del 75 % all'orizzonte 2050 per far fronte ad un incremento generalizzato dei consumi alimentari. Insomma, mettere i soldi in agricoltura è molto vantaggioso. Gli speculatori finanziari - che di norma non hanno patria - lo hanno capito prima di altri. Di sicuro prima dei governi.

In difesa dell'accaparramento. Nella mitologia corrente si usano due argomenti per difendere questo tipo di accaparramento. Che le produzioni rappresentano una fonte di reddito per il paese e che questi investimenti, in fine, sono un supporto agli investimenti in agricoltura. In concreto, nel caso in cui effettivamente si avviassero delle produzioni agricole, come nel progetto sviluppato sulle terre del delta del fiume nelle zone semipaludose del Yala (Kenya) 40 mila ettari affittati direttamente dal presidente della repubblica Mwai Kibaki al governo del Qatar per coltivarvi ortaggi da mandare indietro nel Qatar, queste saranno realizzati secondo le regole dell'agricoltura mineraria, specializzata, monoculturale e chimica.

Contadini trasformati in braccianti. Una parte dei contadini trasformati in braccianti avranno salari che non saranno sufficienti ad acquistare cibo in quantità e qualità adeguata ed entreranno nel circolo vizioso dell'insicurezza alimentare e dell'esodo. Viaggio nelle metropoli e poi se possibile l'emigrazione, in Africa o altrove. In questo caso il reddito prodotto degli ortaggi esportati non compenserà la perdita di entrate (in parte in moneta ed in parte in beni di consumo diretto) delle famiglie contadine. Infatti il Kenya, al momento di una recente dura siccità ha dovuto fare appello all'intervento alimentare a sostegno delle popolazioni ed il progetto è venuto fuori nella sua gravità.


L'esempio del Mali. Ma occorre chiedersi anche se questi investimenti stranieri hanno effettivamente una dimensione così rilevante nei confronti dell'economia del paese ospitante da essere irrinunciabili "meglio dell'elemosina". Chi investe davvero in Mali, ad esempio?. In Mali ci sono circo 800.000 famiglie contadine che ad ogni inizio di stagione investono il loro lavoro, le sementi, gli animali, le cure colturali, le sistemazioni dei terreni, il loro mantenimento in buono stato di fertilità. Un calcolo a palmi, con parametri locali potremmo dire che questo investimento vale almeno 3.000 euro per ogni famiglia. Un totale di 2,4miliardi di euro ogni anno. Quale banca d'affari può investire ogni anno la stessa cifra?. Togliere la terra a queste famiglie per cederla ad un "investitore" straniero, di fatto, non fa che diminuire le risorse che sono disponibili per la produzione alimentare del paese.

Poche persone con immense proprietà. Non ci sono "principi" - come sostiene la Banca Mondiale - che possono rendere accettabile l'accaparramento e la concentrazione della proprietà della terra nelle mani di un numero sempre più ristretto di proprietari. Siano essi imprese multinazionali straniere, fondi d'investimento speculativo o élite locali, magari alti funzionari dello Stato.

Per questo la campagna internazionale contro gli accaparramenti condotta da Via Campesina 2, FIAN 3, GRAIN 4 e moltissime altre organizzazioni della società civile deve continuare, anche se per il momento, la proposta della Banca Mondiale è stata messa da parte dai Governi che le hanno negato l'appoggio. Per evitare danni maggiori, occorre che una moratoria internazionale agli investimenti per l'acquisto di terre per migliaia di ettari sia decisa subito dalle istituzioni finanziarie internazionale come la Banca Mondiale ed il FMI - magari alla prossima riunione del G20 - sulla scorta di quanto alcuni paesi (vedi il Mozambico) già stanno facendo, senza il sostegno di nessuno.



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