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luglio 07, 2013

Ambienti forestali alpini.

civetta capogrosso2_scheda_specie_grandeDa Tarvisio a Livigno, da Courmayeur a Limone Piemonte. La storia naturale delle Alpi si intreccia, come è inevitabile, con la storia del nostro Paese. È difficile parlare di questo ambiente senza far tornare alla memoria alcune tappe cruciali della nostra storia recente. Facilmente la memoria scivola ai tempi della grande guerra, quando tra boschi e vallate risuonavano i canti degli Alpini.

Di certo, ancora oggi, le grandi foreste di conifere sono il simbolo delle nostre Alpi. Dal Bosco del Cansiglio, dove si ricavano i legni celebri per il loro utilizzo in liuteria, fino alle grandi foreste della Valcanale al confine tra Italia e Slovenia, dove alcune specie diffuse oltralpe hanno di recente trovato un ambiente ideale per la costruzione del nido.

civetta capogrosso3_scheda_specie_grande

Quindi l’area occidentale, dal Gran Paradiso alle Alpi Marittime, senza dimenticare l’importantissima fascia prealpina, dove alle conifere si sostituiscono le latifoglie, importantissimo habitat per tutta una serie di specie forestali nonché zona di rifugio durante la stagione più fredda, quando molti uccelli scendono a quote più basse alla ricerca di cibo.

Aree in cui è la foresta che domina incontrastata. Aree in cui la gestione forestale – e le diverse modalità con cui questa può essere condotta – può avere conseguenze determinanti per le popolazioni di uccelli. Purtroppo, anche qui, la tecnologia non ha giocato a favore della fauna selvatica. Strade forestali costruite senza tenere in alcun conto la fauna selvatica presente, attività di gestione della foresta per decenni del tutto incompatibili con la vita delle principali specie caratteristiche.

Francolino-di-monte2_scheda_specie_grande

Oggi lo scenario è in gran parte mutato. L’aumento delle aree vincolate, la progressiva diffusione di pratiche di gestione forestale diverse, più compatibili con le esigenze delle specie, hanno portato alla progressiva ricolonizzazione di molti siti. La stessa gestione del bosco può rappresentare la chiave di volta per evitare la contrapposizione tra specie dalle abitudini forestali e specie più legate agli ambienti aperti. È qui che si gioca gran parte della sfida per la tutela dell’avifauna selvatica dell’intera regione alpina.

Cosa è cambiato.

Le foreste alpine sono caratterizzate da una notevole molteplicità di specie arboree. Non solo abeti – bianchi e rossi – ma anche larici, pini e – a quote inferiori – querce, faggi, latifoglie in genere. In comune c’è un attività economica, quella dello sfruttamento del legname, a cui sono soggette la maggior parte delle foreste alpine.

Difficile, in questi casi, parlare di ambiente “naturale”. Relativamente antropizzate anche in tempi storici, le foreste alpine sono sempre state sfruttate per ricavare legname, per liberare spazio ai pascoli, per far posto – più di recente – al progresso, con la costruzione di strade più ampie e scorrevoli, o al turismo, con l’abbattimento di interi versanti per la costruzione di piste da sci.

Gallo-cedrone2_scheda_specie_grande

Il taglio del bosco rappresenta ad oggi la principale attività che incide su questo tipo di ambienti. Oltre ad essere – di per sé – causa di periodico disturbo, il taglio del bosco modifica la composizione strutturale delle foreste, e, per conseguenza, la loro potenziale idoneità per tutta una serie di specie selvatiche.

A questo si aggiunge la necessità di usufruire di infrastrutture temporanee, come vie d’accesso, funicolari. Oppure permanenti, come strade forestali a viabilità limitata. Quel che è certo è che il “tasso di antropizzazione” delle foreste alpine è ad oggi elevatissimo, mentre è ampia la fascia nella quale alle attività di sfruttamento economico delle foreste per la produzione di legname si affianca l’utilizzo delle stesse a fini turistico-ricreativi.

Gli effetti sugli uccelli.

civenana3_scheda_specie_grande

Specie caratteristiche degli ambienti forestali alpini sono il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus ), i Tetraonidi (Tetrao tetrix, Tetrao urogallus, Bonasa bonasia ), la Civetta nana (Glaucidium passerinum ), la Civetta capogrosso (Aegolius funereus ), e varie specie di Picidi: Picchio nero (Dryocopus martius ), Picchio cenerino (Picus canus ) e Picchio tridattilo (Picoides tridactylus ).

Il taglio degli alberi e, più in generale, la gestione forestale, rappresenta la principale fonte di disturbo per le specie di uccelli selvatici che abitano queste aree. Eliminando siti idonei all’alimentazione, talvolta eliminando tutti o quasi i siti idonei per la costruzione del nido. Emblematico il caso del Picchio nero, la cui esistenza dipende dalla presenza di piante vecchie o marcescenti, le prime ad essere spazzate via durante le attività di taglio del bosco. Ma anche la Civetta nana, la Civetta capogrosso, rapaci notturni che utilizzano tipicamente i nidi abbandonati dal Picchio nero e dal Picchio cenerino e che soffrono quindi altrettanto nel constatare la scomparsa delle piante più vecchie.

La stessa modificazione strutturale delle foreste, o la mutata composizione delle diverse specie arboree in esse presenti – conseguente anche in questo caso a una gestione forestale intensiva – causa l’inidoneità degli ambienti per una serie di specie “simbolo” dell’avifauna alpina, quali il Gallo cedrone o il Francolino di monte.

Alcune specie, poi, non tollerano anche il semplice disturbo arrecato periodicamente dalle attività di taglio, in particolare se condotte in periodo riproduttivo. Per contro, l’abbandono della montagna incide negativamente sulla disponibilità di aree aperte, la cui presenza appare fondamentale per l’ecologia di molte specie forestali di seguito presentate. L’invasione delle radure da parte di alberi e grandi cespugli, per esempio, ha confinato il Gallo forcello in una porzione ristrettissima della catena alpina. Un esempio, quest’ultimo, della simbiosi possibile – e per molti secoli utile – tra attività umane tradizionali di gestione del territorio ed esigenze ecologiche di molte specie selvatiche. Una sinergia da ripristinare e da sostenere tramite interventi diretti, per la salvaguardia delle popolazioni più importanti e delle specie maggiormente minacciate.

Picchio-nero3_scheda_specie_grande

Le priorità.

Di seguito, gli elementi specifici di questo habitat, la cui conservazione risulta prioritaria per un’efficace tutela delle popolazioni di uccelli che vivono e nidificano negli ambienti forestali alpini. Ulteriori condizioni risultano poi essenziali per favorire la costruzione dei nidi, mentre la possibilità da parte di molte specie di sopravvivere, dipende anche dalla disponibilità di prede adeguate e viene a volte notevolmente influenzata dal disturbo arrecato dalle attività umane.

Civetta capogrosso – Foreste di conifere e latifoglie “a fustaia” (intendendo con questo termine il bosco maturo con alberi già imponenti). Per la nidificazione è necessaria una buona disponibilità di nidi di Picidi e, per conseguenza, il ciclo riproduttivo di questa specie risulta strettamente legato alla tutela, nell’ambito delle attività di gestione forestale, delle piante più vecchie che ospitano tali cavità. La specie risulta particolarmente intollerante al disturbo umano.

Civetta nana – Foreste di conifere e latifoglie a fustaia. Anche la Civetta nana dipende strettamente dai nidi lasciati liberi dai Picidi.

Falco pecchiaiolo – Disponibilità di aree forestali su versanti scoscesi per la nidificazione. Disponibilità di radure e aree a pascolo intercalate ad aree forestate idonee per l’alimentazione.

Francolino di monte – Boschi misti di conifere e latifoglie. La specie risulta particolarmente intollerante al disturbo umano.

Falco-pecchiaiolo2_scheda_specie_grande

Gallo Forcello – Versanti a vegetazione cespugliata. Per alimentarsi necessita di buona disponibilità di formicai, cespugli con bacche e piccoli frutti di bosco. La specie risulta particolarmente intollerante al disturbo umano.

Gallo Cedrone – Foreste di conifere e miste, con buona alternanza di radure. Anche questa specie dipende fortemente, nell’alimentazione, da formicai e frutti del sottobosco. La specie risulta particolarmente intollerante al disturbo umano.

Picidi – La loro presenza è favorita dalla disponibilità di piante molto vecchie o marcescenti, che risultano idonee per la costruzione del nido. Gli stessi alberi vecchi, malati o morti sono necessari anche durante la fase di alimentazione, essendo queste specie particolarmente dipendenti, nella propria dieta, da formicai e più in generale dagli insetti che si annidano dietro le vecchie cortecce. Anche i Picidi necessitano di aree poco frequentate dall’uomo per il completamento del proprio ciclo riproduttivo.

fonte: S.O.S. Regno Animale

Fagiano-di-monte2_scheda_specie_grande

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