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settembre 25, 2013

Lo sviluppo e la decrescita: il caso Italia.

La crisi drammatica che sta attraversando il nostro paese, e con esso l'Europa, è davanti ai nostri occhi. L'Italia, in particolare, si è trovata sguarnita e indifesa, con la “messa a nudo” delle sue debolezze (già note agli osservatori più attenti), talvolta nascoste per offrire l'immagine falsata di un paese gaudente, ricco e benestante. È anzitutto una crisi morale, una caduta di quel sentimento solidale che in vario modo ha sempre informato la cultura del paese. L'individualismo, il narcisismo, la mala-cultura televisiva, il mito del fai-da-te e del facile arricchimento, hanno prodotto quel deserto morale alimentato, peraltro, da un consumismo compulsivo e nevrotico.

Si è così sfibrata quella rete sociale e quella alleanza tra generazioni che aveva retto, nel bene e nel male, lo sviluppo dei nostri territori: la crisi del welfare statale, sempre più costoso, sperequato, assistenzialistico, con alti trasferimenti di denaro e bassa offerta di servizi, inefficiente e incapace di ridurre i tassi di povertà, hanno fatto il resto.

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Non va neppure sottovalutato il tasso di crescita che da decenni è tra i più bassi in Europa, e che connesso alla crescita del debito pubblico, ha prodotto una recessione che dura da anni, accompagnata da una afasia endemica nella capacita di generare imprese che accettano la sfida della globalizzazione e una concorrenza internazionale sempre più agguerrita. La cultura dell'intrapresa non è certo tra le più frequentate: le aziende che stanno sul mercato e sanno competere rappresentano una quota minoritaria, il resto dell’apparato produttivo nazionale è un sistema per lo più protetto e corporativo.

Parimenti, appare malamente gestito anche il mercato del lavoro che attende da troppo tempo una riforma organica ed equa rispetto alla configurazione attuale; una configurazione che penalizza i giovani (l’Italia è il Paese con il più alto tasso di disoccupazione giovanile) e le donne. Un tappo generazionale che impedisce al paese di crescere, e alle donne – che sono una risorsa strategica - di partecipare più agevolmente al mercato del lavoro.

Come non annotare anche la crisi della politica e la lunga transizione istituzionale mai conclusa. Un paese, la stessa economia, hanno bisogno di buona politica senza la quale si smarrisce la dimensione di bene comune e la possibilità di edificare la città: appare drammatica la carenza di culture politiche capaci di offrire una visione di insieme e un quadro di coerenze sostenibili. Per non parlare dello svilimento della virtù della competenza che è alla base di un fare bene il bene, e di fare quindi bene una politica di bene. Ma non solo: il gioco democratico si è accartocciato su se stesso, e il bipolarismo ha mostrato il suo volto polemico, inconcludente, conflittuale, incapace persino di far gareggiare virtuosamente, tra loro, le forze politiche con proposte alternative e competitive.

Ambigua e poco lungimirante anche la presenza dell’Italia sullo scenario internazionale. Quello che ci accade intorno, e al di là del paese, è rimasto fuori dai nostri pensieri. L’Europa in primis, per non parlare poi di quanto sta accadendo sulla sponda sud del Mediterraneo: la primavera araba, o la guerra in Libia, si sono tradotte in emergenza profughi (tra l'altro mal gestita) e non in una occasione per ripensarci un po' più mediterranei e più a sud. L’Italia è davvero una grande piattaforma logistica per il dialogo culturale e religioso, e per lo sviluppo del continente africano. Il discorso di Robert Schumann del 9 maggio del 1950 a Parigi, una dichiarazione fondamentale per la costituzione delle prime strutture europee, accenna profeticamente alla naturale vocazione dell’Europa verso l’Africa, tradita anche dagli italiani che non hanno mai visto nel “continente nero” una opportunità per costruire una dimensione umanistica più solida e una sincera reciprocità nei rapporti economici.

crollo arredamento

Se questi sono solo alcuni dei nodi critici che abbiamo vissuto, diventa assai urgente il tornare a pensare per tornare a crescere, probabilmente con approcci nuovi, sconosciuti e innovativi. La crisi non è solo un problema, la crisi è anche una opportunità per ridisegnare e rimodulare ciò che appariva fino a poco tempo fa immobile e immutabile. Le parole che hanno percorso i decenni scorsi - quasi come una bibbia - oggi appaiono appassite, erose dalla crisi: si tratta davvero di riscrivere il glossario del bene comune recuperando al vero significato ciò che si era via via perduto. Si pensi al mito della mano invisibile per il funzionamento ottimale del mercato, o a quello dell’economia della conoscenza, delle nuove tecnologie o dei servizi. Per non parlare delle parole competizione e concorrenza ridotte al loro significato più cinico e brutale: vita mea mors tua. O al rampantismo coltivato nel mondo del lavoro, e al riduzionismo dei servizi di welfare annotati alla voce “spesa pubblica”. Ebbene, a me pare che la crisi consenta di rimettere in gioco valori e prospettive da sempre presenti nel tessuto esperienziale di molti e nella gran parte dell’associazionismo cattolico.

Proviamo ad indicare alcune direttrici di pensiero e di nuove opere da mettere in cantiere.
E la prima direttrice è la risignificazione del lavoro umano che il mercatismo e il liberismo hanno ridotto a strumento per acquisire solo reddito; la persona/lavoratore ha perso la propria dignità, ridotta a mera funzione produttiva. Vi è un versante antropologico e culturale, e vi è il versante della generazione del lavoro, perché il modo migliore per rendere esigibile il diritto al lavoro è quello di promuovere il dovere a crearlo. Da qui discendono alcune linee di lavoro, peraltro assai note, sul fronte della promozione di nuove imprese, soprattutto giovanili, attraverso incentivi fiscali adeguati, e la riforma del mercato del lavoro che rompa il dualismo tra lavoratori garantiti (sono di norma adulti) e i lavoratori non garantiti con contratti atipici che sono in gran parte giovani. E poi, finalmente, politiche attive affinché l’occupazione femminile cresca e raggiunga tassi pari ai paesi europei più avanzati. Le ricette sono note, e oramai sufficientemente definite: agire sulla leva fiscale per incentivare l’assunzione delle donne, favorire la conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa agendo sui part time e su congedi parentali più flessibili, e infine potenziare i servizi all’infanzia oggi in molte regioni, soprattutto al sud, quasi inesistenti. Sul fontre imprese mi preme ricordare il settore imprenditoriale collegato al welfare inteso nella sua accezione più ampia, potenzialmente un grande veicolo di buona occupazione perché ad alta intensità occupazionale. La legge sull’impresa sociale del 2005 è rimasta lettera morta perché non provvista di alcun strumento fiscale agevolativo. Eppure proponeva un incontro tra profit e non profit, tra non profit e pubbliche amministrazioni per una gestione efficiente ed efficace dei beni comuni.

crollo produzione

La seconda direttrice già introdotta nei paragrafi precedenti è il welfare che si andrà a costruire nei prossimi decenni. I servizi alla persona e alla famiglia, a fronte del cambiamento demografico in atto, con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo e un tasso di invecchiamento tra i più alti, saranno al centro di investimenti ineludibili se si vuole che la coesione sociale non venga completamente distrutta o ridotta ai minimi termini. Si tratta di non disperdere quei saperi sociali accumulati nei decenni scorsi. Appare davanti agli occhi di tutti la lenta e inesorabile perdita di conoscenze e di competenze tra coloro che agiscono nelle politiche sociali, sia sul fronte della politica che sul fronte delle professioni. Si tratta di ricostruire un nuovo patto sociale a livello locale perché è lì che si sperimenteranno innovazione, sostenibilità economica e qualità dei servizi offerti a persone e famiglie. Si tratterà di ‘cantierare’ una sussidiarietà virtuosa, che non si affida al fai da te, ma ad una progettazione che vede coinvolti, pariteticamente, tutti i soggetti pubblici, del privato sociale e del privato, ciascuno con le proprie competenze. Una particolare attenzione va data al ruolo delle pubbliche amministrazioni cui non si chiede un arretramento nelle competenze come taluni propongono. Alle pubbliche amministrazioni andrà chiesto ancora, laddove necessario, la gestione dei servizi sociali, ma nel futuro prossimo dovranno esercitare il coraggio di una sussidiarietà che chiama all’appello le responsabilità di tutti i soggetti in campo. Penso al terzo settore, a quella vasta rete di opere già presenti sul territorio e che attendono di essere riconosciute. Alle amministrazioni spetterà il compito arduo, ma profondamente politico, di animare, sostenere e governare le reti sul territorio garantendo pari diritti a tutti e qualità dei servizi. Si tratta davvero di rovesciare la logica che ha pervaso le politiche sociali nei decenni scorsi, troppo condizionate da una offerta talvolta fuori mercato e tutelante coloro che la gestiscono, e meno alla domanda che sorgeva dalle famiglie che, di fronte alle urgenze, il welfare se lo sono costruite in proprio: emblematica la vicenda delle “badanti”, fenomeno per anni contestato anche da parte del sindacato, è oggi motivo di indagini e politiche.

Ultimo pensiero, da affrontare con la franchezza necessaria, e per quanto possibile non utilizzando il linguaggio del politicamente corretto. Si tratta della riforma della politica che in questi decenni ha visto una decadenza impressionante sul fronte morale, su quello delle competenze, sulla capacità di progettare e fare sintesi. Il paese, dopo la fine della DC e dopo il crollo del muro di Berlino, ha vissuto una transizione perenne e mai conclusa, segnata da un bipolarismo confuso, muscolare e cattivo. Si aggiunga una legge elettorale che impedisce al cittadino il diritto/dovere di scegliere i propri rappresentanti al Parlamento, e la maggioranza che andrà a governarlo. La politica serve, serve ancora di più in una stagione in cui la finanza si ritiene il vero governo del mondo globale. Gli interventi di Benedetto XVI nelle visite apostoliche tracciano una via interessante: i discorsi al Parlamento inglese e tedesco indicano percorsi che la politica e i suoi rappresentanti stentano a comprendere, anche tra coloro che si dichiarano cattolici. Il sistema politico va recuperato nella sua capacità di rappresentare i cittadini con una buona legge elettorale, garantendo un sistema decisionale efficace e tempestivo a chi è chiamato a governare. Aggiungerei, per concludere, anche una ripresa dell’educazione alle virtù civili, perse o ritenute da molti vecchie e antiquate: penso ad uno stile di governo sobrio, competente, capace di ascolto e di progettazione. Penso ad un alto senso delle istituzioni della Repubblica, e a quella profonda spiritualità che ha sempre animato il cuore degli uomini che hanno fatto l’Italia e l’Europa. La spiritualità aiuta coloro che stanno nelle responsabilità pubblica a vigilare su se stessi, sulle azioni intraprese, e a non dimenticare che la politica ha un limite, come tutte le altre funzioni che animano la vita di una nazione: non può promettere il paradiso in terra, non può illudere, non è l’unica istanza di bene comune, ma ciononostante è essenziale alla vita degli uomini.

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