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luglio 18, 2013

La crisi attacca le famiglie pugliesi, più di un quarto vive in povertà.

poveri--401x175Le tristi cifre dell'Istat confermano l'arretratamento. Diffuso il report annuale sulle condizioni di vita in Italia.

È un bollettino di guerra continuo: ogni mese i vari istituti di ricerca ci raccontano come la crisi sta incidendo sulla carne viva della società italiana, sulla tenuta sociale e sul sistema occupazionale. Il primo luglio, per esempio, l’Istat faceva questa diagnosi: il tasso di disoccupazione a maggio si attesta al 12,2%, in aumento dello 0,2% rispetto al mese precedente e di 1,8 punti in dodici mesi. Conclusione: si tratta del massimo storico dal 1977.

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E il Mezzogiorno sa bene che quella dozzina di punti sono il risultato della media tra Nord e Sud, dove le cifre sono molto più alte. La conferma di questo dramma sociale ed economico è arrivata ieri sempre dall’Istat: siamo ormai al record di poveri. Nel 2012 sono stati contati 9,5 milioni di persone in povertà relativa e 4,8 milioni in povertà assoluta, cioè che faticano a trovare cibo (e Coldiretti racconta che sono aumentate del 9% le famiglie che hanno chiesto aiuto per mangiare, per un totale di 3,7 milioni di persone assistite con pacchi alimentari e pasti gratuiti nelle mense). In termini percentuali tra il 2011 e il 2012 si è passati dal 13,6% al 15,8% per la povertà relativa e dal 5,7% all’8% per la povertà assoluta, cifre record dal 2005, anno di inizio delle rilevazioni. Dati "medi", dunque, che diventano sconvolgenti nel Mezzogiorno: infatti le situazioni più gravi si registrano tra le famiglie residenti in Sicilia (29,6%), in Puglia (28,2%), in Calabria (27,4%) e in Campania (25,8%).

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Il dato pugliese è quello che sorprende di più, perché - per esempio - da due anni Svimez segnala che in Campania si registra il reddito pro capite più basso d’Italia, seguito da quello calabrese e siciliano. E dunque le cifre sulla povertà in Puglia sono la vera novità di questa rilevazione Istat. L’istituto di ricerca spiega anche che a livello nazionale la povertà assoluta aumenta tra le famiglie di operai (dal 7,5% al 9,4%) e di lavoratori in proprio (dal 4,2% al 6%), ma anche tra gli impiegati e persino tra i dirigenti (dall’1,3% al 2,6%). E come meravigliarsi se da due-tre anni le tv ci rimandano immagini di coloro che «non arrivano alla quarta settimana» del mese?

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La povertà, continua l’Istat, aumenta anche tra le famiglie dove i redditi da lavoro si associano a redditi da pensione (dal 3,6% al 5,3%). E a proposito di pensioni, lo Spi Cgil sottolinea che sono «i pensionati che percepiscono un assegno previdenziale medio-basso quelli che corrono, più di altri, il rischio di finire nei prossimi anni sotto la soglia di povertà». Si tratta di 6 milioni di persone a cui è stata bloccata per due anni la rivalutazione annuale dell’assegno pensionistico, con la conseguente perdita di 1.135 euro in due anni. Detto questo, va aggiunto che la crescita dell’incidenza di povertà assoluta è, naturalmente, più marcata per le famiglie con a capo una persona non occupata: dall’8,4% è salita all’11,3%, se in condizioni non professionali; e dal 15,5% al 23,6% se in cerca di occupazione. Simili le dinamiche per la povertà relativa di cui soffrono soprattutto le famiglie con uno o due figli, in particolare se minori (dal 13,5% al 15,7%) e persino per le famiglie che hanno tutti i componenti occupati (dal 4,1% al 5,1%).

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Naturalmente le cifre schizzano in alto se i componenti delle famiglie sono in cerca di occupazione (dal 27,8% al 35,6%). L’unico segnale di miglioramento riguarda, in termini relativi, gli anziani che vivono da soli (l’incidenza passa dal 10,1% all’8,6%), probabilmente perché - spiega l’Istat - «hanno un reddito da pensione, i cui importi più bassi sono stati adeguati alla dinamica inflazionistica» - più bassi di quelli segnalati dallo Spi-Cgil. Ma dove la povertà incide meno? Al Nord, ovviamente, e in particolare nella Provincia di Trento (4,4), in Emilia Romagna (5,1%) e in Veneto (5,8%), tutte realtà con povertà au una cifra, molto distanti da quelle del Mezzogiorno.

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agosto 05, 2012

L’élite della vergogna.
elite della vergognaI super ricchi nel mondo evadono più di tutti. Una ricerca – citata dal quotidiano britannico Guardian – elaborata dal gruppo Tax justice network dal titolo ‘The Price of offshore revisited’ (Il costo delle economie off-shore rivisitato), denuncia un dato impressionante: alla fine del 2010 l’élite mondiale dei Paperoni di tutto il mondo ha custodito almeno 21 trilioni di dollari in conti correnti segreti nei cosiddetti paradisi fiscali off-shore (come la Svizzera e le isole Cayman). Tale cifra assomma a più del valore del pil di Stati Uniti e Giappone messi insieme.

Secondo l’ex economista capo dell’agenzia di consulenza finanziaria McKinsey, James Henry, che ha compilato la stima, la più dettagliata relativa al mondo sommerso dei paradisi fiscali, la cifra potrebbe arrivare a 32 trilioni di dollari. Nel rapporto, viene infatti tenuto in conto solo il capitale finanziario e non le proprietà, fra cui le barche di lusso, che spesso sono iscritte ai registri navali proprio dei Paesi dove è più facile evadere il fisco.

Ad aiutare gli evasori, le banche private: la ricchezza di questi individui – relaziona Henry – è protetta da “un branco di professionisti altamente retribuiti, appartenenti all’industria bancaria, legale, contabile e di investimento che si avvantaggia delle frontiere porose dell’economia globale”.

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Sempre secondo la ricerca dell’economista, le prime dieci banche private, tra cui Ubs e Credit Suisse, così come la banca di investimenti Goldman Sachs, hanno gestito oltre 5,8 trilioni di euro nel 2010, contro i 3 milioni di euro del 2007. Lo studio, redatto con dati provenienti da una varietà di fonti, incluso la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of Settlements) e il Fondo Monetario Internazionale, suggerisce che in numerosi Paesi emergenti il valore cumulativo del capitale uscito dalla loro economie dagli anni ’70 a oggi sarebbe abbastanza per pagare il debito col resto del mondo.

I Paesi ricchi di petrolio, con un’élite mobile a livello internazionale sono particolarmente soggetti a vedere la loro ricchezza scomparire in conti bancari off-shore anziché essere investiti in patria. Oltre sette miliardi di euro hanno lasciato la Russia dai primi anni ’90. Dagli anni ’70, sono usciti dall’Arabia Saudita 290 miliardi di euro. Dalla Nigeria, nello stesso periodo, una somma di poco inferiore: 288 miliardi di euro.

Il capitale che evade il controllo delle autorità fiscali nazionali è così imponente che nuovi parametri sono necessari per calcolare il divario tra ricchi e poveri. Secondo i calcoli di Henry, 9,2 trilioni di capitale sono nelle mani di appena 92mila persone, lo 0,001 percento della popolazione mondiale. “La disuguaglianza – scrive Henry – è molto peggiore delle statistiche ufficali, ma i politici attuano ancora il trickle-down (sconti fiscali e agevolazioni a imprese e soggetti benestanti) per trasferire ricchezza ai poveri. La gente per strada non si fa più illusioni su quanto ingiusta sia di diventata la situazione”.
fonte: e-il mensile

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maggio 16, 2012

La vergogna e l’orrore di Quirra: attività militari che hanno di fatto inquinato tutto il territorio circostante.
quirra-blindatoLe attività militari al poligono di Quirra proseguite per decenni hanno di fatto inquinato tutto il territorio circostante.

Durante l’audizione nella Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito del procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi, andata avanti per ore, sono stati descritti i danni causati all’ambiente.

E alle persone. Dati che hanno lasciato di stucco i membri della commissione.

SAR-Subregioni-Quirra“Numerosi testimoni hanno raccontato di aver visto le nubi causate dalle esplosioni dirigersi, trasportati dal vento, sopra le zone abitate, soprattutto Escalaplano, causando molti danni alla popolazione.

Il caso più emblematico riguarda una ragazza sorda, cieca e che non può camminare nata 23 anni fa. Una settimana dopo la sua nascita un altro bambino è nato con malformazioni.

Nei periodi precedenti alle nascite si udivano le esplosioni e si vedevano le colonne di fumo che arrivavano sopra la loro casa, particolarmente esposta ai venti”.
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“I brillamenti che hanno interessato un’area di 75mila metri quadrati hanno determinato situazioni particolari. Dalle foto aeree che abbiamo scattato si vedono distintamente alcune aree di colore bianco.

Quelli sono i luoghi dove avvenivano le esplosioni, tanto che non cresce più erba” ha detto durante uno dei passaggi dell’audizione il dott. Fiordalisi.

Ma a lasciare di stucco i presenti sono stati i dati che hanno riguardato le malformazioni di neonati venuti al mondo nelle zone militari e degli animali.
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“Inoltre, è stata trovata una vera e propria discarica di proporzioni enormi. Un ettaro di estensione profonda dai 3 ai 5 metri completamente piena di rifiuti militari: rocchetti di filo per i missili anticarro filo-guidati, amianto e molti altri agenti inquinanti, ma anche parti di metallo, parti elettroniche e centinaia di gomme di camion. Questa discarica si trova a Ispibiris, un’area di un’asta fluviale di primo ordine. Il fiume Flumendosa diventa quindi una fonte inquinata” dice ancora il procuratore.
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“Ad avviso della procura le prove di scoppio effettuate nella zona interferiscono e molto con l’ambiente a causa dei residui di particelle sprigionati dal calore e dagli scoppi. Le particelle nocive prodotte dalla vaporizzazione dei metalli pesanti di ogni tipo contenute nelle bombe, tornano in circolo nell’aria sottoposte al circolo dei venti.
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Per la procura questo dato è stato molto importante. Possiamo dire che tutto ciò che si trova qui intorno è ricco di particelle di metalli pesanti, che possono essere inalate, e vanno più in profondità nel corpo rispetto all’inquinamento di città. Ecco questo potrebbe spiegare l’incidenza sui linfomi e sulle malattie del sangue nella zona” ha spiegato il procuratore Fiordalisi.
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Ma c’è anche del materiale radioattivo all’interno della base di San Lorenzo che deve essere rimosso al più presto. “Il Cisam (Centro Interforze Studi Applicazioni Militari), aveva già dato disposizioni per la sua rimozione. Il materiale è lì da un decennio e non è stato ancora rimosso”. Ha detto Fiordalisi

Fra le altre cose, è notizia di questi giorni, fra Cagliari e l’Ogliastra sono stati riesumati i corpi di 15 pastori che erano morti a causa di leucemie e linfomi. Su dodici corpi sono stati ritrovati livelli di Torio 232 oltre che di antimonio, piombo e cadmio.Dati altissimi e secondo alcuni studiosi molto più alti della norma.
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fonte: e-il mensile

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marzo 14, 2012

L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa.
nigeria_etnica_mapScioperi e proteste, con morti e feriti, si susseguono in un Paese dove le ingiustizie sociali sono sempre più macroscopiche: due terzi dei nigeriani vivono con meno di due dollari al giorno, mentre l’80% delle enormi risorse è in mano all’1% più ricco.

E nel nord del Paese un gruppo terroristico islamico compie attentati che fanno strage di cristiani ed animisti.

L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa. Il primo produttore di petrolio del continente (e l’ottavo al mondo) è sempre più stretto nella tenaglia di durissime proteste sociali e furore religioso. Mentre il governo (guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan) resta distrattamente a guardare applicando inutili e populistiche toppe ad una situazione incandescente, come la proposta di ridurre del 25% lo stipendio dei parlamentari.

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Il 65% dei 160 milioni di nigeriani vive con meno di due dollari al giorno, perché quasi l’80% delle enormi risorse del Paese è saldamente concentrato nelle mani di meno dell’1% della popolazione. Una iniqua distribuzione della ricchezza è alla base dello storico malcontento che produce violenza endemica i cui rivoli si diversificano a seconda delle convenienze del regime al potere.

Cinque giorni consecutivi di sciopero generale hanno paralizzato il Paese ad inizio gennaio (lasciando sull’asfalto almeno una quindicina di manifestanti uccisi da esercito e polizia) e convinto il presidente a ripristinare il 30% del sussidio statale per calmierare il prezzo della benzina.

 Il costo del carburante era infatti raddoppiato dal primo gennaio per decisione unilaterale del governo che ha giustificato la soppressione della sovvenzione statale per ridurre la spesa pubblica ed incoraggiare gli investimenti locali nel settore della raffinazione. Infatti il paradosso della Nigeria è che sebbene l’esportazione di greggio e gas copra il 95% dell’export complessivo, deve poi importare l’85% dei prodotti raffinati per le scarse capacità produttive interne. Un sistema che è andato in cortocircuito e non bastano le promesse dei soliti ricchi di investimenti nella raffinazione in grado di creare anche occupazione e sviluppo.

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Ma a gettare benzina sul fuoco dell’instabilità politica si aggiungono le stragi di cristiani ed animisti nel nord-est del Paese (a maggioranza musulmana) ad opera di un gruppo terroristico islamico chiamato Boko Haram, collegato ad Al Qaeda. La situazione è andata peggiorando quando nella notte dello scorso Natale sono esplose contemporaneamente in alcune chiese cattoliche una serie di bombe che hanno provocato 49 vittime tra i fedeli riuniti per le celebrazioni. La violenza si è allargata a macchia d’olio registrando (al 20 gennaio) complessivamente un centinaio di morti.

I leader della comunità cristiana (che costituisce il 40% della popolazione nigeriana) hanno bollato gli eccidi come «una sistematica pulizia etnica e religiosa». Qualcuno di loro ha anche ipotizzato il ricorso all’uso delle armi per proteggere famiglie e proprietà dal piano dei terroristi che mira a cacciare i cristiani dagli stati federali nord-orientali, impadronirsi dei loro beni e instaurare la legge coranica. Ma nonostante le apparenze non ci troviamo al cospetto di una guerra di religione. La chiesa locale ha sempre rintuzzato facili semplificazioni ad uso e consumo dell’occidente abituato a leggere gli avvenimenti africani con occhiali che ne distorcono la reale comprensione per la mancanza di strumenti adeguati di conoscenza reale.
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La setta di Boko Haram (che in lingua hausa significa «l’istruzione occidentale è peccato») fu fondata da Mohammed Yusuf, un imam dotato di grande carisma, un oratore leggendario con enormi capacità di convinzione. Le sue predicazioni mettevano alla gogna il sistema scolastico, ovvero l’istruzione occidentale con cui sono stati educati i politici nigeriani. Insomma non le solite intemerate contro il consumo di alcolici, l’ascolto della musica e gli abiti discinti. Ma un modo molto più sottile ed incisivo per criticare preparazione e selezione di una classe politica complessivamente avida, corrotta e inadeguata (o apertamente schiava delle multinazionali del petrolio) incapace di governare il Paese più popolato d’Africa.

Boko Haram crebbe nel consenso popolare in pochissimi anni fino alla svolta del 2009 quando l’esercito di Abuja (che aveva fatto finta fino allora di non vedere quanto stava avvenendo) decise un intervento armato che costò la vita a tremila militanti del gruppo fondamentalista asserragliati in una moschea. Fu il salto di qualità per i reduci per far nascere il braccio armato e guadagnare ulteriori consensi anche tra i musulmani moderati. La nuova fase coincise con la grande abilità dei nuovi leader di Boko Haram nel trasformare le rivalità etniche (che storicamente dividono le popolazioni del nord-est sfociando anche in carneficine) in violentissimi scontri di carattere inter-religioso.
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Bisogna tener presente che la Nigeria (composta da 36 stati federali, in 12 dei quali sulla carta vige la sharia, ovvero la legge coranica) è una nazione che proprio per la sua particolare struttura è caratterizzata da profonde diversità etniche, religiose, culturali, linguistiche, in cui i fortissimi squilibri economici e sociali acutizzano le differenze. Nel nord (a maggioranza musulmana) sono stati solo i cristiani a godere dei frutti della modernità, mentre i musulmani hanno sempre rifiutato il progresso.

Nel 1992 ci furono analoghe stragi di cristiani organizzate dai fondamentalisti islamici che si opponevano al progresso occidentale: il governo aspettò che la situazione degenerasse per intervenire con inusitata violenza. Del resto l’autorità centrale non si è mai preoccupata della modernizzazione del nord (a fronte di un sud a maggioranza cristiana, più ricco e sviluppato), concedendo anzi ampio potere agli sceicchi locali. Questo atteggiamento ha così favorito la nascita di oligarchie locali in forte competizione tra loro che hanno caratterizzato la gestione clientelare delle risorse petrolifere, la corruzione, ed hanno alimentato a dismisura la povertà nella stragrande maggioranza della popolazione.
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Non contribuiscono a rasserenare il clima politico le accuse al presidente cristiano Goodluck Jonathan di aver violato la regola (non scritta ma sempre rispettata) dell’alternanza tra un capo di Stato cristiano ed uno musulmano. Jonathan è salito al potere dopo la morte del presidente Yar’ Aduo (di fede islamica) di cui era vicepresidente, senza quindi svolgere l’intero mandato. Per questo ha potuto far valere il suo diritto alla candidatura. Ma oggi è sempre più un uomo solo al comando: abbandonato dal suo stesso esecutivo e dagli alti vertici del potente esercito. Ed a poco è servita anche la sua denuncia che la setta di Boko Haram gode di complicità e connivenze tra le più alte cariche dello Stato.

Il gigante con i piedi di argilla rischia di disintegrarsi.

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Ci sono abbastanza risorse per fare una buona riforma degli ammortizzatori sociali.
ammortizzatori_sociali1Mentre riprendono gli incontri al ministero del Lavoro, continuano a trapelare i particolari della riforma messa a punto da Elsa Fornero.
Una delle novità sarebbe l'istituzione di un fondo per i lavoratori anziani che perdono l'impiego.

Ma oggi sul tavolo c'è il nodo più spinoso: l'articolo 18. Da questa mattina è già in corso un incontro fra il ministro e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.

Tra gli argomenti che saranno toccati anche quello degli ammortizzatori sociali.

Ci sono "abbastanza" risorse "per fare una buona riforma degli ammortizzatori sociali". Lo ha detto il ministro del Lavoro Elsa Fornero in un'intervista registrata a 'Radio Anch'io'. "Queste risorse non verranno attraverso una riduzione della spesa di assistenza", ha spiegato. "Facciamo la riforma sicuramente sapendo che dobbiamo gestire anni di crisi ma la facciamo pensando anche al dopo crisi e pensando a mettere i prerequisiti affinche' l'Italia si avvii alla crescita", ha spiegato il ministro Fornero.

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Le risorse, ha aggiunto, "verranno da altri capitoli che sono capitoli di spesa che possono essere ridotti e capitoli di entrata che possono essere aumentati". Sulla futura indennita' di disoccupazione, Fornero ha evidenziato che "oggi abbiamo un mercato che ha un discreto sistema di protezione per un ristretto numero di persone. Noi vogliamo dare un qualcosa che abbiamo chiamato assicurazione sociale per l'impiego per le persone che avevano un lavoro e l'hanno perso e perche' possano traghettarsi verso un nuovo lavoro.
Questo nuovo indennizzo per l'impeigo non e' mai inferiore a quello che e' oggi l'assegno per mobilita'". Sui 1.100 euro previsti, il ministro ha precisato che si tratta di "un tetto che sale con l'inflazione e non si riduce quando i prezzi salgono. Ma cio' che e' importante capire, e che dovra' cambiare i comportamenti, e' che le persone in questa situazione siano aiutate non solo dal punto di vista monetario ma anche a cercarsi un nuovo posto".

Al vetriolo il commento della numero uno di Confindustria, Emma Marcegaglia.  ''E' una riforma complessa ma anche una occasione per cambiare a 360 gradi, puo' aumentare la flessibilita', non solo in uscita, puo' ridurre i dualismi. Il negoziato va avanti, ma nei prossimi mesi e anni abbiamo un problema concreto, ci sono da gestire ristrutturazioni e riconversioni, non siamo per lo status quo ma non innamoriamoci di un disegno teorico sulla pelle dalla gente'', ha detto. Poi la Marcegaglia è intervenuta con un battuta sulla ''paccata di soldi'' di cui aveva parlato il ministro del lavoro Elsa Fornero come aspettativa delle parti sociali, ''credo che di daranno una paccata e basta''.

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FONDO ESODI - La proposta Fornero, secondo quanto anticipa il Corriere della Sera, prevede la «facoltà» delle aziende di stipulare accordi con i sindacati per favorire i prepensionamenti, sul modello del fondo del settore bancario. Vi potranno accedere i lavoratori "che raggiungano i requisiti di pensionamento nei successivi 4 anni". Le aziende dovranno "versare mensilmente all'Inps la provvista per la prestazione e per la contribuzione figurativa" e disporre di una fideiussione bancaria.

Le domande per mandare in pensione anticipata i lavoratori dovranno essere presentate allo stesso Inps che verificherà la sussistenza dei requisiti. La prestazione sarà "di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti". Nella fase di transizione, cioè per gli esodi fino al 2015, "il primo periodo può essere coperto" per i lavoratori messi in mobilità dalla stessa indennità di mobilità.

FONDO SOLIDARIETA' - Un'altra novità del documento è la previsione di istituire obbligatoriamente un "fondo di solidarietà" per tutti i settori e tutte le imprese sopra i 15 dipendenti non coperte dalla cassa integrazione. Anche questi fondi saranno creati con accordi tra sindacati e imprese o, in mancanza, da un decreto interministeriale.

Sussidi disoccupazione Italia Europa

INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE: al momento tutte le aziende pagano l'1,31% della retribuzione ad eccetto di quelle artigiane che pagano per i loro dipendenti solo lo 0,40% e quelle di alcuni settori dei pubblici esercizi (bar, ristoranti, ecc) che pagano lo 0,18% del monte retributivo. Per finanziare il nuovo sussidio il contributo dovrebbe passare all'1,3% per tutti (anche per le retribuzioni degli apprendisti che adesso sono esenti) con un contributo aggiuntivo per i contratti a termine (1,4%). Il nuovo sussidio (Ispi) dovrebbe valere il 70% della retribuzione (a fronte del 60% attuale) per gli stipendi lordi fino a 1.250 euro (ma il calcolo non sarà fatto sull'ultimo stipendio ma su quelli degli ultimi due anni).

Per la parte superiore ai 1.250 euro si prenderà solo il 30% (quindi ad esempio su una retribuzione lorda di 2.000 euro si prendono per i primi sei mesi 1.100 euro lordi). È previsto comunque un tetto di 1.119 euro lordi (1.053 netti) che è attualmente il tetto massimo previsto per la cassa integrazione e la mobilità. La durata del sussidio sarebbe più lunga dell'attuale (al massimo 12 mesi per gli over 50) con la possibilità di arrivare a 18 mesi per gli ultra 55enni ma con un taglio del 15% dopo i primi sei mesi e di un altro 15% dopo i sei mesi successivi (il decalage è previsto anche per il sussidio di disoccupazione attuale).

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MOBILITÀ: l'indennità di mobilità dovrebbe sparire con il passaggio al nuovo sussidio di disoccupazione. Al momento la mobilità può essere utilizzata dalle aziende industriali e cooperative con più di 15 dipendenti o da quelle commerciali con più di 200 dipendenti. L'indennità erogabile in caso di licenziamenti collettivi può durare fino a 48 mesi (nel caso di ultracinquantenni di aziende nel Sud) e per questi lavoratori quindi ci sarebbe una drastica riduzione della protezione dalla disoccupazione. Per questo strumento le aziende pagano al momento lo 0,30% della retribuzione e questo contributo potrebbe saltare. Per la mobilità il saldo negativo tra entrate e uscite è stato nel 2010 di 1,590 miliardi di euro.

CASSA INTEGRAZIONE: sarà ancora possibile utilizzare la cassa integrazione (mantenendo naturalmente la contribuzione attuale) ma solo nei casi in cui è previsto un rientro in azienda. La cassa straordinaria potrà essere utilizzata solo in caso di ristrutturazione e riconversione aziendale ma non in quelli di chiusura dell'attività.

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marzo 08, 2012

Quali sono le vere ragioni che spingono la Cina a rafforzare la sua presenza in Africa? (prima parte).
china-africaPrima di tutto e’ innegabile che la Repubblica Popolare cerca di diversificare e rendere sicuri i suoi approvigionamenti energetici  per perenizzare la sua crescita economica.

Gli esperti economici stimano che da qui al 2020 Pechino sara’ costretta ad importare 80% della sua consumazione interna di petrolio. Di conseguenza, di fronte a questi immensi bisogni, Pechino punta sulla moltiplicazione delle offensive diplomatiche ed economiche sul terreno petrolifero dirette ai principali paesi produttori.

Il Medio Oriente e’ il principale fornitore di petrolio grezzo della Cina. Tuttavia Pechino prende seriamente in considerazione il rischio di una diminuzione o di una temporanea interruzione dell’approvigionamento di energia proveniente dai paesi arabi, con drammatiche conseguenze per la crescita ecomomica che potrebbero addirittura portare ad una stagnazione dell’apparato produttivo.

Tre sono principalemente le cause di questo rischio.

Le tensioni geopolitiche (guerra in Irak, in Afghanistan, Palestina, instabilita’ nel Libano ed indebolimento del regime iraniano) che portano ad una instabilita’ politica che si riflette su un incerto futuro nell’approvigionamento di energia.

Il raggiungimento del picco petrolifero di molti pozzi nel Medio Oriente.

La potica di “energy containment” che Washington pratica nella regione ai danni della Cina.

Per questa ragione l’Africa appare come una zona strategica “first priority” visto che nel continente si stanno scoprendo immensi giacimenti di petrolio di ottima qualita’.

Anche il cotone e’ considerato una risorsa strategica per la Cina, visto le immense quantita’ di materia prima che necessitano le sue industrie tessili. Pechino e’ divenuto in pochi anni, il primo partner commerciale dei paesi africani esportatori di cotone. Il cotone africano serve a diminuire la dipendenza cinese verso il cotone americano (la Cina importa tra il 40 e il 60% del suo fabbisogno anuale di cotone dagli Stati Uniti).
La colonizzazione di immensi territori fertili destinati alla produzione di biocarburi e di derrate alimentari per il mercato interno cinese e’ una oppotunita’ inattesa e gentilmente offerta da avidi capi di stato africani, noncuranti del deficit di produzione alimentare dei loro paesi.

Infine l’Africa rappresenta una delle piu’ grandi opportunita’ per la Cina di diminuire la concorrenza economica e la sfera d’infulenza dell’Occidente.

Dietro la propaganda di sviluppo e modernizzazione del continente africano, si nasconde una realta’ fatta di complicati giochi geoeconomici. Anticipando l’indebolimento occidentale in Africa, la Cina a messo in moto una strategia per diminuire l’accesso dell’Occidente al petrolio e alle materie prime. Pechino cerca di spezzare l’attuale monopolio commerciale che vede gli Stati Uniti e l’Europa come i primi destinatari delle esportazioni del petrolio africano.

Proprio come gli USA nel Medio Oriente, applica la strategia di contenimento, tentando di diminuire l’influenza dei paesi occidentali e delle loro multinazionali per indebolire l’economia degli Stati Uniti e dell’Europa a favore di quella cinese. Una diminuzione dell’approvigionamento di materie prime a buon mercato si tradurrebbe in un’aggravarsi per l’Occidente della attuale crisi economica, aumentando le possibilita’ per la Cina di imporsi come prima potenza economica mondiale.  Questa potica di contenimento versione cinese iniza dai paesi africani considerati zone a rischio o in aperta divergenza politica con l’occidente, vedi Sudan e Zimbabwe.

L’analisi di alcuni indicatori rivelano il vero volto del Dragone.
Se in teoria la Cina contribuisce alla crescita di molti paesi africani il modello di partenariato proposto da Pechino ha delle conseguenze distrastrose, ecomomiche, sociali, politiche ed ambientali per i paesi africani sul medio termine. Alcuni indicatori proposti di seguito sono un chiaro indice di un futuro non certo radioso per l’Africa.

Import-export.
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Apparentemente l’aumento dell’import – export e’ a favore dell’Africa che registra un 81% di aumento nelle esportazioni verso la Cina e un’importazione di manufatti cinesi aumentata solo del 36%.
In realta’ la Cina importa dall’Africa esclusivamente materie prime, innondando i mercati africani di prodotti di scarsa qualita’ (a volte addirittura tossici) che hanno un’effetto devastante sulle deboli industrie del continente che non riescono a competere sul mercato interno a causa del basso costo dei prodotti cinesi. Molte industrie locali chiudono aumentando la disoccupazione che sempre piu’ difficilmente viene assorbita dal famoso mercato informale.

Agricoltura.
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Sul settore agricolo la Cina sta installando in vari paesi africani delle gigantesche fattorie industriali per produrre delle derrate alimentari destinate all’esportazione in Cina e alla produzione di biocarburi.[5] L’accapparamento delle terre portera’ inevitabilmente ad alterare gli equilibri sociali e naturali di vari paesi africani.

I piccoli produttori agricoli che si concentrano esclusivamente su una agricoltura di sussistenza e che contribuiscono alla perservazione della biodiversita’ saranno spazzati via per imporre un’agricoltura speculativa che contribuira’ all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e delle carestie.
Occupazione.
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Nonostante che si registri la presenza di oltre 800 piccole e medie aziende produttive e commerciali cinesi nel continente, l’impatto sull’occupazione e’ negativo.

Qualche migliaia d’impiegati presso le aziende cinesi non compensano le decina di migliaia di licenziamenti che le industrie autoctone sono costrette a fare per mancanza di competivita’, soprattutto nel settore tessile, calzaturiero ed artigianale.

L’aziende cinesi in Africa controllano l’intera catena economica dalla fabbricazione del prodotto in Cina alla sua distribuzione al dettaglio in Africa, utilizzando spesso mano d’opera esclusivamente cinese.
Questo impedisce lo sviluppo autoctono del settore terziario (grande diffusione, transporti, marketing, publicitá, etc.).

L’esclusione della mano d’opera africana e’ evidente nella realizzazione delle grandi infrastrutture dei progetti di cooperazione internazionale.

Pechino ricorre alla mano d’opera cinese facendola emigrare verso il paese beneficiario del progetto solo per il tempo necessario per la realizzazione dell’opera, per poi rispedirla in patria. Solo una percentuale quasi insignificante di mano d’opera africana viene assunta. Ad essa sono riservati lavori non qualificati e stipendi da fame.

I lavoratori cinesi temporaneamente immigrati in Africa non creano un reale impatto sull’economia locale poiche’ il loro valore aggiuntivo e’ ridottissimo. Non affittano case, preferendo dormire in containers costruiti sul cantiere. Non comprano quasi mai cibo locale essendo approvvigionati dal cibo inviatogli dalla Cina. Raramente spendono i loro guadagni nell’industria del divertimento e del turismo, preferendo riportarli in patria.

Inoltre vi e’ il sospetto che le multinazionali cinesi in vari casi utilizzano prigionieri cinesi che il governo fornisce come mano d’opera gratuita per la realizzazione dei lavori.

Consumatori.
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I prodotti cinesi sembrano favorire i consumatori africani grazie al loro basso costo e alla varietà delle merci disponibili sul mercato, diminuendo il carico economico delle spese quotidiane soprattutto per le famiglie urbane.

In realtà l’acquisto di questi prodotti si trasforma in una perdita finanziaria a causa della loro bassissima qualità. I prodotti made in China destinati al mercato africano hanno un periodo di utilizzazione brevissimo e in poco tempo diventono inutilizzabili, vanificando cosi’ il risparmio originale.

Infrastrutture.
Se da una parte Pechino e’ pronta ad creare colossali infrastrutture in Africa dall’altra non é disposta a rispettare i standard edili internazionali. Questa politica pregiudica la qualita’ delle opere realizzate.
Per esempio le strade costruite da ditte cinesi hanno un terzo di durabilità rispetto a quelle costruite da ditte occidentali. In un giro di alcuni anni l’asfalto cede obbligando i governi africani ad alti costi di manutenzione che, per scarsità di fondi, non vengono affrontati.

Impatto ambientale.
Le multinazionali cinesi stanno creando un vero e proprio disastro ecologico in molti paesi africani. Per esempio non rispettano alcuna regolamentazione nello sfruttamento del legname e stanno distruggendo varie foreste nel Cameroon, nel Gabon e nel Congo Kinshasa. L’estrazione delle materie prime viene attuata senza nessun studio di impatto ecologico sulla regione poiché Pechino é interessata solo all’estrazione e all’importazione delle risorse naturali non certo al degrado ambientale causato in paesi lontanissimi.

Sviluppo democratico e dei diritti umani.
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Nei rapporti diplomatici con i vari stati africani, la Cina adotta la tattica Europea ed Americana del “Strong Men”: l’appoggio incondizionato ad un dittatore per curare gli interessi delle multinazionali nel paese e prevenire la nascita di una forte societa’ civile.

Il lavoro dell’Uomo Forte e’ quello di creare delle societa’deboli, povere ed etnicamente divisi, che non abbiano alcuna possibilita’ di ostacolare le fortune del Strong Man, del suo cerchio di amicizie personali e i capitali stranieri. Lo Stato diventa un’apparato privato dove non ci sono cittadini ma sudditi. Il concetto stesso della nazione scompare per far posto a quello del reame.

La sola differeza tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Europa e’ nella scelta del Strong Man. Mentre Washinton e Bruxelles preferiscono appoggiare Uomini Forti che accettano un simulacro di democrazia (Museveni in Uganda, Kagame in Rwanda, etc) i Cinesi scelgono di appoggiare i Uomini Forti caduti in disgrazia con l’Occidente contribuendo cosi’ all’inasprimento dei loro regimi dittatoriali e alla piu’ completa negazione dei diritti umani.

Cooperazione allo sviluppo.
La Cina e’ riuscita a trasformarsi in benificiario occulto di numerosi protetti di sviluppo sostenuti dalla Comunita’ Europea, l’Aiuto Francese allo Sviluppo, della Cooperazione tedesca et di USAID. Al momento dell’attribuzione dei mercati per la realizzazione di opere pubbliche le ditte cinesi riescono a vincere le are d’applato grazie alle loro offerte competitive e ad una forte azione di lobbing del governo cinese.
In altri casi le ditte cinesi riescono ad impradronirsi delle attivita’ produttive create dai progetti di sviluppo occidentali. Il Fondo Sino – Africano per lo Sviluppo interviene a proggetto finito offrendo ai beneficiari africani consulenze per rafforzare il markenting et la distribuzione. In realta’ queste consulenze non sono mirate ad un passaggio di competenze ma a creare una dipendenza nelle strategie manageriali degli esperti cinesi, che, durante il corso del progetto, diventano la vera leadership manageriale dell’impresa o della cooperativa creata tramite gli sforzi economici della cooperazione occidentale.
 
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