Dopo sei anni di guerra, migliaia di morti e milioni di sfollati, la violenza sembra essere diminuita, ma la pacificazione è ancora lontana.
Secondo un rapporto del Pentagono stilato all'inizio di ottobre 2008 e confermato dall'attuale governo di Bagdad e da fonti indipendenti, nell'ultimo anno e mezzo il numero dei morti per cause violente è calato del 70 per cento rispetto al passato.
Sono inoltre diminuiti anche i rapimenti e gli attentati. Il merito di questi risultati, al contrario di quanto sostengono molti media internazionali, non è del generale statunitense David Petraeus e della sua strategia della surge - la grande ondata -, con 30 mila soldati a garantire un maggior controllo del territorio iracheno.
Secondo la maggior parte degli analisti militari, la vera svolta è rappresentata dal coinvolgimento dei sunniti nella gestione della sicurezza locale.
A questo scopo, i movimenti al-shawa, o Consigli del risveglio, si sono rivelati determinanti. Si tratta di milizie sunni-te di autodifesa, espressione diretta dei clan locali, che hanno messo sotto controllo le rispettive zone di influenza in cambio del ritiro delle truppe statunitensi dalle strade delle loro cittadine. Forse se i sunniti fossero stati coinvolti nella gestione del paese sin dall'inizio del conflitto, nel 2003, si sarebbero potute risparmiare delle vite umane. Il generale miglioramento delle condizioni di sicurezza sta permettendo il lento, progressivo ritorno a casa di tante famiglie che avevano abbandonato le città in fuga dalla violenza. Un altro elemento positivo è il progressivo declino della violenza tra confessioni diverse: la convivenza tra sunniti e sciiti, che ha sempre caratterizzato l'Iraq, riprende a esistere nella quotidianità dopo anni di violenti scontri religiosi. Grazie a questa "distensione", il 31 gennaio scorso si è votato in 14 delle 18 province dell'Iraq, escluse le zone curde e le zone contese tra curdi e sunniti.
Il premier Nuri al-Maliki ha vinto, ma non ha stravinto. La sua formazione è arrivata prima in nove province -Bagdad e tutte le province del sud a maggioranza sciita tranne una: un buon risultato, ma non determinante. Sicuramente hanno perso le formazioni più marcatamente confessionali, ma a favore di formazioni nazionaliste e strettamente legate all'appartenenza etnico-religiosa.
Rispetto al passato, il voto si è svolto ! in un clima sereno. Ma gli aspetti positivi terminano qui.
Kirkuk, la ricchissima città petrolifera contesa da curdi e sunniti
I Tra i tanti nodi problematici che restano da affrontare, c'è lo status futuro della città di Kirkuk. L'articolo 140 della Costituzione irachena, entrata in vigore dopo la caduta del regime di Saddam, prevede tre passaggi per decidere a quale parte del paese debba appartenere la città i che sorge su quello che è ritenuto uno dei più grandi giacimenti di petrolio del mondo.
Si prevedono prima la stabilizzazione delle condizioni di sicurezza, poi un censimento della popolazione e infine un referendum che lasci alla popolazione la libertà di decidere se diventare parte della regione autonoma del Kurdistan o della comunità sunnita del paese che, con quella sciita, completerà il quadro federale dell'Iraq del futuro.
Questa soluzione soddisfa solo i curdi, scontentando i sunniti e le altre minoranze del la città.
Ai tempi di Saddam, infatti, tanti curdi vennero scacciati dalla città petrolifera e sostituiti da sunniti. Alla caduta del regime, i curdi hanno imposto la stessa sorte ai sunniti, scacciandoli dalla città e incentivando il ritorno dei curdi. Questa movimentazione forzata della popolazione renderebbe poco attendibile il risultato dell'eventuale referendum, che non a caso è continuamente rimandato.
Non è Kirkuk l'unico problema del Kurdistan iracheno. A nord restano attivi i gruppi guerriglieri del «Pkk» (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) e del «Pjak» (Partito della libertà del Kurdistan), rispettivamente curdi turchi e curdi iraniani. Contro di loro, Ankara e Teheran hanno dato vita a una collaborazione militare con bombardamenti quotidiani dei villaggi curdi iracheni di frontiera che offrirebbero collaborazione ai miliziani. Il governo regionale curdo è in difficoltà perché da un lato subisce le minacce turche e iraniane di un'escalation militare, dall'altro risente della pressione popolare che solidarizza con i guerriglieri.
La presenza delle basi americane e la divisione dei proventi del petrolio
A livello centrale, il governo di Bagdad è chiamato a prendere due decisioni chiave.
Gli Stati Uniti chiedono al governo un accordo decennale per mantenere le basi militari in questa zona strategica del mondo. La decisione in merito è complicata da un'ulteriore richiesta: la totale impunità dei cittadini statunitensi per crimini commessi in Iraq. Un'impunità che, come è comprensibile, spinge alla protesta larga parte della società irachena. Rispetto alla seconda questione - la divisione dei proventi del petrolio -non si è ancora stabilito come evitare che curdi e sciiti, che vivono nelle zone più ricche del combustibile, escludano i sunniti dalla ripartizione della ricchezza generata dalla sua vendita. Come si è visto in passato, trascurare i sunniti è una pessima idea. In questo senso, il governo dovrà anche dare una risposta ai miliziani dei «Consigli del risveglio» che, dopo aver ristabilito l'ordine in tante zone dell'Iraq e aver scacciato i fondamentalisti che arrivavano dall'estero, chiedono ora di essere assunti dallo stato.
La fine della guerra in Iraq, nonostante le migliorate condizioni di sicurezza, non è ancora vicina. Mentre si discute del futuro, festa da affrontare la ricostruzione di un paese distrutto, dove la classe dirigente è fuggita all'estero o ha perso la vita. Un paese nel quale dilaga la corruzione, come denuncia Transparency International, un'organizzazione non governativa che indaga appunto sul livello di corruzione degli stati. Un paese dove mancano ancora elettricità e acqua potabile per tutti e dove il sistema sanitario nazionale, un tempo modello per l'intero Medio Oriente, è allo sfascio per la mancanza di risorse, attrezzature e personale qualificato.

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