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marzo 16, 2011

Milan Kundera, il filologo dell'amore nella Plèiade.


L'intera produzione di Milan Kundera, pubblicata mentre l'autore è in vita, esce in due volumi nella serie Pléiade. Tutti i premi e le poltrone impallidiscono al cospetto di un simile onore.

Nella mitica collezione di classici di cui può andar fiero Gallimard, il consacrato Kundera si troverà affiancato a Proust e Balzac, Rabelais e Molière, Goethe e Conrad! Che compagnia eccezionale! Che regalo contraccambiato! Tra l'editore e l'autore chi rende maggiormente onore all'altro?

Raggiunta fama mondiale con il successo universale de L'insostenibile leggerezza dell'essere (1984), il grande scrittore ceco dal 1970 aveva scelto Gallimard come editore di riferimento, e in seguito nel 1975 scelse la Francia come suo domicilio definitivo. Non si potrebbe dimostrare maggiore gratitudine di quella dimostrata da Kundera nei confronti della casa editrice di Rue Sèbastien Bottin, verso i proprietari della stessa, Claude e poi Antoine, e verso buona parte dei loro grandi autori che, senza cedimenti, hanno sostenuto il romanziere tra le traversie che lo colpirono dopo l'incubo russo che fece seguito alla Primavera di Praga fino al 1968, e fece di lui un proscritto in patria.

E così l'Accademia Gallimard (non ufficiale) non ha esitato affattoa investire Milan Kundera del più alto e glorioso attestato di cui dispone: l'ingresso dell'opera di uno scrittore vivente nella Pléiade. Simili allori il Parnaso della Rue Sébastien Bottin indubbiamente non li ha sprecati: fino a questo momento soltanto tredici scrittori avevano potuto ammirare e tenere in mano le proprie opere rivestite dalla sobria rilegatura in zigrino e stampate su Carta d'India della famosa raccolta.

Questi, in ordine sparso, gli autori che hanno preceduto Kundera: Julien Green, André Gide, André Malraux, Paul Claudel, Roger Martin du Gard, Henri de Montherlant, Saint-John Perse, Marguerite Yourcenar, René Char, Julien Gracq, Eugène Ionesco, Nathalie Sarraute. L'ultimo è stato Claude Lévi-Strauss. Tra questi fortunati, soltanto due erano - come Kundera, ma in più giovane età rispetto a lui - esiliati volontari che avevano scelto di vivere in Francia e di scrivere in francese: Julien Green ed Eugène Ionesco. La Pléiade di Kundera è esemplare: l'unica e sobria biografia che vi compare- opera di François Kérel, il migliore conoscitoree traduttore francese del romanziere - si occupa esclusivamente delle sue opere, della loro genesi, della loro pubblicazione, della loro fortuna critica. I romanzi e i racconti di Kundera sono pubblicati qui nel testo da lui stesso giudicato definitivo, tanto nella loro traduzione in francese quanto negli originali scritti direttamente nella nostra lingua, ai quali è dedicata la maggior parte del secondo volume. L'unità stilistica di questo dittico è sorprendente. Il francese tradotto di Kundera ha le medesime caratteristiche distintive di economia, precisione e comprensibilità del francese scritto direttamente da lui. Lo dimostra il fatto che l'esposizione naturale di Kundera non cessa mai, in ceco come in francese, di adattarsi perfettamente alla nostra prosa classica.

Musicista dall'orecchio fino, egli se ne nutrì sin da giovanissimo: lo si deduce rileggendo la traduzione, fedelissima all'originale, alla quale ha contribuito egli stesso, da Amori ridicolie Lo scherzo. Si comprende sin da quelle opere che il passaggio diretto al francese - per La lentezza - nel 1995 (quando si parla di Vivant Denon, di Laclos e di Diderot), mette in piena luce le fonti nascoste, da tempo francesi, dello stile in prosa di Kundera. Diventa palese che L'insostenibile leggerezza dell'essere o il Libro del riso e dell'oblio, scritti in ceco, lo erano stati nell'ottica della traduzione francese comparsa per prima a Parigi. «In un certo senso» dice giustamente François Kérel, «Kundera già scriveva in francese». La lettura a posteriori dell'opera di Kundera riserva anche altre sorprese.



I suoi primi libri, ai tempi della Guerra Fredda tra Est e Ovest, diedero un'immagine deformante del socialismo reale, vissuto dall'interno come una devastazione. Ne beneficiò il loro successo su entrambe le sponde dell'Atlantico. Oggi quell'immagine svelata e lacerata sussiste, ma a una seconda lettura diventa contingente. Passa in primo piano il Kundera moralista, nel senso francese di anatomista degli usi e di filologo dei cuori. Tra i rimedi moderni più subdoli per le patologie umane, il comunismo divenne per il romanziere ceco il reagente che ha aperto al suo scalpello alcune pieghe sconosciute negli organi dell'umanità di sempre.

Nelle vesti di moralista classico, Kundera ha subito annesso a sé, senza far ricorso a Freud, la fisica dell'amore, e non soltanto per criticare il puritanesimo del realismo socialista. Egli seppe mostrare nell'abbraccio, nella sua sospensione, nei suoi preludi, nella sua crisi, nelle sue reminescenze, tutto un teatro di ombre cinesi, i cui invisibili manipolatori eseguono una figura del destino ignota ai due partner. Ora si capisce meglio la continuità tra l'opera "ceca" e l'opera "francese", con la seconda che porta avanti una critica tanto pascaliana del problema umano quanto la prima, in un contesto sicuramente diverso per ogni aspetto, ma nondimeno propizio fino in fondo a velare (e quindi a svelare) la verità degli scherzi che si fanno le anime e i corpi.

L'americano Norman Podhoretz (ex gauchista trasformatosi in maître à penser dei neoconservatori) aveva denunciato in Kundera a partire dal 1984 (a proposito del suo Libro del riso e dell'oblio, pubblicato prima della caduta del Muro di Berlino) una critica del neo-liberalismo e della sua sociologia così poco indulgente quanto la sua critica al comunismo - entrambe ideologie aventi tramite strade contrapposte lo svuotamento dell'individuo e il saccheggio della sua intimità.

Apologista dell'arte del romanzo, sperimentatore delle sue forme, Kundera vede e mostra in questo genere letterario - come il modernismo l'ha inteso dopo Flaubert - l'unica scienza veridica e liberatrice dell'uomo, la filologia dei suoi comportamenti, capace altrettanto bene di smascherare le loro interpolazioni e di restaurare il loro testo primitivo e corrotto.

Invita a perseverare in questa arte, tanto più e soprattutto tenendo conto che i totalitarismi soft per devastare animee corpi hanno sostituito alla brutale oppressione totalitaria l'idiota euforia comunicazionale. Kundera scarta l'autobiografia e a maggior ragione l'autofiction. L'"Io" della scienza del romanzo sa che non può salvare da sé solo la propria interiorità e intimità, se non proiettando nella fiction «le proprie possibilità» irrealizzate, che tutte ama e tutte paventa. Feroce, atroce Kundera? Sì. Leggerlo è come un test in alta montagna, alla quale non resiste alcuna forma di kitsch. E si diventa «attenti a non privare la propria vita della sua dimensione di bellezza», allorché tutte le pianure e tutti i loro pensieri in massa premono violentemente in senso contrario.


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