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aprile 16, 2013

Africa nel XXI Secolo: infografica di un neo o post-colonialismo?

Il recente intervento francese in Mali – e il più o meno vago supporto fornito dalla comunità internazionale – è stato letto, tra le altre cose, come la volontà francese di proteggere quanto più possibile i propri interessi economici in un’area del mondo che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni dall’inizio del processo di decolonizzazione, Parigi ritiene una propria prerogativa territoriale.

Lo confermerebbero, d’altra parte, non solo altri interventi armati nelle stesse aree (naturalmente in Libia e in Costa d’Avorio nel 2011, in Ciad nel 2008, in Congo e in Repubblica Centrafricana tra il 1996 e il 1997 e, prima ancora, in Rwanda e in Etiopia all’inizio degli anni Novanta), ma anche la vasta rete di diplomazia economica che, a seguito di tali operazioni, l’Eliso ha inteso tessere.

Considerazioni che, solo per citare gli ultimi avvenimenti, hanno spinto il Presidente Hollande a volare nei primi giorni di febbraio prima in Mali e poi nel confinante Niger per discutere della sicurezza del Sahel e raggiungere così il duplice scopo della messa in sicuro dei propri cittadini e delle molteplici aziende francesi presenti sul territorio. Il Niger, in particolar modo, rappresenta per la Francia – è il caso di dirlo – una “miniera” d’oro, poiché con la prossima entrata in funzione del nuovo giacimento di uranio di Imouraren, sviluppata dal colosso Areva,

il Paese africano diventerà il secondo produttore mondiale del minerale, secondo solo al Kazakistan. I ricorrenti attacchi ai siti minerari, gli estremismi e le rivolte dei Tuareg restano perciò un’opzione inaccettabile per una Francia che, perfettamente in linea con tale atteggiamento, non ha poi forzato più di tanto la mano – anzi, al contrario – nella soluzione all’altrettanto recente crisi nella Repubblica Centrafricana: una scelta dettata dal fatto che il regime di François Bozizé ha negli ultimi anni deciso di aprire maggiormente gli investimenti alla Cina, inducendo le multinazionali francesi a lasciare pressoché completamente il territorio.

Ma la Francia non è l’unica a nutrire interessi nel Continente nero: tutte le ex potenze coloniali, a partire dal Regno Unito, hanno diretto negli ultimi anni notevoli investimenti negli Stati africani. Come si noterà nell’infografica sottostante, risulta interessante notare come proprio questi ultimi due Paesi sembrino ancora da un certo punto di vista rispondere alle logiche delle cosiddette “sfere di influenza”: ad un’Africa Occidentale in cui è maggiormente presente la Francia, corrisponde un’Africa Orientale ancora di quasi esclusivo interesse britannico. L’Italia, dal canto suo, presente quasi ovunque (fuorché proprio nel Sahel), non riesce comunque a competere con i volumi di investimenti impiegati da Parigi e Londra.

Se piuttosto scarsi sono gli investimenti diretti esteri stanziati da Germania, Spagna e Portogallo, assistiamo infine alla crescita esponenziale della Cina, la quale, tra approvazioni e preoccupazioni internazionali, ha dato avvio ad un vero e proprio forum per la cooperazione (Forum on China-Africa Cooperation – FOCAC), dietro il quale si muove, secondo la definizione dei soggetti coinvolti, la cosiddetta win-win strategy.

Se non è certo questa la sede per discutere degli intrecci e degli effetti geopolitici che una congiunta presenza di Paesi Occidentali e Cina produce sia sul campo africano, sia a livello internazionale, risulta interessante in questo caso osservare come si muovono le potenze mondiali in un territorio che, come si vede, nonostante sia foriero di qualsiasi ricchezza, è ben lontano dal raggiungimento di adeguati standard economici, senza considerare quelli di sviluppo umano – nel senso più ampio possibile – e politico.

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Dati sono aggiornati al 2011 (per tale ragione non viene ancora riportato il Sud Sudan).

Questa una comparazione tra le ex potenze coloniali europee: da un livello di investimenti diretti esteri sostanzialmente simile alla fine degli anni Novanta, Francia e Regno Unito sono stati nell’ultimo decennio decisamente più attivi rispetto agli altri partner. Ma non si può non notare una flessione dal 2008, evidentemente causata dalla crisi economica e finanziaria la quale potrebbe spingere ora gli stessi Paesi a dedicarsi maggiormente al territorio africano.

Si veda, dunque, la presenza della Cina, attiva soprattutto nel settore energetico e, in particolare, nell’estrazione e nella raffinazione del petrolio (20%). Seguono i progetti infrastrutturali, che rappresentano circa il 19% delle quote investite, e quelli nello sfruttamento delle risorse minerarie (10%). Di minore entità sono i volumi che coinvolgono progetti idroelettrici, e, in particolare, lo sfruttamento dell’acqua. Ciò che vale la pena di osservare è che Pechino sta investendo maggiormente in aree geografiche tradizionalmente meno prese in considerazione dai Paesi europei soprattutto per la continua instabilità politica: la facile corruzione e la volubilità dei regimi rende evidentemente meno sicuri gli investimenti.

Di seguito un riassunto visivo delle principali risorse presenti in Africa. Ma non sono le uniche: il continente rifornisce il resto del mondo anche delle più importanti materie prime agricole quali: cacao, fertilizzanti, cotone, thè, tabacco, spezie, zucchero, semi e frutti per l’estrazione di oli da semi, frutta fresca o secca, legno, lana, cuoio.

Vi è da fare, invero, un’ultima considerazione: che se è indubbio che i Paesi europei e Cina non possono che trarre benefici dall’incremento dei capitali in queste aree, è altrettanto vero che essi hanno apportato certamente benefici a molte economie, inserendole, per un verso o per l’altro, nel contesto dell’economia globalizzata. L’Africa di oggi non è quella di cinquant’anni fa. E sebbene sia ancora molta la strada da fare sul piano dello sviluppo economico, questo, di converso, potrebbe sostenere il processo di sviluppo umano e quello di stabilizzazione (lì dove è iniziato) politica. Un errore sarebbe quello di pensare che un Paese più povero di materie prime abbia meno da esprimere sul piano dello sviluppo della singola società nazionale e su quello continentale.

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