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febbraio 23, 2012

Dalla medicina cinese un potenziale farmaco per le malattie autoimmuni

Per circa duemila anni, gli erboristi cinesi hanno curato la malaria utilizzando l'estratto della radice di una pianta del genere Hydrangea, quello delle comuni ortensie, nota con il nome di Chang Shan, che cresce in Tibet e in Nepal. Studi recenti hanno mostrato che l'alofuginone, un composto derivato da questo estratto, potrebbe essere utilizzato per trattare le patologie autoimmuni.

Ora i ricercatori della Harvard School of Dental Medicine hanno scoperto i segreti molecolari alla base dell'efficacia di questo estratto fitoterapico. Grazie ai loro studi, i ricercatori hanno mostrato che l'alofuginone (HF) innesca un cammino biochimico in grado di bloccare lo sviluppo di una potente classe di cellule immunitarie denominate Th17.

“L'HF inibisce in modo selettivo la risposta immunitaria senza deprimere il sistema immunitario nel suo complesso”, ha spiegato Malcolm Whitman, professore di biologia dello sviluppo della Harvard School of Dental Medicine e autore senior di questo nuovo studio. “Questo composto potrebbe ispirare nuovi approcci terapeutici a un'ampia gamma di disturbi autoimmuni”.

“Questa ricerca dimostra come lo studio dei meccanismi biomolecolari che stanno alla base dell'azione dei principi attivi a lungo utilizzati nella medicina tradizionale cinese possa portare a chiarire la regolazione fisiologica e a nuovi approcci al trattamento delle patologie”, ha aggiunto, Tracy Keller, primo autore dell'articolo apparso su “Nature Chemical Biology”.

Una precedente ricerca aveva mostrato che l'HF è in grado di ridurre la fibrosi dei tessuti e attenuare i sintomi di patologie autoimmuni come la sclerodermia o la sclerosi multipla, e anche la progressione dei tumori.

“Da quella ricerca nacque l'ipotesi che l'HF potesse agire sui cammini di segnalazione dotati di numerosi effetti a valle”, ha aggiunto Keller. Grazie agli studi che Keller e colleghi avviarono successivamente si arrivò nel 2009 a dimostrare come l'HF riesca a proteggere l'organismo dalle pericolose cellule Th17, coinvolte in numerosi disturbi di origine autoimmune, senza peraltro influenzare in modo apprezzabile l'azione benefica di altre cellule immunitarie.

I ricercatori scoprirono in particolare che piccole dosi di HF erano in grado di ridurre la sclerosi multipla nel modello murino e avanzarono perciò l'ipotesi che la stessa sostanza potesse rappresentare il primo esempio di una nuova classe di farmaci in grado di inibire selettivamente le patologie autoimmuni senza diminuire l'efficacia del sistema immunitario nel suo complesso.
 
Ulteriori analisi hanno successivamente permesso di chiarire che l'HF era in grado di attivare in qualche modo l'espressione di geni coinvolti in un nuovo cammino biochimico, denominato cammino di risposta amminoacidica, o AAR, cruciale nella regolazione della risposta immunitaria così come nella segnalazione metabolica.

In quest'ultimo studio, i ricercatori sono riusciti a individuare il ruolo in quel cammino di un singolo aminoacido denominato prolina e hanno scoperto che l'HF è in grado di inibire un particolare enzima tRNA sintetasi denominato EPRS, responsabile dell'integrazione della prolina in altre proteine.

Gli autori dello studio ritengono che proprio la precisione con cui è stato individuato il ruolo dell'HF possa aprire la strada a nuove sperimentazioni farmacologiche per un'ampia gamma di disturbi.

La Medicina Cinese si basa ovviamente su una sua lingua ed una sua cultura. Le distanze tra la medicina cinese e la medicina occidentale sono prima di tutto distanze tra ambiti di pensiero più vasti, differenze nella concezione della natura e del suo rapporto con l'uomo, ma ancora più profondamente differenze tra modi di sistematizzare il mondo e di pensarne i problemi. Se le domande che ci si pongono sono diverse, non deve sorprendere che le risposte siano molto differenti e difficilmente comparabili. Chi legge per la prima volta testi di medicina cinese ha difficoltà a capire quale posto abbiano nel mondo del reale termini come Qi, Yin-Yang, Meridiani, 5 fasi, ecc.


Questo problema è acuito dalle cattive traduzioni di questi termini apparse in occidente, le quali hanno legato la Medicina cinese all'ambito New Age (Qi letto come Forza Vitale è un classico esempio) e che invece le è sommamente alieno. Per superare questo ostacolo è necessario sforzarsi di andare oltre l'aspetto strano e antiquato dei termini, per analizzare invece le relazioni che li legano e imparare ad apprezzare la struttura della teoria. Anche la scienza occidentale contemporanea è piena di termini assolutamente oscuri ai non iniziati e a volte estremamente fantasiosi, ma basarsi solo su questo per condannare una teoria è quantomeno superficiale.


Un altro problema è rappresentato dalle "letture" occidentali della Medicina cinese, spesso polarizzate (anche se negli ultimi anni le cose sono molto migliorate) verso una denuncia acritica e disinformata, che rende la Medicina cinese un fenomeno antiscientifico ed ingenuo; oppure verso un'apologia totale e misticheggiante, che considera la Medicina cinese salvifica, la medicina perfetta, il sistema onnicomprensivo.


Entrambi questi approcci non rendono ragione della realtà multiforme del fenomeno, che è il risultato di centinaia di anni di discussione critica, analisi, sperimentazione, approfondimento filosofico che non si sono mai interrotti, che sono riusciti a superare la crisi dell'incontro con la medicina occidentale e che costituiscono il sistema medico principale per una vasta parte della popolazione mondiale.


D'altro canto, questo sistema è figlio della sua cultura, è un prodotto umano, una sistematizzazione che non risponde solo al "dato" ma anche agli indirizzi teorici e al profilo filosofico nel quale è nata, e ne sconta limitazioni e rigidezze. Solo attraverso un approccio storico, che valuti quindi la Medicina cinese nell'insieme del suo sviluppo e delle sue relazioni e non solo nel prodotto finale, si può rendere giustizia a un sistema veramente affascinante anche solo come avventura intellettuale.


Si può citare a questo proposito l'opinione di uno dei più importanti storici della scienza cinese (Nathan Sivin, 1968): la tradizione cinese è certamente scienza, secondo qualsiasi definizione che non sia completamente campanilistica, ma eccetto che a quel livello che la rende scienza, i suoi obiettivi divergono in maniera così costante dai nostri che qualsiasi similitudine diventa gratuita.
 

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