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ottobre 31, 2013

ottobre 28, 2013

L’Edicola on Line: I 10 articoli più letti nel mese di Settembre 2013.

Sono rimasto molto sorpreso delle statistiche che mi ha presentato il mese di settembre lasciato alle spalle.

Non per le visite e il traffico sia chiaro, sempre soddisfacenti e nella norma, ma per gli articoli più letti.

Se lasciamo da parte i soliti post che trattano argomenti sulla crisi economica italiana, ormai sempre più ricercati in rete (come potete ben vedere ci sono tre post in testa - uno dei quali con degli accessi davvero strepitosi) mi lascia perplesso la totale assenza nel riepilogo mensile di articoli in cui confidavo molto, per esempio Ammontano a 54 i paesi, fra cui anche l'Italia, coinvolti nel programma di "extraordinary rendition" della Central Intelligence Agency.

È probabile che magari riprenderanno quota nei prossimi mesi, dopotutto non sarebbe la prima volta che ciò accade vi confesso però che sono rimasto balestrato nel preparare  questo post statistico.

Tanto per cominciare mai e poi mai avrei sospettato che Come invadere gli USA senza sparare un colpo articolo scritto di getto e per pura curiosità mi portasse così tanti lettori da porlo a essere l’articolo più letto scritto nel mese di settembre.

Non mi ha invece sorpreso l’articolo legato al mondo del lavoro: Migrazioni del lavoro: il punto di vista di un economista eticamente motivato(2a parte). Un articolo che è la prova di come certi argomenti suscitano interesse e di come non è sbagliato prenderli in considerazione.

1.- Crisi finanziario-economica in atto: analisi e riflessioni ispirate al bene comune (1a parte).

crisi vignettaQuesto breve saggio è rivolto ad un pubblico attento e sensibile alle difficoltà sociali che hanno colpito tante famiglie  ed intere nazioni a seguito del diffondersi e prolungarsi dell’attuale crisi economica - per certi versi senza precedenti - ma che non si trovano a proprio agio nella lettura dei fatti economico-finanziari.  Tra questo pubblico è spesso frequente incontrare esponenti della Chiesa che, pur avendo un elevato grado di cultura ed istruzione, oltre che di sensibilità per tutto ciò che riguarda e interessa l’uomo,  trovano difficoltà  nella comprensione dei fenomeni  in atto e del linguaggio utilizzato dai cosiddetti esperti. Allo tempo stesso, questo scritto intende precisare come  l’apporto dell’etica cristiana possa essere un elemento essenziale per la ricerca di soluzioni efficaci e duraturi nel tempo.

2.- Crisi finanziario-economica in atto: analisi e riflessioni ispirate al bene comune (2a parte).

Time - MoneyVa da sé il rilievo di come la gravità e il perdurare della crisi abbia inciso in modo molto spesso drammatico a danno della qualità della vita di milioni di persone e di famiglie sparse in molte parti del mondo. Non è qui il caso di fare un elenco, tra l’altro risaputo o/e facilmente verificabile, dei numerosi danni sociali provocati dalla crisi. A titolo di esempio basta ricordare alcuni dati: milioni di famiglie in America si sono viste pignorare la propria casa, dopo tanti sacrifici di lavoro.

3.-Crisi finanziario-economica in atto: analisi e riflessioni ispirate al bene comune (1a parte).

crisi economica humorPiù volte la Chiesa Cattolica, tramite le sue voci più autorevoli tra cui le Encicliche sociali, ha ribadito di non possedere  soluzioni tecniche da proporre né tantomeno vuole sostituirsi o competere con il ruolo dei politici e gestori del sociale per la via di uscita dalla crisi. Questo non significa che l’opinione della Chiesa in materia sia illegittimo o irrilevante. La Chiesa, non solo ha l’opzione di pronunciarsi nel merito delle questioni sociali in quanto istituzione “esperta in umanità 18 grazie alla sua secolare presenza/esperienza delle vicende umane, ma ha il dovere, per mandato del suo fondatore divino, ad essere ”Luce delle Genti”, come chiaramente riaffermato dal Concilio Vaticano II. 

4.- Cemento ed ecomostri, il record italiano.

Ecomostri-milano-hotel-mondiali-italia-e1355557189250“I dati Istat elaborati, dai quali risulta che in quindici anni sono statiti erosi 3 milioni e 663 mila ettari che, giusto perché ci si possa rendere conto delle dimensioni del problema, corrispondono grosso modo alla superficie del Lazio e dell’Abruzzo assieme” (Dati ISTAT 2007). L’Italia detiene il record di segnalazioni presso l’ONU per sfruttamento, degrado, cementificazione delle coste,  e altro, in un elenco di mancanze decisamente imbarazzante. 

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6.- Valori mediatizzati: una partita difficile.

mass-media3I mezzi di comunicazione di massa sono parte integrante, o per meglio dire elemento strutturale, del nostro sistema culturale. Per quanto possano risultare ambivalenti, discutibili, carenti sul piano qualitativo, i media - soprattutto la radio e la televisione - sono lo strumento fondamentale per la condivisione di informazioni e conoscenze, per la definizione di un'agenda pubblica, per la rappresentazione, se non della società nella sua interezza, di segmenti significativi di realtà sociale. È dunque legittimo chiedersi quanto di questa funzione sia ancora rimasto, una volta superata quella fase storica che dal dopoguerra agli anni '80 aveva visto in Europa una netta prevalenza del modello pubblico, con le aziende radiofoniche e televisive direttamente gestite e controllate dagli stati nazionali, che in un modo o nell'altro portava il sistema radiotelevisivo a farsi carico di un ruolo "educativo".

7.- Lo sviluppo e la decrescita: il caso Italia.

crisi1La crisi drammatica che sta attraversando il nostro paese, e con esso l'Europa, è davanti ai nostri occhi. L'Italia, in particolare, si è trovata sguarnita e indifesa, con la “messa a nudo” delle sue debolezze (già note agli osservatori più attenti), talvolta nascoste per offrire l'immagine falsata di un paese gaudente, ricco e benestante. È anzitutto una crisi morale, una caduta di quel sentimento solidale che in vario modo ha sempre informato la cultura del paese. L'individualismo, il narcisismo, la mala-cultura televisiva, il mito del fai-da-te e del facile arricchimento, hanno prodotto quel deserto morale alimentato, peraltro, da un consumismo compulsivo e nevrotico.

8.- Migrazioni del lavoro: il punto di vista di un economista eticamente motivato(2a parte).

migrazione del lavoro3Le migrazioni del lavoro. Quanto alla globalizzazione nelle migrazioni del lavoro, cioè sostanzialmente al modo di essere oggi delle migrazioni di persone, da un lato, va detto che si è stati in presenza di una forma massiccia di spostamenti di lavoratori da un paese all’altro, da un continente all’altro, così come già accaduto in altre epoche storiche. Dall’altro lato, però, sono da registrare due novità. In primo luogo, si è trattato anche di spostamenti non definitivi, che cioè riguardano persone che si muovono da un luogo all’altro in cerca di un lavoro, ma lo fanno nell’intento che tale situazione durerà alcuni anni, magari molti anni, ma non sarà definitivo. In secondo luogo, lo spostamento, almeno all’inizio, ha riguardato persone singole che magari hanno lasciato le famiglie nel paese d’origine, inviando ad esse tramite periodiche rimesse somme anche cospicue per il sostentamento di chi resta in loco. 

9.- Migrazioni del lavoro: il punto di vista di un economista eticamente motivato (1a parte).

migrazione del lavoroUna economia aperta all’etica

In premessa, si consideri che, al contrario di quella che è un’opinione diffusa, nelle questioni economiche, non c’è un solo modo di “fare teoria”, oppure di “comportarsi in pratica”, bensì - in entrambi i casi - ve n’è più di uno. Ciò, in primo luogo, in quanto, gioca un ruolo la diversa impostazione analitica degli economisti,oppure la diversa attività operativa da parte dei tanti soggetti agenti; in secondo luogo, in quanto contano le differenze concernenti i condizionamenti dovuti ad aspetti esterni all’economia, ed in particolare a diversità di valori e norme morali (o attinenti all’etica) che si sottoscrivano.  Sul primo punto, si consideri che le teorie perseguite dagli economisti, così come le azioni esperite dai diversi operatori, sono molteplici, mentre personalmente ritengo che possano essere accorpate in due grandi gruppi distinti e diversi.

10.- Come invadere gli USA senza sparare un colpo.

AL-JAZEERA-network-hdb3Al Jazeera America sarà presto disponibile in più di 48 milioni di case, offrendo 14 ore di notizie tutti i giorni.Il nuovo network prende il posto di Current Tv, la tv via cavo fondata dall’ex vicepresidente americano Al Gore, acquistata in seguito dal Qatar nel Gennaio 2013 per circa $500 milioni di dollari.Al momento manca ancora l’accordo definitivo con Time Warner Cable per distribuire il canale. Al Jazeera America dichiara che darà meno spazio rispetto agli altri canali alla pubblicità, che sarà di sei minuti ogni ora contro  15 minuti in tutti i principali canali di notizie .

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ottobre 22, 2013

Crisi finanziario-economica in atto: analisi e riflessioni ispirate al bene comune (3a e ultima parte).

Il contributo dell’etica cristiana

Più volte la Chiesa Cattolica, tramite le sue voci più autorevoli tra cui le Encicliche sociali, ha ribadito di non possedere  soluzioni tecniche da proporre né tantomeno vuole sostituirsi o competere con il ruolo dei politici e gestori del sociale per la via di uscita dalla crisi. Questo non significa che l’opinione della Chiesa in materia sia illegittimo o irrilevante. La Chiesa, non solo ha l’opzione di pronunciarsi nel merito delle questioni sociali in quanto istituzione “esperta in umanità 18 grazie alla sua secolare presenza/esperienza delle vicende umane, ma ha il dovere, per mandato del suo fondatore divino, ad essere ”Luce delle Genti”, come chiaramente riaffermato dal Concilio Vaticano II. 

Nonostante che alcune fonti sia interne che esterne alla Chiesa siano contrarie, per diversi motivi, ad un intervento dei cristiani nel sociale, specie quando si tratta di entrare nel merito di problematiche relazionate all’economia, finanza e politica nonché del loro complicato intreccio, la gerarchia italiana e lo stesso Pontefice non si sono isolati in una silenziosa neutralità ma ne hanno parlato fino dal loro sorgere. Da notare che la stesura della Enciclica Sociale di Benedetto XVI , Caritas in Veritate, subì un leggero ritardo rispetto alla prevista pubblicazione, proprio per tener conto dello svilupparsi della crisi attuale allora esplosa nel corso del 2009.  Diversamente da un certo pensiero laicista che vorrebbe relegare la religione e il cristianesimo in particolare allo stretto ambito privato, la Chiesa non può non esprimere il proprio punto di vista sulla dimensione sociale, essendo le relazioni sociali un elemento essenziale della realtà umana. Ignorarle equivarrebbe a trascurare l’uomo stesso.

crisi economica humor

Ebbene, la posizione della Chiesa consiste nel sostenere che le cause della crisi attuale, similmente ad analoghe situazioni nel corso della storia dell’uomo è dovuta, oltre a cause immediate contingenti, delle quali abbiamo parlato qui sopra, anche a radici più profonde legate alla interpretazione e visione dell’uomo stesso. Introdurre soluzioni tipicamente tecniche può risolvere solo parzialmente e quindi in modo insufficiente i problemi e per di più in modo temporaneo. E’ proprio quello che sembra essere accaduto in questa crisi attuale. Non pochi economisti e presunti esperti 19 avevano prefigurato il termine della crisi dopo i primi salvataggi delle grandi banche mondiali ma, guarda caso, proprio queste ultime, non appena uscite dalla tempesta, sono ritornate a speculare a spese dell’economia reale e in definitiva a danno dei contribuenti. La storia dovrebbe insegnarci che le buone leggi non bastano, come recita  un detto italiano “fatta la legge, trovato l’inganno”, se non c’è un’integrità morale orientata al bene comune.

Dico questo anche perché una delle ragioni dell’esplodere della crisi individuate dagli esperti è stata quella che la finanza internazionale non è sufficientemente sottoposta a regole. Questo è in gran parte vero ma il sottoporla a regole non costituisce di per sé una garanzia. Basta considerare come i grandi ordini professionali delle società finanziarie, di consulenza e di informazione siano dotati di sofisticati codici etici. La già citata banca Barclays, a seguito dei recenti scandali che l’hanno coinvolta e che hanno costretto, tra l’altro, alle dimissioni l’amministratore delegato Bob Diamond, ha di recente introdotto un nuovo piano di formazione etica per i propri dirigenti i cui “Bonus” saranno in futuro condizionati, almeno nella intenzione dei programmi attuali, dal comportamento etico e non solo ai risultati di bilancio 20.

Ma l’adozione di codici etici, almeno nel recente passato, non è stato sufficiente ad evitare la catastrofe originata dalla avidità e irresponsabilità sociale della finanza.  Come precisato nella stessa Caritas in Veritate, i rapporti economici hanno bisogno di un etica, “ma non di qualsiasi etica 21. Ora l’etica cristiana ha il merito di considerare l’uomo nella sua integrità ossia nella sua dimensione materiale e soprannaturale che lo distingue dalle altre creature. Secondo questa visione, l’uomo, ogni uomo ha una dignità che non può essere sacrificata per nessun motivo, nemmeno dalla logica dei mercati e/o societari.  Non è questo l’approccio delle grandi ideologie totalizzanti che hanno caratterizzato la vita politico-economica del passato. Socialismo e Capitalismo, nelle loro varie accezioni, trascurano o/e negano la dimensione spirituale per cui, in certe situazioni, va da sé che l’uomo non possa e debba essere considerato nella sua dignità integrale. La persona umana per queste ideologie quando le condizioni si aggravano, viene sacrificata in forza di logiche considerate superiori, ispirate o all’appartenenza alla classe o all’andamento dei mercati.  Capitalismo e Socialismo pur essendo ideologie contrapposte hanno una base comune: il materialismo che giustifica e legittima la subordinazione dell’individuo come persona o alla società o ai mercati 22.

Non così per la antropologia cristiana che fa della dignità umana una variabile indipendente a cui le altre variabili contingenti devono trovare un adattamento. Così nel citato articolo del  Financial Times lo stesso Pontefice ha scritto: “E’ nel Vangelo che i cristiani trovano ispirazione per la vita quotidiana e per il loro coinvolgimento negli affari del mondo – sia che ciò avvenga nel Parlamento o nella Borsa. I cristiani non dovrebbero sfuggire il mondo; al contrario, dovrebbero impegnarsi in esso. Ma il loro coinvolgimento nella politica e nell’economia dovrebbe trascendere ogni forma di ideologia”. 23 E l’ideologia prevalente oggi  nella sfera privata, sembra esser quella ispirata ad un relativismo che non ammette lezioni da nessuno, la “dittatura non più del proletariato”, fallita anch’essa, ma “del relativismo” come più volte richiamato dallo stesso Pontefice. Insomma se i responsabili della gestione pubblica vogliono veramente mettere fine a crisi come quella attuale, dovrebbero tener conto del contributo prezioso dell’etica cristiana e più in generale della visione cristiana dell’uomo. Senza una vera etica non c’è sviluppo, l’economia stessa ne soffre e con essa l’uomo stesso, i rapporti sociali, relazioni economiche comprese.
La globalizzazione attuale, tuttavia, per poter applicare principi etici equi e condivisi, indispensabili per una crescita equilibrata, ha bisogno di coordinamenti internazionali capaci di intervenire in tempo qualora le regole del commercio e delle transazioni finanziarie internazionali non vengano rispettate. La già richiamata enciclica di Benedetto XVI fa un riferimento esplicito in questo senso 24 facendo seguito, tra l’altro, ad un precedente intervento della Chiesa su questo argomento. Giovanni XXIII nella sua Enciclica Pacem in Terris aveva ribadito già nei primi anni ‘60, la necessità di dare autorevolezza fattiva ad organismi internazionali guidati da persone capaci e non condizionate da interessi di parte. Messaggi solo teoricamente apprezzati, ma mai veramente tradotti nella realtà a causa degli egoismi nazionali e visioni di corto respiro. C’è da augurarsi che la crisi internazionale non ancora superata possa servire a correggere “le strutture di peccato”, come richiamato da Giovanni Paolo II ed iniziare un nuovo ordine sociale ispirato al bene comune e non più all’egoismo individuale e di parte.

crisi-economica1
Appendice

Benchmark: letteralmente punto di riferimento. Uno strumento di misurazione per operatori di produzione e finanza per valutare processi vari tra cui il livello di rischio dei titoli finanziari.
Credit crunch: restringimento o stretta del credito da parte delle banche ad imprese e privati. Ha come effetto la riduzione delle capacità produttive e dei consumi delle famiglie.
Credit default Swap: una specie di assicurazione che un soggetto paga con premi periodici per coprirsi dal rischio di insolvenza di titoli in suo possesso. Più alto è il rischio di insolvenza più il premio è alto.
Credit watch: osservatorio di credito.  Consiste in un avviso di preallarme notificato da un’agenzia di rating che segnala il sopraggiungere di un fattore di rischio relativo ad una società o Paese emittente di titoli.
Default: significa fallimento riferito a qualsiasi soggetto, sia esso un privato, un’ impresa o uno Stato sovrano. Oggi si parla spesso di rischio default per quei paesi, come l’Italia, che, a detta delle agenzie di rating, potrebbero non essere più in grado di ottemperare i propri impegni finanziari.
Junk bonds: letteralmente titoli spazzatura in generei emessi da società disposte, pur di ottenere denaro, a pagare tassi di interesse elevati. L'elevato indebitamento della società emittente comporta però una elevata probabilità di fallimento della stessa e di conseguenza il rischio per il risparmiatore  di perdere, in tutto o in parte, il capitale versato.
Hedge funds: fondi altamente speculativi riservati ad una clientela scelta di investitori.
Mutui Subprime: prestiti concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore.
Outsourcing: letteralmente cercare risorse al di fuori. Consiste nello spostamento di attività con relativa occupazione al di fuori dai siti originari di produzione, spesso in Paesi con manodopera a basso costo.
Rating agencies: agenzie specializzate nella valutazione della qualità del debito di un emittente di titoli, sia esso un’impresa o uno Stato sovrano.
Spread: letteralmente diffondere, plasmare. Si riferisce al differenziale di rischio che esiste, secondo le valutazioni degli esperti, tra un titolo e un altro. Lo spread finanziario presuppone che un titolo venga preso come punto di riferimento, il sopra citato benchmark, che attualmente sono i Bund tedeschi, con cui si comparano gli altri titoli. Più il titolo considerato si discosta dal benchmark, più lo spread aumenta e con esso gli interessi da pagare.

Stock options: azioni privilegiate in genere donate ai managers di una società a titolo di remunerazione.

urn:newsml:dpa.com:20090101:120417-99-04238

NOTE:

1 Cfr. Cardinal Tarcisio Bertone, Mercanti e Frati hanno fatto l’Europa, Il Messaggero Romano, 4/11/2012.

22 Benedict XVI, A time for Christians to engage with the world, Financial Times, Dec. 20th 2012.

3 Cfr. The Global Debt Clock on line, secondo cui il debito della Grecia a fine 2008 ammontava a circa 350 MLD di dollari; al termine del 2012 esso è salito a più di $ 400 MLD, The Economist online, Jan. 17 th 2013.

4 Cfr. National Debt Clock online, US Government Data, January 2013.

5 L'OCSE conta 34 Paesi membri tra cui le maggiori economie mondiali, Italia compresa.

6 Cfr. “Crisi, l’allarme CISL”, Il Sole 24 Ore online, 19 Gennaio 2013.

7 The Global Debt Clock, op.cit.

8 Global economic winners: Africa economy booms, Popular Science online, Dec. 5 th  2012

9 Cfr. Gli interventi degli Stati nelle banche europee, Avvenire p. 4, 30/1/2013. In esso risulta che l’Italia è intervenuta con 4,1 MLD di capitale a sostegno delle proprie banche contro i 114,5 MLD della Gran Bretagna, i 46,9 MLD della Germania e i 25,3 MLD della Francia.

10 Cfr. Saccò Pietro, Il gioco sporco che ha falsato il pilastro della finanza globale, Avvenire online, 8/1/2013.

11 Cfr. USA TO-DAY, Jan. th 17 2013, p. 2B, secondo cui 12 grandi banche tra cui le citate  Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno accettato di pagare più di 9 MLD di dollari per aver manipolato la gestione dei pignoramenti a spese delle famiglie americane.

12 Cfr. Goldman Sachs, Lloyd Blankfein pronto a riconquistare la corona del banchiere più pagato, Il Sole 24 Ore online, 20/1/2013.

13 Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Sollicitudo Rei Socialis, N. 36, 1987.

14 1 Tim. 6,10 e ss.

15 Cfr. Giustizia e Impunità, Il Fatto online 21/1/2013 e La Giustizia in Italia: lentezze, ritardi ed errori dei magistrati costano moltissimo, Oggi online 21/1/2013.

16 Cfr. Difficoltà ad investire in Italia, Il Sole 24 Ore online18/10/2012.

17 Cfr. Trovato Isidoro, Riforme, Mercati e Professioni, Il Corriere della Sera, 20/12/2012, secondo cui per pagare uno stipendio netto di 1236 Euro, un’azienda ne spende 2648, più del doppio.

18 Esperta in umanità, nota definizione che Paolo VI diede della Chiesa nel suo discorso all’Assemblea dell’Onu del 1965, ripresa nella Populorum Progressio del 1967. Lì, Paolo VI diceva: “Esperta in umanità... senza pretendere di intromettersi nella politica... la Chiesa offre ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità”.

19 Cfr. De Nenoist Alain, Debito Pubblico: Come gli Stati sono diventati prigionieri delle Banche, Il Sole 24 Ore, 19/12/2012.

20 Cfr. Massaro Fabrizio, I banchieri di Barclays vanno a ripetizione di etica, Il Corriere della Sera, 18/1/2013.

21 Cfr. Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate,  N. 45, 2009.

22 Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Centesimus Annus,  N. 19, 1991.

23 Cfr. Benedetto XVI, Financial Times, Op Cit.

24 Cfr. Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate, N.67, 2009

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Crisi finanziario-economica in atto: analisi e riflessioni ispirate al bene comune (2a parte).

Alcune conseguenze

      Va da sé il rilievo di come la gravità e il perdurare della crisi abbia inciso in modo molto spesso drammatico a danno della qualità della vita di milioni di persone e di famiglie sparse in molte parti del mondo. Non è qui il caso di fare un elenco, tra l’altro risaputo o/e facilmente verificabile, dei numerosi danni sociali provocati dalla crisi. A titolo di esempio basta ricordare alcuni dati: milioni di famiglie in America si sono viste pignorare la propria casa, dopo tanti sacrifici di lavoro.

La disoccupazione è cresciuta a livello mondiale, anche se non mancano eccezioni tuttavia non comparabili all’entità dei danni provocati. La disoccupazione è oscillata negli anni di crisi sia nell’area Euro che negli USA attorno al 10% ma con punte che hanno superato il 25% in Spagna ad esempio, percentuale di disoccupazione raggiunta negli USA solo durante la grande crisi del ’29-‘30.

Time - Money

Anche l’Italia ha conosciuto un significativo calo dell’occupazione: in quattro anni, dal 2008 al 2012, l’economia italiana ha perso 567mila occupati 6 nonostante che l’innalzamento dell’età lavorativa abbia favorito l’occupazione dei lavoratori sopra i 50 anni, unica categoria che ha visto crescere il proprio livello occupazionale, ma ad ulteriore detrimento della già compromessa occupazione giovanile.   Aspetto non meno preoccupante è il perdurare dei periodi crescenti di disoccupazione che rischiano di emarginare definitivamente interi ceti un tempo produttivi ed ora inattivi. Ne risulta anche un travisamento delle stesse statistiche che rilevano il tasso di disoccupazione.

E’ il caso, ad esempio degli USA il cui Labor Office non conteggia tra i disoccupati i cosiddetti scoraggiati, cioè coloro che hanno smesso la ricerca attiva di un posto di lavoro. Al dato ufficiale della disoccupazione formale, oggi a 12,1 milioni di individui pari a circa l’8%, in calo dunque rispetto ai mesi peggiori della crisi, bisogna tener conto di altri 10,1 milioni di individui, la cosiddetta disoccupazione informale. Tra disoccupazione formale ed informale gli USA contavano a fine 2012, 22,2 milioni di disoccupati di fatto corrispondenti al 15% della popolazione attiva 7

In alcuni paesi tradizionalmente con mercati del lavoro considerati rigidi come è il caso della zona Euro, la disoccupazione giovanile appare oltremodo aggravata:  essa oscilla dal 37% in Italia al 50% della Spagna.  Il potere di acquisto poi è notevolmente calato specie nei Paesi costretti a contenere i deficit di bilancio - vedi l’area Sud dell’Europa Italia compresa - sia per le aggravate imposizioni fiscali e sia per il taglio continuo dei servizi sociali. In Grecia in particolare, dopo cinque anni di crisi, la situazione appare al limite della sopportazione: disoccupazione al 21.8 % e quella giovanile ben al di sopra del 50%, le pensioni tagliate del 30%, gli stipendi dei dipendenti pubblici del 20%, centinaia di scuole chiuse e molti servizi pubblici eliminati. In molti Paesi tra cui l’Italia, le difficoltà delle famiglie si riflette nel restringimento dei consumi soprattutto dei beni di medio e lungo periodo, mettendo particolarmente in crisi interi settori produttivi come è il caso dell’edilizia e dell’industria dell’auto con tutte  le ricadute sull’indotto.

Conseguenze ancora più drammatiche si registrano in diversi altri Paesi emergenti  le cui economie sono legate al commercio e consumo della zona Euro ora in crisi. Qui esistono eccezioni rilevanti come le economie di alcuni Paesi africani ora economicamente in espansione come Nigeria, Etiopia, Angola  ed altri minori,  nonostante recenti sanguinosi conflitti di natura etnico-religiosa in alcuni casi tuttora in corso 8. Una ulteriore conseguenza è che stanno aumentando le disparità tra Paese e Paese e all’interno degli stessi tra le classi sociali, aggravando la situazione delle fasce più disagiate della popolazione e/o creando nuove povertà i cui sviluppi sono imprevedibili.

Le cause.

Crisi-economica

Spesso, nel valutare la crisi, si punta il dito contro la gestione di uno o dell’altro governo.  In Italia, in particolare, pesantemente influenzata dal dopoguerra in poi da forti ideologie contrapposte in parte spiegabile per la propria storia conflittuale, molti personaggi legati sia alla politica e non, tendono ad identificare le cause dei mali socio-economici  prevalentemente al colore di appartenenza della classe politica al potere. Le categorie classiche utilizzate per identificare l’appartenenza politica e la sua gestione sono notoriamente: Destra e Sinistra. Secondo quest’ottica l’origine e il perdurare delle crisi, come quella attuale, vanno esclusivamente o quasi ricercate nella cattiva gestione dell’una e dell’altra parte. Questo approccio si rivela del tutto insufficiente e fuorviante per capire il fenomeno attuale.  Piuttosto, la gravità e il prolungarsi della crisi trovano le loro ragioni in una serie di cause sia esterne che interne del sistema Italia.

Le cause esterne internazionali

Come già menzionato, la crisi attuale originata negli USA dai mutui Sub-prime, si é presto trasferita alle banche salvate dal governo USA contro gli stessi principi del  liberalismo economico classico e quindi  si è propagata a livello mondiale all’economia reale. Anche in Europa molte banche hanno avuto bisogno dell’aiuto pubblico. Un po’ ovunque gli Stati europei, in primo luogo la Gran Bretagna, hanno salvato le banche in difficoltà, ma anche altri Paesi considerati forti, come Germania e Francia sono intervenuti a sostegno delle proprie banche 9. La loro esposizione finanziaria a rischio era e rimane, per molte di loro, ancora alta. La maggior parte dei crediti verso la Grecia, ad esempio, è detenuta da banche tedesche e francesi con gli alti rischi che ne derivano  mentre  le banche spagnole si sono troppo compromesse nella bolla edilizia. Anche le banche italiane, inizialmente considerate solide, sono entrate in sofferenza come dimostra il recente caso del Monte dei Paschi di Siena. Ma della situazione del caso Italia parleremo poco più avanti, dato le sue peculiarità non sempre negative, almeno in questo caso. Il salvataggio delle banche nella zona euro si è rivelato più complicato rispetto agli USA, per via dei meccanismi comunitari e l’opposizione dei governi più forti a concedere crediti facili. La condizioni di salvataggio sono state di fatto condizionate da severi tagli alle spese, ai salari e all’occupazione  che hanno aggravato a loro volta la recessione. Ma anche laddove il salvataggio delle banche è riuscito, esso non è servito a correggere comportamenti spregiudicati delle banche stesse, considerati  dannosi nei confronti dell’economia e dei consumatori. 

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Appena uscita dall’emergenza la maggioranza dei grandi gruppi finanziari ha investito gran parte dei nuovi capitali ricevuti dai Governi, e in definitiva a spese dei contribuenti, non tanto in attività produttive ma in transazioni speculative tra banca e banca, oltre che attribuire ai propri vertici dirigenziali premi pecuniari sostanziosi. Ne è derivata così una nuova bolla speculativa che ha sottratto spesso il credito necessario ad imprese e famiglie e che ha impedito di rilanciare l‘economia e i consumi. In più di una circostanza negli ultimi scorsi mesi un numero di grandi banche tra cui UBS, Barclays, Goldman Sachs, Morgan Stanley, 10 hanno ammesso di aver manipolato indici finanziari, tra cui  il cosiddetto indice Libor, che ha causato aggravio per risparmiatori, investitori e consumatori. Molte famiglie si sono viste pignorare la casa per via della manipolazione di questi indici. Per uscire dall’impasse, le grandi banche hanno preferito e stanno preferendo, per quelle sotto inchiesta, di chiudere il conflittuale conciliando attraverso compensazioni pecuniarie consistenti 11.  Ma lo scandalo questa volta è talmente alto che le compensazioni non potrebbero essere sufficienti. Dipenderà dai Governi se sanzionare le banche secondo le loro responsabilità obbiettive o “accontentarsi” principalmente di soluzioni pecuniarie.

Concludendo questo primo paragrafo si può dire che numerose grandi banche, nonostante siano state letteralmente salvate dai governi e in definitiva dai contribuenti aggravando il bilancio degli stessi governi e delle famiglie,  non solo hanno corretto comportamenti a rischio, ma hanno premiato la loro tecnostruttura con generosi premi 12 e hanno riaperto nuovi giochi speculativi che hanno creato ulteriori difficoltà. Quando Giovanni Paolo II denunciò nel 1987 le cosiddette “strutture di peccato” nella non sufficientemente pubblicizzata Enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” si rivolgeva appunto anche ad un sistema  finanziario orientato non al servizio del bene comune, ma alla brama di arricchimento 13. Rimangono perenni, a questo  proposito, le parole di San Paolo nella II lettera a Timoteo: “l’attaccamento al denaro è la radice  di tutti i mali” 14.

Le cause interne del sistema Italia

Il caso Italia, come non di rado accade, si presenta per certi versi paradossale. Inizialmente solide le banche italiane sono entrate principalmente in crisi trascinando con sé l’economia reale, per via della caduta di credibilità del sistema Italia, oltre che di qualche spregiudicata gestione come ultimamente emerso per  la banca Monte Paschi di Siena.  Gli investitori internazionali non credono o perlomeno nutrono grossi dubbi che l’Italia sia in grado di ottemperare i propri obblighi nei confronti dei creditori, a causa principalmente del suo alto debito pubblico e della scarsa credibilità politica. Ma che c’entra questo con le banche?  Le banche Italiane sono tra le prime a soffrirne perché detengono una grande quantità dei titoli statali regolarmente emessi dall’Italia per far fronte alla enorme spesa pubblica. Finora, dal dopoguerra a prima della crisi, prendere in prestito per l’Italia non è stato un vero problema. Ma oggi non è più così. Visto che l’Italia  è diventata  poco credibile, gli investitori e compratori di titoli esigono ora interessi più alti e a più breve termine, altrimenti vanno ad investire altrove, in Germania, ad esempio, che pur offrendo agli investitori titoli ad interessi minori dà più sicurezza. Per l’Italia l’aggravarsi della crisi finanziaria internazionale  è dovuta principalmente ad una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche. Le banche sono entrate in sofferenza perché, come detto, gran parte dei loro crediti li hanno contratti,  tramite l’acquisizione di titoli vari come BTP e CTT con un debitore, lo Stato italiano che ha perduto gran parte della sua credibilità.

Ma perché la credibilità del sistema Italia è stata compromessa? Per certi aspetti il sistema Italia sembrava al sicuro avendo a suo favore, tra l’altro, un complesso patrimoniale di tutto rispetto  tra cui riserve auree tra le prime nel mondo, un patrimonio individuale familiare consistente, un patrimonio immobiliare pubblico grosso modo pari al suo debito e quindi, almeno teoricamente, coperto,  nonché una propensione al risparmio privato tra le più alte dei Paesi Ocse. Le banche erano solide. Diversamente dagli altri Pesi europei, il Governo italiano non è dovuto intervenire, se non in minima parte, per salvare le banche. Il caso del MPS rimane un caso circoscritto dovuto ad una imprudente gestione della Direzione, ma il sistema bancario nella sua globalità sembrava al sicuro e virtuoso rispetto alla bolla immobiliare. E allora perché questa caduta di credibilità?

Nonostante questi ultimi punti a favore, spesso ignorati dalle agenzie di rating e dai grandi media finanziari mondiali che fanno opinione negli ambienti  della grande finanza e degli investitori, è indubbio che il sistema Italia soffre di numerose peculiarità negative. Tra queste si possono annoverare:

  • Un tasso di attività inferiore del mercato del lavoro rispetto a tutti i maggiori Paesi industrializzati (la percentuale della popolazione attiva sul totale della popolazione è tra le più basse al mondo).
  • Un costo della politica eccessivo a volte combinato con una corruzione per lungo tempo tollerata tanto da far gridare allo scandalo come hanno dimostrato recenti fatti di cronaca di amministrazioni statali, regionali e locali.
  • Una giustizia civile e amministrativa tra le più lente del mondo non solo industrializzato che penalizza la certezza del diritto. Da notare, a questo proposito, che la Corte Europea che comprende 47 Paesi tra cui Turchia, Russia e Ucraina, ha composto una classifica in cui l’Italia, risulta all’ultimo posto della lista dei Paesi con un sistema giudiziario virtuoso 15.
  • Una insolvenza dei debiti contratti dalle Amministrazioni Pubbliche locali nei confronti di molte imprese di piccola e media entità, cosa che non è consentita alle stesse imprese né ai privati cittadini. Da notare che molte imprese entrate in difficoltà hanno dei crediti inevasi con l’Amministrazione Pubblica! Una delle riforme Monti entrata in vigore dal 1 Gennaio 2013 che recepisce una direttiva CEE, riguarda proprio questo punto. D’ora innanzi la Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di pagare i propri creditori entro 30 giorni estendibili, in alcuni casi determinati, a 90 giorni .
  • Una burocrazia farraginosa e lenta che ostacola, di fatto, investimenti e occupazione 16.
  • Una previdenza, combinata con la tassazione vera e propria, che pesa in maniera sproporzionata sul costo del lavoro: l’Italia ha un numero maggiore di pensioni rispetto al numero dei lavoratori attivi. Un’anomalia macroscopica che tra l’altro ha come effetto il risultato che. Pur essendo il costo del lavoro in Italia tra i più elevati tra i Paesi industrializzati a seguito delle tasse e contributi previdenziali, le retribuzioni nette  per i lavoratori dipendenti sono tra le più basse degli stessi Paesi presi a confronto: un’assurdità che penalizza sia le imprese che i lavoratori e le loro famiglie 17.
  • Una  presenza mafiosa che, in diverse località regionali, controlla attività di servizi con impatti pesanti sulla corretta ed efficiente gestione delle amministrazioni locali. (vedi il problema dei rifiuti).

           Queste ed altre anomalie negative scoraggiano investitori esteri ad intraprendere nuove attività in Italia limitandosi ad acquisire aziende già affermate e spingono molte imprese italiane ad investire all’estero. Tutto questo aggrava la situazione occupazionale specie dei giovani. A questi ultimi va riservata una particolare attenzione. Molte delle difficoltà economiche per l’Italia non derivano soltanto dalla crisi attuale, ma sono il risultato di decenni di politiche che hanno elargito con generosità e concessioni a favore di gruppi di interesse, tra cui partiti e sindacati, che non si sono curati troppo del futuro, l’oggi odierno. Un egoismo generazionale che si è tradotto nell’enorme debito che l’Italia ha accumulato, ora al 125% del PNL. Ma quest’ultimo dato, pur grave nella sua entità, non è stato il più determinante per la caduta di credibilità dell’Italia, visto che lo Stato italiano ha sempre ottemperato  dal dopoguerra ad oggi ai propri debiti. Al deterioramento della propria credibilità hanno contribuito anche le vicende personali del già Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Attaccato e ridicolizzato costantemente dalle opposizioni interne anche per i suoi stravaganti comportamenti oltre che dalle sue vicende giudiziarie, Berlusconi è divenuto un personaggio da gossip tenuto sotto osservazione da pressoché tutta la stampa internazionale. Ogni sua mossa è stata riportata, non senza una punta di ironia, dai media di tutto il mondo. Ne è derivato un aggravio dell’immagine Italia che probabilmente gli oppositori politici italiani non ne avevano sufficientemente tenuto in debito conto. L’attacco mediatico alla persona del Presidente del Consiglio Berlusconi ha indubbiamente contribuito al deterioramento della serietà del sistema Italia giudicato a rischio di default ossia di bancarotta. Il governo tecnico di Monti la cui vigenza è durata all’incirca un anno, dal novembre 2011, ha in gran parte recuperato la credibilità perduta.  Tuttavia questo recupero di credibilità internazionale si è momentaneamente  interrotto, a seguito della caduta dello stesso  governo Monti e nell’attesa di vedere come il nuovo Governo intenderà procedere rispetto alle riforme strutturali intraprese dal precedente Governo Monti .

Il dubbio degli osservatori internazionali riguarda principalmente il comportamento dei politici italiani chiamati a guidare il Paese. Sapranno essi far prevalere il bene comune rispetto  ad una prassi passata caratterizzata da una cultura vincolata ad un atavico clientelismo tipicamente italico, per di più aggravato da un provincialismo prevalentemente  proiettato a sostenere interessi di parte e/o di corto respiro, a cui la politica italiana sia di destra che di sinistra ha fatto ampiamente ricorso, fatte salve alcune lodevoli  isolate eccezioni?  Oppure il nuovo Governo italiano, partendo dalle riforme avviate ma non ancora completate dal precedente Governo Monti, intenda proseguire  con determinazione per promuovere una  politica economica orientata al bene comune? La sfida è tutt’ora aperta.

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Crisi finanziario-economica in atto: analisi e riflessioni ispirate al bene comune (1a parte).

Premessa.

Questo breve saggio è rivolto ad un pubblico attento e sensibile alle difficoltà sociali che hanno colpito tante famiglie  ed intere nazioni a seguito del diffondersi e prolungarsi dell’attuale crisi economica - per certi versi senza precedenti - ma che non si trovano a proprio agio nella lettura dei fatti economico-finanziari.  Tra questo pubblico è spesso frequente incontrare esponenti della Chiesa che, pur avendo un elevato grado di cultura ed istruzione, oltre che di sensibilità per tutto ciò che riguarda e interessa l’uomo,  trovano difficoltà  nella comprensione dei fenomeni  in atto e del linguaggio utilizzato dai cosiddetti esperti. Allo tempo stesso, questo scritto intende precisare come  l’apporto dell’etica cristiana possa essere un elemento essenziale per la ricerca di soluzioni efficaci e duraturi nel tempo.

crisi vignetta

Introduzione.

Le crisi finanziario-economiche innescate dai mutui subprime americani e poi trasferitesi in Europa hanno messo in evidenza i limiti e la debolezza delle gestioni finanziarie e degli organi preposti al loro controllo. Pochi avevano previsto una crisi del genere. Nemmeno le tanto rinomate agenzie di rating, Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch con la loro spropositata influenza - non sempre, tra l’altro, sopportata dai fatti-, né l’autorevole economista Alan Greenspan  guida  per lungo tempo, dal 1987 al 2006, della prestigiosa Federal Reserve

americana, ne hanno previsto i sintomi  e sono stati colti di sorpresa.  Ma ciò che preoccupa maggiormente è il prolungarsi della crisi oltre ogni previsione e i relativi pesanti effetti sulla vita di tante famiglie e delle comunità nazionali ed internazionali più in generale. Si può dire che questa è la prima vera crisi della globalizzazione moderna, certamente la più severa, e per certi versi addirittura più grave della stessa grande crisi del ‘29-‘30.

      I Mass Media non si sono certo risparmiati nel descrivere la crisi non sempre però facendo chiarezza, anzi a volta incrementando una certa confusione, anche perché sono stati introdotti termini di difficile comprensione per di più di lingua inglese, poco conosciuti se non agli esperti finanziari, come hedge funds, stock options, subprime,  credit crunch, junk bonds, , default, credit default swap, outsourcing, rating agencies, credit watch, benchmark e, ultimamente, il tanto menzionato Spread (per una  semplice e  breve descrizione di questi termini vedi in Appendice). E come spesso avviene, la difficoltà di essere chiari nasconde un problema più profondo legato alla incapacità di  comprendere, per chi ne scrive o ne parla, i veri termini del problema e/o alla volontà di  sviare l’attenzione dalle responsabilità oggettive dei poteri reali.

      Di fronte al perdurare e all’ aggravarsi dei problemi sociali derivati dalle crisi finanziario-economiche, la Chiesa ha sentito  la necessità di entrare nel merito, secondo i criteri che le sono propri. Non certo per fornire soluzioni tecniche, ma dando una interpretazione etica sulla natura della crisi nonché invitando i  cristiani a dare un contributo non solo di solidarietà ma di gestione della cosa pubblica, ispirandosi ai principi evangelici.   Diversi esponenti di rilievo della gerarchia cattolica sono entrati nel merito tramite interventi, articoli e interviste 1. Il Papa stesso [Benedetto XVI] è intervenuto più di una volta sull’argomento: già con la pubblicazione della sua prima Enciclica sociale “Caritas in Veritate” nel 2009 e, recentemente con un inconsueto articolo sul Financial Times 2 del 20 Dicembre 2012, e un richiamo, seppur breve, nel tradizionale messaggio di inizio d’anno 2013. In particolare, di fronte al perdurare e all’aggravarsi della crisi, il Pontefice ha accettato l’insolito invito di scrivere su di un giornale dell’élite finanziaria mondiale.  L’argomento è stato il possibile ed urgente impegno dei cristiani in politica e nella gestione del sociale più in generale. Non è questo certo un problema nuovo soprattutto per Italia dove la presenza fisica della Santa Sede non può essere ignorata. Dal ben noto “Non Expedit” di Pio IX, all’indomani della presa di Roma e della scomparsa dello Stato Pontificio fino alla più recente dissoluzione della Democrazia Cristiana, il dibattito sull’impegno pubblico dei cristiani è stato di attualità.  Ma la crisi attuale, pur ricalcando caratteristiche storiche non nuove, ha delle peculiarità di cui è necessario conoscere per poterne dare un giudizio illuminato secondo i principi propri della missione della Chiesa. Da qui il contributo delle Scienze Sociali al servizio di una ricerca quanto più corretta e al tempo stesso comprensibile dei fatti, delle conseguenze e delle cause della crisi stessa.
             Vediamo dunque nel caso specifico origini e sviluppi di questa crisi.

I fatti.

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L’origine della crisi attuale è iniziata con le difficoltà derivate dai mutui Sub-prime negli USA che hanno avuto come conseguenza più eclatante il fallimento nel 2008 della  Lehman & Brothers, una delle grandi banche di investimento americane.  La Lehman & Brothers era una di quelle società finanziarie con ramificazioni in tutto il mondo, ritenuta “Too Big to Fail”, troppo grande per fallire. Ma l’esposizione debitoria dovuta principalmente appunto ai mutui Sub-prime, aveva raggiunto proporzioni senza precedenti che impedivano qualsiasi possibilità di recupero. L’unica soluzione possibile sarebbe stato il salvataggio diretto del Governo americano come è successivamente avvenuto per le altre banche, trovatesi anch’esse in grossa difficoltà per motivi analoghi. L’aggravante per la Lehman & Brothers rispetto alle altre grandi banche americane, è che è stata la prima ad entrare in crisi.

      Ma che cosa sono i mutui Sub-prime? Non sono altro che dei mutui anomali di cui i consumatori americani hanno fatto ampio ricorso nei tempi  più recenti, con il beneplacito e l’incoraggiamento  delle banche stesse, per potersi comprare e finanziare la casa. Siccome un mutuo convenzionale non era accessibile o sufficiente per far fronte all’acquisto e finanziamento della casa per una classe media sempre meno abbiente, il mercato finanziario americano, tramite agenzie apposite, offriva ai consumatori la possibilità di accedere ad un secondo mutuo o un mutuo a condizioni inizialmente vantaggiose per il consumatori, fatta salva la capacità del consumatore stesso di far fronte regolarmente ai pagamenti nei tempi previsti. Se il consumatore non è in grado, come spessissimo avviene, di ottemperare ai pagamenti nei tempi dovuti, scattano multe e penali pesanti, con l’ulteriore aggravante che molti consumatori non sono più in grado di pagare i debiti. Il volume delle insolvenze si è di fatto notevolmente incrementato tra gli anni 2006 e 2008, mettendo in difficoltà, oltre alle famiglie interessate, anche molti istituti finanziari che si sono trovati nell’impossibilità di recuperare i crediti che, di conseguenza, si sono trasformati in debiti. Nel caso della Lehman & Brothers l’esposizione creditizia trasformatasi in debito raggiungeva, nel 2008 la notevole cifra di 613 miliardi di Dollari, il doppio dello stesso pur macroscopico debito nazionale della Grecia a quella data. 3

      Ben presto anche le altre più grandi  banche americane si sono trovate in seria difficoltà dopo il dichiarato fallimento della Lehman, tra cui Bank of America, JP Morgan, Citygroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley, praticamente tutto  l’apice della Finanza USA. L’intervento massiccio del Governo americano ha impedito il loro fallimento con un finanziamento straordinario che però ha incrementato il già indebitato Governo Federale. Gli Stati Uniti sono passati da un deficit nazionale pubblico annuale di 10 trilioni di dollari del 2008 pari al 71% del PNL ai 16,4 trilioni di fine 2012 pari al 105% del Prodotto Nazionale Lordo (PNL) 4. Gli Stati Uniti quindi, oltre ad essere il governo in assoluto più indebitato al mondo, si sono avvicinati, anche in percentuali, ai Paesi considerati debitori cronici come l’Italia (125%). Ma queste cifre espongono solo una parte della vera entità del debito USA.

Al debito nazionale si aggiunge infatti quello non indifferente delle autonomie locali. Quasi tutti gli States sono in grave difficoltà finanziaria; ma soprattutto quello delle famiglie - in un certo verso il più preoccupante, il cosiddetto debito personale - ammonta a ben 15,7 trilioni di dollari, ossia di più seppur di poco dello stesso PNL dell’intero Paese. Sommando dunque la totalità dei debiti, gli Usa sono arrivati ad accumulare a fine 2012, l’astronomico  debito di 58 trilioni di dollari. Una cifra mai udita fino ad ora e addirittura non di facile lettura numerica.  Un punto di forza dell’Italia invece, nonostante che il suo debito nazionale lordo abbia sempre viaggiato al di sopra del 100% negli ultimi decenni, è che il debito delle famiglie e delle imprese è relativamente contenuto e senz’altro al di sotto della media OCSE 5. Ma di quest’ultimo dato positivo per l’Italia, le soprannominate agenzie di rating, non hanno tenuto molto conto, essendo l’Italia soggetta ad altre aggravanti che vedremo poco più avanti nel presente articolo.

      Successivamente, la crisi finanziaria americana si è trasferita a livello internazionale, avendo queste banche interessi più o meno consistenti nel mondo. Ne è derivata una stretta del credito che ha avuto pesanti ripercussioni nell’economia reale, in alcune zone più che in altre come è stato il caso dei Paesi dell’area Euro. Molte imprese ed attività economiche si sono trovate improvvisamente impossibilitate ad accedere ad un credito facile come era stato nel recente passato. Si sono trovate così nell’impossibilità di continuare la loro attività economiche e, allo stesso tempo, con il declino della attività economica stessa e dei relativi minori introiti, non sono più state in grado di ottemperare agli obblighi contratti. Si è avuta quindi una ricaduta negativa sull’occupazione: molte imprese hanno dovuto chiudere o ricorrere al Downsizing (riduzione delle attività e dell’occupazione). Alcuni Paesi sono stati colpiti più degli altri. A parte il macroscopico caso della Grecia che aveva occultato per lungo tempo, non senza l’appoggio di prestigiosi istituti di consulenza finanziaria quali la Goldman Sachs, la propria esposizione debitoria ai mercati e che è entrata in una crisi profonda, altri Paesi come la Spagna e l’Irlanda che avevano conosciuto uno spettacolare progresso nel decennio precedente grazie ad un credito generoso, si sono improvvisamente trovati con esposizioni debitorie simili alle banche americane. Si è ripetuto così quello che è accaduto oltre oceano: per salvare le grandi banche gli Stati si sono indebitati oltre misura.

L’aggravante in Europa, e nella zona Euro in particolare, è che la crisi finanziaria ha avuto una ripercussione più pesante nell’economia reale e nella società, anche per via dei maggiori vincoli a cui sono soggette le economie europee rispetto alla ben più flessibile struttura economico-produttiva degli USA. Gli Stati Uniti inoltre, per salvare le banche, hanno fatto ampio ricorso alla stampa di moneta, cosa che non è stata possibile, almeno nella stessa entità americana, per la zona Euro. La facilità di ricorrere alla moneta stampata è un rimedio visto con grande sospetto da molti economisti perché mezzo notoriamente generatore di inflazione e che quindi rischia di essere, nel medio-lungo periodo, un rimedio peggiore del male. Se l’esplosione inflattiva non si è finora verificata, sostengono tali economisti, è perché l’economia mondiale è ancora in recessione. Non appena essa si riprenderà però, l’enorme massa di liquidità monetaria emessa in questi ultimi anni, finirà inevitabilmente per scatenare un processo inflattivo con conseguenze pesanti. Ma per gli USA il facile ricorso alla stampa di moneta rappresenta un rischio minore rispetto ad altri Paesi in quanto, essendo il dollaro la valuta di gran lunga prevalente nelle transazioni internazionali, gli effetti inflazionistici che da esso derivano vengono diluiti a livello globale, attenuando quindi l’effetto negativo diretto del Paese di emissione, gli USA in questo caso. Non lo stesso si può dire per la zona Euro, la cui Banca centrale ha fatto un uso limitato o perlomeno molto più contenuto della stampa di moneta rispetto agli USA, anche per la pressione esercitata dai Paesi forti, specie dalla Germania più preoccupata del controllo dei deficit prima ancora della crescita dei Paesi con valuta Euro.

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ottobre 11, 2013

Cemento ed ecomostri, il record italiano.

“I dati Istat elaborati, dai quali risulta che in quindici anni sono statiti erosi 3 milioni e 663 mila ettari che, giusto perché ci si possa rendere conto delle dimensioni del problema, corrispondono grosso modo alla superficie del Lazio e dell’Abruzzo assieme” (Dati ISTAT 2007).

L’Italia detiene il record di segnalazioni presso l’ONU per sfruttamento, degrado, cementificazione delle coste,  e altro, in un elenco di mancanze decisamente imbarazzante.  “1966 denunce, 737 sequestri effettuati dalle Forse dell’ ordine, gli illeciti sul fronte scarichi e depurazione sono cresciuti del 42 per cento” (VocedItalia.it, giugno 2008). Negli ultimi 10 anni sono scomparsi più di 3 milioni di ettari, di cui 2 di superficie agraria, di terreno libero da costruzioni e vincoli.

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Numeri che fanno girare la testa, 3 ettari equivalgono alla somma di Lazio e Abruzzo, una superficie decisamente considerevole. Il cemento stava, sta, mangiando la terra, l’acqua, il cielo anche. Cielo che viene deturpato dai cosiddetti ecomostri, neologismo inventato da Legambiente per l’ Hotel Fuenti sulla costiera amalfitana, un esempio su tutti Le Vele a Scampia, note per il degrado non solo architettonico ma anche di vita.

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Gli ecomostri non sono solo però questi enormi edifici che squarciano il cielo ma anche, ad esempio, cascine del Quattrocento costruite in oasi protette, come accaduto sull’ Appennino bolognese. Una colata di cemento che in maniera più o meno evidente avvolge il Belpaese, strozzandolo e oscurandolo.

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Come se questi  numeri non bastassero l’Italia è anche al primo posto per il consumo di cemento armato: 46 milioni di tonnellate l´anno. Numeri e statistiche dono pressocchè infiniti, in crescita ogni anno e dovrebbero farci fermare a riflettere sulla devastazione che il Paese più bello al mondo sta subendo.

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ottobre 09, 2013

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