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luglio 28, 2009

Clandestina? Non puoi essere madre. La legge separa madri e figli" anagrafe vietata ai clandestini

Tra le novità della legge Maroni che entrerà in vigore l'8 agosto c'è l'obbligo di mostrare il documento di soggiorno per compiere gli atti di Stato civile.

Ossia per contrarre matrimonio, registrare la nascita di un bambino e denunciare il decesso.

Di chi saranno figli i bambini che nasceranno se nessuno potrà registrarli? L'allarme della prefettura di Prato.

PRATO. Gli stranieri dovranno mostrare il permesso di soggiorno per ogni atto di stato civile.

Una frase persa nei meandri del “pacchetto sicurezza”, quello che prevede l’arresto per i clandestini, più poteri ai vigili urbani, più competenze a sindaci e prefetti.

Il quinto provvedimento del pacchetto entrerà in vigore l’8 agosto rischiando di creare un putiferio.

Gli atti di stato civile sono matrimonio, registrazione di morte e registrazione delle nascite. Se i clandestini non si potranno sposare nessuno alza la mano, ma se il babbo o la mamma non potranno riconoscere il proprio figlio, beh, allora è un caso. A Prato dove, solo nei primi mesi del 2009, sono nati 412 bambini figli di genitori senza il permesso di soggiorno, è un problema non secondario.

A lanciare l’allarme sull’impossibilità per i genitori clandestini di riconoscere i propri figli al momento della nascita è stato Giovanni Daveti, il funzionario responsabile per gli affari che riguardano la comunità cinese per la prefettura di Prato. “Nel pacchetto sicurezza – ha detto Daveti – è inserita una norma che obbliga i clandestini a mostrare il permesso di soggiorno negli atti di Stato civile. Attualmente non abbiamo alcuna circolare che ci spieghi come comportarci nel dettaglio: dall’8 agosto, quando entrerà in vigore la legge, quindi noi avremo neonati che non potranno essere riconosciuti dai genitori, se entrambi clandestini. L’unica via praticabile sembra quella di affidarli ai servizi sociali. Solo nei primi sei mesi del 2009 a Prato sono nati 412 bambini in questa condizione”.

Ottenere il permesso di soggiorno temporaneo per le donne in stato di gravidanza sarà molto più difficile. “Fino ad oggi – spiega Daveti - infatti una donna andava dal medico e si faceva fare un certificato dove si diceva che aspettava un bambino. Questo consentiva di avere un permesso di soggiorno in genere di 6 mesi. Oggi con i medici che possono denunciare i clandestini questa prassi sarà molto più difficile. Per le donne sarà un rischio troppo alto”.

Cosa accadrà dall'8 agosto? Di chi saranno figli i bambini che nasceranno se nessuno potrà registrarli? E soprattutto che giri di illegalità apriranno? Cosa accadrà a quei bambini sembra che nessuno, in assenza di circolari che spieghino meglio quella norma, possa dirlo. E’ probabile che in assenza di un genitore che li possa riconoscere verranno affidati ai servizi sociali che vedranno arrivarsi sulla testa un bel numero di bebè, per lo Stato italiano piccoli fantasmi, da accudire. E’ probabile anche che tante mamme scapperanno dagli ospedali quando capiranno di non avere via d’u scita. Con rischi enormi per la loro salute e quella dei propri figli.

E poi accadranno cose che, per chi conosce Prato, sono scritte. La malavita cinese non si farà scappare quello che si preannuncia come un autentico business. Cosa si può fare se i genitori non possono riconoscere un figlio? Affidarsi a terzi con il permesso di soggiorno in regola. Ed ecco che il problema da sociale diventa di competenza della Procura. Ci saranno persone che si faranno pagare per registrare i bambini. E non solo. Sarà vanificato tutto il lavoro per garantire l’assistenza sanitaria anche alle comunità straniere.

Il reparto di maternità dell’ospedale di Prato da simbolo dell’i ntegrazione diventerà un luogo da cui fuggire. E allora via a cliniche private, a parti accanto alle macchine da cucire, a medici improvvisati. E sarà, in via generale, più facile far diventare un bambino figlio di genitori non veri. Senza adozione, affido o procedimenti legali. Sarà sufficiente andare in ospedale con una clandestina e far riconoscere il figlio a un padre - finto - che si prende il neonato e ne fa ciò che vuole: lo porta a casa dove una moglie desiderosa di essere mamma l’aspetta, lo vende a chi un figlio non può averlo. E al peggio non c’è mai fine.

Un bel pasticcio. Lontano dalle “misure per rendere più sicura la vita dei cittadini” con cui il governo ha presentato il pacchetto sicurezza all’Italia. Ma del resto, la lingua italiana è chiara, i clandestini non sono cittadini.

Il Tirreno, 28/07/2009


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luglio 24, 2009

Un futuro asciutto?
un_futuro_asciutto Secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 i tre quarti della popolazione mondiale soffriranno gli effetti della scarsità d'acqua. Già oggi la disponibilità è sempre più squilibrata, per spreco da un lato e per inaccessibilità dall'altro.
Uno dei principali problemi che saremo chiamati ad affrontare nel prossimo futuro sarà la scarsità d'acqua.
Nel nostro paese sembra una que­stione lontana, retaggio di anni passati, quando il meridione, in particolare la Sicilia soffriva di una cronica carenza idrica.
E, tuttavia, cambiamenti demografici, socia­li e climatici stanno costringendo scienziati, politici e opinione pub­blica a rinnovare l'attenzione su una pericolosa scarsità d'acqua.



Secondo i dati delle Nazioni Unite, attualmente una persona su sei, dunque un miliardo di persone, sof­fre di un inadeguato accesso all'ac­qua.
Ed entro il 2025 più della metà dei paesi del mondo potrebbe avere problemi di approvvigionamento o sperimentare delle gravi carenze.
Si prevede che entro il 2050 i tre quar­ti della popolazione mondiale pos­sano soffrire di scarsità d'acqua. Secondo la Commissione per i dirit­ti umani delle Nazioni Unite, «è or­mai tempo di considerare l'accesso all'acqua potabile e ai servizi sanitari nel novero dei diritti umani, de­finito come il diritto uguale per tutti, senza discriminazioni, all'accesso a una sufficiente quantità di acqua potabile per uso personale e do­mestico - per bere, lavarsi, lavare i vestiti, cucinare e pulire se stessi e la casa - allo scopo di migliorare la qualità della vita e la salute».
Alcuni esperti, tra cui Malin Falken-berg dell 'International Water Institute di Stoccolma, hanno stimato la quantità minima necessaria a una persona per dissetarsi, per l'igiene personale e per la preparazione del cibo: 1.000 metri cubi l'anno.
Se moltiplichiamo questo numero per sei miliardi, stima attuale leg-germente al ribasso della popola­zione umana, sarebbero necessari. 6.000 miliardi di metri cubi di acqua all'anno. Per quanto sembri inarri­vabile, questa grandezza è alla no­stra portata.


Secondo le stime dell'International Water Management Institute, ogni anno sui terreni del pianeta piovono circa 110.000 chilometri cubi d'ac­qua. Il 60 per cento del volume delle precipitazioni non si può immagaz­zinare perché viene subito assorbita da suolo e piante.

Quella che resta non si distribui­sce in modo uniforme sulle varie aree del pianeta. Nel descrivere le situazioni dei vari paesi, gli esper­ti distinguono tra scarsità fisica e scarsità economica di acqua. La stragrande maggioranza delle nazioni del continente americano dispone di acqua a sufficienza, con l'eccezione di un'area che copre la regione andina e amazzonica, al confine tra Brasile e Perù e tra Bo­livia e Perù, dove la scarsità d'ac­qua è di tipo economico. Le riserve sarebbero sufficienti al fabbisogno, ma la mancanza di tecnologia e di finanziamenti e la pessima gestione limitano l'accesso alle risorse idri-che per la stragrande maggioranza della popolazione. Una situazione simile si registra negli stati africani compresi tra il deserto del Sahara a nord e il Sudafrica a sud. Per quasi tutti gli stati dell'America centrale, invece, si parla di scarsità fisica, ov­vero si registra una domanda idrica maggiore rispetto alla disponibilità.
Inurbamento e aumen­to del Pii tra le cau­se della scarsità idrica
L'attuale criticità nell'accesso all'acqua è il frutto di fattori sociali, climatici e gestionali. Paradossalmente, uno dei peggiori nemici delle disponibilità idrica è l'aumento del reddito medio delle persone, laddove è avvenuto. Come ha spiegato Peter Rogers, professore di ingegneria ambientale e pia­nificazione urbana ed extraurbana alla Harvard Universitye consulen­te della Global Water Partnership, le comunità più ricche consumano più acqua rispetto alle comunità più povere, soprattutto nelle aree urbane e industriali. E qui entra in gioco uno dei cambiamenti epocali che stiamo vivendo. Secondo stime delle Nazioni Unite, in questi ultimi due anni, a livello globale, il nume­ro di persone che vivono in città ha superato quello delle persone che risiedono in aree rurali, con un au­mento del consumo di acqua. L'aumento della popolazione urbana è particolarmente accentuato in al­cune aree di Asia e Africa, dove ef­fettivamente le risorse idriche sono quasi allo stremo.

Un altro fenomeno che incide sulla disponibilità di acqua è la crescita economica. Il balzo in avanti del Prodotto interno lordo registrato negli anni passati da nazioni come Cina e India ha avuto tra gli effetti un forte depauperamento delle ri­sorse idriche.

La Cina sta correndo ai ripari dopo aver sperimentato nel 2008 la peg­giore siccità degli ultimi 50 anni, che ha riguardato 20 milioni di et­tari di coltivazioni. L'obiettivo è la riduzione del 60 per cento del consumo di acqua per uni­tà di Prodotto interno lordo entro il 2020. Secondo i dati ufficiali, ogni anno il bilancio idrico della Cina è in rosso per 40 miliardi di metri cubi, 300 milioni di persone hanno problemi per l'accesso all'acqua potabile e 15,3 milioni di ettari di terreni agricoli - il 13 per cento del totale nazionale - soffre la siccità in un paese in cui il 70 per cento del fabbisogno idrico è di tipo agricolo. Un impegno che dovrebbe essere seguito da ogni paese del pianeta perché, come fa notare Peter Rogers, abbiamo già a disposizione gli strumenti tecnologici e politici necessari per aumentare le riserve di acqua dolce necessario per scon­giurare una siccità globale. Quello di cui abbiamo bisogno, spiega Ro-gers, è un'azione immediata.

Un futuro di simulazioni catastrofiche e azioni preventive efficaci e possibili. Crescita demografica e riscalda­mento globale potrebbero sommare i loro effetti nefasti per produrre uno scenario da incubo, come ha suggerito Charles J. Vorosmarty dell' Università del New Hampshire, in uno studio pubblicato sulla rivi­sta scientifica Science. Simulando gli effetti del cambiamento climati­co e della crescita economica sulla disponibilità idrica, Vorò'smarty ha indicato che entro il 2025 l'aumento della temperatura media del pianeta causerà gravi carenze idriche in diverse aree del mondo, in partico­lare in America centrale e nelle aree dell'America del sud a cavallo delle Ande, nel Sud-Est asiatico e in al­cuni paesi dell'Africa orientale.
Se a questo scenario si sommeranno la crescita demografica e l'assenza di politiche concertate tra i vari paesi per ridimensionare il consumo di acqua, allora la scarsità ìdrica sarà drammaticamente e pericolosamen­te diffusa in tutto il pianeta. Che fare, dunque? Un futuro senz'ac­qua si può prevenire in modo diver­so da paese a paese. Una delle azioni raccomandate da­gli esperti è un aumento del prezzo dell'oro blu. Nei paesi ricchi, come l'Italia, il prezzo dell'acqua è basso al punto che non si è incentivati a risparmiare sull'uso e a costruire strutture più efficienti per la gestio­ne e il consumo delle risorse idriche, per non parlare del riciclo. In alcune realtà, come quella cinese appena descritta, una delle priorità è con­centrarsi sui grandi consumatori, ovvero gli agricoltori.
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Uno studio dell''International Water Manage­ment Instìtute afferma che se non si provvedere a rendere efficiente il consumo di acqua per le coltivazioni, per soddisfare la richiesta dì cibo a livello globale - tenendo conto an­che della crescita demografica - nel 2050 gli agricoltori avranno bisogno di un volume di acqua quasi doppio rispetto a quello necessario oggi, ovvero 2.700 chilometri cubi. Qualche speranza la danno anche le tecnologie per ottenere acqua dolce dalla più grande riserva d'acqua di­sponibile sul pianeta: gli oceani. I desalinizzatori sono diventati più efficienti grazie all'implementazione della cosiddetta «osmosi inversa», una tecnologia efficace, ma costosa
in termini di energia utilizzata.
Non è un caso che ad essi guardino con grande interesse soprattutto i paesi del Golfo Persico, che possono con­tare su risorse energetiche fossili relativamente a basso costo. Infine, ognuno di noi può mettere in atto comportamenti di consumo più responsabile attraverso tante piccole azioni quotidiane: installare uno sciacquone con il doppio pul­sante di scarico; usare lavastoviglie e lavatrici efficienti e a pieno carico; privilegiare la doccia rispetto al ba­gno; non lasciare il rubinetto aperto quando ci si fa la barba o ci si lava i denti; innaffiare il giardino la mat­tina presto o la notte.
L'incubo di un pianeta senza acqua a sufficienza si sconfigge anche così.
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Iraq: il caos sul cammino verso il dopoguerra

iraq Dopo sei anni di guerra, migliaia di morti e milioni di sfollati, la violenza sembra essere diminuita, ma la pacificazione è ancora lontana.


Secondo un rapporto del Pen­tagono stilato all'inizio di ottobre 2008 e confermato dall'attuale governo di Bagdad e da fonti indipendenti, nell'ultimo anno e mezzo il numero dei morti per cause violente è calato del 70 per cento ri­spetto al passato.

Sono inoltre diminu­iti anche i rapimenti e gli attentati. Il merito di questi risultati, al contra­rio di quanto sostengono molti media internazionali, non è del generale statunitense David Petraeus e della sua strategia della surge - la grande ondata -, con 30 mila soldati a garan­tire un maggior controllo del territorio iracheno.






Secondo la maggior parte degli analisti militari, la vera svolta è rappresentata dal coinvolgimento dei sunniti nella gestione della sicurezza locale.

A questo scopo, i movimenti al-shawa, o Consigli del risveglio, si sono rivelati determinanti. Si tratta di milizie sunni-te di autodifesa, espressione diretta dei clan locali, che hanno messo sotto controllo le rispettive zone di influenza in cambio del ritiro delle truppe statu­nitensi dalle strade delle loro cittadine. Forse se i sunniti fossero stati coinvolti nella gestione del paese sin dall'inizio del conflitto, nel 2003, si sarebbero po­tute risparmiare delle vite umane. Il generale miglioramento delle con­dizioni di sicurezza sta permettendo il lento, progressivo ritorno a casa di tante famiglie che avevano abbando­nato le città in fuga dalla violenza. Un altro elemento positivo è il progressivo declino della violenza tra confessioni diverse: la convivenza tra sunniti e sci­iti, che ha sempre caratterizzato l'Iraq, riprende a esistere nella quotidianità dopo anni di violenti scontri religiosi. Grazie a questa "distensione", il 31 gennaio scorso si è votato in 14 delle 18 province dell'Iraq, escluse le zone curde e le zone contese tra curdi e sunniti.


Il premier Nuri al-Maliki ha vinto, ma non ha stravinto. La sua formazione è arrivata prima in nove province -Bagdad e tutte le province del sud a maggioranza sciita tranne una: un buon risultato, ma non determinante. Sicuramente hanno perso le formazio­ni più marcatamente confessionali, ma a favore di formazioni nazionaliste e strettamente legate all'appartenenza etnico-religiosa.


Rispetto al passato, il voto si è svolto ! in un clima sereno. Ma gli aspetti positivi terminano qui.


Kirkuk, la ricchissi­ma città petrolifera con­tesa da curdi e sunniti
I Tra i tanti nodi problematici che resta­no da affrontare, c'è lo status futuro della città di Kirkuk. L'articolo 140 della Costituzione ira­chena, entrata in vigore dopo la cadu­ta del regime di Saddam, prevede tre passaggi per decidere a quale parte del paese debba appartenere la città i che sorge su quello che è ritenuto uno dei più grandi giacimenti di petrolio del mondo.


Si prevedono prima la stabilizzazione delle condizioni di sicurezza, poi un censimento della popolazione e infine un referendum che lasci alla popola­zione la libertà di decidere se diven­tare parte della regione autonoma del Kurdistan o della comunità sunnita del paese che, con quella sciita, comple­terà il quadro federale dell'Iraq del futuro.


Questa soluzione soddisfa solo i curdi, scontentando i sunniti e le altre mino­ranze del la città.


Ai tempi di Saddam, infatti, tanti curdi vennero scacciati dalla città petrolifera e sostituiti da sunniti. Alla caduta del regime, i curdi hanno imposto la stessa sorte ai sunniti, scacciandoli dalla città e incentivando il ritorno dei curdi. Questa movimentazione forzata della popolazione renderebbe poco attendi­bile il risultato dell'eventuale referen­dum, che non a caso è continuamente rimandato.


Non è Kirkuk l'unico problema del Kurdistan iracheno. A nord restano attivi i gruppi guerriglieri del «Pkk» (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) e del «Pjak» (Partito della libertà del Kur­distan), rispettivamente curdi turchi e curdi iraniani. Contro di loro, Ankara e Teheran hanno dato vita a una colla­borazione militare con bombardamenti quotidiani dei villaggi curdi iracheni di frontiera che offrirebbero collabora­zione ai miliziani. Il governo regionale curdo è in difficoltà perché da un lato subisce le minacce turche e iraniane di un'escalation militare, dall'altro risen­te della pressione popolare che solida­rizza con i guerriglieri.


La presenza delle basi americane e la divisio­ne dei proventi del petrolio
A livello centrale, il governo di Bagdad è chiamato a prendere due decisioni chiave.


Gli Stati Uniti chiedono al governo un accordo decennale per mantenere le basi militari in questa zona strategica del mondo. La decisione in merito è complicata da un'ulteriore richiesta: la totale impunità dei cittadini statu­nitensi per crimini commessi in Iraq. Un'impunità che, come è comprensi­bile, spinge alla protesta larga parte della società irachena. Rispetto alla seconda questione - la divisione dei proventi del petrolio -non si è ancora stabilito come evitare che curdi e sciiti, che vivono nelle zone più ricche del combustibile, escludano i sunniti dalla ripartizione della ricchez­za generata dalla sua vendita. Come si è visto in passato, trascurare i sunniti è una pessima idea. In questo senso, il governo dovrà anche dare una risposta ai miliziani dei «Consigli del risveglio» che, dopo aver ristabilito l'ordine in tante zone dell'Iraq e aver scaccia­to i fondamentalisti che arrivavano dall'estero, chiedono ora di essere assunti dallo stato.


La fine della guerra in Iraq, nonostante le migliorate condizioni di sicurezza, non è ancora vicina. Mentre si discute del futuro, festa da affrontare la ricostruzione di un paese distrutto, dove la classe dirigente è fuggita all'estero o ha perso la vita. Un paese nel quale dilaga la corruzione, come denuncia Transparency Interna­tional, un'organizzazione non governa­tiva che indaga appunto sul livello di corruzione degli stati. Un paese dove mancano ancora elettricità e acqua po­tabile per tutti e dove il sistema sani­tario nazionale, un tempo modello per l'intero Medio Oriente, è allo sfascio per la mancanza di risorse, attrezzatu­re e personale qualificato.

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luglio 23, 2009

La resistenza si fa sul web

resistenza_sul_web Programmi per criptare i messaggi. Software che garantiscono l'anonimato. Nati per usi militari, ora servono ai dissidenti per raccontare le rivolte. Come accade a Teheran

L'Iran di questi giorni è l'esempio più eclatante della crociata che i regimi lanciano contro la Rete per oscurarla e per impedire la circolazione delle notizie che possono loro nuocere. Ma la Rete ha gli anticorpi necessari per non farsi imbavagliare e svolgere la sua funzione di territorio libero, transnazionale, anche anarchico se si vuole. Programmi che garantiscono l'anonimato ai navigatori in modo da non essere intercettati dai custodi della censura, servizi e-mail che permettono di crittografare i messaggi, software per proteggere i propri dati sensibili. E così le verità scomode passano il confine nazionale, entrano nel ciberspazio a uso e consumo della platea mondiale. Come succede con Teheran.

Il regime degli ayatollah aveva addirittura minacciato una censura preventiva, ad esempio a Facebook, in previsione delle cruciali elezioni presidenziali del 12 giugno scorso. Non ce l'ha fatta. Dopo quella data, e in seguito alla denuncia dei brogli ai danni del candidato dell'opposizione Mir Hossein Moussavi, per il governo è stato relativamente semplice imbavagliare i media tradizionali con l'allontanamento dal Paese di corrispondenti di giornali e tv. Ma gli è stato impossibile azzerare il flusso di informazioni dei principali siti sociali dove fioriscono quotidianamente i racconti dei dissidenti. Anche le immagini, come quella che è diventata il simbolo della rivolta, l'uccisione di Neda Agha Soltan, la ventenne ammazzata da una pallottola della polizia antisommossa.

Twitter, YouTube, Facebook sono diventati i canali attraverso i quali, in assenza di voci esterne e indipendenti, i rivoltosi stanno parlando al mondo. E ben presto per i navigatori sono diventati familiari i nomi di alcuni utenti di Twitter che sfidano la censura: Moussavi1388, Persiankiwi e StopAhmadi
. Così come in migliaia da ogni parte del globo hanno chiesto 'amicizia' a Moussavi sulla sua pagina Facebook, in segno di solidarietà ma anche per leggere ogni giorno le sue considerazioni. Sullo stesso social network sono comparsi personaggi anti-Moussavi allo scopo di denigrarlo.

Il regime, a sua volta, si serve di filtri e software per bloccare le proteste on line e andare a caccia dei rivoltosi nella perenne battaglia, combattuta a colpi di tecnologia, tra chi vuole informare e chi lo vuole impedire. Colta di sorpresa, la polizia degli ayatollah con l'andare dei giorni ha però raffinato le sue tecniche, usando anche tecnologia comprata in Occidente (Europa, soprattutto).

Ed è riuscita a rallentare il flusso di informazioni colpendo, in particolare, chi non si è cautelato con programmi che permettono l'anonimato. 'Persinakiwi' ha cominciato a tacere dopo un allarmante messaggio: "Devo scappare, hanno trovato uno dei miei". Quasi azzerati i filmati su YouTube. Rallentato su Twitter il canale 'NedaNet' dal nome della ragazza uccisa in piazza. Altri resistono e non sono stati individuati.

Se l'Iran è cronaca fresca, non è naturalmente il solo Paese dove è stata dichiarata guerra alla Rete e alle notizie. Secondo uno studio di OpenNet (progetto di ricerca a cui collaborano diverse università, da Harvard a Toronto, da Oxford a Cambridge) sono 36 gli Stati che filtrano sul Web discussioni di natura politica e religiosa. Ma anche pornografia e gioco d'azzardo. Tanto da far dire a Ronald Deibert, cofondatore di OpenNet e docente di scienze politiche a Toronto: "C'è un aumento delle norme sul filtraggio dei contenuti in Internet. È una pratica che cresce in portata, scala e sofisticazione in tutto il mondo".

In Birmania, Siria e Zimbabwe, anche se non si spara nelle strade, l'occhio del regime è vigile come in Iran: molti siti sono bloccati ed esprimersi liberamente non è permesso. Emblematico il caso di Tariq Biasi, un blogger siriano recentemente condannato a tre anni di carcere per "diminuzione dello spirito di patria". La sua colpa? Aver pubblicato un post in cui criticava i servizi di sicurezza del Paese, che nel corso degli ultimi anni hanno bloccato (definitivamente o a intermittenza) diversi 'pezzi' della Rete fra cui Skype, YouTube o Facebook. In Cina il governo è uno dei più sofisticati censori di Internet. Usa una varietà di tecniche, compreso il blocco degli indirizzi, dei nomi dei domini, e anche delle pagine Web contenenti parole ritenute "pericolose". Una di queste è 'Piazza Tiananmen' (è appena trascorso il ventennale di quel massacro): gli archivi on line di grandi giornali come il 'Financial Times' o di emittenti come la Bbc vengono oscurati quando si cercano notizie che riguardano la famosa protesta degli studenti. Non solo, a essere bloccati sono anche spazi come Twitter, Hotmail, Windows Live, Flickr, YouTube.

L’Espresso, 23/07/2009

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luglio 17, 2009

Silvio in the Sky. Berlusconi prepara l'ofensiva d'autunno contro Murdoch

berlusconi sfida murdoch Silvio in the Sky. Berlusconi prepara l'offensiva d'autunno contro Murdoch.

Basata anche su nuove leggi. Come quella che taglierà gli spot a tutti. Tranne che a Mediaset.

Bisogna ammetterlo: l'uomo che Silvio Berlusconi ha messo a disegnare il futuro della tivù italiana non ha mai lavorato a Mediaset.

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Da giovane, infatti, il viceministro Paolo Romani ha tenuto le redini di Rete A (perlopiù televendite), poi di Telelombardia (legatissima al Psi milanese), infine di Lombardia 7 (con qualche problema giudiziario per una trasmissione a luci rosse di Maurizia Paradiso). Insomma, a Cologno non ha mai messo piede, quindi non è sospettabile in alcun modo di conflitto d'interessi.

Se ne deduce che è solo per amore di un mercato televisivo più equo e dinamico che qualche giorno fa ha rivelato l'intenzione sua e del governo di tagliare per legge gli spot "a tutte le reti che hanno ricavi anche da canoni o abbonamenti". E dev'essere puramente casuale che l'unica rete con il canone è la Rai e l'unica con gli abbonamenti è Sky: vale a dire i due principali concorrenti di Mediaset.

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La battaglia sui tetti pubblicitari sarà il nuovo fronte della guerra tra Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch e si consumerà entro Natale. Romani ha infatti deciso di inventarsi una nuova legge pro Mediaset utilizzando come pretesto la direttiva europea del 2007 sulla tv a cui l'Italia si adeguerà entro la fine dell'anno.

La Ue ovviamente non entra nel merito dei canali, ma chiede soltanto una maggiore 'flessibilità' dei tetti pubblicitari e stimola una sostanziale deregulation del settore. Insomma, nulla che imponga di differenziare i tetti degli spot tra Mediaset e le altre tivù private nazionali, attualmente uguali per legge (la Gasparri, tra l'altro, opera del centrodestra): il 15 per cento dell'orario giornaliero e il 18 per cento di ogni ora. La Rai invece ha un affollamento massimo del 4 per cento sull'orario settimanale e del 12 per cento di ogni ora.

Ma è soprattutto l'attuale parità di trattamento sul fronte pubblicitario fra tivù berlusconiane e Sky che Romani vuole scardinare, con il pieno accordo di Mediaset la cui consigliera d'amministrazione Gina Nieri ha subito raccolto la palla dal viceministro, chiedendo che i tetti del Biscione e di Sky vengano diversificati al più presto.

La mossa congiunta di Romani e Nieri si inserisce in un contesto di grande movimento della tivù italiana. Le polveri hanno preso fuoco nel dicembre scorso, con l'aumento dell'Iva su Sky deciso dal governo Berlusconi, ma ora lo scontro è su molti campi, dai diritti sul calcio ai film. La questione è prevalentemente economica (anche se ha riflessi politici) e affonda le radici nel calo della pubblicità di Mediaset, quindi la diminuzione dei soldi che vanno in tasca al Cavaliere.

Nonostante gli inviti del premier affinché gli inserzionisti investano sui media 'non disfattisti', le sue tivù hanno chiuso il primo semestre del 2009 con una raccolta in discesa del 12-13 per cento rispetto all'anno precedente, il risultato peggiore di sempre nella storia dell'azienda. La causa non sta tanto nell'audience (quella delle reti Mediaset tiene benino), quanto nella recessione mondiale, di cui pure il proprietario di Mediaset, da Palazzo Chigi, tende a minimizzare gli effetti sull'Italia. Così i ricavi complessivi di Mediaset nel 2008 si sono attestati su 2.532 milioni di euro, sorpassati per la prima volta da quelli di Sky, superiori di circa 100 milioni e basati sugli abbonamenti più che sugli spot. è in questo contesto che è partita la strategia a tenaglia del governo e di Mediaset con l'idea di regalare più spot ai canali del premier rispetto al concorrente australiano. A farne le spese però non sarebbe solo Murdoch: infatti sul bouquet di Sky trasmettono decine di altri editori (da De Agostini a Rizzoli, da Discovery a Jetix) che Mediaset e governo vorrebbero 'soffocare da piccoli' prima che diventino anche loro una minaccia nella spartizione della torta pubblicitaria.

Il ventilato ritocco dei tetti a favore di Cologno e contro tutti gli altri costituisce solo una delle azioni di attacco ideate da Berlusconi e dai suoi per contrastare la presenza di Murdoch in Italia. Allo stesso tempo, i vertici del Biscione stanno pensando di ridurre l'appeal dei canali Sky Cinema togliendo loro tutti i film prodotti e distribuiti da Medusa, che controlla nomi come Muccino, Aldo, Giovanni e Giacomo, Pieraccioni e Boldi. C'è poi la questione dei diritti sul calcio, per i quali partirà a breve l'asta della Lega: scontato che Mediaset si aggiudichi quelli per il digitale terrestre e Sky quelli per il satellite, resta da capire come verrà spartita la spesa, vista la crescita enorme nei prossimi due anni dei potenziali clienti di Mediaset Premium, dovuta a sua volta all'imposizione del digitale terrestre.

In altre parole: prima il calcio in diretta veniva guardato soprattutto su Sky, ma adesso che milioni di italiani sono più o meno costretti a dotarsi del decoder per il digitale terrestre, a molti appassionati può convenire vederlo sui canali di Berlusconi, che vendono ogni evento singolarmente (con una carta prepagata) anziché all'interno di un abbonamento (che rappresenta una spesa fissa per le famiglie). In una fase di crisi economica non è un vantaggio da poco: infatti le carte Premium attive sono già tre milioni e mezzo, i ricavi delle pay tv berlusconiane sono cresciuti dell'85 per cento nel 2008 e nel 2009 dovrebbero avvicinari ai 500 milioni di euro. Dunque, le prospettive per le casse di Cologno in questo segmento - quando tutti o quasi avranno il decoder del digitale terrestre in casa - sono ottime.

L’Espresso, 16/07/2009

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Colonscopia senza dolore con la videocapsula da ingoiare

colondoscopia E' uno degli esami diagnostici più fastidiosi, e al tempo stesso uno degli strumenti preventivi più importanti nella lotta al cancro del colon.

Ma presto tutto potrebbe cambiare e la colonscopia potrebbe diventare facile come mandar giù un bicchiere d'acqua. Il tutto grazie ad una videocapsula, una vera e propria pillola da ingerire.

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Per dimostrarne la validità, è stato condotto uno studio multicentrico comparato europeo, alla quale ha preso parte il policlinico universitario Agostino Gemelli, di Roma, e i cui risultati sono stati pubblicati oggi sul New England Journal of Medicine. Complessivamente, sono stati presi in esame più di 300 pazienti, in tutta Europa. I risultati, dicono i medici, sono "molto incoraggianti".

"Il problema della colonscopia, oggi - spiega Cristiano Spada, dell'unità operativa di endoscopia digestiva chirurgica del 'Gemellì - è che, in genere, è molto fastidiosa e a volte anche dolorosa. Per questo solo una piccola percentuale dei cinquantenni si sottopone a questa analisi, che invece dovrebbe essere di routine perché è molto importante per scoprire per tempo lesioni e polipi che potrebbero degenerare in malattie più gravi".

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La videocapsula contiene due telecamere, due sorgenti luminose ed un'antenna, ed è già commercializzata: è lunga 31 mm e ha un diametro di 11 mm. Come spiega Guido Costamagna, che assieme a Cristiano Spada, Maria Elena Riccioni e Lucio Petruzziello, ha firmato l'articolo sul New England Journal of Medicine a nome del 'Gemelli' (unico centro italiano coinvolto nello studio), "presto potrà sostituire il fastidioso esame colonscopico".

I tempi? "A settembre - anticipa a Repubblica.it Costamagna, che dirige l'unità operativa di endoscopia digestiva - partiremo con un nuovo studio, che dovrà prendere in esame la seconda generazione di questo genere di videocapsule, ancora più evolute di quelle attuali. Il nostro ruolo, in quella ricerca, sarà ancora più importante, perché saremo i principali 'investigatorì di questo metodo. In quel periodo la capsula riceverà anche il marchio CE, fondamentale per un utilizzo in ambito europeo. Penso che al massimo entro un anno, riusciremo ad offrire questo esame come valida alternativa alla colonscopia, naturalmente nel nostro centro".

Come una pillola, percorre tutto il tratto intestinale: "La qualità delle immagini è molto buona - spiega ancora Costamagna - Sicuramente c'è ancora da lavorare, ma già oggi riusciamo a identificare le più importanti patologie che possono colpire il colon". Il suo funzionamento è semplicissimo: "Si ingerisce con l'aiuto di un bicchiere d'acqua. Dopo un paio di minuti la capsula si spegne per risparmiare le batterie e si riattiva dopo un'ora e tre quarti, giusto il tempo - come abbiamo verificato - per arrivare all'intestino tenue, che è a monte del colon. A quel punto inizia a inviare 4 immagini al secondo a un piccolo ricevitore che il paziente porta con sé. Normalmente al termine delle dieci ore, il tempo di durata delle batterie, la pillola è stata già espulsa: in questo modo siamo sicuri di non perdere nessuna parte del colon".

Ovviamente, prima di assumere questa videocapsula, ci si dovrà sottoporre a una preparazione speciale, che consiste in una pulizia profonda dell'intestino, per permettere alle videocamere di vedere bene la superficie della mucosa. E, per adesso, uno dei problemi da superare, dicono i medici, è quello relativo alla soluzione ottimale per pulire il colon, oltre che quello del suo prezzo: "Si tratta di una tecnica costosa, più cara della colonscopia, ma questo può cambiare se la tecnologia prende piede - spiega Costamagna - Inoltre la capsula può essere impiegata solo per la diagnosi, ma per asportare un eventuale polipo per ora la colonscopia rimane l'unico metodo. Comunque, i risultati di questo studio europeo sono molto promettenti: la videocapsula sembra essere in grado di studiare accuratamente il colon con un enorme vantaggio rispetto alla colonscopia tradizionale: di non provocare assolutamente dolore". Il cancro del colon, fanno sapere dal Gemelli, è il terzo tumore più frequentemente diagnosticato (dopo quello al polmone e quello alla prostata).

La Repubblica, 16/07/2009

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Ecco i 18 arcobaleni più belli del mondo

Le istantanee sono così belle che potrebbero sembrare dei fotomontaggi. Ritraggono un piccolo tesoro ambientale: i 18 arcobaleni catturati in giro per il mondo.

Un aspetto della natura che si riesce a vedere poco, ma che per fortuna riemerge ogni volta che un fotografo o un appassionato viaggiatore riesce ad intercettarne uno.

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L’elenco completo lo trovate nelle pagine di Repubblica.

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luglio 15, 2009

L'allegria dell'Africa nel sorriso dei bambini

Non solo fame e disperazione. L'Africa è anche allegria e colori. Le fotografie in bianco e nero, scattate da Valerio Bispuri, fotoreporter freelance, raccontano i giochi dei bambini del Senegal, giochi che si diffondono contagiosi come un sorriso.

E nelle sfumature del grigio di ogni singola foto c'è il colore della fantasia, dell'immaginazione dei bimbi che sanno divertirsi anche solo rincorrendo una palla fatta di stracci o giocando con le onde del mare.

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fonte: La Repubblica

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