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giugno 30, 2009

NyTimes e Wikipedia: scatta la censura per salvare un reporter rapito
Per sette lunghi mesi il New York Times è riuscito a tenere bassa l'attenzione dei media sul caso di David Rohde, il reporter sequestrato in Pakistan dalle milizie talebane e rimasto in ostaggio fino allo scorso 20 giugno, quando è riuscito a fuggire insieme ad un collega.

SILENZIO STAMPA - Dietro questo silenzio-stampa non c'era nessuna volontà censoria, ma solo il tentativo di non far salire il "valore" di Rohde agli occhi dei rapitori e così riuscire a liberarlo senza troppi clamori.

E' per questo motivo che all'indomani del sequestro i dirigenti del Times hanno contattato i direttori di 35 grandi testate chiedendo di fare lo stesso. E così è stato: la notizia è rimasta sotto silenzio grazie alla tacita collaborazione di tutti. C'era però un problema di non poco conto: come dare poca visibilità all'evento anche su Wikipedia, dove a decidere la notiziabilità sono migliaia di utenti e non c'è nessun direttore da sensibilizzare? Chiunque avrebbe potuto inserire particolari sulla vicenda e così fare un favore involontario ai sequestratori.

E WIKIPEDIA? - Per quanto potesse sembrare una missione impossibile, il New York Times è però riuscito a "zittire" la celebre enciclopedia collaborativa.

Come racconta oggi il giornale in questo articolo-confessione (che rappresenta anche una lezione di trasparenza giornalistica), l'impresa è stata portata a termine grazie al coinvolgimento del fondatore Jimmy Wales e di alcuni amministratori.

Durante i sette mesi del sequestro, sono stati più volte cancellati gli aggiornamenti pubblicati da una serie di utenti anonimi. Il tutto non senza scatenare polemiche: i Wikipedians non potevano essere avvertiti delle nobili intenzioni che si nascondevano dietro questa "censura" e in molti hanno protestato promettendo guerra all'infinito.

Gli amministratori sono però riusciti a tenere duro, congelando in più occasioni la pagina. Fino a quando lo scorso 20 giugno David Rohde è stato liberato e si è potuto finalmente aggiornare la voce.

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A FIN DI BENE - Oltre ai ringraziamenti del NYTimes, sono arrivati anche quelli di Jimmy Wales, che ha confessato su Twitter: «Sono davvero orgoglioso dei Wikipedians che hanno reso tutto ciò possibile. Forse abbiamo dato una mano a salvare una vita». Tutto bene, quindi, se non fosse che il caso ora si presta a una duplice lettura. Da una parte rappresenta un bell’esempio di collaborazione tra vecchi e nuovi media. Dall’altra è anche una riprova di quante cose siano cambiate su Wikipedia: l’apertura e lo spirito democratico dei primi tempi ormai sono un po’ sbiaditi; nel frattempo è nata una piccola "oligarchia" di amministratori che controlla cosa può essere pubblicato e cosa va censurato. Ma come dimostra il caso Rohde, a volte questo controllo dall'alto può essere fatto anche a fin di bene.

Il Corriere della Sera, 30/06/2009

Ft: "Berlusconi scaricato dagli alleati" Economist: "Al G8 rideranno di lui"
Circondato dai malumori di chi gli è vicino. E accompagnato da una scarsa credibilità all'estero. Arrivano da Financial Times ed Economist le due ultime bordate contro Silvio Berlusconi. Che parlano di "alleati" del premier pronti ad immaginare un futuro senza di lui e della poca credibilità del Cavaliere all'estero.

Financial Times.
"Non siamo ancora al fuggi fuggi, ma importanti alleati di Silvio Berlusconi nella coalizione di governo stanno già contemplando un futuro senza di lui". E' uno scoop che in Italia varrebbe la prima pagina, quello che il Financial Times pubblica stamane, dedicando una pagina intera (la nona) al tema "il futuro di Berlusconi". Parlando con "alte fonti governative" a Roma, il quotidiano finanziario londinese raccoglie un messaggio che a quanto pare qualcuno, dall'interno del centro destra, ha deciso sia tempo di far diventare pubblico, scegliendo come megafono il giornale universalmente riconosciuto come il più autorevole e imparziale d'Europa.

"Sussurri spaventano la coalizione italiana", s'intitola la news analysis di Guy Dinmore. "Fedeli sostenitori di Silvio Berlusconi negano che si sarà un "fuggi fuggi" (in italiano nel testo originale) come conseguenza degli scandali che circondano la sua vita privata, ma importanti alleati nella coalizione di centro destra italiana stanno già contemplando un futuro politico senza il loro leader". Parlando con il Ft a condizione di mantenere l'anonimato, queste "alte fonti di governo" premettono di non credere che il 72enne presidente del Consiglio si dimetterà "presto". Eppure "ministri chiave" stanno iniziando a "posizionarsi" per l'eventualità che rivelazioni più dannose lo inducano a dimettersi. "Questo è uno scenario completamente nuovo, il panorama sta mutando", dice al quotidiano della City una delle fonti governative.
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Un'altra fonte, definita "un collaboratore" di Berlusconi, dice che il governo teme che i magistrati annunceranno l'apertura di un'indagine giudiziaria formale nei confronti del premier proprio mentre egli ospiterà in Italia i leader mondiali per il summit del G8 del mese prossimo. "Paralleli vengono tracciati", osserva il FT, con il 1994, quando un tribunale inoltrò una comunicazione giudiziaria per corruzione a Berlusconi mentre il premier, all'epoca nel suo primo mandato, ospitava una conferenza internazionale sulla lotta alla criminalità: "il suo governo", ricorda il giornale, "cadde un mese più tardi, quando la Lega Nord uscì dalla coalizione".

L'articolo aggiunge che vari ministri hanno paura che le affermazioni di Patrizia D'Addario, la escort che afferma di essere andato a letto con Berlusconi a Palazzo Grazioli la notte dell'elezione di Obama, quando dice di avere foto e registrazioni del suo incontro con il premier, "si rivelino vere e dannose", o che le accuse che riguardano Giampolo Tarantini, l'imprenditore pugliese che accompagnò la D'Addario da Berlusconi, "si allarghino".

La "dinamica è cambiata", dicono le stesse fonti al FT. Primo, "c'è la sensazione che l'ambizione di Berlusconi di diventare presidente della repubblica al termine del suo mandato da primo ministro sia stata infranta". Secondo, "le elezioni europee hano dimostrato che gli elettori si stanno allontanando" dal Pdl.

Infine, "l'immagine internazionale dell'Italia è peggiorata" e la Chiesa cattolica sta cominciando a "fare pressioni". Nonostante la sua reputazione di anfitrione miliardario che vizia gli amici con doni e fantastiche feste, gli alleati di Berlusconi "lo descrivono come un uomo isolato, con nessuno che si azzarda a dargli consigli". Il quotidiano londinese coglie una certa "malinconia" nell'intervista rilasciata dal premier al settimanale di sua proprietà "Chi", quando ricorda che nell'ultimo anno ha perso la madre e la sorella, oltre a sua moglie per il divorzio.

L'articolo si conclude con una suddivisione degli schieramenti all'interno del governo. I ministri la cui sopravvivenza politica dipende da Berlusconi sono i più accesi nel difenderlo: come Maurizio Sacconi (Lavoro), Claudio Scajola (Sviluppo Economico), Franco Frattini (Esteri). Le donne, incluse Maria Carfagna (Pari Opportunità) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), gli sono fedeli, ma nelle "attuali circostanze", ovvero nel mezzo di uno scandalo a base di call-girls e incontri con minorenni, "sono a disagio a parlare" in sua difesa. "Poi ci sono figure chiave che sono rimaste per lo più in silenzio, vedendo un futuro oltre Berlusconi, con la speranza che una successione sia ordinata". Gianni Letta, scrive il FT, sta già facendo di fatto le funzioni di primo ministro. Giulio Tremonti, il ministro delle Finanze, ha il vantaggio di stretti legami con la Lega Nord.
Ma le fonti interpellate dal quotidiano della City notano un serio ostacolo alle dimissioni del premier, a parte la sua ostinazione personale: l'immunità dalle incirminazioni, varata dalla sua larga maggioranza in parlamento, "dura solo fino a quando lui rimane in carica".


Un secondo articolo, sempre sul Financial Times, firmato da James Blitz, ex-corrispondente da Roma e ora corrispondente diplomatico, osserva che la questione critica per i governi occidentali non è tanto che Berlusconi si stia "gravemente danneggiando" a causa dei suoi legami con "modelle e starlette", non è quello che egli fa nella sua vita privata, ma se può aiutarli a risolvere i pressanti problemi con cui si confrontano gli Usa e l'Unione Europea. Per Barack Obama, Berlusconi è un leader con cui "è necessario mettersi d'accordo", e il FT cita l'impegno militare italiano in Afghanistan e la recente decisione del premier di accettare nel nostro paese alcuni detenuti di Guantanamo a testimonianza dell'importanza che l'Italia ha per Washington. "Ma Obama è chiaramente meno preso da Berlusconi di quanto fosse George W. Bush", prosegue l'articolo, rilevando come il presidente americano abbia incontrato vari leader nel suo tour europeo in aprile, ma non il premier italiano.

La minore influenza di Berlusconi sull'America "non è interamente colpa sua", afferma una fonte diplomatica consultata da Blitz: oggi in Francia e in Germania ci sono governi più pro-americani rispetto a due anni fa, e dunque gli Usa hanno meno bisogno del sostegno italiano. In più, ci sono azioni intraprese da Berlusconi che lo hanno reso "un alleato difficile". Una è la sua decisione di firmare un accordo con la Russia per portare il gas in Europa, in competizione con un gasdotto occidentale che passerà dal'Asia Centrale. "Il sostegno di Berlusconi per Putin su questo causa molta rabbia a Washington e Bruxelles" dice un diplomatico della Ue. Altri aspetti dello stile di Berlusconi che irritano gli Usa e la Ue sono "la sua ossessione di poter essere un mediatore tra Obama e il suo amico Putin" e il tentativo di stabilire un dialogo autonomo con l'Iran. Non ultima, la sua decisione di tenere il summit del G8 all'Aquila "sta provocando nervosismo" nelle capitali mondiali. Riassume il Ft nel titolo: pur alleato indispensabile, Berlusconi "sta mettendo alla prova la pazienza di Usa e Ue".

Il Times.
Un altro articolo di rilievo appare oggi sulla stampa britannica: una news analysis di Richard Owen, il corrispondente da Roma, sul Times, che commenta il "grande vantaggio" di cui Berlusconi dispone come proprietario e controllore politico dei media, in particolare televisivi. "Se Berlusconi dovesse dimettersi domani", comincia l'articolo, "la grande maggioranza degli italiani che ricevono le informazioni solo dalla tivù ne saprebbero poco o nulla". Owen riporta il fatto, di cui l'opinione pubblica britannica e mondiale non sono perfettamente a conoscenza, che Berlusconi possiede i tre canali televisivi di Mediaset e controlla la maggior parte dell'informazione televisiva della Rai in quanto capo della coalizione di governo.

L'analisi del Times nota che il Tg1, "il principale telegiornale Rai", ha ignorato o dato un basso profilo alle notizie sullo scandalo che riguarda il premier, e riferisce le critiche espresse dal presidente della Rai, Paolo Garimberti, ad Augusto Minzolini, direttore del Tg1, "per avere mancato di dare ai telespettatori l'informazione completa e trasparente che è richiesta al servizio pubblico".

Tra gli articoli sul caso Berlusconi pubblicati da altri giornali britannici, spicca poi la vignetta del Sun: un parcheggio pieno di limousine per il summit del G8, ciascuna con una bandierina della nazione che rappresenta sul cofano; quella italiana è letteralmente ricoperta di giovani ragazze maggiorate e seminude, che lavano la macchina brindando con calici di champagne.

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L'Economist in edicola domani pubblica due articoli sul caso, più una replica del sottosegretario Bonaiuti. A quanto scrive l'Ansa, nell'articolo intitolato "Un conquistatore, non un utilizzatore finale", l'Economist si occupa degli ultimi sviluppi dell'inchiesta di Bari e scrive tra l'altro: "Gli italiani sono stati tenuti perlopiù all'oscuro sull'inchiesta di Bari, che è stata menzionata solo brevemente e in maniera obliqua sulle principali reti televisive".

Ricordando poi i paragoni fatti da Famiglia Cristiana con quanto avverrebbe in situazioni analoghe in altri paesi, il settimanale sottolinea: "Berlusconi è un uomo risoluto. Paragoni con altri paesi non serviranno a fargli cambiare idea. E nemmeno le richieste di dimissioni avranno eco tra i politici del suo partito: devono a lui la loro posizione. Berlusconi non ha mai avuto grande credito nei circoli internazionali. I suoi ultimi problemi susciteranno una risata tra i suoi ospiti al vertice G8 il mese prossimo. Ma è improbabile che si dimetta o che sia mandato via".

Il secondo articolo pubblicato dal settimanale economico è dedicato alla situazione finanziaria di Fininvest, definita particolarmente vulnerabile alla crisi.

Dalla Spagna agli States. L'attenzione è costante su tutta la stampa europea. El Mundo titola: La perdizione di Berlusconi. Un articolo in cui vengono ripropoposte le varie tappe della vicenda, con citazioni molto ampie dell'intervista a Patrizia D'Addario.

E la Cnn ha dedicato a Berlusconi un lungo servizio. "Ci sono abbastanza ragioni per dimettersi".
Basterà un solo caricabatteria per tutti i cellulari
Dimenticare il caricabatterie di un cellulare a casa, dal 2010, non sarà più un incubo. Non bisognerà più avventurarsi alla disperata ricerca di qualche buon samaritano che abbia lo stesso modello, ma si potrà usare quello di qualsiasi altro telefonino. La rivoluzione è stata annunciata ieri dal commissario europeo all’Industria Guenter Verheugen e da un gruppo di importanti produttori del settore. Su invito di Bruxelles, le aziende hanno raggiunto un accordo interno, accettando di sviluppare un caricatore universale – compatibile con qualsiasi modello – senza dover costringere la Commissione Europea a occuparsi direttamente della materia. L’accordo prevede come standard la porta Micro USB, che già esiste in molti telefonini di ultima generazione.
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Le dieci aziende che hanno firmato il patto di buone intenzioni sono praticamente tutte le big del settore, quelle che controllano oltre il 90% del mercato continentale.

Ci sono LG, Motorola, NEC, Nokia, Qualcomm, Samsung, Sony Ericsson, Texas Instruments. C’è anche la Research In Motion produttrice dei Blackberry. E c’è persino, un po’ a sorpresa, Apple. Anche nell’immacolato design dell’iPhone, almeno nei nuovi modelli per il mercato europeo, dovrà dunque aprirsi una porta Micro USB in più.

La proliferazione selvaggia di modelli diversi non è solo «una grande scocciatura per gli utilizzatori», ha spiegato Verheugen, ma «determina anche una grande quantità di rifiuti non necessari».

Il caricatore unico porterà a un’automatica riduzione di questi rifiuti, soprattutto quando i produttori inizieranno a vendere modelli di telefonini senza il caricatore nelle confezioni (tanto se ne potrà usare uno solo per più cellulari diversi). Inoltre, è previsto un considerevole risparmio energetico: in posizione di stand-by, prevede la Gsma (l’associazione dell’industria della telefonia mobile), i nuovi caricatori consumeranno la metà di quelli attuali.

Per le prime novità, bisognerà però attendere il 2010. Inoltre, la rivoluzione sarà in realtà riservata solo ai nuovi modelli di telefonini più sofisticati, che non si limitano a telefonare e inviare sms ma sono predisposti alla connessione a Internet e al trasferimento di dati multimediali.

D’altronde, spiega Verheugen, il pubblico si sta spostando verso quel tipo di dispositivi e «ci aspettiamo un ricambio generale entro tre anni». E non finisce qui. Mentre il Codacons commenta la notizia chiedendo che simili accordi vengano presi anche per tutti gli altri accessori della giungla telefonica (cuffiette, batterie e cavetti vari), Verheugen sottolinea come l’obiettivo a lungo termine della Commissione Europea sia ben più ambizioso: «Un cavo da poter utilizzare per tutti gli apparecchi che avete in casa».

giugno 27, 2009

Dividendi a prova di bomba:  Il ciclo delle guerre e i cicli delle armi si alimentano a vicenda
I dividendi delle guerre che hanno aperto il XXI secolo (in particolare Afghanistan, Iraq e «guerra al terrore») stanno progressivamente distribuendosi tra le imprese militari e high-tech dei Paesi che quelle guerre hanno promosso o appoggiato. Paradossalmente, si stanno distribuendo anche sui complessi militari-industriali di alcuni Paesi che quelle guerre hanno in modo più o meno esplicito avversate.

In questi ultimi anni significative tendenze al rialzo mostrano sia le spese globali per la Difesa (nel 2008, dati Sipri, circa 1.500 miliardi di dollari e nel 2007 1.339 miliardi di dollari, con un incremento reale del 45% tra 2007 e 1998), sia le esportazioni effettive (che hanno raggiunto i 65 miliardi di dollari nel 2007 e sfonderanno probabilmente il tetto dei 70 miliardi quando saranno disponibili i dati completi del 2008).

Tra quelli messi in moto dall'effetto-guerre, in particolare dal tipo di guerre combattute, possiamo identificare cinque cicli principali, relativi sia alla produzione di armamenti che all'esportazione: un ciclo prevalentemente relativo alle potenze che hanno promosso i conflitti; un ciclo relativo alle potenze che ne sono rimaste fuori; un ciclo dei trasferimenti ai mercati di secondo livello; un ciclo delle armi civili; un ciclo dell'illegale derivato dai precedenti.

Washington, Londra ed Alleati. Nei paesi promotori dei conflitti, in Iraq e Afghanistan in particolare, gli elementi di spinta più ovvii sono stati il rimpiazzo degli armamenti consumati, la spinta al loro miglioramento tecnico, l'accresciuta esportabilitá dei sistemi che hanno dato buona prova sul campo, l'accresciuta importanza dei servizi logistici, di sicurezza, di costruzione militare e civile. Di particolare importanza per la successiva esportabilità delle armi prodotte da tali Paesi è il fatto che i sistemi sono stati provati su terreni di estrema difficoltà, sia da un punto di vista geografico e climatico, sia da un punto di vista logistico.

La selezione che quelle guerre hanno operato e stanno operando tra sistemi avanzati sulla carta e sistemi realmente efficaci, tra logistiche che funzionano e logistiche che non funzionano, ha trasferito rapidamente i suoi effetti venefici sui mercati internazionali. Gli esiti principali di tale ciclo si stanno trasferendo sui volumi e la qualitá delle esportazioni verso i mercati più ricchi, nel caso i mercati Nato, Mediorientali, Asiatico-Meridionali. Ancora in tale ciclo, la natura delle guerre recenti maggiori ha poi enfatizzato il ruolo delle compagnie militari private, utilizzate nei servizi di sicurezza alla persona e alle strutture, nelle carceri, nell'intelligence, nelle operazioni sporche di eliminazione «non-convenzionale» dell'avversario o contro la popolazione civile.
Al maggio del 2009, il personale privato sotto contratto della Difesa statunitense era pari in Iraq a 148.050 persone, di cui circa 88.000 addetti alla sicurezza e al supporto delle basi (sul totale, ben 70.875 di nazionalità non statunitense, a fronte di 140.000 soldati statunitensi) e pari in Afghanistan a 71.755 persone, di cui 4.373 addetti alla sicurezza (sul totale ben 60.563 di nazionalità afghana, a fronte di 35.000 soldati statunitensi).

Mosca, Pechino, Parigi e gli altri. Tra le potenze che sono rimaste fuori dai conflitti (almeno inizialmente e per la Russia solo parzialmente), la necessità di tenere il passo con le potenze belligeranti e con i loro sistemi provati sul campo ha da un lato reso politicamete più forti le richieste dei rispettivi ministeri della Difesa per nuovi sistemi d'arma e per ristrutturazioni dell'apparato produttivo e di esportazione militare, con enfasi sulla mobilità e sulle forze speciali di rapido intervento. A tale parte «interna» se ne è affiancata un'altra, relativa alla proiezione esterna della produzione militare. In numerosi Paesi del «Sud» del mondo, infatti, le guerre promosse da Stati Uniti e Regno Unito hanno creato una corrente di solida avversione nei confronti di Washington e di Londra, favorendo in essi la crescita d'influenza dell'offerta militare di altre metropoli - Mosca, Pechino, in minor misura Parigi, Minsk, Brasilia, Pretoria, tra altre. La Russia, ad esempio, ha consolidato il suo settore militare-industriale in circa venti complessi maggiori e il controllo dell'export di armi è tornato solidamente nelle mani dell'organizzazione statale Rosoboronexport, con 8,3 miliardi di dollari di armi vendute nel 2008.

I mercati di secondo livello. La spinta all'adeguamento verso l'alto dei sistemi d'arma in tutte le maggiori potenze produttrici ha «liberato» progressivamente ingenti quantità di sistemi ritenuti più arretrati, che stanno andando ad alimentare i mercati di secondo livello e «grigi». Chi non può permettersi di accedere ai mercati di primo livello, si sta dotando di quanto di meglio possano offrire gli stock di secondo livello. Paesi che hanno ambizioni egemoniche regionali ma risorse limitate possono ora accedere a sistemi d'arma ancora micidiali, ma non più in dotazione agli eserciti di punta. La possibilità di introdurre in tali sistemi miglioramenti a basso costo è poi assicurata da Paesi con notevole know-how militare - come Bulgaria, Israele, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ukraina - che si sono specializzati nel servizio di quel tipo di clientela. Ad esempio, ciò che rimaneva degli ingenti stock di armamenti accumulati dalle parti belligeranti nei conflitti balcanici degli anni 90 è poi migrato ufficialmente o clandestinamente verso l'Afghanistan, l'Iraq, la Somalia, il Rwanda la Republica Democratica del Congo e l'Uganda.

Le armi «civili». Nelle aree «calde» del mondo, sia aree di conflitto, sia aree loro vicine, si stanno verificando vere e proprie esplosioni di passione venatoria e di tiro al piattello. All'ombra di autentici cacciatori e maniaci dei poligoni di tiro fioriscono flussi considerevoli di doppiette, fucili semi-automatici, pistole, cartucce, proiettili, canne d'arma, non militari o demilitarizzati, ma con la deplorevole tendenza a finire prima o poi nelle mani di combattenti «irregolari» ed eserciti privati. Se può bastare un dato, nel 2008 l'Italia ha esportato nel mondo pistole e fucili «civili» per 310 milioni di dollari.
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Il ciclo dell'illegale. Accanto e spesso sovrapposto al percorso cosiddetto legale, un ultimo ciclo prodotto dall'effetto-guerre riguarda la crescita dei mercati grigi o illegali, in realtà per la più parte mercati che vengono lasciati esistere perché servono variamente le parti meno presentabili delle politiche estere delle potenze in competizione. Le cronache recenti ci riportano traffici d'ogni tipo promossi da membri degli apparati militari, delle compagnie militari private, dei circoli di trafficanti di armi e dei fornitori di servizi logistici. In tali mercati - benchè vi si possa trovare di tutto - prevalgono le armi di fanteria, le dotazioni per le forze speciali, le armi d'elezione della guerriglia, i sistemi anti-aerei e anti-carro portabili dalla persona. L'origine di tali armi non è misteriosa, tutti sanno da chi e come i trafficanti che si muovono su questi mercati hanno avuto quelle armi.

Il ciclo delle guerre e i cicli delle armi si alimentano a vicenda, producendo da un lato enormi dividendi economici e politici e dall'altro nuovi scenari di crisi nella lotta per l'egemonia. Quando la sinistra si sveglierà dal suo letargo ventennale, potrebbe trovare una divisa ad attenderla.
Capitalisti individuali? Nasce Postilla, la blog community "meritocratica e democratica" dei professionisti
Anche i professionisti con o senza albo, ribattezzati "popolo delle partite Iva"dai media, quelli che su JobTalk chiamiamo i capitalisti individuali hanno il loro blog. Si definiscono una comunità meritocratica e democratica, speriamo di sì...Benvenuto nella blogosfera a Postilla! Interessanti i dati Doxa sul web 2.0

Postilla, neonato blog dal nome latineggiante presentato ieri a Milano, si pone un obiettivo ambizioso: “diventare il primo blog di professionisti fatto da professionisti per qualità dei temi trattati e di contatti”, secondo le parole di Donatella Treu, Ad di Wolters Kluwer Italia. In Postilla, per la verità, si trovano molte postille, in quanto strutturato come una blog community, o un blog network che dir si voglia, in sei categorie: fisco, diritto, lavoro, impresa, sicurezza e ambiente.

I coblogger patentati sono già 37, ma Postilla è aperto ad altre candidature da parte di professionisti con le carte in regola. Il web 2.0 non mente: numero di accessi, post letti e numero di commenti sono dati inconfutabili. Per questo, secondo Fabio Missoli, responsabile eMarketing di Wolters Kluwer Italia, “Postilla è una comunità democratica e meritocratica in cui i blogger partono tutti alla pari e si dovranno conquistare l’attenzione dei naviganti proponendo post interessanti.” Un bell’impegno, si presuppone remunerato, considerato che, come si legge sul retro della cartella stampa, Postilla è un’iniziativa promossa da: Ipsoa, il Fisco, Cedam, Utet e Indicitalia.

Dove ci sono sponsor c’è una ricerca di mercato, in questo caso un’indagine condotta da Sergio Amati, Direttore Marketing DOXA, dal titolo “Italia 2.0, una analisi su comportamenti e atteggiamenti degli italiani nei confronti degli strumenti del web partecipativo.” Su 1.000 intervistati, il 34% conosce il web 2.0, in particolare facebook e youtube. Il 23% vi partecipa al 65% per vedere o condividere foto e video, mentre il 61% legge i blog e il 23% diviene parte attiva creando un proprio profilo. I dati più interessanti, in questa sede, sono due: il web 2.0 non è un fenomeno esclusivamente giovanile (gli utenti dai 25 ai 34 anni sono il 30%, quelli dai 35 ai 44 anni il 21% e quelli dai 45 ai 64 il 14%), e i blogger sono considerati attendibili a tal punto da influire sulle decisioni dell’utente-consumatore, che nel 76% dei casi legge i commenti dei suoi pari su prodotti, brand, o servizi (la qualità degli alberghi, per esempio). Il rapporto fra aziende e clienti, i rapporti interpersonali, l’editoria, il giornalismo, e il recruiting stanno mutando con il diffondersi del web 2.0.

Ma c’è una forma di comunicazione – la 0.0 – che probabilmente non cambierà mai. Mi riferisco a quella post-presentazione di Postilla, identificabile in calce all’invito nella voce: “seguirà buffet e networking”. In coda per il mio succo d’ananas – niente alcolici quando sono in servizio – non ho potuto fare a meno di sentire: “Che belle scarpe!” “Sì ma le ho messe stasera per la prima volta e mi fanno un male cane.” “Ti presento mio marito”. “Buoni questi pasticcini”. “Ma c’è solo spumante… e il vino rosso?” “Dove si prendono i piatti?” “Senza Kaka ci scordiamo la Champions”. Non saprei dire se si trattasse di working, sicuramente c’era del net.
Solar impulse, prende il volo il primo aereo a energia solare
Le sue ali sono avvolte da una specie di pelle fatta di celle solari ultrassotili. Il primo aereo a energia solare si chiama "Solar Impulse" e debutta, con la presentazione ufficiale, durante una conferenza stampa all'aeroporto di Dubendorf, in Svizzera, tenuta dal suo ideatore Bertrand Piccard. L'idea viene da lontano. Il progetto ha infatti mosso i primi passi nel 2003, con uno studio di fattibilitá. Fra il 2004 e il 2006 è stato sviluppato il concept; fra il 2007 e il 2009 è stato progettato e prodotto il prototipo Hb-Sia (di 61 metri). Nel 2010 è previsto il test e la prima notte di volo. Il percorso a tappe, però, continuerà. Nel 2011 sará costruito un aereo con un'apertura alare di 80 metri e con una cabina pressurizzata che consentirá missioni non stop, di lunga distanza, come la traversata continentale e quella dell'oceano Atlantico.

Il prototipo Hb-Sia, che viene presentato oggi a Dubendorf in Svizzera, ha una apertura alare di 61 metri. È equipaggiato di una cabina non pressurizzata per convalidare le tecnologie selezionate. Mai prima d'ora un velivolo di questo tipo era riuscito a volare di notte con un pilota a bordo. La missione, di 36 ore, sará la prima in assoluto. Il decollo avverrá nel 2012, volando vicino all'equatore ma essenzialmente nell'emisfero boreale. Sono previsti cinque scali per sostituire il pilota e per presentare questo esperimento al pubblico, alle istituzioni politiche e scientifiche. Ogni tratta durerá 3 o 4 giorni, considerato il tempo massimo di resistenza di un singolo pilota. Quando l'efficienza delle batterie consentirá la riduzione del peso, nel velivolo potranno sedere due piloti per voli ancora più lunghi e non stop: a questo punto si potrá prevedere il giro del mondo.


Riguardo la tecnologia aeronautica, Solar Impulse ha un design rivoluzionario e una larghezza inusuale rispetto al suo peso: l'apertura alare del suo modello definitivo misurerá 80 metri di lunghezza (simile a quella dell'Airbus A-380), in modo da disporre di una superficie abbastanza larga per le cellule fotovoltaiche. Sará il primo aereo di tali dimensioni ad affrontare una sfida del genere. Le ali saranno avvolte da una pellicola di cellule solari ultra-sottili, incapsulate e flessibili, in modo da sopportare i colpi e le distorsioni. Riprendendo il precedente paragone, mentre Airbus A-380 pesa 560 tonnellate, Solar Impulse peserá solo 2 tonnellate.
IlSole24ore, 26/06/2009

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giugno 26, 2009

WiMax, internet veloce per tutti: zone, operatori e tariffe
È una tecnologia per le aree non raggiunte dalle connessioni veloci come l'Adsl che può ridurre il divario digitale in Italia. Ecco dove è già disponibile, dove lo sarà e quanto costa agli utenti
Giugno: mese del WiMax.

Nonostante i ritardi legati non tanto alla disponibilità delle frequenze o all’assegnazione delle licenze ma alla burocrazia, ilwireless a banda larga si sta lentamente diffondendo in varie regioni italiane.

L’attesa è tanta, soprattutto da parte di quei 7,5 milioni di cittadini esclusi dall’alta velocità su internet: per conoscere la situazione della banda larga in Italia il governo ha commissionato il cosiddetto rapporto Caio (scarica in formato pdf).

Le nuove offerte WiMax cercano di andare incontro alle esigenze di questa fascia di popolazione, con canoni relativamente economici che vanno dai 15 ai 150 euro al mese. Questa tecnologia sfrutta le onde radio invece del classico doppino di rame e l’accesso a internet è simile a quello dell’Adsl.

I pacchetti offerti dai vari operatori possono rivelarsi interessanti per chi non è raggiunto dall’Adsl oppure per chi naviga a velocità ridotta. A loro WiMax promette alcuni megabit al secondo.


Il wireless a banda larga nostrano deve darsi da fare se vuole provare a raggiungere gli standard mondiali. Bastino alcuni esempi: in Giappone un nuovo investimento di 45 milioni di dollari da parte di Intel (Intel Capital) permetterà all’operatore nazionale giapponese UQ Communication di estendere la copertura al 90% del territorio nipponico entro il 2012. Il lancio commerciale dei primi servizi WiMax da parte dell’operatore UQ è previsto per il prossimo primo luglio.

Negli Usa, Clearwire ha dato il via alla copertura della città di Atlanta (dopo Las Vegas e Portaland), finora la più estesa di tutti gli Stati Uniti. Ma veniamo agli operatori italiani.

ARIA E TELECOM ITALIA

Aria (sito ufficiale) è sicuramente l’operatore che più ha scommesso sul WiMax e che conta di coprire più regioni nei prossimi anni. Per il momento è solo in Umbria, dove è nato, ma entro fine giugno dovrebbe arrivare anche in Lombardia, Puglia e Veneto.
Nei giorni scorsi ha raggiunto un accordo con Telecom Italia per la diffusione ad ampio raggio della banda larga e per il superamento del digital divide. L’intesa prevede il diritto d’uso delle frequenze Wimax di Telecom Italia per offrire il servizio in Abruzzo, Umbria, Lazio, Molise, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria e Sardegna.

Approfondimenti:

giugno 25, 2009

Parla Biz Stone il creatore di Twitter:  "Così ho inventato il network che cambia le comunicazioni"
Biz Stone è il fondatore di Twitter, assieme al suo amico Evan Williams. Stone è seduto sulla plancia di comando di un nuovissimo strumento che sta cambiando, attraverso l'integrazione di cellulari e Internet, il modo in cui la gente comunica.

Lo si è visto in questi giorni in Iran, ma era già stato così a Mumbai, o durante la campagna elettorale di Obama: i 140 caratteri del piccolo messaggio che può essere trasmesso da qualsiasi posto del mondo, con un telefono cellulare, riescono in tempo reale a fare il giro del mondo, ad abbattere censure e frontiere, a tener viva una comunità in un momento particolarmente difficile. Stone è il primo a capire che la sua creatura, attiva da soli tre anni, è al centro di una piccola ma rilevante rivoluzione.

Una rivoluzione che lui stesso non pensava di fare: "Quando abbiamo introdotto il concetto di Twitter lo abbiamo fatto con i nostri amici, che a loro volta hanno invitato i loro amici. E tutti pensavamo che fosse un sistema divertente per essere iper-connessi con la famiglia, con gli amici o con persone care, per essere costantemente in contatto con loro in tempo reale. È ovvio che oggi non sia più così. Quando hai aggiornamenti che arrivano da ogni parte del mondo da milioni di occhi e orecchie che ti raccontano quello che hanno visto e sentito, in un unico flusso in tempo reale, capisci bene che lo strumento che hai creato ha preso una direzione completamente diversa. È uno strumento che si connette alla vita vera di milioni di persone, e che in occasioni come quella delle proteste in Iran diventa uno strumento democratico, drammaticamente insostituibile".

Avevate pensato a questo tipo di evoluzione?
"Sapevamo che la chiave di volta di Twitter era l'immediatezza, che il nostro sistema sarebbe stato usato anche in occasioni come questa, ma non avevamo pensato alle implicazioni politiche che questo avrebbe potuto avere. Credo che abbia aperto la frontiera della democratizzazione dell'informazione e quello che stiamo vedendo accadere in questi giorni in Iran è solo l'inizio. Non è la tecnologia ad essere importante ma il modo in cui la gente la usa, il motivo per cui ne ha bisogno. La gente vuole sapere quello che accade, vuole poter raccontare quello che vede".

Il peso politico di questa microinformazione lo avevate già verificato durante la campagna elettorale di Obama...
"In quell'occasione però l'importante non era cosa veniva comunicato, ma il fatto che le persone stabilissero tra loro una nuova relazione, attraverso Twitter, creando un movimento, una comunità. Io penso che la domanda da porsi è "cosa fa la gente quando può collaborare in tempo reale, comunicare in una comunità in questo modo?". Twitter apre spazi inattesi di comunicazione per esempio in Iran: non solo per far arrivare le informazioni fuori dal paese, ma soprattutto per farle circolare nel paese, per spingere le persone ad aiutarsi, per coordinarsi in tempo reale anche mentre sono in strada, usando uno strumento che prima non esisteva".

La chiave di volta è stata l'idea di lavorare sugli sms, di integrare il web e i telefoni cellulari?
"Sì, fin dall'inizio abbiamo capito che lo spazio offerto dalla comunicazione mobile era enorme. Ci sono quattro miliardi di persone con telefoni portatili e tutti, potenzialmente, possono collegarsi a Twitter, tutti mandano o ricevono sms, sanno come fare, ne conoscono il linguaggio. La forza di un tweet, a differenza di un sms, è che non va a una sola persona, ma va dovunque, sul web e sui cellulari, chi lo usa ha a disposizione una piattaforma straordinaria. Noi stessi non siamo così intelligenti da sapere esattamente da che parte andrà tutto questo, è l'inizio di qualcosa di nuovo, noi abbiamo aperto una porta".

Gli utenti non sono solo ragazzi abituati al linguaggio degli sms, dunque.
"Ci sono le celebrità che con i loro tweet conquistano le pagine dei giornali. Ma ci sono anche moltissimi membri del Congresso su Twitter, i governi cominciano a usarlo, la Nasa, aziende come Starbucks e molte altre. Si tratta di qualcosa in costante evoluzione che non vede coinvolte solo alcune fasce sociali. L'altro giorno ero a New York e ho visto un uso straordinario del nostro sistema: c'era un fornaio che avvertiva i suoi clienti via Twitter che il pane fresco era uscito dal forno. Le microcomunità usano Twitter non solo le grandi organizzazioni. Perché è semplice, breve e immediato".

140 caratteri non sono pochi per comunicare davvero?
"La brevità è un limite, non c'è dubbio. Ma è pur vero che si può essere creativi anche con 140 caratteri, e che porre limiti costringe ad essere più creativi. La comunicazione in tempo reale non ha bisogno per forza di testi più lunghi, per quello c'è sempre l'e-mail, ci sono gli altri social network, Twitter invece è un flash in tempo reale su qualcosa che accade a noi, un emergenza, una passione, un pensiero. Io non credo che Twitter possa esaurire la comunicazione, può essere utile per le notizie immediate, poi abbiamo sempre bisogno di chi ci racconta storie, più ricche e complesse che in 140 caratteri".
Droghe, la svolta dell'Onu "La repressione ha fallito"
Un secolo di repressione non è bastato: a cent'anni dalle prime misure contro l'uso di stupefacenti è arrivato il momento di ragionare sulle possibili alternative. Lo chiede in modo aperto l'Ufficio dell'Onu su droga e crimine, ponendo l'accento, per la prima volta da quando è stato fondato, sulla necessità di modificare l'approccio al problema. Serve "meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti", si legge nella prefazione firmata dal direttore Antonio Maria Costa.

Con le inevitabili prudenze del suo ruolo, l'agenzia "apre" all'ipotesi di politiche diverse dal carcere per i tossicodipendenti. "La droga continua a essere una minaccia per la salute", si legge nelle prime righe del rapporto 2009 Unodc, e viene ribadito che "legalizzare le droghe sarebbe un errore storico". Ma è come se lo studio mettesse le mani avanti, per poi avanzare riflessioni più "rivoluzionarie", tanto che l'Huffington Post arriva a titolare con entusiasmo: "L'Onu sostiene la depenalizzazione". L'agenzia ammette persino che per la pubblica opinione "il controllo delle droghe non sta funzionando". Esaminando con un'inedita apertura le ragioni portate dagli antiproibizionisti, l'Unodc rivendica a sé l'allarme per i grandi incassi che i divieti portano alla criminalità organizzata e sottolinea: "Questi sono argomenti validi".

Secondo Costa, la soluzione è elementare: "Più controllo sul crimine, ma senza diminuire i controlli sulla droga". Poche righe più avanti si ribadisce l'esigenza della "tutela della salute dei tossicodipendenti", insistendo sulla necessità di combattere il traffico, invece che reprimere il consumo.

Antonio Maria Costa ribadisce che il compito della sua agenzia è quello di tutelare allo stesso tempo salute e sicurezza. L'Unodc pone un "doppio NO": no alle droghe, no al crimine. "Il crimine organizzato", scrive il direttore, "non scomparirà con la legalizzazione della droga": per tenere in vita le mafie bastano altri traffici.

L'ipotesi di una "raccomandazione" delle Nazioni unite ai paesi membri, simile alla campagna contro la pena di morte, non sembra praticabile: "È una decisione che spetta alle singole nazioni", dice Costa al telefono, ribadendo poi che "per l'Onu i reati legati agli stupefacenti non vanno considerati delitti capitali". In sostanza, sono tre le osservazioni da fare: la prima, riguarda le campagne d'ordine che chiedono di punire con il carcere chi viene sorpreso con uno spinello. "È come mandare un giovane all'università del crimine", dice il direttore dell'Unodc, "con il rischio di rendere irreversibile una tendenza che ancora può cambiare".

Costa critica anche "le legislazioni che impongono pene troppo severe, poi non applicate". E l'abitudine a cambiare prospettiva - e leggi - su base politica. "La dipendenza è una malattia. E non esistono terapie di destra o di sinistra per cancro e diabete". L'allusione è a molti governi occidentali: da quello Usa a quello italiano, che nel 2006 ha cancellato la distinzione fra sostanze "leggere" e "pesanti". Ma soprattutto a quello di Gordon Brown, che sulla base di valutazioni elettorali voleva spostare la cannabis nell'elenco delle sostanze più pericolose, ignorando platealmente le raccomandazioni degli scienziati, dallo stesso premier mobilitati sull'argomento.

giugno 22, 2009

30 giugno: Raiuno cambia frequenza per 14 milioni di italiani
La scadenza del 30 giugno 2009 era nota da molti mesi, ma nessuno ci pensava più. Adesso il tempo stringe e la Rai ha organizzato in corsa un piano di cambio frequenza per Raiuno che interesserà circa 14 milioni di utenti sparsi praticamente in tutta Italia.

Il cambio si è reso necessario per armonizzare alle direttive europee le frequenze della banda Vhf o III, in pratica quelle dove trasmette Raiuno e qualche emittente locale. I canali attualmente denominati con le lettere E, F e G si trasformano nei numeri 6,7 e 9.

È bene precisare che queste variazioni non hanno nulla a che fare con lo switch off del digitale terrestre, infatti interessano anche le trasmissioni analogiche. Si parte il 24 giugno con l'Abruzzo e si finisce il 30 giugno con Milano.

In pratica la frequenza di trasmissione cambia di poco, ma quanto basta per mettere in crisi la ricezione. In alcuni casi potrebbe sparire il colore oppure essere disturbato l'audio, in altri potrebbe proprio scomparire il programma tv. Nel caso di trasmissioni analogiche potrebbe bastare agire sui comandi di sintonia fine per ritrovare Raiuno, in altri sarà necessario rifare la sintonia del canale, dipende molto dal televisore.

Certo per gli utenti poco esperti potrebbe non essere così semplice svolgere queste operazioni, la Rai e il Ministero per lo sviluppo economico comunque si sono dati molto da fare e sul sito www.raiway.it ha predisposto perfino una serie di istruzioni per i vecchi televisori più diffusi, in modo da venire incontro agli abbonati. Pronto anche un numero verde 800111555 per avere altre informazioni. In alcune zone dell'Abruzzo, Emilia-Romagna, Lazio e Liguria il cambio di canale riguarda anche i multiplex Rai del digitale terrestre. In questi casi bisognerà per forza rifare tutta la procedura di sintonia sul tv o sul decoder esterno per poter continuare a vedere tutti i canali trasmessi da quel multiplex.

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L'antenna esterna non deve essere cambiata, va bene quella già in uso per Raiuno. C'è però il problema delle antenne centralizzate canalizzate, molto in voga negli anni 90 e calibrate su ogni singola frequenza. Solo in questo caso la nuova frequenza non può giungere ai televisori e sarà necessario chiamare un tecnico per l'intervento. Nessuna variazione per chi segue i canali Rai dal satellite.
Per gli utenti un altro sgradito fuori programma dopo i tribolati switch off a Torino e Roma dei giorni scorsi, una migliore programmazione degli interventi avrebbe evitato problemi agli spettatori meno esperti.



Porno e web, Italia quarta nel mondo
È la democrazia del porno. Il web 2.0 con lo user generated content, il filmino prodotto dallo stesso utente, applicato alla pornografia e diffuso dalle piattaforme di free videosharing sta mettendo in ginocchio l’intera industria del mercato del porno a pagamento, ma non certo il porno stesso.

Anzi: i dati aggiornati fino a maggio 2009 parlano chiaro: la categoria adult sul web è ormai al 30% con il segno più davanti ai siti che danno accesso gratuito ai video amatoriali continuamente aggiornati. Video X Rated e foto sexy: da tempo il porno è il re del web: i dati Nielsen Online assegnano all’Italia un quarto posto sul consumo del porno su internet in una ipotetica classifica sporcacciona dopo Spagna al top, Francia e Germania a pari merito, poi ancora Gran Bretagna, Svizzera e Stati Uniti.

«It’s killing the marketplace», tuonava il ceo di GoGoBill.com Harvey Kaplan in una intervista al NYTimes e si riferiva al free. Siti come YouPorn (versione sex di YouTube), numero uno in Italia con una quota di mercato del 10% e una crescita di 3 punti percentuali rispetto ad un anno fa, hanno 2 milioni e passa di utenti e un consumo medio per persona di circa 45 minuti al mese.

Il top americano è AdultFriendFinder, un sito di social networking che fa incontrare persone, pubblica blog e video.

Molti altri i siti free pornografici che vanno per la maggiore, come Red Tube, PornHub, Tube8 o il recente italiano Pornari.com., il social network erotico Playfulbent o WikiAfterDark, versioni hard di Wikipedia.

In Italia, secondo i dati Nielsen Online gli utenti sono 6 milioni 250 mila con un’ora e 27 di visione. 71% maschi, 29% donne: l’età più interessata è tra i 35-49 anni (rappresentano il 35,5%) ma anche dai 25 ai 34 anni. Utenti decisamente (il 78%) acculturati (il 50% ha almeno il diploma di scuola superiore) e in maggioranza studenti e impiegati.

Perché pagare per vedere un porno che puoi avere gratis su internet? Questa semplice considerazione è alla base della crisi del settore. L’impero di Playboy è in caduta libera, i cinema non esistono praticamente più, le riviste sono ridotte al lumicino e anche i dvd hanno arrestato il trend di crescita, vittime dell’esplosione del freeporn.

Dove è il guadagno? I siti che raccolgono materiale porno e lo propongono gratis guadagnano anche e soprattutto attraverso i propri inserzionisti, con la pubblicità. Un banner su un sito porno conosciuto a livello mondiale può costare fino a centinaia di migliaia di euro al mese.

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Per questo l’industria, specie quella americana che è trainante dell’intero settore, si sta muovendo: Vivid Entertainment, uno dei colossi dell’hard, venderà dvd completi attraverso la piattaforma CinemaNow, dvd che saranno masterizzabili e compatibili con qualsiasi lettore perché gli utenti di film vogliono essere liberi di visionare le pellicole acquistate su qualsiasi dispositivo in loro possesso, e vogliono poter trasportare i film da un dispositivo all’altro.

Si tratta, secondo gli esperti, di una piccola ma significativa rivoluzione nel mondo del commercio cinematografico. Del resto, anche il leggendario Larry Flynt sosteneva che la pornografia è un motore per l’innovazione.

Il Secolo XIX, 22/06/2009

giugno 20, 2009

La sonda IBEX della NASA ha ottenuto la prima osservazione di atomi di idrogeno ad alta velocità provenienti dalla Luna
La sonda IBEX della NASA ha ottenuto la prima osservazione di atomi di idrogeno ad alta velocità provenienti dalla Luna, mettendo fine forse in modo definitivo a una diatriba teorica e sperimentale sull'esistenza del fenomeno.

La sonda Interstellar Boundary Explorer (IBEX) della NASA ha ottenuto la prima osservazione di atomi di idrogeno ad alta velocità provenienti dalla Luna, mettendo fine forse in modo definitivo a una diatriba in ambito sia teorico sia sperimentale, sull'esistenza di tale fenomeno.

Nel corso dello studio, sono stati utilizzati due diversi strumenti: IBEX-Hi, realizzato dal Southwest Research Institute (SwRI) e dal Los Alamos National Laboratory, che misura gli atomi con velocità di compresa tra 0,8 e 4 milioni di chilometri all'ora; il secondo è denominato IBEX-Lo, frutto dello sforzo congiunto di Lockheed Martin, Università del New Hampshire, Goddard Space Flight Center della NASA e Università di Berna, in Svizzera, in grado di rivelare atomi con velocità comprese tra 160.000 e 2,4 milioni di chilometri all'ora.

Il vento solare, il fascio supersonico di particelle cariche emesse da Sole, si muove in tutto lo spazio circostante alla velocità di circa 1,6 milioni di chilometri all'ora. Nel caso della Terra, esse vengono deflesse dall'intenso campo geomagnetico, mentre investono quasi senza schermo la superficie della Luna rivolta verso il Sole, poiché il nostro satellite naturale possiede un campo magnetico molto debole.

Dal suo punto di vista, IBEX “vede” circa meta della Luna, un quarto del lato in ombra e un quarto del lato illuminato. Le particelle del vento solare vengono per la maggior parte assorbite dalla superficie lunare, mentre una piccola percentuale di esse viene diffusa in diverse direzioni. Questa seconda e minoritaria porzione in realtà è costituita da atomi neutri, poiché gli ioni solari al contatto con la materia lunare si sono combinati con gli elettroni mancanti.

Grazie a IBEX si è potuto stimare che solo il 10 per cento degli ioni solari riflessi dalla Luna si trasforma poi atomi neutri, mentre il restante 90 per cento viene assorbito.

La combinazione tra il processo di diffusione e quello di neutralizzazione ora osservato ha notevoli implicazioni per le interazioni con gli oggetti sparsi in tutto il sistema solare, come gli asteroidi, gli oggetti della Fascia di Kuiper e gli altri satelliti naturali

Atmosfera: mai così tanto CO2 come ora, attualmente si registrano 385 parti per millione, ovvero il 38 per cento in più.
In due milioni di anni i picchi di CO2 hanno raggiunto in media solo le 280 parti per milione, mentre attualmente si registrano 385 parti per millione, il 38 per cento in più

Un gruppo di ricercatori ha ricostruito i livelli di biossido di carbonio atmosferico degli ultimi 2,1 milioni di anni con un dettaglio finora mai raggiunto, gettando luce sul ruolo di questo gas nelle dinamiche climatiche della Terra.

Lo studio, pubblicato sull'ultimo numero della rivista “Science”, è l'ultimo in ordine cronologico a escludere una diminuzione del CO2 come causa dell'ampliamento e dell'intensificazione delle ere glaciali a partire da 850.000 anni fa. Nonostante ciò, esso confermerebbe il sospetto di molti ricercatori che i più alti livelli di CO2 coincisero con i più caldi intervalli compresi nel periodo di studio.

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I risultati mostrano che i picchi nei livelli di CO2 in tale ampio arco di tempo raggiungevano in media solo 280 parti per milione, mentre attualmente si registrano 385 parti per millione, ovvero il 38 per cento in più.

Nello studio, Bärbel Hönisch geochimico del Lamont-Doherty Earth Observatory insieme con alcuni colleghi ha analizzato i resti di plancton sepolti sul fondo dell'Oceano Atlantico, al largo delle coste dell'Africa. Grazie alla datazione dei campioni e alla misurazione dei rapporti isotopici del boro, si è riusciti a stimare la quantità di CO2 presente nell'aria all'epoca della formazione degli strati di conchiglia.

Il metodo ha permesso di procedere all'indietro nel tempo più che nel caso dell'analisi delle carote polari, che arrivano al massimo a 800.000 anni fa. Si tratta di un limite critico per la ricostruzione della storia climatica del pianeta, che ha attraversato ere glaciali cicliche per milioni di anni. A partire da 850.000 anni fa, invece, tali cicli diventarono più lunghi e più intensi, un fenomeno, questo, attribuito da alcuni studiosi alla diminuzione dei livelli di CO2. Quest'ultimo studio, però, ha riscontrato livelli stabili di CO2 nel corso di tale transizione, dimostrando come il rapporto di causa effetto sia in realtà improbabile.

"Precedenti studi hanno mostrato come la CO2 non sia cambiata negli ultimi 20 milioni di anni, ma la risoluzione non è mai stata sufficiente per rendere le conclusioni definitive”, ha spiegato Hönisch. “Nel nostro caso, invece, il collegamento non è stato suggerito, anche se si è evidenziato ancora una volta come i gas serra e il clima globale siano intrinsecamente collegati”.
Allarme Fao: "Soffre la fame oltre un miliardo di persone"
Continua a crescere la fame nel mondo. Per la prima volta nella storia umana, si stima che oltre un miliardo di persone nei paesi in via di sviluppo è sottonutrito. Lo rende noto la Fao, l'organismo dell'Onu che si occupa di contenere la piaga della carenza di cibo nel mondo. Le stime per il 2009 sono state riviste al rialzo: 1,02 miliardi sono gli affamati, oltre 100 milioni sopra il livello dell'anno scorso.

Un sesto della popolazione mondiale non ha sufficiente cibo per sopravvivere. E' l'effetto dell'attuale crisi economica mondiale, spiega la Fao, che ha ridotto i redditi, aumentato la disoccupazione e ridotto l'accesso al cibo ai più poveri che vivono in Asia; nel Nord Africa e nell'Africa Sub-Sahariana; in America Latina; nel vicino Oriente e non solo: almeno 15 milioni abita nei paesi sviluppati. Secondo il direttore generale Jacques Diouf, "questa silenziosa crisi alimentare costituisce un serio rischio per la pace e la sicurezza nel mondo. Non possiamo rimanere indifferenti".

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Se non verranno adottate subito misure sostanziali e durature, sottolinea l'agenzia Onu, non verrà raggiunto l'obiettivo sottoscritto da 180 Paesi presenti al vertice mondiale dell'Alimentazione nel 1996 di ridurre entro il 2015 il numero delle persone sottonutrite nel mondo. Se n'era parlato anche nell'aprile scorso al vertice dei ministri dell'Agricoltura in vista del G8 di Luglio all'Aquila: "Serve definire regole eque per il commercio internazionale - disse il ministro Luca Zaia - che consentano ai Paesi in via di sviluppo una crescita sana e duratura, senza affamare nessun agricoltore".

Come spiega Diouf, direttore della Fao, "le nazioni povere devono essere dotate degli strumenti economici e politici necessari a stimolare la produzione e la produttività del loro settore agricolo. Per ridurre il numero di persone vittime della fame, i governi, assistiti dalla comunità internazionale, devono garantire ai piccoli contadini l'accesso non solo a sementi e fertilizzanti, ma anche a tecnologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e mercati".

giugno 17, 2009

Evn, arriva il supertelescopio virtuale più grande del mondo
Permetterà di «vedere» particolari distanti miliardi di anni luce

Un super telescopio virtuale senza precedenti, che permette di ottenere immagini degli oggetti cosmici ad una risoluzione molto più elevata rispetto ai telescopi basati a terra e risultati mai raggiunti finora. Nato dalla collaborazione fra istituti di radio astronomia europei, asiatici e sud africani, si chiama «European Vlbi Network» (Evn) e sfrutta informazioni fornite da 16 telescopi posizionati in sei continenti. Al progetto collabora anche l’Italia con l’Istituto di Radioastronomia e con la Stazione Radioastronomica di Medicina (Bologna) dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).

Alla base della sua realizzazione, vi è la tecnica del «Very Long Baseline Interferometry» (Vlbi), che permette di realizzare osservazioni interferometriche con antenne non collegate fisicamente tra loro da cavi coassiali. I radiotelescopi osservano simultaneamente la stessa radiosorgente e registrano il segnale celeste su nastro magnetico, insieme ad una marca di tempo fornita dal campione atomico di frequenza, con una precisione superiore al microsecondo. Gli hard-disk con i dati raccolti presso i vari telescopi vengono poi letti e immessi in un calcolatore dedicato, che sincronizza le registrazioni ed esegue la combinazione dei segnali, simulando il collegamento via cavo tra i radiotelescopi al momento dell'osservazione.

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Le antenne che osservano mediante il VLBI sono localizzate in varie regioni del mondo, consentendo di ottenere il potere risolutore che si avrebbe con un radiotelescopio grande quasi come la Terra. Questa tecnica è stata resa possibile da quando il progresso tecnologico ha permesso di costruire campioni atomici di frequenza stabili, ricevitori a basso rumore, sistemi di acquisizione di dati capaci di registrare centinaia di milioni di bit al secondo, e potenti calcolatori. Una delle sue maggiori difficoltà è rapprensentato dal problema della sincronizzazione degli orologi dei vari telescopi, per il quale si utilizza il segnale proveniente da un satellite per telecomunicazioni in orbita geostazionaria (GPS).

Una naturale estensione dei radiotelescopi virtuali sarà il loro utilizzo in orbita a bordo di satelliti, dove la linea di base dell'interferometro si rivelerà ben più grande del diametro terrestre, e i poteri risolutori saranno dell'ordine del millesimo di secondo: 10 volte migliori di quelli ottenibili con il telescopio spaziale Hubble. Questi valori sono tali da permettere di «vedere» particolari estesi meno di cento anni luce, in galassie distanti miliardi di anni luce. Grazie a questo strumento totalmente innovativo, infatti, i radiotelescopi potranno unire gli sforzi e lavorare insieme inviando dati contemporaneamente e in tempo reale a un supercalcolatore, in questo caso la facility situata nel «Joint Institute for Vlbi Europe» nei Paesi Bassi, che processa ed elabora le informazioni come se provenissero da un unico osservatorio.
La Stampa, 17/06/2009

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giugno 16, 2009

Cellulari a luce solare
Samsung ha annunciato il lancio sul mercato indiano di GURU E1107, un cellulare a basso costo dotato sul retro di un mini pannello fotovoltaico per la ricarica.

Lo sviluppo di questa tecnologia è in corso da tempo: Samsung ha già presentato a febbraio il touch screen solare «Blue Earth», la cinese Zte ha annunciato un cellulare solare a bassissimo costo di prossimo lancio e altriproduttori di telefonia mobile sono in dirittura di arrivo.

Ma, di fatto, il GURU E1107 è il primo cellulare a basso costo con ricarica solare ad essere immesso nella grande distribuzione. Il prezzo in India è di 2.799 rupie, l’equivalente di 42 euro.

La scelta dell’India per il lancio non è casuale. GURU E1107 è infatti particolarmente adatto per utilizzatori che vivono in aree remote, dove le forniture elettriche sono irregolari o addirittura assenti. La ricarica solare è un’opzione, essendo possibile la ricarica anche alla rete elettrica.

A cellulare scarico, un’ora di esposizione al sole garantisce circa 5-10 minuti di conversazione; per la ricarica 100% sono necessarie circa 40 ore di esposizione al sole.


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Da questo punto di vista le prestazioni non sono giudicate straordinarie, ma va anche considerato che si tratta del primo cellulare di questo tipo e la ricerca in corso darà sicuramente i suoi frutti.

Per il resto il nuovo cellulare Samsung ha le normali caratteristiche di un terminale compatto di fascia bassa: dual-band GSM (900/1800MHz), schermo da 1.52 pollici e 65K colori, radio FM, suonerie MP3, batteria da 800mAh. L’approdo nel mercato europeo è previsto entro il prossimo mese.

Il Secolo XIX, 16/06/2009

giugno 15, 2009

Crisi, Banche centrali e Governi hanno davvero fatto il possibile?
"La polvere della crisi si sta solo assestando", ha affermato questa settimana Janwillem Acket, capo-economista di Julius Baer, quindi bisogna mantenersi ancora prudenti "perchè non vedo una ripresa dell'economia prima di 12 mesi". Forse, ha detto, "è un momento per entrare sui mercati, ma non c'è ragione per essere euforici". Con le dovute cautele si comincia a parlare di una minima ripresa dell’economia mondiale, ma gli esperti si dividono tra più ottimisti e più pessimisti. MilanoFinanza.it ha domandato a Radu Vranceanu, professore di Economia all'Essec Business School di Cergy (Francia) cosa ne pensa.

Crede che sia corretto parlare di mini-ripresa o siamo di fronte solo a una stabilizzazione della crisi?

Questa crisi non è stata guidata da un deterioramento drammatico dei fondamentali dell’economia mondiale, ma da una generalizzata sfiducia della gente nelle istituzioni finanziarie. Le crisi guidate da aspettative pessimistiche potrebbero essere profonde ma le riprese altrettanto veloci. Oggi queste attese si sono stabilizzate o sono migliorate e si potrebbe dare credito alle Banche centrali e ai Governi nell’implementare misure efficienti finalizzate a ridare fiducia nel sistema finanziario.

Se la gente crede che la situazione economica volgerà al meglio, consumerà e investirà di più e quindi il contesto economico si riprenderà. Tuttavia alla fine del 2008 i Governi di tutto il mondo hanno implemento piani di spesa esorbitante e di taglio delle tasse che potrebbero iniziare a impattare sull’economia reale nella seconda parte dell’anno. Con ogni probabilità il punto più basso del ciclo è alle nostre spalle. Ci sono in effetti alcuni segnali positivi: gli indici di fiducia di imprese e famiglie stanno risalendo, le tensioni sui mercati finanziari si stanno attenuando, i volumi delle case vendute nei vari Paesi colpiti dalla bolla cominciano a riprendersi così come gli inidici dei mercati azionari. Il mercato del lavoro ha la sua personale inerzia e la disoccupazione dovrebbe aumentare per parecchi mesi anche se il tasso di crescita dovesse tornare positivo nel terzo trimestre.

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Quali fattori potrebbero accelerare questa ripresa e quali bloccarla?

Questa ripresa potrebbe essere piuttosto veloce e i politici dovrebbero stare attenti a non spingere troppo la domanda, se non è già troppo tardi per farlo. I rischi di un'immediata inversione sono contenuti. Basta solo notare come un forte shock, come è l'epidemia dell'influenza suina H1N1, abbia avuto solo un limitato impatto sul mercato azionario. Per proteggere questa ripresa, i politici così come i media devono contenersi nel rilasciare messaggi allarmanti. L'incapacità invece della maggior parte dei Governi di emettere nuovo debito potrebbe essere un sostanziale shock negativo.

Crede che la politica monetaria della Bce e della Fed negli ultim mesi sia stata corretta?

Viste le circostanze, le Banche centrali hanno fatto abbastanza bene. I tagli nel breve termine dei tassi sono stati appropriati e tempestivi. Ma ancora più importante, le misure mirate a fornire liquidità alle banche sono state salutari: hanno evitato che i problemi di illiquidità provocassero un'insolvenza delle banche e di conseguenza una crisi dell'intero sistema. Le altre misure prese, come le agevolazioni alle banche e alle istituzioni finanziarie riguardanti il mortgage lending, sono controverse e non sono sicuro che siano efficienti.

Ritiene che si stato fatto tutto il possibile per cercare di superare la crisi? Se no quali misure avrebbe preso in aggiunta o in alternativa?

Ritengo che i Governi abbiano già fatto tutto il possibile. Molte delle misure prese dai singoli Governi avranno effetto alla fine del 2009, anche più tardi. Un esempio? Il programma di spese in infrastutture deciso dai leader Ue e dall'amministrazione Obama. Dopo l'11 settembre, l'amministrazione Usa e la Fed avevano reagito più aggressivamente alla crisi. Una reazione eccessiva che ha avuto un effetto perverso: un'eccessiva crescita seguita da un eccessivo calo dell'attività. Quello di cui ha bisogno ora la politica economica americana è più serenità, mentre l'Europa sembra avere una migliore e più cauta risposta alla crisi. Addirittura per alcuni Governi questa crisi potrebbe essere un'opportunità per tornare sotto i riflettori e crescere ancora.

Come vede l'Europa, gli Stati Uniti e la Cina alla fine del 2010? Chi potrebbe svegliarsi prima e perché?

In generale gli Stati Uniti si svegliano prima di chinque vista la flessibilità intrinseca nel loro sistema economico. L'Europa dovrebbe seguire gli Usa senza difficoltà. La Cina invece ha alcuni problemi strutturali nascosti. Le economie di questi Paesi potrebbero decollare dopo la crisi, ma le loro organizzazioni sociali sono ormai antiquate e solo un cambiamento radicale potrebbe aprire la strada a una crescita sostenuta.



giugno 13, 2009

Ferrari iscritta al Mondiale. E Maranello si dissocia
Il team di Maranello figura tra le squadre iscritte dalla Fia senza riserva alla stagione 2010, ma ribadisce: "Se le condizioni restano queste non ci saremo". McLaren, Renault, Red Bull, Toro Rosso, Toyota, Bmw e Brawn ammesse con riserva. Entrano tre nuove squadre: Manor GP, Campos GP e US F.1

C'è anche la Ferrari nella lista dei team iscitti dalla Fia al prossimo Mondiale. Il team di Maranello figura tra le squadre iscritte senza riserva al Mondiale 2010 di Formula 1. Lo ha reso noto la Federazione internazionale (Fia) dal proprio sito ufficiale. Con il team di Maranello, risultato iscritte senza condizioni Toro Rosso, Red Bull, Williams e Force India. Le 3 nuove squadre ammesse sono Manor Grand Prix, Campos Grand Prix e US F1. Sono iscritte con riserva McLaren-Mercedes, Bmw Sauber, Renault, Toyota, Brawn GP, Red Bull e Toro Rosso. "Queste 5 squadre - rende noto la Fia - hanno presentato iscrizioni con riserva. La Fia le ha invitate a cancellare le condizioni poste dopo i colloqui che dovranno terminare entro venerdì 19 giugno".

MARANELLO NON CI STA — Ma la posizione della Ferrari non resta affatto conciliante. Questo il comunicato ufficiale della Ferrari dopo la decisione della Fia: "In merito alla pubblicazione della lista degli iscritti al Campionato del Mondo FIA di Formula 1 del 2010, che comprende anche la Ferrari come iscritta senza condizioni - si legge - la Ferrari desidera riaffermare quanto segue: il 29 maggio scorso la Ferrari ha presentato un'iscrizione al Campionato del Mondo Fia di Formula 1 soggetta a determinate condizioni.

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A tutt'oggi, tali condizioni non sono state soddisfatte; nonostante ciò e nonostante un invito scritto alla Fia a non procedere in tal senso, la Federazione ha incluso la Ferrari nella lista come partecipante senza condizioni al prossimo Mondiale di Formula 1. Al fine di evitare ogni dubbio, la Ferrari riafferma che non parteciperà al Campionato del Mondo FIA di Formula 1 del 2010 con un regolamento adottato dalla Fia in violazione di diritti della Ferrari sanciti da un accordo scritto con la Federazione stessa".
PARLA DOMENICALI — "A costo di sembrare noioso - ha detto il team principal, Stefano Domenicali, al sito media Ferrari - posso soltanto ribadire che la nostra posizione è rimasta sempre la stessa, sin dalla riunione del Cda del 12 maggio scorso. Due settimane fa avevamo presentato un'iscrizione condizionata ma, a tutt'oggi, le condizioni non sono state soddisfatte. Pertanto, non possiamo che ribadire che, stando così le cose, noi non potremo partecipare al campionato 2010". "La Formula 1 - ha aggiunto - ha bisogno di stabilità, di regole uguali per tutti e di un sistema di governance chiaro e condiviso. Quanto alla riduzione dei costi, nell'ambito della Fota abbiamo ottenuto già importanti risultati e abbiamo definito un pacchetto di ulteriori misure molto significativo, da attuare in maniera progressiva e controllata dalle squadre"

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